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| Paolo Valera Milano sconosciuta IntraText CT - Lettura del testo |
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La storia di una mondanain mezzo ai naufragi sessuali
Mi occupo dei primi passi della Giannona, perché nella sua esistenza sono i precedenti di molte ragazze che giungono in mezzo agli uomini con la bellezza in fiore, senza un mestiere che le protegga e senza un po' d'istruzione che susciti in loro il disgusto per la vitaccia di passare da un letto all'altro senza che alcuno entri nel loro cuore. La Giannona, il prototipo delle sue compagne, è venuta al mondo come sua sorella, in un tugurio. E come sua sorella è cresciuta come è cresciuta. Fra le sculacciate, mangiando la minestra condita di lardo quando c'era, sbocconcellando il pane stantìo che portava a casa la mamma, andando per i cortili e per gli angiporti a piedi nudi, qualche volta con le zoccole, di rado con gli stivaletti, indossando vesti sovente pezzate o lacere e sudice. È figlia di straccioni: ecco l'accusa, ecco il suo albero genealogico. Belloccia, prima di svilupparsi ha iniziato la carriera come piscinina di stiratora. Andava per le stanze degli scapoli con la cesta della biancheria e ritornava alla scuola più maliziosa. Molte intisichiscono nelle fatiche e nella penuria. La Giannona più pativa e più il suo corpo assumeva forme opulenti. I maschi non la lasciavano passare senza pizzicottarla e buttarle nelle orecchie parole scollacciate. Finito il tempo di portare i ferri della stiratrice dai fornelli ai tavoli è divenuta essa stessa tavoliera come a sua sorella, nata un anno o due dopo. A venti anni era un boccone reale con le carni affinate dalla vita galante. Cercata, piaciuta, corteggiata, contesa, i ferri non si movevano più che di rado per la biancheria e a poco a poco vennero dimenticati. Una volta uncinata dagli amori a pagamento o dalla vita della mantenuta a periodi non ebbe più la forza né di resistere né di fermarsi. I tempi della Giannona e di sua sorella erano propizi alle cadute. Eravamo in un periodo di disfacimenti coniugali, di vizi supremi, di corruzioni inaudite, di vigliaccherie atroci e di turpitudini senza nome. Cito a caso e senza ordine di data. Crispi aveva ripudiato pubblicamente Rosalia Montmasson, l'ex striratrice che tutti credevano sua moglie, per sposare una Lina Barbagallo, la cui fedeltà è nel biglietto che Felice Cavallotti le ha restituito col consenso dei colleghi della commissione parlamentare. Ella aveva scritto al suo ganzo: «Vieni. Vieni. Spaccami pure il... ma fammi godere». Giuseppe Luciani aveva dormito con l'Emilia di Raffaele Sonzogno, moglie del direttore della Capitale, ch'egli doveva rappresentare poche ore dopo sul terreno di un duello. Emma Ivon, dall'alto demimonde, giuocava al Silvestri, divenuto poi rappresentante della Nazione, la turpe commedia della sostituzione d'infante per andare alla ricchezza sfondolata e condannata, dopo molte scene drammatiche, durante le quali si è constatata la sua arte criminosa di simulatrice, a tre anni di prigione. È morta senza scontare la sentenza e ha dormito in cella con i mobili della Cora Pearl. Il capitano dei bersaglieri, figlio di un celebre ministro di grazia e giustizia, Mancini, è rincasato una sera che aveva cenato con alcuni amici en garçon. Ha messo le mani a tentoni nel letto e lo ha trovato vuoto. Senza le confidenze della cameriera egli non avrebbe avuto sospetti. La cameriera bruna, ricciuta, con un visino capriccioso, con un corpo tutto coperto di carne fresca e soda era innamorata del padrone. Dopo qualche ora di origliere gli narrava concitata gli adulteri della sua donna legale, divenuta in seguito la contessa Lara con un volume di versi. Si è alzato, è andato al domicilio dell'amante di lei e con la voce e coi pugni e coi calci si è fatto aprire. Il giovine ventenne era in mutande con la rivoltella in mano. E mentre l'adultera si gettava fra l'uno e l'altro in camicia, l'amante disse: — Sono in ogni momento ai vostri ordini. Ma badate che se fate un altro passo vi uccido. — Baldracca! — disse il capitano, ringuainando la sciabola. — Vi aspetto in istrada —. Mi dilungo un po' perché fu tutta una scena tragica. Pochi momenti dopo la futura poetessa discendeva vestita di saglia nera, con la testa ravvolta in un fitto velo di blonda spagnuola ed entrava nella vettura aiutata dal marito. Prima di sorprenderla in casa degli altri egli aveva mandato a chiamare in fretta e in furia alcuni ufficiali, i quali lo aspettavano nel salotto, senza sapere di che cosa si trattasse in una ora così mattutina. — Signori, — disse entrando e presentando loro la moglie