I.
A BORDO.
Dimentichiamo il grosso sobborgo
di Porta Ticinese, popolato dalla canaglia che smagrisce lavorando; chiudiamo
gli occhi sulle appariscenti miserie svolazzanti dai poveri davanzali e
ristiamo sul colonnino miliare dove pur sosta el Barchett di pover,
decrepita, unica galea, che nè venti, nè tempeste, nè furie, nè progresso hanno potuto sommergere.
Quante memorie ci ripullulano
nella mente alla vista di quel sicuro, sdruscito navilio di Boffalora! Quante
rimembranze di compagni di viaggio non riveduti più mai; quante novellette
ascoltate nel silenzio lungo le serate d'inverno, e quante lagrime sgorgate
alla narrazione di pietose storie, ignorate dalla geldra borghese, che crede
sanare le sventure dei pitocchi, dando pubblicamente due lire....
E tu, vecchio timoniere dalla
faccia sparuta, dalle braccia secche, che, dopo due ore di cammino, venivi in
volta, colla basletta, illuminati da un moccolo di sego a riscuotere i
trenta centesimi; e tu, cicchettaio ambulante che, celiando, ci
inaffiavi l'arsa gola di grappa; e tu, sbilenco cantastorie, che
intonavi la dolce canzone più in voga, mentre placido scorreva il navilio; e
voi mammose forosette dai fianchi poderosi che ammiccavate dell'occhio,
malgrado quel non so che di pizzicore che colava dalle vostre vesti; e voi
tutti girovaghi, servi della gleba, rifiuti delle ferrovie, dove siete, perchè
non vi veggiamo, faccie amiche?
Ohimè! più
non rimane di voi che questa sciancata carcassa, testimone delle nostre corse,
ricordo delle nostre risate, cenacolo delle nostre miserie.
— A vooooooooo! è il lungo prolungato segnale del vecchio navichiere, che
annuncia la partenza.
L'eco di quella voce che andava
perdendosi nello spazio, udita nel silenzio, ti suscita una dolce mestizia. Ti pare di essere lì lì per abbandonare una terra che abbomini e
adori ad un tempo; un luogo di ricordanze dolorose e care; un paesello che ti
ha veduto piangere e gioire; una capannuccia ove ogni pietra è una pagina della
tua vita.
Il navilio incominciava a urtare alla sponda, quando una banda di disperati nel vero
senso della parola, al trotto, con fuori tanto di lingua, braccia alzate,
avvertiva che la si aspettasse.
— Malandrini, vocia il leader del drappello, in riga!
— Battelliere, siamo in
trentuno, quanto vuoi a caricarci?
— Dove
scendete?
— A Castelletto.
Li squadrò
dalla testa ai piedi, poi coll'indice sulle labbra disse:
— Non ho posto per tutti.
— Non badare al posto. Ci
sdraieremo sul tetto, sederemo sulle punte, sui margini, lungo il remo se vuoi.
Quanto dunque?
— Trenta centesimi a testa.
— Totale?
— Nove e trenta, risponde uno
della comitiva.
— Malandrini, vuotate le saccoccie.
Dieci, venti, ottanta, cento. Uno, due, tre,
quattro... ahi, ahi. Non abbiamo che cinque lire; bastano?
— Hum! non
ne avete altre?
— Frugaci sotto le ascelle, tra
le dita dei piedi, in bocca; battici il ventre come farebbe un agente di
questura, quando vuol accertarsi che non abbiamo ingoiato nulla di prezioso.
Ciò che rinvieni è tuo.
— Malandrini, al posto!
In un baleno la brigata prese
d'assalto la barca. Il carico era completo.
— A vooooooooo!
Trentuna bocche innalzarono quel
grido, come una scarica di pelottone che esplodeva e saliva morente al cielo.
Il navilio era in moto.
Sulla vaporiera di Watt, tutto
passa come un sogno: vedi e case ineguali e pali altissimi e quercie annose e
campi e colline e vigneti e giardini pensili e uomini e buoi e vacche e pineti
che ballano o si inseguono accidiosi o si precipitano
divorando la via.
Sul Barchett di pover,
tutto invece è calmo, solenne; la natura ti si presenta come in uno specchio: e
ammiri l'azzurro del firmamento e il verde dei piani e la nuvolaglia che
s'accalca quasi cencio sopra cencio e gusti la
frescura e il canto degli augelli e il fremito carezzato delle foglie e
sorseggi a larghi polmoni quel complesso ossigenato che è la vita.
In quella è il ministro,
l'affarista, l'epulone, la dama, la biche che
volano in cerca di nuove speculazioni, di nuovi piaceri, di nuove emozioni, di
nuovi amplessi.
In, questa è il mendico, è il masciader
(venditore ambulante di scapulari, agnus dei, aghi
e bottoni di camicia), è il lôcch, è la servente, è il senzascarpe, è il
senzacalzoni, è il paesano; gente tutta istupidita dalle sofferenze che non
aspira più a nulla, perchè ovunque per essa non è che una cosa di sicuro: la
fame.
Addio, città della busecca,
dove molti muoiono per mancanza d'alimento e molti d'indigestione, nota a chi è
cresciuto nel tuo grembo e ti ha cercato invano un boccone di pane; case
misteriose dove la prostituzione clandestina s'alterna colla pubblica, addio!
Addio carceri criminali, addio S. Vittore, addio S. Antonio, tetri luoghi ove sedendo
sul pavimento o sul pagliericcio, con un pensiero occulto, s'imparò a
distinguere dal rumore dei passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un
misterioso timore, quello del secondino. Addio dô
Cassineit, carbona (pagliaio o anche casa) dove tante volte venimmo
brutalmente svegliati e brutalmente ammanettati da un biss (questurino)
sciagurato; addio Roncoroni dalla faccia argillosa, addio liberalonzolone
Turri2 addio Cugnoni, addio Dondina, addio ôm de brasciada, addio
Pungolista1, addio tutti grossi e piccoli poliziotti, che ci
addoloravate colle strenciose (funicella ad uso manette) e colla noiosa
(sorvèglianza), addio! E a voi pure, aule dove Temi vende a così caro prezzo la ingiustizia, addio!
Tali e non diversi dovevano
essere i pensieri di quel drappello, mentre la barca si andava allontanando
dalla città delle vergogne sociali.
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