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Paolo Valera
Gli scamiciati

IntraText CT - Lettura del testo

  • ASCIATA
    • II.
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II.

 

Chi dei lettori ha avuta la sventura di leggere quel semenzaio di menzogne che è la storia sacra, sa, presso a poco, come è tagliato el Barchett di pover, scimiottaggine di quello che salvò il più grande degli ubbriaconi: Noè.

È un grosso barcone tutto a fessure che si aguzza alle estremità convergendosi e fa pancia smisurata nel mezzo, ove sorge una casettina sucida dalle continue carezze dei passeggieri, foggiata come quei bijou svizzeri, bucata alle pareti e agli usci, per lasciarne uscire il fetore condensato dalle trasudazioni di quaranta viaggiatori, ivi pigiati come acciughe su quattro panche gibbose.

Ai 31 di maggio 1879, el Barchett de Bufalora, sembrava tramutato in una di quelle galere che solcano i mari, cariche di galeotti.

Dentro contadini e contadine di Corsico, Gaggiano, Castelletto, Abbiategrasso, Robecco, Magenta e Boffalora, muti, terrificati; fuori all'ingiro, al disopra, una ciurma indisciplinata, sghignazzante, che metteva sossopra, rumoreggiava, cantarellava, ciaramellava, sacramentava.

I santi e le madonne, dio e l'angelo custode, erano fatti segno ai più sconci epigrammi.

Satana doveva esultare dalla sua fornace.

Quanta gioventù distrutta, quante braccia rese inutili dall'insipienza dei legislatori! quanti giovani fatti malfattori... da chi? Dal caso? dalla società? dai costumi? dalla tendenza al malfare o dalla imperiosità delle circostanze? Tutte queste domande ci s'affollavano come tanti problemi. Erano eglino esseri spregevoli o meritavano la nostra compassione?

Il maggiore di quegli sbracati aveva venticinque anni, il minore tredici.

Chi erano, dove, andavano, cosa facevano?

— Malandrini, grida dall'alto del tetto il capo: buttee in mar i calcôs (scarpe).

Ciaf, ciaf, ciaf, ciaf, ciaf; in due minuti le ciabatte erano sparite nelle profondità esplorate del naviglio:

Ovéj, vardée la gerbosa! vardée el marinar!

Erano un'oca e un'anitra che se la sguazzavano, tuffandosi e rituffandosi alla superficie.

Voi, cèrchegh al vasco che ve fiancheggia (colui che si distingue dall'abito di un miserabile) una cicca.

Ej, el ga minga un mocc?

— Volentieri.

Chi ce lo chiedeva era un bellissimo giovane, dagli occhi neri, dai baffetti nascenti e biondi, largo di spalle, in carne, piantato su garretti saldissimi.

— È anche lei della comitiva?

— Perbacco! Pare loro impossibile di vedermi in questi panni, nevvero?

— No, ma...

—Via, via, ormai ho buttato l'ultimo rimasuglio di vergogna. Si sa bene che sono cose che capitano ai vivi. Oggi si pranza coi piedi sottotavola e si fuma e si prende magari il thè; e due mesi dopo, non si è più ricevuti neppure dal bois. È l'altalena continua, eterna di chi non ha nulla di solido al sole. Ehn?

E sorrise.

Ho fatto tre anni il giovine di caffè, nel negozio sull'angolo di via Pioppette, ho cambiato i miei abiti con questi laceri prima di riuscire a trovarmi un altro padrone e sono passato dalla locanda del Berini alla cascina di dô Cassinett. Come vedono la mia storia è semplice, breve. Ora sono un lôcch, come tutti gli altri.

— E siete avviati?

— A fà el monda ris in Piemont.

— Tutti?

— Tutti, compreso il capo che non è meno spiantato degli altri e al quale abbiamo concesso di farci da guida, perchè è la seconda volta ch'el va in risera. Vera Nosett?

Alter che vera! Sont el barlettée (colui che porta l'acqua) de la risera, mi!