come una donna del mercato della prostituzione, — scusate se vi ho fatto alzare così presto. Voi mi dovete rappresentare in una questione d'onore. Costei, — aggiunse urtandola — ha dato la preferenza a un giovine borghese, il quale pagherà per tutti e due. Non è più mia; chi la vuole, se la prenda. Non fate complimenti. E subito dopo la mise alla porta con una boccata di aggettivi che scottavano la faccia. Il mio notaio vi restituirà la vostra dote — le disse chiudendo l'uscio come uno schiaffo. Ventiquattro ore dopo il duello aveva luogo alle porte di Milano. L'arma, la pistola. Le condizioni gravi: trenta passi di distanza, con facoltà ai duellanti di avanzare cinque passi ogni colpo. Dato il segnale ciascuno poteva tirare a piacere, fin che l'uno dei due fosse in terra morto. Alla prima scarica l'amante della bionda signora, che aveva cercato le ebbrezze nella circostanza, rotolava al suolo con un proiettile nel polmone destro. Il feritore se n'è andato senza voltarsi indietro. La Giannona può dirvelo: dopo un finale così tragico e dopo che la cameriera è andata sulla tomba del giovine morto tre giorni dopo a vuotare le fiale del veleno per pulirsi delle confidenze che ella aveva fatte a un uomo che aveva gli impeti più per la vittima del duello che per la vittima del matrimonio. C'è stato un momento di vera commozione. Le signore piangevano. Si diceva che la infedeltà era un male comune che nessuno che andava al matrimonio doveva ignorare. Un'altra mondana che ha fatto chiasso in quei giorni è stata Teresina, la fioraia. Aveva tutte le grazie della contessa di nascita; capelli neri bipartiti e piatti con leggeri rialzi verso l'eminenza cranica, carne bruna, pelle finissima, pupille nere di una lucentezza voluttuosa nella tinta azzurrognola, denti di un candore spento e labbra colorite e sensuali. Non era di tutti. Ella voleva il diritto di scelta. Un volontario di un anno, piccato dai suoi continui rifiuti, le ha fatto sconciare il viso da un soldato che gli serviva d'ordinanza, con una rasoiata. Il malvivente se l'è cavata con una condannuccia qualunque e ha trovato subito una bella moglie con una dote vistosa e dalla quale ha finito col separarsi. Narro l'ultimo caso. Si discende, ma siamo sempre in Milano. Il protagonista era una figura casermaiola. Sergente; si chiamava Antonio Renditis. Molti sergenti di carriera erano forse sulle spalle delle femmine. Guadagnavano troppo poco per esigere la loro dignità personale. Il Renditis faceva bella figura coi proventi della prostituzione. La meretrice, Luigia Bruni, di una casa tollerata di via San Zeno, un po' per abitudine un po' per bisogno di avere qualcuno, gli dava tutto ciò che poteva fare nella giornata. Ma è venuto il momento in cui ha incominciato ad esser stufa di un individuo che le era infedele e le mangiava tutti i suoi incassi del lavoro cosciatico. Il giorno ch'ella ha tentato di disfarsene per sopprimergli la biada ch'essa voleva dare ad un altro. Il Renditis non ha saputo ritornare al rancio in caserma. E allora è avvenuto quello che doveva avvenire. Ha fatto il geloso. Ha strepitato ha minacciato e poi in un giorno di bolletta verde l'ha ammazzata sullo sdraio degli amori venderecci come una cagna, come una scrofa! Muori, carne di tutti! Alle assise si è composto un romanzetto. Lo ha difeso l'avvocato Avellone, una celebrità siciliana di quei giorni, venuto fra noi con l'eloquenza rumorosa e calda e il genio dei grandi attori, due cose che sono passate per dell'arte del grande avvocato. Lo ha salvato dalla galera e il Renditis ha avuto una uscita trionfale. Prostitute, mantenuti, adultere, donne del trivio e del quadrivio, razzapaglia dei sotterranei sociali gli hanno dato tutto il loro entusiasmo. Il mantenuto della donna di postribolo è stato veduto in giro, in carrozza, con l'avvocato. Come se le palle piantate nella testa della poveraccia che si era fatta frustare la pelle per farlo star bene fosse stato un atto eroico. Rieccomi vicino alla Giannona. Un giorno, come tutte le sue pari, ha avuto il prurito di calcare le scene. Allora era già un pezzo di statuaria. Ampie spalle, collo taurino, seno colmo, fianchi possenti, testa che riassumeva la sua leggiadria e le sue arditezze, bocca passionale che adescava vecchi e giovani. Abituata al cotone e al percallo, negli abiti vistosi e costosi ella si sentiva impacciata. La si vedeva andar via rigida, con la testa alta, con la gola robusta, con le braccia penzoloni, con il passo militaresco. Con la bella bocca di Taide, la carne afrodisiaca, la Giannona era ricercata e rincariva. La notorietà le aveva dato il posto di donna di lusso. I fotografi avevano incominciato a piantarla