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in mezzo ai naufragi sessuali
Mi occupo dei primi passi della
Giannona, perché nella sua esistenza sono i precedenti di molte ragazze che
giungono in mezzo agli uomini con la bellezza in fiore, senza un mestiere che
le protegga e senza un po' d'istruzione che susciti in loro il disgusto per la
vitaccia di passare da un letto all'altro senza che alcuno entri nel loro
cuore.
La Giannona, il prototipo
delle sue compagne, è venuta al mondo come sua sorella, in un tugurio. E come
sua sorella è cresciuta come è cresciuta. Fra le sculacciate, mangiando la
minestra condita di lardo quando c'era, sbocconcellando il pane stantìo che
portava a casa la mamma, andando per i cortili e per gli angiporti a piedi
nudi, qualche volta con le zoccole, di rado con gli stivaletti, indossando
vesti sovente pezzate o lacere e sudice. È figlia di straccioni: ecco l'accusa,
ecco il suo albero genealogico.
Belloccia, prima di svilupparsi
ha iniziato la carriera come piscinina di stiratora. Andava per le
stanze degli scapoli con la cesta della biancheria e ritornava alla scuola più
maliziosa. Molte intisichiscono nelle fatiche e nella penuria. La Giannona più pativa e più
il suo corpo assumeva forme opulenti. I maschi non la lasciavano passare senza
pizzicottarla e buttarle nelle orecchie parole scollacciate. Finito il tempo di
portare i ferri della stiratrice dai fornelli ai tavoli è divenuta essa stessa
tavoliera come a sua sorella, nata un anno o due dopo. A venti anni era un
boccone reale con le carni affinate dalla vita galante. Cercata, piaciuta,
corteggiata, contesa, i ferri non si movevano più che di rado per la biancheria
e a poco a poco vennero dimenticati. Una volta uncinata dagli amori a pagamento
o dalla vita della mantenuta a periodi non ebbe più la forza né di resistere né
di fermarsi.
I tempi della Giannona e di sua
sorella erano propizi alle cadute. Eravamo in un periodo di disfacimenti
coniugali, di vizi supremi, di corruzioni inaudite, di vigliaccherie atroci e
di turpitudini senza nome. Cito a caso e senza ordine di data. Crispi aveva
ripudiato pubblicamente Rosalia Montmasson, l'ex striratrice che tutti
credevano sua moglie, per sposare una Lina Barbagallo, la cui fedeltà è nel
biglietto che Felice Cavallotti le ha restituito col consenso dei colleghi
della commissione parlamentare. Ella aveva scritto al suo ganzo: «Vieni. Vieni.
Spaccami pure il... ma fammi godere». Giuseppe Luciani aveva dormito con
l'Emilia di Raffaele Sonzogno, moglie del direttore della Capitale, ch'egli
doveva rappresentare poche ore dopo sul terreno di un duello. Emma Ivon,
dall'alto demimonde, giuocava al Silvestri, divenuto poi rappresentante della
Nazione, la turpe commedia della sostituzione d'infante per andare alla
ricchezza sfondolata e condannata, dopo molte scene drammatiche, durante le
quali si è constatata la sua arte criminosa di simulatrice, a tre anni di prigione.
È morta senza scontare la sentenza e ha dormito in cella con i mobili della
Cora Pearl.
Il capitano dei bersaglieri,
figlio di un celebre ministro di grazia e giustizia, Mancini, è rincasato una
sera che aveva cenato con alcuni amici en garçon. Ha messo le mani a
tentoni nel letto e lo ha trovato vuoto. Senza le confidenze della cameriera
egli non avrebbe avuto sospetti. La cameriera bruna, ricciuta, con un visino
capriccioso, con un corpo tutto coperto di carne fresca e soda era innamorata
del padrone. Dopo qualche ora di origliere gli narrava concitata gli adulteri
della sua donna legale, divenuta in seguito la contessa Lara con un volume di
versi. Si è alzato, è andato al domicilio dell'amante di lei e con la voce e
coi pugni e coi calci si è fatto aprire. Il giovine ventenne era in mutande con
la rivoltella in mano.
E mentre l'adultera si gettava
fra l'uno e l'altro in camicia, l'amante disse:
— Sono in ogni momento ai vostri
ordini. Ma badate che se fate un altro passo vi uccido.
— Baldracca! — disse il
capitano, ringuainando la sciabola.
— Vi aspetto in istrada —.
Mi dilungo un po' perché fu
tutta una scena tragica.
Pochi momenti dopo la futura
poetessa discendeva vestita di saglia nera, con la testa ravvolta in un fitto
velo di blonda spagnuola ed entrava nella vettura aiutata dal marito. Prima di
sorprenderla in casa degli altri egli aveva mandato a chiamare in fretta e in
furia alcuni ufficiali, i quali lo aspettavano nel salotto, senza sapere di che
cosa si trattasse in una ora così mattutina.
