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È un problema ambulante che non
dovrebbe esistere. È rancido. È dei tempi di S. Ambrogio. Si è impiantato in
tutte le vie. Dappertutto c'è l'insegna dell'accattonaggio. Dovunque è un moncherino
teso per impietosire chi passa. L'accattone vi impera con la giaculatoria, la
nenia, la supplicazione. Date al misero! Il misero si è insinuato da sé. Egli
si addossa alla muraglia, siede in terra e striscia seguendo il cittadino con
il collo proteso: ricordatevi del misero! S'inchina con il cappello in mano.
Sovente è tenace. Strimpella un ordigno che strazia. È un renitente. Non vuol
saperne di Abbiategrasso, il mastio dei pitocchi. L'individuo viene sradicato
dai suoi ambienti condannato a vita. A poche miglia la disgrazia fisica non
dovrebbe pesare sull'individuo. Egli è idolatra della sua indipendenza. Non si
nutre di crostini di pane o di rifiuti di cucina. Crede nella sua industria.
Stende la mano. Egli è sulla strada come una prepotenza. O l'elemosina o la
nenia fino alla persecuzione. Tutti sono liberi di dargli o di non dargli, ma
lui è padrone di infliggere al passante insensibile la sua rampogna. Preferisce
il selciato alla Congregazione di Carità. Essa è iniqua. Non ha viscere per
lui. Se gli concede cinque lire esige da lui la fede di nascita o un domicilio
decennale. È troppo. Il povero non ha tempo di procurarsi documenti. Egli è nei
tormenti della miseria. Date, soccorrete, un uomo affonda. Ecco il suo grido.
La carità pubblica si è acconciata alla lezione fratesca. Dà agli affamati
qualche buono di minestra. Una minestra che costa due volte in scarpe.
Costringe il «beneficato» a scalcagnare fino alla cucina economica della
circonvallazione di porta Nuova. Vi giunge trafelato. La mangia stracco morto.
Gli amministratori di via Olmetto 6, non hanno pensieri per i tempi del
pitocco. Non è un loro beneficato. È un beneficato per procura. Non cercano che
di salvarsi da lui.
E lui preferisce la strada. Una
volta era proverbiale il dieci lire della Congregazione. Adesso lo hanno
ridotto a cinque, quando non lo diminuiscono. L'accattone con cinque lire in
tasca è subito sospetto. Lo si vede in una bettola. I beneficati diventono
tanti Cupò che tracannano vino e grappa. Sacradio! Non è vero. Non ci si
ubriaca con così poco. Lo spiantato, vada o non vada con piacere alla bettola,
non ha altro luogo da rifugiarsi durante gli intemperii e i freddi polari. Per
lui non c'è ricovero, tranne la strada. Né pagliai, né baracche. Non ha locanda
fissa. Egli è fluttuante. Dipende dalla buona o cattiva questua. I costumi
moderni gli negano la cascina. Lo si respinge, col tridente. La locanda è
divenuta una speculazione ladra. Il lettaccio dell'Albergo Popolare è salito a
tre lire. Non c'è più niente per niente. Lo sdraio di legno secco di via Soave
costa venti centesimi. La sporca locanda di via Colletta costa una lira e
cinquanta e ospita tutti con o senza pidocchi. Gli asili di via Pasquale
Sottocorno sono a centesimi trenta. I senza letto sono innumerevoli. Imbrunisce
e le vie note ne sono cosparse. Sentono la disuguaglianza. Lungo le vie
rasentano le abitazioni e i palazzi dove la gente, le classi, dormono a loro
agio negli appartamenti e starnutano dalla collera.
È una furia. Il letto agita
tutti. D'inverno diventa un sogno. Il pitocco è grassato. È un viandante senza
diritti. Dappertutto ci sono costumi casti. Si separa l'uomo dalla donna.
Bagascieri da feste da ballo! Alcune di queste locande sono addirittura pidocchiai.
La gente vi si gratta. C'è da morire dagli spasimi. Il prurito non dà tregua.
La truppa vi si condensa. Si sente che i pidocchi camminano sulla pelle.
Passano dagli uni agli altri.
Quelli di ieri sera corrono su
quelli di stasera. Vi formicolano. È cosa indecente in una città di seicento e
più mila persone. Nessuno pensa alla distruzione dei pidocchi. Bisognerebbe
distruggere i diseredati. Pare sia scomparso lo stampo della buona gente. Non
ci sono più lasciti per gli accattoni. Ecco la ragione dei brontolii
dell'indigente. Brontolii naturali! Ha anche lui delle esigenze. È mansueto, è
supplichevole, o è irritabile. Fa sentire i suoi rancori di razza. Qualche
volta si allontana con la bocca piena di maledizioni. Si rifiuta di morire di
fame. Sovente è affranto. Cade. Lo si carica sui carri della immondizia sociale
e fila all'ospedale. Ma ripresa l'esistenza, l'accattone ritorna al suo posto
con la mano tesa, magari associato con altri a cantare tiritere per addolcire
le borse piene.
La povertà è rimasta insoluta.
Gli studi e i filantropi non le hanno giovato. L'hanno piuttosto irritata. Non
ci sono che risultati catastrofici. Sono rimasti al soccorso causale. Si
concede o si respinge il soccorso a seconda degli umori, dei benefattori. Lloyd
George ha tentato di modificare l'andazzo antico con la pensione ai pitocchi.
