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È un donnone. Bella e formosa,
splendida e casta come un romanzo di Oscar Wilde. Il suo ritorno fra le vecchie
conoscenze che l'avevano delibata fu festeggiato come quello della fanciulla
prodiga.
È stata via più di tre anni e
molti l'avevano supposta perduta per la casa di via Chiaravalle.
La si è vista ricomparire senza
preavvisi. Come era scappata, era ritornata. I suoi uomini le furono intorno.
La casa matrimoniale di campagna aveva finito per annoiarla. A poco a poco le
si era riempita di noia. Il marito era un buon uomo. Era il massimo degli elogi
che gli si potesse fare. Adalgisa Pisani aveva avuto un esordio troppo
movimentato, perché si contentasse delle virtù coniugali. I suoi gusti
intellettuali erano per il romanzo delinquentizzato: la Weber, la Tarnosky, la Umbert, la Steinheil. Il grande
benessere aveva finito per stancarla. La pernice, sazia. C'era troppa gioia
domestica nella casa maritale per la donna che aveva vissuto fra i frastuoni,
che aveva bevuto tanto champagne di notte, fumate tante sigarette a tutte le
ore in un casotto in allora in auge. Aveva carrozze padroni, uccellame fin che
voleva e gioielleria a suo piacimento, ma le ebbrezze e le sorprese della casa
aperta a tutti gli uomini non c'erano che nella grande città. Non si vive che
una volta. La noia le era salita al cervello. I ricordi dell'avvenire non la
turbarono. Riprese la via del ritorno. La sua esistenza si era svolta sempre su
lo stesso binario. A sette anni ella era piena di vizi come Nanà, la figlia di
Gervasa, lo era a sei. I suoi genitori avevano abusato di venere e di alcool.
Con una madre immorale non poteva tendere che alla precocità sessuale.
Quando le altre passavano in
mezzo alla gioventù come in mezzo a un pubblico asessuale, Adalgisa si lasciava
gualcire dai libidinosi. Non aveva avuto avvenimento platonici. La sua precocità
al male è nel suo matrimonio autentico. Ella è uscita dalla casa maritale a
mani vuote. Non c'era in lei la fregola del denaro. Non ha voluto macchiarsi,
diceva lei. Durante il maritaggio non ha letto che libri veristi, che portano
in giro gente vista o stata vista. Per sottrarsi agli sbadigli ha esaurito una
biblioteca. Romanzi e novelle che hanno fatto chiasso. La sua popolazione era
di scriteriati, di anomali, di creature bizzarre, precoci in tutto.
A sedici anni ella fu in un
grandioso palazzo con finestre ad arcate aristocratiche, dopo esser stata
malvestita, mal lavata, mal nutrita con la miseraglia. A venticinque anni,
prepossente, ella si è torva in mezzo a parecchi signori pronti simultaneamente
a ridarle quello che aveva perduto sbarazzandosi della ricchezza maritale. Sa cantare
e suonare al piano, e ha eccessi di bontà, pur avendo, si intende, della
taccagna. Ha momenti altruistici. Si disfa senza pensarci due volte di un
monile o di una somma se si tratti di giovare a qualche digraziata. Ella non ha
mai paura. Lo sapeva. L'aspettava l'ospedale. Difficilmente una di noi, diceva,
muore nel fasto della Margherita. O ha la suprema consolazione di morire
all'Ospedale come Nanà, con Muffat che ne aspettava la fine fuori, sul
piazzale, con la gola piena di lagrime.
Al diavolo come sarebbe morta!
Gli uomini erano suoi. Non aveva che da scegliere. Alla mutria della maritata
preferiva la mantenuta che aveva le sue ore libere, le sue amicizie, i suoi capricci
i suoi ritrovi d'estate e d'inverno.
Non si credeva ricaduta con la
sua fuga. La casa storica di via Chiaravalle l'aveva circondata di uomini che
erano pronti a dedicarle la loro fortuna. Si sentiva rinata. Non sarebbe
tornata indietro se l'uomo che aveva avuto il coraggio di sposarla fosse andato
in ginocchio con i poderi di tutta la sua fattoria. Non era nata per i silenzi
e per i benesseri regolari. Il suo passato doveva condurla a questa esistenza.
Figli di genitori di una crapula teppistica, con le mandibole degli alcoolici
di professione non poteva salire di più. La madre aveva vissuto di tutte le
immoralità. Era stata in prigione per dell'esibizionismo e dei furti fatti
sugli uomini che le si erano abbandonati. Aveva avuto eccessi di sbornie. Né
nella madre né nella figlia vi fu quello che in borghesia si chiama senso morale.
La differenza fra madre e figlia
non fu che questa: la prima coltivò i bassi strati della malavita, e la seconda
riuscì a coltivare quelli di un piano superiore popolato di persone meno
abbiette. Dal posto di mantenuta, Adalgisa, scese al mestiere delle preditrici
di avvenire, di leggitrice di futuro, la peggiore delle professioni. La
mancanza di pudore non le impedì di valersi del materiale di coloro che
l'avevano preceduta sulla via dei mentitori di mestiere. L'età l'ha obbligata a
nascondere le sgretolature del tempo. Queste inezie non le hanno impedito di
rivelare. Sapeva, attraverso le muraglie, far parlare o apparire i defunti. I
fantasmi sono stati la sua sorgente. Molta gente si lasciava mungere per queste
strane apparizioni. Le carte ch'essa aveva studiate per proprio conto le sono
giovate immensamente. La sua clientela ardeva quando le parlava delle lettere
che avrebbe trovato a casa o dell'amante che sarebbe rinsavito. È un pubblico
credulone, quello delle fattucchiere. Vive ancora. La sua casa è piena di
scuri. La gente vi entra e sente di essere in un ambiente di spiriti. Passando
nel salotto delle consultazioni si vedono libri di Eusapia. Fu Eusapia Memser,
Cagliostro e altri imbroglioni che misero assieme storie sopra storie senza
smagare il pubblico.
Non sapevo che fra costoro ci
fosse Lombroso e con uno studio importante. La malmaritata lo aveva in gran
pregio. Mi diceva che il suo libro era pieno di avvenimenti spiritici dei tempi
della Eusapia. Fra i quali era il duca degli Abruzzi. Me ne fece leggere le
pagine. Si diceva che mentre l'esperimento si faceva alla sua presenza il
tavolo s'era messo a segnare con le sue quattro gambe le battute della marcia
reale. Lombroso non voleva credere. Le gambe del tavolo smisero a protestare.
Scappai per non infettarmi di spiritismo.
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