Strano! I malviventi che vanno in cerca del lavoro più faticoso che mai fornisca la campagna! per cosa? Per una così miserabile mercede? Ma dunque non è vero che non abbiano punto voglia di lavorare, che rubino per vezzo, per fannullaggine, come pretenderebbero far credere certi dottoroni che parlano di tutto, specie di quello che non sanno?

Ma dunque è una menzogna che gli spiantati siano vagabondi per elezione e che preferiscano il pane rubato a quello guadagnato colla fatica delle braccia?

Ci perdevamo in congetture.

— Dica, signor No...

— Nosetti, è il mio cognome.

— È sicuro di trovar lavoro per tutti?

— Nella Lomellina? Ce ne fossero! Tanto non è già un mestiere che accomodi a molti.... Sul mercato arrivano ogni giorno dei reggimenti di uomini e di donne e di fanciulli e di ragazze, come se la tromba del giudizio universale li chiamasse in quei luoghi. Con loro arrivano pure i sensali incaricati dai fittabili e dai proprietari, di negoziarli e di condurli sul sito. Appena accordati sulla giornata, salgono sulle carra, e via cantando allegramente come se andassero a una sagra.

— Siamo un poco curiosi. E si guadagna?

— I ragazzi che non abbiano più di tredici o quattordici anni, una lira e centesimi 10; gli uomini, una e trenta e le donne centesimi 70.

— Poco.

— Pochissimo, dico io. Si figuri che si incomincia ai primi albori, e si smette a notte fatta. Loro non possono immaginarsi quanto sia faticoso quel terricurvo continuo, senza posa, là sprofondati nelle acque sporche fino al ginocchio, talvolta più in su, saettati da un sole che brucia, punti dal ghiaa (pungolo) del villano incaricato di non lasciar tregua ai lavoratori.

— È orribile! Dica: i fittabili hanno poi da alloggiarli tutti?

— Ammonticchiati sulla cascina, sull'aia, nelle stalle. E un pèle-méle di sessi, di età, di carne.

— Sa anche il francese?

— L'ho imparato al Criminale, mercè le lezioni di un professore di lingua, condannato per falso documento, a tre anni di quella beatitudine. Del resto so appena leggerlo.

— Fumate, caro Nosetti?

— Chi di noi non fuma? Grazie.

— Ma in quella confusione.... Scusi, avvengono forse... dei congiungimenti?

— Altro che congiungimenti! Chi resiste, quantunque stanco, alla prepotenza degli stimoli, quando sente il caldo dei polpacci della rubiconda fanciulla dei campi? Chi sa rinunciare a quelle voluttà inaspettate, più care, più appetitose che non quelle che gustano loro signori nei boudoirs colle cocottes, come diceva sempre il mio povero amico professore? Ciascuno rappresenta la calamita che attrae. L'uno si trova nelle braccia dell'altra senza saperlo, senza conoscersi. Domattina le tenebre spariscono portando seco il mistero degli amplessi della notte.

— Dunque, secondo voi?

— In risaia si svolgono le scene più scandalose, più stomachevoli. Il vecchio che si fa delittuosamente palpeggiare dalla ragazzina alla sua volta manustuprata o contaminata; la giovanotta — la quale non ricevette mai che spintoni dal promesso — che si lascia in un subito sverginare; il giovine che s'insozza colla vecchia sdentata e grinzosa; el lôcch che sfonda nuove porte senza badare a età, a sesso.... È il bacio dell'ignominia coll'ignominia; è l'amplesso vergognoso, infame che si consuma nella nebbia della notte. È il contatto carnale che discende all'ultima degradazione, imbragacciandosi e godendo.

— Ma voi ci fate inorridire. Ma dunque è vero quello che ci rivelava un dottore del maggiore nosocomio, che la gioventù dai 20 ai 22 anni, è eccessivamente libidinosa, perchè uscita da concepimenti francesi, constatato da moltissime configurazioni? Ma dunque non è un sogno che la gioventù delle campagne ha crani somigliantissimi a quelli dei delinquenti?