Povera cosa. Egli ha soppresso gli accattoni e ha moltiplicato i bisognisti. Il
pauperismo è forse indistruttibile. O assorbirlo o dotarlo. È gente che non cede
i propri diritti di mendicante che a condizione della propria risurrezione. È
il suo credito di pitocco sulla capitale sociale, sulla opulenza, sulle
fortune, sulle entrate, sulle ricchezze di tutti.
Le popolazioni dei marciapiedi
aumentano. Il cervello amministrativo della carità pubblica non si allarga.
Rimane cocciuto. Soccorre le classi decadute e dimentica le masse dei
rigagnoli, delle fogne. Esse diguazzano nell'impecuniosità, nei rifiuti, nelle
zone dei nullatenenti. Gli amministratori della Congregazione di Carità sono
impotenti a trarli dal brago. Esigono sforzi erculei. Capaci di esigere la
pitoccaglia compiere un'emancipazione con lo sforzo collettivo, la capacità di
avviarli al loro destino. Tupie da filantropi, anche queste. Non si va alla
soppressione della miseria. I pitocchi preferiscono la grassazione munta o
estorta con gli schieramenti della mano tesa. Preferiscono schierarsi o
appostarsi nei quartieri signorili, dove se non impongono la taglia
all'abitante fanno sentire che il miserabile esiste e bisogna. O di riffe o di
raffe, mantenerlo. Qui è dove non sente la Congregazione. La
beneficenza saltuaria non sana piaghe, non regge alcuno. È beneficenza che non
spoltrisce. Gli stracci umani, rimangono stracci. O mutarsi o perire!
Il soccorso della minestra è
ironico. Ingiungere delle miglia per una scodella di sbobba fredda o mezza
calda o magari fatta un giorno prima è inumano. Il pitocco moderno preferisce
stringersi due occhielli della cintola che guadagnarsi una scodella con tanta
strada!
È dell'elemosina pelosa! Via! È
sistema bestiale. Il soccorso inadeguato, fatto a casaccio per tappare lì per
lì la bocca sboccata, è anticivile.
È soccorso che lascia il
questuante come prima. Sui sassi, come prima. Sulle pietre, come prima. Ah
perdio! È ingiusto! O finirla o abbandonare il bisognista alla sua sorte.
Si è veduto che la piaga della
mendicità in questi tempi si è tramutata in una professione che va sempre più
aumentando. È un mestiere. È una speculazione. Chi ha un cieco ha da vivere. Lo
pianta su un angolo o sotto un passaggio della ferrovia e a date ore lo va a
riprendere con le saccoccie piene, per i bisogni personali. Chi ha una sola
gamba la espone al pubblico e ha una professione. Una madre sana e robusta si
vale delle sue tre o quattro figlie o di altre donne e si mette per il corso a
fare una esposizione di straccioni. Sovente suona un organetto e fa cantare
delle nenie che addormenterebbero se non ci fosse di mezzo la miseria. Ecco
un'altra schiera di pezzenti in giro con delle voci sguaiate a impietosire chi
passa. È zavorra che rompe tutte le dighe. Continua a infettare l'ambiente che
non si vuole né assorbire né distruggere. Giù la maschera! lasciamoli ai loro
tonfi, i mendicanti. Cadano, periscano di digiuni violenti. Vadano alla morte
con le grida della disperazione. Sprofondino, senza voltarsi indietro, cessino
di essere vittime di una carità che ha tutte le veemenze della scellerata che
non ha orecchi che per sé stessa.
Per soccorrere grandemente con i
lasciti di coloro che hanno fatto denari in vita, bisognerebbe sopprimere le
volontà testamentarie. C'è stato un tale, per esempio, che dava la preferenza
agli inquilini della propria casa. C'è stato colui che dotava di preferenza le
vergini del suo quartiere. Ci furono persone che incaricarono gli amministratori
di dare la preferenza ai figli degli impiegati. Alcuni hanno scelto come eredi
quelli di una data parrocchia o preti andati in amore di un'altra. La mentalità
di tutte questa persone che hanno avuto pensieri collettivi, cioè di buttare
tutti i patrimoni assieme, una causa comune, per un soccorso in blocco, fino
alle estinzioni delle privazioni, dei bisogni urgenti, della mendicità
invincibile, della fame, della rovina, dell'indigenza, dei naufragi personali,
della miseria sociale. Ohimé! Gli amministratori della carità pubblica non sono
ancora arrivati alla loro soluzione. Lavorano di bontà, tra la insufficienza e
la carità che lascia tutti come prima. Non è in loro la riforma della
pitoccaglia di nascita. La loro simpatia, se ne hanno, è che per i pitocchi non
c'è vita di risurrezione. Tutto è perduto. Non c'è che l'inferno per loro.
Quello che sono, sono.
È tempo di restituire ai veri
poveri il sogno della gente che aspira a partecipare alla vita. È un sogno? Per
me non ci devono essere pitocchi, né grandi, né piccoli. La società che non sia
omicidiaria deve far posto a tutti in una proporzione uguale.
Aiuto! Non vi sono aiuti! La
minestra ha saziato tutti. Meglio soccombere come il ronzino della vettura
cittadina!
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