II.
Chi dei lettori ha avuta la sventura di leggere quel semenzaio di menzogne che
è la storia sacra, sa, presso a poco, come è tagliato el Barchett di pover,
scimiottaggine di quello che salvò il più grande degli ubbriaconi: Noè.
È un grosso barcone tutto a
fessure che si aguzza alle estremità convergendosi e fa pancia smisurata nel mezzo,
ove sorge una casettina sucida dalle continue carezze dei passeggieri, foggiata come quei bijou svizzeri, bucata alle pareti
e agli usci, per lasciarne uscire il fetore condensato dalle trasudazioni di
quaranta viaggiatori, ivi pigiati come acciughe su quattro panche gibbose.
Ai 31 di maggio 1879, el
Barchett de Bufalora, sembrava tramutato in una di quelle galere che solcano i mari, cariche di galeotti.
Dentro contadini e contadine di
Corsico, Gaggiano, Castelletto, Abbiategrasso, Robecco, Magenta e Boffalora,
muti, terrificati; fuori all'ingiro, al disopra, una ciurma indisciplinata,
sghignazzante, che metteva sossopra, rumoreggiava, cantarellava, ciaramellava,
sacramentava.
I santi e le madonne, dio e
l'angelo custode, erano fatti segno ai più sconci epigrammi.
Satana doveva esultare dalla sua
fornace.
Quanta gioventù distrutta, quante braccia rese inutili dall'insipienza dei legislatori!
quanti giovani fatti malfattori... da chi? Dal caso? dalla società? dai costumi? dalla tendenza al malfare o dalla imperiosità delle
circostanze? Tutte queste domande ci s'affollavano come tanti problemi. Erano
eglino esseri spregevoli o meritavano la nostra compassione?
Il maggiore di quegli sbracati
aveva venticinque anni, il minore tredici.
Chi erano,
dove, andavano, cosa facevano?
— Malandrini,
grida dall'alto del tetto il capo: buttee in mar i calcôs (scarpe).
Ciaf, ciaf, ciaf, ciaf, ciaf; in
due minuti le ciabatte erano sparite nelle profondità esplorate del naviglio:
— Ovéj, vardée la gerbosa! vardée el marinar!
Erano un'oca e un'anitra che se la sguazzavano, tuffandosi e rituffandosi alla
superficie.
— Voi, cèrchegh al vasco che ve fiancheggia (colui che si distingue dall'abito di un
miserabile) una cicca.
— Ej, el ga minga un mocc?
— Volentieri.
Chi ce lo
chiedeva era un bellissimo giovane, dagli occhi neri, dai baffetti nascenti e
biondi, largo di spalle, in carne, piantato su garretti saldissimi.
— È anche lei della comitiva?
— Perbacco! Pare loro
impossibile di vedermi in questi panni, nevvero?
— No, ma...
—Via, via, ormai ho buttato
l'ultimo rimasuglio di vergogna. Si sa bene che sono cose che capitano ai vivi.
Oggi si pranza coi piedi sottotavola e si fuma e si
prende magari il thè; e due mesi dopo, non si è più ricevuti neppure dal
bois. È l'altalena continua, eterna di chi non ha nulla di solido al
sole. Ehn?
E
sorrise.
Ho fatto tre anni il giovine di caffè, nel negozio sull'angolo di via Pioppette,
ho cambiato i miei abiti con questi laceri prima di riuscire a trovarmi un
altro padrone e sono passato dalla locanda del Berini alla cascina di dô
Cassinett. Come vedono la mia storia è semplice,
breve. Ora sono un lôcch, come tutti gli altri.
— E
siete avviati?
— A fà
el monda ris in Piemont.
— Tutti?
— Tutti, compreso il capo che
non è meno spiantato degli altri e al quale abbiamo concesso di farci da guida,
perchè è la seconda volta ch'el va in
risera. Vera Nosett?
— Alter che vera! Sont el
barlettée (colui che porta l'acqua) de la
risera, mi!