Oh dio, chi ci spiega questa confusione, questo caos, che mette in dubbio tutto, perfino la santità della nostra povera mamma, che dorme laggiù nel campo santo, sicura cha i figli non la malediranno?

Chi ci assicura di non essere un impasto di croato, di francese, di galeotto, se tutto è caduco dinanzi alla irresistibilità della natura, unica fonte di tenerezze; se l'onore, il vantato onore dei moralisti, è posto in gioco da mille diverse passioni?

Oh dio, chi ci spiega mai questo mistero, chi ci strappa da questo dubbio, chi ci ridà la pace di quei giorni in cui tessevamo i romanzi colle figlie fuggenti i baci, per contemplarci estasiati, quando sonnecchiavamo sotto le ombrìe marginate di ruscelletti chiaccheroni?

Gli presentammo un Virginia.

— Grazie!

— Quanti giorni lavorerete nelle risaie?

— Dovrebbero essere quaranta. Tutto dipende dalla questura.

— Ma che c'entra la questura?

— C'entra benissimo. Vedono quei cinque, là seduti a prua? Un mese fa vennero arrestati, appena scesi dal Barchett dai giand (carabinieri), perchè privi della carta di sicurezza per l'interno, e perchè mancanti di mezzi di sussistenza. Non avevano fatto nulla; andavano a cercar lavoro. Ma la sorveglianza, questa piovra educata, che non abbandona la vittima che dissanguata, li inseguiva, anche fuori di Milano. Voj, Cirla, ven chi. È vero o no che vi hanno arrestati tutti e cinque, mentre andavate nelle risaie della Lomellina?

Cristo, se l'è vera! E che buiosa (prigione) che gh'è in la citaa di stecch (stuzzicadenti). Brrrr! Me ven su an mò la pell de cappon.

— Ma la sboba (minestra) l'era bona, voj! risponde uno degli arrestati.

— Anche la buffettosa (rotella di pane dei carcerati) l'era eccellente, soggiunge un altro.

Accidenti se l'era bona!

— Dovevate, prima di andarvene, avvertire il delegato della vostra sezione.

— L'abbiamo fatto con tutte le regole volute dal regolamento della sicurezza pubblica e gli abbiamo detto, giusta l'articolo 71, dove andavamo a lavorare.

— Giunti a Milano, non avete protestato?

— A chi di grazia? Ai giudici, ai delegati, ai questurini?

— Si starebbe freschi! rispose Nosetti. Prima di tutto, volere o volare, siamo considerati come fuori della legge, ogniqualvolta si tratta di farci giustizia. Poi abbiamo sempre torto marcio. Ci imprigionano, ci percuotono, ci svillaneggiano, ci fanno crudelmente patire la fame. Il miglior partito è tacere.

Cosa ho guadagnato quando dinanzi al presidente, come si chiamava?.... Poco importa il nome; quando dinanzi al presidente commisi la pazzia di dire che i mardochei mi avevano sputacchiato in faccia e battuto a sangue? L'uomo della legge, con una freddezza da stordire, mi rispose: Tacete temerario; voi dite una menzogna!

Io allora rosso dalla collera per l'impudenza di quel Minosse stupido e ignorante, gli mostrai il petto, livido ancora dei pugni che mi avevano regalato. Ma egli, col solito cinismo, non si degnò neppure di guardarmi in faccia. S'alzò dal seggio, arrancò il fascicolo delle imposture e la calotta, poi, con voce magistrale, disse: «la Corte si ritira.» E non comparve che per condannarmi a sei mesi di carcere puro e semplice.

Passarono alcuni minuti in silenzio.

— Hai finito sì o no di piagnucolare? ricominciò el Cirla. Ah, va bene! Ho finalmente la parola.