— Signori, — disse entrando e
presentando loro la moglie come una donna del mercato della prostituzione, —
scusate se vi ho fatto alzare così presto. Voi mi dovete rappresentare in una
questione d'onore. Costei, — aggiunse urtandola — ha dato la preferenza a un
giovine borghese, il quale pagherà per tutti e due. Non è più mia; chi la
vuole, se la prenda. Non fate complimenti.
E subito dopo la mise alla porta
con una boccata di aggettivi che scottavano la faccia.
Il mio notaio vi restituirà la
vostra dote — le disse chiudendo l'uscio come uno schiaffo.
Ventiquattro ore dopo il duello
aveva luogo alle porte di Milano. L'arma, la pistola. Le condizioni gravi:
trenta passi di distanza, con facoltà ai duellanti di avanzare cinque passi
ogni colpo.
Dato il segnale ciascuno poteva
tirare a piacere, fin che l'uno dei due fosse in terra morto. Alla prima
scarica l'amante della bionda signora, che aveva cercato le ebbrezze nella
circostanza, rotolava al suolo con un proiettile nel polmone destro. Il
feritore se n'è andato senza voltarsi indietro.
La Giannona può dirvelo:
dopo un finale così tragico e dopo che la cameriera è andata sulla tomba del
giovine morto tre giorni dopo a vuotare le fiale del veleno per pulirsi delle
confidenze che ella aveva fatte a un uomo che aveva gli impeti più per la
vittima del duello che per la vittima del matrimonio. C'è stato un momento di
vera commozione. Le signore piangevano. Si diceva che la infedeltà era un male
comune che nessuno che andava al matrimonio doveva ignorare.
Un'altra mondana che ha fatto
chiasso in quei giorni è stata Teresina, la fioraia. Aveva tutte le grazie
della contessa di nascita; capelli neri bipartiti e piatti con leggeri rialzi
verso l'eminenza cranica, carne bruna, pelle finissima, pupille nere di una
lucentezza voluttuosa nella tinta azzurrognola, denti di un candore spento e
labbra colorite e sensuali. Non era di tutti. Ella voleva il diritto di scelta.
Un volontario di un anno, piccato dai suoi continui rifiuti, le ha fatto
sconciare il viso da un soldato che gli serviva d'ordinanza, con una rasoiata.
Il malvivente se l'è cavata con una condannuccia qualunque e ha trovato subito
una bella moglie con una dote vistosa e dalla quale ha finito col separarsi.
Narro l'ultimo caso. Si
discende, ma siamo sempre in Milano. Il protagonista era una figura
casermaiola. Sergente; si chiamava Antonio Renditis. Molti sergenti di carriera
erano forse sulle spalle delle femmine. Guadagnavano troppo poco per esigere la
loro dignità personale. Il Renditis faceva bella figura coi proventi della
prostituzione. La meretrice, Luigia Bruni, di una casa tollerata di via San
Zeno, un po' per abitudine un po' per bisogno di avere qualcuno, gli dava tutto
ciò che poteva fare nella giornata. Ma è venuto il momento in cui ha
incominciato ad esser stufa di un individuo che le era infedele e le mangiava
tutti i suoi incassi del lavoro cosciatico. Il giorno ch'ella ha tentato di
disfarsene per sopprimergli la biada ch'essa voleva dare ad un altro. Il
Renditis non ha saputo ritornare al rancio in caserma. E allora è avvenuto
quello che doveva avvenire. Ha fatto il geloso. Ha strepitato ha minacciato e
poi in un giorno di bolletta verde l'ha ammazzata sullo sdraio degli amori
venderecci come una cagna, come una scrofa! Muori, carne di tutti! Alle assise
si è composto un romanzetto. Lo ha difeso l'avvocato Avellone, una celebrità
siciliana di quei giorni, venuto fra noi con l'eloquenza rumorosa e calda e il
genio dei grandi attori, due cose che sono passate per dell'arte del grande
avvocato.
Lo ha salvato dalla galera e il
Renditis ha avuto una uscita trionfale. Prostitute, mantenuti, adultere, donne
del trivio e del quadrivio, razzapaglia dei sotterranei sociali gli hanno dato
tutto il loro entusiasmo. Il mantenuto della donna di postribolo è stato veduto
in giro, in carrozza, con l'avvocato. Come se le palle piantate nella testa
della poveraccia che si era fatta frustare la pelle per farlo star bene fosse
stato un atto eroico.
Rieccomi vicino alla Giannona.
Un giorno, come tutte le sue pari, ha avuto il prurito di calcare le scene.
Allora era già un pezzo di statuaria. Ampie spalle, collo taurino, seno colmo,
fianchi possenti, testa che riassumeva la sua leggiadria e le sue arditezze,
bocca passionale che adescava vecchi e giovani. Abituata al cotone e al
percallo, negli abiti vistosi e costosi ella si sentiva impacciata. La si
vedeva andar via rigida, con la testa alta, con la gola robusta, con le braccia
penzoloni, con il passo militaresco. Con la bella bocca di Taide, la carne
afrodisiaca, la Giannona
era ricercata e rincariva. La notorietà le aveva dato il posto di donna di
lusso. I fotografi avevano incominciato a piantarla ritta sulle bacheche come
una provocatrice di foia e i mezzanini sontuosi dei ricchi ritrovi serali, dove
si mangiavano le ostriche innaffiate di chablis e si impazziva col champagne,
la ostinavano sovente. Bella, coi capelli di un biondo che arrieggiava il
rosso, con il viso pienotto, con le narici che palpitavano leggermente quando
parlava, con la bianchezza dei denti fra le labbra dal colore della ciliegia
spelata. Aveva la disgrazia della mutabilità.