ritta sulle bacheche come una provocatrice di foia e i mezzanini sontuosi dei ricchi ritrovi serali, dove si mangiavano le ostriche innaffiate di chablis e si impazziva col champagne, la ostinavano sovente. Bella, coi capelli di un biondo che arrieggiava il rosso, con il viso pienotto, con le narici che palpitavano leggermente quando parlava, con la bianchezza dei denti fra le labbra dal colore della ciliegia spelata. Aveva la disgrazia della mutabilità. Si stancava di chi aveva e di chi non aveva. Seguiva gli impulsi del suo cervello di gallina. Buttava in mare chi le procurava tutto il comfort e raccoglieva dirò così il capriccio, l'uomo che aveva bisogno della sua bontà per andare con lei a pranzo. Ora era l'amante di un'artista che faceva la fame, ora di un negoziante di seta e cascami, ora di un giornalista che faceva chiasso e poteva scialarla, ora di qualcuno che maneggiava i biglietti da mille come un banchiere, ora di chi si rovinava per lei come un Muffat qualunque e ora di un bollettista che non aveva neppure l'orgoglio da portare al Monte. L'incostanza è forse stata la ragione dei suoi su e giù e delle sue frequenti cadute, cadute che con gli anni sono diventate sempre più gravi, come l'ultima, per esempio. L'ultima che l'ha trascinata nella gozzoviglia delle aberrazioni dei degenerati, delle messe nere consumate col prete Volpi, nelle stanze ovattate di porta Venezia. Qui si è perduta. Invece degli amplessi vigorosi vendeva l'erotismo puro e semplice. Quel po' di erre che dava alla sua pronuncia uno charme che non si può descrivere era diminuito con la diminuzione della sua bellezza o della sua freschezza. Il punto ascensionale della sua esistenza è quando è apparsa sul palcoscenico del teatro milanese come un tronco di carne rorida di godimenti per i quadri plastici. I ghiottoni di donne furono suoi. È stato un avvenimento sensuale. Pareva che si rinnovasse l'episodio di Nanà del Varietà. C'era frenesia. Le teste si curvavano, si piegavano, cercavano di cacciare gli sguardi nelle sinuosità di tutta quella bionda esibizione di carne florida di salute e di giovinezza. Il battimano interrotto dalle grida gioiose ricominciava come se tutti gli uomini fossero ubriachi della libidine nella maglia color solferino acceso. Non c'era in lei la teatralità indispensabile alla calcascene e alla posatrice di quadri plastici. Era goffa, senza grazie con atteggiamenti risevoli. I suoi movimenti avrebbero provocato delle smorfie se l'applauso non lo avesse impedito. Non sapeva dove mettere le mani, da che parte girare la testa, se stare o cascare sui fianchi. Ma nessuno cercava in lei l'artista. Tutti badavano al suo seno turgido, alle sodezze delle sue coscie, alle sue braccia da che facevano sentire il bisogno di essere cinti e premuti e ai fianchi che nelle curve s'arrotondavano e si mettevano nella luce come pezzi anatomici che davano la vertigine. Ella è discesa dal palcoscenico all'indomani come un valore. Le sue azioni in Borsa erano contese dai compratori, come quelle delle cavalle che abbandonano il Turf con la vittoria del primo premio. Non so se sia vero, ma è corsa voce che la sua maglia sia salita al prezzo di un piccolo tenimento. Mi è stato detto che è andata all'asta come una cosa preziosa o artistica. L'aumento era di un biglietto da mille per volta. Non so a chi sia toccata. Con un zinzino di giudizio avrebbe potuto andare alla ricchezza. È diventata la regina dei veglioni, ha viaggiato, è passata per la cronaca mondana, ha goduto il piacere di sdraiarsi nel letto reale ed ha educato il palato al gusto dell'ala di pernice. Ma anche in quel periodo fortunato ella ha dovuto sostare, come nei giorni di penuria momentanee, nelle alcove delle zie, delle ruffiane, delle case clandestine, dove gli uomini e le donne si trovano nella stessa camera per la prima volta. Ha così provato tutto. La soffitta e l'alcova dei grandi appartamenti, la camicia di batista e quella grossolana di cotone, le zoccole e le scarpettine scollate, l'elegante volgare, il tiro a due con la villa e la vettura di tutti con il pranzo a due lire, la veste che esce da Ventura e quella che rifiuta il Monte, il lettaccio che dà la prurigine spasmodica e il letto signorile con la coltre di seta o di filugello greggio, guarnita di pizzi e tempestata di gemme. Adesso è anch'essa una «zia». Ha un villino, dove convengono per i bagordi i signori e le signore. Tutto sommato è una debole, aspettata sulla sdraio della sua sorella maggiore. Morirà anch'essa in un ospedale come Nanà, se il ruffianesimo s'intende non la salverà dal disastro a cui è condannata la sua classe. |
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