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al Montetabor e la nota
sulla porcopoli
Erano i tempi della signorilità
meneghina. C'era sindaco Belinzaghi, un omino elegante in tuba, conosciuto come
la betonica, che si metteva in circolazione tra le cinque e le sei per
l'aperitivo dal Rainoldi, il salumiere di lusso del bottegone sul Corso
Vittorio Emanuele. Era la buvette del patriziato moribondo. Vi si
affollava sul marciapiede tutto ciò che c'era di signorile come in una vetrina.
La vendita dei fiori era privilegio della Teresina, una bella ragazza formosa
dai capelli neri bipartiti, con trecce meravigliosamente attorcigliate alla
nuca. Ella era venuta dalla campagna con un canestro di viole ed era cresciuta
tra i signori delle massime buvettes dei massimi restaurants e di
massimi teatri. È finita a Genova con molti biglietti da mille e con lo sfregio
alla guancia inflittole da un'ordinanza di un volontario mascalzone.
Dal Rainoldi si vedeva pure alla
stessa ora in mezzo alla consorteria il Leone Fortis, il noto autore delle
conversazioni che riversava nella Illuminazione Italiana del Treves.
Egli era il direttore del Pungolo, un quotidiano sempre in bolletta, sempre in
giro fra i signori con la tuba in mano. L'Hagy non è più la buvette
d'una volta. Vi si aperitizzavano i giornalisti conosciuti, i democratici, gli
ex eroi del periodo garibaldino. Il maggiore fra quest'ultimi era Achille
Bizzoni, il direttore del Gazzettino Rosa, sempre cercato, sempre in
prigione per delle giornate da scontare, sempre in lotta con le autorità
giudiziarie o di questura. Fu lì che la spia Besana ricevette da lui un potente
manrovescio. Bizzoni non era mai disoccupato. Quanto mancava per delle ore si
sapeva che egli era sul terreno con la sciabola in mano. Ha avuto 69 duelli.
Buono. Si credeva sempre al verde. Spendaccione, innamorato tutta la settimana.
Se parlava delle sue penurie il finanziere finiva per invitarvi a pranzo, con
delle bottiglie in fondo. Vi vedevi sovente Francesco Giarelli, un giornalista,
enciclopedico che non spettava la penna che per dormire. Scriveva anche a
pranzo. Magnifico cornista. Il suo aperitivo era il Vermouth. Questa è la Milano che sfioro e che
dobbiamo rifare. Per queste buvette è passato anche un'altra celebrità:
Angelo Sommaruga, finito editore delle Forche Caudine, di Pietro
Sbarbaro, il professore che in «regina o repubblica» ha scritto più porcaggini
di tutti i pornografi della esistenza letteraria. Lo profileremo fra poco. Egli
ha scritto di tutto: delle donne ch'egli ha presentato come sgualdrine; dei
tribuni ch'egli ha messo in circolazione come scrocconi e cortigiani; dei
deputati corrotti e venderecci che avevano fatto chiasso alla tribuna
parlamentare. Dei ministri ch'egli ha svillaneggiato con le invettive più
maiuscole del frasario dei libertini.
La borghesia vi si dimezzava
nelle ore pomeridiane. Gran parte spariva con i calessi. Si dava alla «staffa»
alle porte cittadine, al bicchiere o al calice di vino bianco al Sempione. I
più noti ritrovi al di là o al margine delle porte daziarie come quello al
Montetabor, proprio nell'angolo del dazio a destra di Porta Romana che voltava
per il bastione che costeggiava gli alti ippocastani che proteggevano le più
belle cavalcatrici della casa d'equitazione di porta Nuova.
L'entrata era in margine al
porticato che ospitava la famiglia del tenente delle guardie daziarie.
L'entrata del Montetabor era un ampio portone che metteva in una larga zona di
verde, ai fianchi della quale c'erano parecchi berceaux, dove cenava e
pranzava la scapigliatura del teatro e del libro e dell'industria che faceva
quattrini. Pranzi squisiti. Vivande della nostra milaneseria ghiotta d'intingoli;
del manzo brasato, dei risottini coi tartufi, delle fritturine miste, dei
minestroni che non mangiamo in questi giorni di proibizioni. Fra le figure che
arrivano sul tilburì per il vino bianco si vedeva il dottor Panseri, colui che
aveva aggiustato e raddrizzato, e rese possibili le membra di tutti i ragazzi
della strada. Con il dottor Panzeri si può dire che la Milano dei deformati e dei
rachitici era scomparsa. Per capire che tutto quel movimento non era un lusso,
abbiamo dovuto venire ai nostri tempi. Tempi di ladrerie, di mangerie, di
strozzinerie. Quello che bastava per tutta la tavola e per tutte le bevande con
il brumista come finale non basta ora per mancia al cameriere moderno. I cocchieri
dei tempi della staffa erano graziosi biroeu in gilet rosso, che
adescano la clientela con la gentilizza di una curva iniziale; tutto vi era
ambientato.
Il vino bianco era l'aperitivo
di quasi tutti gli avventori. Vi si vedevano i milanesoni, quelli che mangiano
un manzo che adesso non si mangia più né agli alberghi, né ai piccoli e grandi
restaurants. L'ultimo restaurant che ha chiuso bottega con tutte queste
leccornie ambrosiane e con tutto questo mondo che viveva di tradizioni
culinarie con il tacchino arrosto, la trippa al sabato, i marroni arrosto nella
stagione invernale, i tortelli che facevano bere litri di vino grimello e tante
vivande squisite, di memorie perdute, fu la «Ferrata» di via Cusani, demolita
dalla speculazione. La «Ferrata» è scappata a Como ed è ora la «Barchetta», in
faccia al lago.