— Tre giorni dopo l'arresto, venimmo tolti dalle carceri di corrispondenza d'Abbiategrasso, e, legati come grassatori della peggior specie, ci si condusse tramezzo a quatter stravacca olî (carabinieri) alla stazione.

Un mondo di gente s'era posto sul nostro cammino. I morlacch (contadini) volevano vederci ad ogni costo, quasi fossimo mostri o belve sfuggite da qualche serraglio. E noi a gomiti, a pizzicotti, a fiancate a farci strada.

Ma i pivioni duri!

Alla stazione di porta Genova eravamo attesi dal solito cocchiere.

Insaccati di nuovo negli strozzatoi del carrozzone cellulare, i cavalli presero il trotto.

Pochi momenti dopo discendevamo nel cortile di San Vittore.

— Non rammentarmi quella prigione, sorse a dire come indignato un giovinetto magro, stecchito, brutto, con una zazzera ispida sul bavero; lacero, sporco, con una faccia oblunga e bronzata dalla canicola.

— O perchè mo? Forse che non è come tutte le altre?

— Può darsi. Ma laddentro, sai, si commettono cose così orribili, così nefande, che al solo pensarlo mi si gela il sangue.

— Hai torto d'inveire contro quel povero asilo, disse Nosetti. Non è forse così dappertutto?

— Sarà. Ma nelle carceri pretorie, non ebbi a patire quello che ho subìto a San Vittore!

— Che diavolo vi hanno mai fatto? gli domandammo.

Si fece rosso come una brace e chinò la testa.

— Anzitutto, interuppe Nosetti, è necessaria una descrizione del luogo e degli inquilini che lo abitano.

Il carcere di San Vittore è sucido, tetro, doloroso.

Immaginino degli orribili stanzoni, dalle pareti viscide, dal suolo ammattonato e disuguale. Poi si figurino essere là, al contatto con tutti gli elementi, con tutta la spazzatura del sottosuolo, dove il giovine diciottenne dà la mano al prigioniero quarantenne, rotto a tutti i vizi; dove l'uno fa le proprie occorrenze, mentre l'altro sbocconcella il pane o ingoia la cattiva (zuppa); dove ciascuno racconta coi colori più ributtanti le proprie gesta; dove è una gara il dirle più ladre, più sbracate.

Chi non è svergognato dal malleolo al bulbo capillare; chi non si è diguazzato nel bitumoso mare delle miserie carcerarie; chi serba ancora un sentimento onesto in fondo al cuore, prova un disgusto indicibile. Ma non è che l'affare di ventiquattr'ore. All'indomani, anche il neofito, prende un atteggiamento burlevole e si associa alle turpi abitudini della canaglia.

— Non è di ciò ch'io voleva parlare, ridisse stizzito il giovane.

— Vengo all'argomento. Collo scendere della notte, sparisce l'ultimo alito di pudore, dato che vi sia. Alle otto è un andare e venire di secondini, uno sbatacchiare di sicure (usci), un chiavistellare assordante, un battere e ribattere i ferri delle sfiandre (finestre), un picchiare e ripicchiare le muraglie, un rovistare i pagliericci e via fino a che sono sicuri che non c'è stato alcun tentativo di fuga.

È una triste e noiosa operazione la visita notturna! Soffiato sulla lumm a oli, il tenebrore si addensa mano mano che il silenzio diventa generale.

Mezz'ora dopo, quando tutto sembra sprofondato nel sonno, incomincia l'infame gioco della coperta.

— Cioè

Nosetti s'asciugò la fronte con un lembo della blouse, indi soggiunse:

— Come si fa a spiegarlo?

— To', disse il giovine, celiando, che adesso fai della pudicizia!

— Sta a vedere che quando si parla coi vaschi si andrà fin giù nel pattume.

— Non vuoi dirlo?

— Cedo volentieri la parola.