Strano! I malviventi che vanno
in cerca del lavoro più faticoso che mai fornisca la campagna! per cosa? Per una così miserabile mercede? Ma dunque non è vero che non abbiano punto voglia di
lavorare, che rubino per vezzo, per fannullaggine, come pretenderebbero far
credere certi dottoroni che parlano di tutto, specie di quello che non sanno?
Ma dunque è una menzogna che gli
spiantati siano vagabondi per elezione e che
preferiscano il pane rubato a quello guadagnato colla fatica delle braccia?
Ci perdevamo in congetture.
— Dica, signor No...
— Nosetti, è il mio cognome.
— È sicuro di trovar lavoro per
tutti?
— Nella Lomellina? Ce ne fossero! Tanto non è già un mestiere che accomodi a molti.... Sul mercato arrivano ogni giorno dei reggimenti di
uomini e di donne e di fanciulli e di ragazze, come se la tromba del giudizio universale
li chiamasse in quei luoghi. Con loro arrivano pure i sensali incaricati dai
fittabili e dai proprietari, di negoziarli e di condurli sul sito. Appena
accordati sulla giornata, salgono sulle carra, e via cantando allegramente come
se andassero a una sagra.
— Siamo un
poco curiosi. E si guadagna?
— I ragazzi che non abbiano più
di tredici o quattordici anni, una lira e centesimi 10; gli uomini, una e trenta e le donne centesimi 70.
— Poco.
— Pochissimo, dico io. Si figuri
che si incomincia ai primi albori, e si smette a notte
fatta. Loro non possono immaginarsi quanto sia
faticoso quel terricurvo continuo, senza posa, là sprofondati nelle acque
sporche fino al ginocchio, talvolta più in su, saettati da un sole che brucia,
punti dal ghiaa (pungolo) del villano incaricato di non lasciar tregua
ai lavoratori.
— È orribile! Dica: i fittabili
hanno poi da alloggiarli tutti?
—
Ammonticchiati sulla cascina, sull'aia, nelle stalle. E un pèle-méle
di sessi, di età, di carne.
— Sa anche il francese?
— L'ho imparato al Criminale,
mercè le lezioni di un professore di lingua, condannato per falso documento, a
tre anni di quella beatitudine. Del resto so appena leggerlo.
— Fumate, caro Nosetti?
— Chi di noi non fuma? Grazie.
— Ma in quella confusione.... Scusi, avvengono forse... dei congiungimenti?
— Altro che congiungimenti! Chi
resiste, quantunque stanco, alla prepotenza degli stimoli, quando sente il
caldo dei polpacci della rubiconda fanciulla dei
campi? Chi sa rinunciare a quelle voluttà inaspettate, più care, più appetitose
che non quelle che gustano loro signori nei boudoirs colle cocottes,
come diceva sempre il mio povero amico professore? Ciascuno rappresenta la
calamita che attrae. L'uno si trova nelle braccia dell'altra senza saperlo,
senza conoscersi. Domattina le tenebre spariscono portando seco
il mistero degli amplessi della notte.
— Dunque,
secondo voi?
— In risaia si svolgono le scene
più scandalose, più stomachevoli. Il vecchio che si fa delittuosamente
palpeggiare dalla ragazzina alla sua volta manustuprata o contaminata; la
giovanotta — la quale non ricevette mai che spintoni dal promesso — che
si lascia in un subito sverginare; il giovine che
s'insozza colla vecchia sdentata e grinzosa; el lôcch che sfonda nuove
porte senza badare a età, a sesso.... È il bacio dell'ignominia coll'ignominia;
è l'amplesso vergognoso, infame che si consuma nella nebbia della notte. È il
contatto carnale che discende all'ultima degradazione, imbragacciandosi e
godendo.
— Ma
voi ci fate inorridire. Ma dunque è vero quello che ci
rivelava un dottore del maggiore nosocomio, che la gioventù dai 20 ai 22 anni,
è eccessivamente libidinosa, perchè uscita da concepimenti francesi, constatato
da moltissime configurazioni? Ma dunque non è un sogno
che la gioventù delle campagne ha crani somigliantissimi a quelli dei
delinquenti?