Si stancava di chi aveva e di
chi non aveva. Seguiva gli impulsi del suo cervello di gallina. Buttava in mare
chi le procurava tutto il comfort e raccoglieva dirò così il capriccio, l'uomo
che aveva bisogno della sua bontà per andare con lei a pranzo. Ora era l'amante
di un'artista che faceva la fame, ora di un negoziante di seta e cascami, ora
di un giornalista che faceva chiasso e poteva scialarla, ora di qualcuno che
maneggiava i biglietti da mille come un banchiere, ora di chi si rovinava per
lei come un Muffat qualunque e ora di un bollettista che non aveva neppure
l'orgoglio da portare al Monte.
L'incostanza è forse stata la
ragione dei suoi su e giù e delle sue frequenti cadute, cadute che con gli anni
sono diventate sempre più gravi, come l'ultima, per esempio. L'ultima che l'ha
trascinata nella gozzoviglia delle aberrazioni dei degenerati, delle messe nere
consumate col prete Volpi, nelle stanze ovattate di porta Venezia. Qui si è
perduta. Invece degli amplessi vigorosi vendeva l'erotismo puro e semplice.
Quel po' di erre che dava alla sua pronuncia uno charme che non si può
descrivere era diminuito con la diminuzione della sua bellezza o della sua
freschezza.
Il punto ascensionale della sua
esistenza è quando è apparsa sul palcoscenico del teatro milanese come un
tronco di carne rorida di godimenti per i quadri plastici. I ghiottoni di donne
furono suoi. È stato un avvenimento sensuale. Pareva che si rinnovasse
l'episodio di Nanà del Varietà. C'era frenesia. Le teste si curvavano, si
piegavano, cercavano di cacciare gli sguardi nelle sinuosità di tutta quella
bionda esibizione di carne florida di salute e di giovinezza.
Il battimano interrotto dalle
grida gioiose ricominciava come se tutti gli uomini fossero ubriachi della
libidine nella maglia color solferino acceso.
Non c'era in lei la teatralità
indispensabile alla calcascene e alla posatrice di quadri plastici. Era goffa,
senza grazie con atteggiamenti risevoli. I suoi movimenti avrebbero provocato
delle smorfie se l'applauso non lo avesse impedito. Non sapeva dove mettere le
mani, da che parte girare la testa, se stare o cascare sui fianchi. Ma nessuno
cercava in lei l'artista. Tutti badavano al suo seno turgido, alle sodezze
delle sue coscie, alle sue braccia da che facevano sentire il bisogno di essere
cinti e premuti e ai fianchi che nelle curve s'arrotondavano e si mettevano
nella luce come pezzi anatomici che davano la vertigine. Ella è discesa dal
palcoscenico all'indomani come un valore. Le sue azioni in Borsa erano contese
dai compratori, come quelle delle cavalle che abbandonano il Turf con la
vittoria del primo premio.
Non so se sia vero, ma è corsa
voce che la sua maglia sia salita al prezzo di un piccolo tenimento.
Mi è stato detto che è andata
all'asta come una cosa preziosa o artistica. L'aumento era di un biglietto da
mille per volta. Non so a chi sia toccata.
Con un zinzino di giudizio
avrebbe potuto andare alla ricchezza. È diventata la regina dei veglioni, ha
viaggiato, è passata per la cronaca mondana, ha goduto il piacere di sdraiarsi
nel letto reale ed ha educato il palato al gusto dell'ala di pernice. Ma anche
in quel periodo fortunato ella ha dovuto sostare, come nei giorni di penuria
momentanee, nelle alcove delle zie, delle ruffiane, delle case clandestine,
dove gli uomini e le donne si trovano nella stessa camera per la prima volta.
Ha così provato tutto. La
soffitta e l'alcova dei grandi appartamenti, la camicia di batista e quella
grossolana di cotone, le zoccole e le scarpettine scollate, l'elegante volgare,
il tiro a due con la villa e la vettura di tutti con il pranzo a due lire, la
veste che esce da Ventura e quella che rifiuta il Monte, il lettaccio che dà la
prurigine spasmodica e il letto signorile con la coltre di seta o di filugello
greggio, guarnita di pizzi e tempestata di gemme.
Adesso è anch'essa una «zia». Ha
un villino, dove convengono per i bagordi i signori e le signore.
Tutto sommato è una debole,
aspettata sulla sdraio della sua sorella maggiore.
Morirà anch'essa in un ospedale
come Nanà, se il ruffianesimo s'intende non la salverà dal disastro a cui è condannata
la sua classe.
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