— Ecco come avviene l'esecrando gioco della coperta. Supponiamo per un momento d'essere coinvolti nella densa nube distesa sulla camerata che russa. Zitti! Qualcheduno si muove. Guardate, sono cinque individui che s'alzano adagino dai fetenti canili colla precauzione di chi sta per commettere un delitto. Le loro ombre proiettate, ingigantiscono lungo le pareti e suscitano una paura indiavolata in chi le vede. Ecco che si avvicinano al paziente in punta de pè, il quale è quasi sempre un sbarbaa, chiamato in lingua gergale boccabracch. Silenzio e attenti. Delle mani a tentoni spiegano una coperta. Attenti ancora. Il colpo è fatto. Quattro della banda gli sono addosso coll'indumento, mentre il quinto lo stupra colla selvaggia violenza del bruto in preda ai furori carnali.

Lo sdegno ci rigurgitava dalle labbra.

— Continua l'operazione. Dopo il primo, il secondo; dopo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto... fino all'ultima definizione: la passada. L'abbominio; l'esplicazione di tutto quanto v'ha di scellerato e di turpe.

Una pioggia di scappellotti e di calci è in seguito la mancia che tocca al deflorato.

— È spaventevole quello che dite.

— Lo credo anch'io, disse Nosetti. Però...

— Cosa? chiese l'altro.

— Dobbiamo ammettere le attenuanti. Io pure capisco l'insulto fatto alla natura, l'orrore che suscita il fornicare in tal modo ma poi, signori miei, prima di essere giudice, sono uomo. Quando il fluido scorre riscaldato per le vene, quando i sensi sono surreccitati e incalzati da una furia che rapisce la ragione pel trionfo degli stimoli....

Voi lo sapete, a vent'anni l'onanismo, che è la masturbazione, non è più possibile se non in caso di forza maggiore. Poichè esso istupidisce, incretinisce, inebetisce e via. Ora, se è universalmente creduto che nell'uomo l'appetito carnale non è vizio, ma imperioso bisogno, perchè ci scaglieremo contro coloro che hanno cercato il soddisfacimento dove hanno potuto?

Non è forse vero che i legulei hanno ammesso la necessità dei lupanari, per evitare che gli uomini violentino le donne altrui nelle loro case? Ora, i carcerati forniti anch'essi del membro virile, non devono godere gli stessi diritti? Chi sono per esigere da loro un'astinenza di cui neppure il saggio è talvolta capace? Proibire, senza sopprimere con un taglio reciso gli organi superiori alle leggi e ai voleri umani, pare a me la più insensata delle cose.

Nosetti — forse senza saperlo — aveva scovata una di quelle verità che guillotinano addirittura.

La barca aveva. urtato alla sponda.

— Malandrini! vocia Nosetti, vardee che ghè chi j'incugin (carabinieri). Se ve domanden in dove vemm, rispondi: A lavorà in risera.

E se ne domanden i cart? interpellò uno della brigata.

Sem minga baloss, nun, de avegh i cart in gaioffa! risponde ridendo un altro.

A bon cunt, replicò il capo, vardée de minga tartì (infinito del verbo confessare), che semm sta in presun.

Te ne credet insci ciölla?

Mi, per no savè nè leng, nè scriv, voo a saran in carbona.

Andemm via, citto, citto.

— Corsico!

— A vooooooooo!...

Il navilio, rimorchiato dai due ronzinanti, riprendeva il lento camminare, increspando le acque opaline, entro cui si specchiava maestoso l'astro notturno.

Quale splendida serata! L'anima contristata da tante sconcezze, si riposava in quella calma solenne della notte. Era come un assurgere nelle regioni dei sogni; contemplando quel cielo iridato e incandescente ai margini, che andava sempre più popolandosi di stelle, intanto che vedevamo i casolari del paesucolo rimpicciolirsi, annebbiarsi, perdersi nell'ombra, assieme ai tre angoli di cà-traversa (carabinieri).

— A vooooooooo!

E di nuovo la voce si ripercoteva e la eco lontana moriva nella dolcezza di un bacio sommesso.

 




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