Oh dio, chi ci spiega questa
confusione, questo caos, che mette in dubbio tutto, perfino la santità della
nostra povera mamma, che dorme laggiù nel campo santo, sicura
cha i figli non la malediranno?
Chi ci assicura di non essere un
impasto di croato, di francese, di galeotto, se tutto è caduco dinanzi alla irresistibilità della natura, unica fonte di tenerezze;
se l'onore, il vantato onore dei moralisti, è posto in gioco da mille diverse
passioni?
Oh dio, chi ci spiega mai questo
mistero, chi ci strappa da questo dubbio, chi ci ridà la pace di quei giorni in
cui tessevamo i romanzi colle figlie fuggenti i baci,
per contemplarci estasiati, quando sonnecchiavamo sotto le ombrìe marginate di
ruscelletti chiaccheroni?
Gli presentammo un Virginia.
— Grazie!
— Quanti giorni lavorerete nelle
risaie?
— Dovrebbero essere quaranta.
Tutto dipende dalla questura.
— Ma
che c'entra la questura?
— C'entra benissimo. Vedono quei
cinque, là seduti a prua? Un mese fa vennero arrestati,
appena scesi dal Barchett dai giand (carabinieri), perchè privi
della carta di sicurezza per l'interno, e perchè mancanti di mezzi di
sussistenza. Non avevano fatto nulla; andavano a cercar lavoro. Ma la sorveglianza, questa piovra educata, che non abbandona la
vittima che dissanguata, li inseguiva, anche fuori di Milano. Voj,
Cirla, ven chi. È vero o no che vi hanno arrestati tutti e cinque,
mentre andavate nelle risaie della Lomellina?
— Cristo, se l'è vera! E che buiosa (prigione) che gh'è in la citaa di stecch
(stuzzicadenti). Brrrr! Me ven su an mò la pell de cappon.
— Ma la
sboba (minestra) l'era bona, voj! risponde
uno degli arrestati.
— Anche
la buffettosa (rotella di pane dei carcerati) l'era eccellente,
soggiunge un altro.
— Accidenti se l'era bona!
— Dovevate, prima di andarvene,
avvertire il delegato della vostra sezione.
— L'abbiamo fatto con tutte le
regole volute dal regolamento della sicurezza pubblica e gli abbiamo
detto, giusta l'articolo 71, dove andavamo a lavorare.
— Giunti a Milano, non avete
protestato?
— A chi di grazia? Ai giudici,
ai delegati, ai questurini?
— Si starebbe freschi! rispose Nosetti. Prima di tutto, volere o volare, siamo
considerati come fuori della legge, ogniqualvolta si tratta di farci giustizia.
Poi abbiamo sempre torto marcio. Ci imprigionano, ci
percuotono, ci svillaneggiano, ci fanno crudelmente patire la fame. Il miglior
partito è tacere.
Cosa ho guadagnato quando
dinanzi al presidente, come si chiamava?.... Poco
importa il nome; quando dinanzi al presidente commisi la pazzia di dire che i mardochei
mi avevano sputacchiato in faccia e battuto a sangue? L'uomo della legge, con
una freddezza da stordire, mi rispose: Tacete temerario; voi dite una menzogna!
Io allora
rosso dalla collera per l'impudenza di quel Minosse stupido e ignorante, gli
mostrai il petto, livido ancora dei pugni che mi avevano regalato. Ma egli, col solito cinismo, non si degnò neppure di
guardarmi in faccia. S'alzò dal seggio, arrancò il fascicolo delle imposture e
la calotta, poi, con voce magistrale, disse: «la Corte si ritira.» E non comparve che per condannarmi a sei mesi di carcere
puro e semplice.
Passarono alcuni minuti in
silenzio.
— Hai finito sì o no di
piagnucolare? ricominciò el Cirla. Ah, va bene! Ho finalmente la parola.