Tempi passati. Con essa è
sparito il personaggio che riceveva le famiglie, le comitive, la clientela con
il largo benvenuto all'entrata e offriva le vivande saporite che dovevano
dileguare in bocca, come il manzo che il cuoco preparava con gli intingoli
preziosi. Uno di questi personaggi che ha fatto storia e fortuna nei tempi
della bonomia sociale, fu certamente il signor Consonni, dell'«Orologio», ora
alla stazione centrale con la figlia. L'«Orologio» nelle sue mani valeva un
milione o due. Era una miniera. Noi giornalisti scapoli, eravamo della sua
bottega.
— Lasci fare — diceva
all'avventore che voleva mangiare bene — Non dubiti, vado io in cucina —.
Riceveva tutti col sorriso del
padrone di casa uscito dalla bontà dei «Promessi Sposi» che additava i posti,
che suggeriva le vivande, che faceva portare dai vaselli litri di ottimo
grignolino e di barbera, che faceva giustizia contro tutte le sgarberie o le
tardanze o i piatti che non piacevano. Per degli anni l'«Orologio» è stato il
restaurant di tutti i banchetti: dei medici, dei giornalisti, dei parlamentari,
degli industriali. Persino il «Manzoni», della Corazza De Benedetti, vi ha
brindato come banchettante alla sua speculazione che lo ha mandato in prigione.
Il Montetabor era troppo lontano
per penetrare nell'atmosfera di mezzo milione di persone. Vi capitava chi
capitava. Erano più avventizi che «habituès». Vi torreggiava la famiglia come
alla «Carità», nella sua viuzza omonima, in margine al corso Lodi. La Milano del dopo guerra non
ha confronti. Vi si mangia la carne; dappertutto si spendono gli occhi della
testa senza i godimenti di una volta. Quello che si spendeva in quei giorni per
tutto un pranzo coi vini squisiti e frutta fragrante e caffè profumato, non
basta oggi per i sigari o per le sigarette. Neanche i miliardari possono
mangiar bene in questa città di cenciaiuoli. Non c'è più niente di culinaria
dei nostri avi.
Il «Montetabor» non esiste più.
Era un largo portone spalancato che lasciava passare nella vasta zona verde le
arie di una campagna in fiore. Vi manteneva le sue facce storiche che non variavano
a colazione, che si mutavano a pranzo, che rimanevano quelle del giuoco delle
bocce fino allo spegnimento del gas; che rimanevano fissi ai «berceaux» come
posti di predilizione. Tutto è finito. Il «Montetabor» è rimasto apolitico
anche quando era frequentato dal maggiore Chiesa, come la sua gamba di gomma. A
fianco dell'entrata a destra era, come ho detto, l'abitazione del tenente delle
guardie daziarie che vi finiva la chilificazione seduto tutte le sere con il
virginia in bocca. In faccia all'altro casino egli vedeva come si svolgeva la
vita daziaria fra le guardie e l'impiegato di notturna. Tutto è perito nelle
mani dei capimastri che hanno rovesciato tutto il comfort e le bellezze della
tradizione milanese. Di un ambiente così splendido hanno fatto fuori una
stazione di morti! Non vi sentite più che odore di cadaveri. Non udite più che
marcia funebre!
Accidenti agli amministratori
capimastri!
Così chiudo il volume con due
note sulla porcopoli. Purtroppo, non è ancora finita. In questa città di molti
ipocriti e di molti depravati, la pretura ha ieri l'altro documentato la
lussuria delle nuove femmine e dei nuovi maschi. I locali annessi al teatro
Carcano, adibiti a Tabarin e ad albergo, si cancaneggiava in tutto il mondo,
nudi e vestiti. Non c'era più scrupolo. Senza scrupolo non aveva più ritegni.
Cinedi, etére, giovani e giovane, si abbandonavano a tutti i quadri plastici.
Le età erano saltate via. Danzavano in tutte le fogge. Voluttuosi tanto, jazz
eccitanti e rimescolanti.
Sulla terrazza venivano servite
cene ai piccoli tavoli a due e a quattro, illuminati dalle lampade sormontate
dagli abat-jours variopinti, attraverso cui filtrava la luce ammorbidendosi in
tenui penombre.
Un giornale ha descritto queste
danze con queste parole:
«Nel quartiere di porta Romana
correvano vaghe leggende di strane danze in abiti quali indossavano Adamo ed
Eva nel paradiso terrestre ed altre sollazzevoli storie che avrebbero fatto arrossire
messer Boccaccio».
I licenziosi convegni
demoralizzavano il teatro e la società proprietaria ha querelato per lenocinio
l'affittuario.
Bisogna notare che alcuni
salottini particolari erano stati trasformati in camere, dove si afferma
finissero le danze e i pranzetti succolenti innaffiati dal tradizionale
champagne. Tutto è finito in una condanna a sei mesi per lenocinio al
conduttore dell'albergo, Martino Giazzi.
Il documento è tutta una
rivelazione: Milano è stata trascinata nella pozzanghera di tutti i vizi!
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