— Tre giorni dopo l'arresto,
venimmo tolti dalle carceri di corrispondenza d'Abbiategrasso, e, legati come
grassatori della peggior specie, ci si condusse tramezzo a quatter stravacca
olî (carabinieri) alla stazione.
Un mondo di gente s'era posto
sul nostro cammino. I morlacch (contadini) volevano vederci ad ogni
costo, quasi fossimo mostri o belve sfuggite da qualche serraglio. E noi a
gomiti, a pizzicotti, a fiancate a farci strada.
Ma i pivioni duri!
Alla stazione di porta Genova
eravamo attesi dal solito cocchiere.
Insaccati di nuovo negli
strozzatoi del carrozzone cellulare, i cavalli presero il trotto.
Pochi momenti dopo discendevamo
nel cortile di San Vittore.
— Non rammentarmi quella
prigione, sorse a dire come indignato un giovinetto magro, stecchito, brutto,
con una zazzera ispida sul bavero; lacero, sporco, con una faccia oblunga e
bronzata dalla canicola.
— O perchè mo? Forse che non è
come tutte le altre?
— Può darsi. Ma laddentro, sai,
si commettono cose così orribili, così nefande, che al solo pensarlo mi si gela
il sangue.
— Hai torto d'inveire contro
quel povero asilo, disse Nosetti. Non è forse così dappertutto?
— Sarà. Ma nelle carceri
pretorie, non ebbi a patire quello che ho subìto a San Vittore!
— Che diavolo vi hanno mai
fatto? gli domandammo.
Si fece rosso come una brace e
chinò la testa.
— Anzitutto, interuppe Nosetti,
è necessaria una descrizione del luogo e degli inquilini che lo abitano.
Il carcere di San Vittore è
sucido, tetro, doloroso.
Immaginino degli orribili
stanzoni, dalle pareti viscide, dal suolo ammattonato e disuguale. Poi si
figurino essere là, al contatto con tutti gli elementi, con tutta la spazzatura
del sottosuolo, dove il giovine diciottenne dà la mano al prigioniero quarantenne,
rotto a tutti i vizi; dove l'uno fa le proprie occorrenze, mentre l'altro
sbocconcella il pane o ingoia la cattiva (zuppa); dove ciascuno racconta
coi colori più ributtanti le proprie gesta; dove è una gara il dirle più ladre,
più sbracate.
Chi non è svergognato dal
malleolo al bulbo capillare; chi non si è diguazzato nel bitumoso mare delle
miserie carcerarie; chi serba ancora un sentimento onesto in fondo al cuore,
prova un disgusto indicibile. Ma non è che l'affare di ventiquattr'ore. All'indomani,
anche il neofito, prende un atteggiamento burlevole e si associa alle turpi
abitudini della canaglia.
— Non è di ciò ch'io voleva
parlare, ridisse stizzito il giovane.
— Vengo all'argomento. Collo
scendere della notte, sparisce l'ultimo alito di pudore, dato che vi sia. Alle
otto è un andare e venire di secondini, uno sbatacchiare di sicure
(usci), un chiavistellare assordante, un battere e ribattere i ferri delle
sfiandre (finestre), un picchiare e ripicchiare le muraglie, un rovistare i
pagliericci e via fino a che sono sicuri che non c'è stato alcun tentativo di
fuga.
È una triste e noiosa operazione
la visita notturna! Soffiato sulla lumm a oli, il tenebrore si addensa
mano mano che il silenzio diventa generale.
Mezz'ora dopo, quando tutto sembra
sprofondato nel sonno, incomincia l'infame gioco della coperta.
— Cioè
Nosetti s'asciugò la fronte con
un lembo della blouse, indi soggiunse:
— Come si fa a spiegarlo?
— To', disse il giovine,
celiando, che adesso fai della pudicizia!
— Sta a vedere che quando si
parla coi vaschi si andrà fin giù nel pattume.
— Non vuoi dirlo?
— Cedo volentieri la parola.
— Ecco come avviene l'esecrando
gioco della coperta. Supponiamo per un momento d'essere coinvolti nella densa
nube distesa sulla camerata che russa. Zitti! Qualcheduno si muove. Guardate,
sono cinque individui che s'alzano adagino dai fetenti canili colla precauzione
di chi sta per commettere un delitto. Le loro ombre proiettate, ingigantiscono
lungo le pareti e suscitano una paura indiavolata in chi le vede. Ecco che si
avvicinano al paziente in punta de pè, il quale è quasi sempre un sbarbaa,
chiamato in lingua gergale boccabracch. Silenzio e attenti. Delle mani a
tentoni spiegano una coperta. Attenti ancora. Il colpo è fatto. Quattro della
banda gli sono addosso coll'indumento, mentre il quinto lo stupra colla
selvaggia violenza del bruto in preda ai furori carnali.
Lo sdegno ci rigurgitava dalle
labbra.
— Continua l'operazione. Dopo il
primo, il secondo; dopo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto... fino
all'ultima definizione: la passada. L'abbominio; l'esplicazione di tutto
quanto v'ha di scellerato e di turpe.
Una pioggia di scappellotti e di
calci è in seguito la mancia che tocca al deflorato.
— È spaventevole quello che
dite.
— Lo credo anch'io, disse
Nosetti. Però...
— Cosa? chiese l'altro.
— Dobbiamo ammettere le
attenuanti. Io pure capisco l'insulto fatto alla natura, l'orrore che suscita
il fornicare in tal modo ma poi, signori miei, prima di essere giudice, sono
uomo. Quando il fluido scorre riscaldato per le vene, quando i sensi sono
surreccitati e incalzati da una furia che rapisce la ragione pel trionfo degli
stimoli....
Voi lo sapete, a vent'anni
l'onanismo, che è la masturbazione, non è più possibile se non in caso di forza
maggiore. Poichè esso istupidisce, incretinisce, inebetisce e via. Ora, se è
universalmente creduto che nell'uomo l'appetito carnale non è vizio, ma
imperioso bisogno, perchè ci scaglieremo contro coloro che hanno cercato il
soddisfacimento dove hanno potuto?
Non è forse vero che i legulei
hanno ammesso la necessità dei lupanari, per evitare che gli uomini violentino
le donne altrui nelle loro case? Ora, i carcerati forniti anch'essi del membro
virile, non devono godere gli stessi diritti? Chi sono per esigere da loro
un'astinenza di cui neppure il saggio è talvolta capace? Proibire, senza
sopprimere con un taglio reciso gli organi superiori alle leggi e ai voleri
umani, pare a me la più insensata delle cose.
Nosetti — forse senza saperlo —
aveva scovata una di quelle verità che guillotinano addirittura.
La barca aveva. urtato alla
sponda.
— Malandrini! vocia Nosetti, vardee
che ghè chi j'incugin (carabinieri). Se ve domanden in dove vemm,
rispondi: A lavorà in risera.
— E se ne domanden i cart?
interpellò uno della brigata.
— Sem minga baloss, nun, de
avegh i cart in gaioffa! risponde ridendo un altro.
— A bon cunt, replicò il
capo, vardée de minga tartì (infinito del verbo confessare), che semm
sta in presun.
— Te ne credet insci ciölla?
— Mi, per no savè nè leng, nè
scriv, voo a saran in carbona.
— Andemm via, citto, citto.
— Corsico!
— A vooooooooo!...
Il navilio, rimorchiato dai due
ronzinanti, riprendeva il lento camminare, increspando le acque opaline, entro
cui si specchiava maestoso l'astro notturno.
Quale splendida serata! L'anima
contristata da tante sconcezze, si riposava in quella calma solenne della
notte. Era come un assurgere nelle regioni dei sogni; contemplando quel cielo
iridato e incandescente ai margini, che andava sempre più popolandosi di
stelle, intanto che vedevamo i casolari del paesucolo rimpicciolirsi,
annebbiarsi, perdersi nell'ombra, assieme ai tre angoli di cà-traversa (carabinieri).
— A vooooooooo!
E di nuovo la voce si
ripercoteva e la eco lontana moriva nella dolcezza di un bacio sommesso.
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