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Don Davide
Albertario.
Se il direttore dell'Osservatore
Cattolico fosse stato ministro della chiesa anglicana, a quest'ora egli sarebbe
padre di una nidiata di figli. Perchè le misses non gli avrebbero
permesso di consumare la gioventù nel celibato, in un paese ove il servo di Dio
prende moglie come qualunque altro mortale.
Fisicamente è più corazziere che
sacerdote. È un bell'uomo alto, spalluto, con un petto che traduce la sua
salute di ferro, piantato su due gambe poderose, che fanno tremare le pareti
della quinta camerata di Finalborgo quand'egli passeggia concitato o disperato
di sapersi un leone in gabbia. La dieta della fame non è riuscita a smagrarlo,
o a chiazzargli di lividure le guance voluminose, o a fargli nascere delle
rughe sulla fronte. I suoi 52 anni sembrano 38. Ha la carnagione di un
prelato in fiore, gli occhioni luminosi che rivelano la bontà del suo animo ed
è dotato di una forza che mi piegava in due non appena mi mettevo a lottare con
lui.
La sua attività cerebrale è
prodigiosa. Non appena gli furono concessi gli strumenti di lavoro, la sua mano
non è stata più quieta. Con una corrispondenza che avrebbe tenuto occupati tre
segretari, egli trovò modo, in due mesi, di riempire 587 fogli di protocollo,
che rappresentano l'opera sua di prete, di giornalista, di predicatore e di
recluso. Senza essersi completamente sbottonato, come in una autobiografia, i
lettori - se i manoscritti verranno pubblicati - vi troveranno il polemista che
si ferma dove incomincia l'invettiva, il letterato che si sdraia con
compiacimento nel suo letto intellettuale, l'oratore che ripassa pieno di
letizia attraverso le sue orazioni trionfali, il sacerdote che sta ritto sulla
tolda della sua nave cattolica, agitando il suo programma che si riassume nella
formola "col papa e per il papa".
È nato nella provincia di Pavia,
studiò all'Università gregoriana - frequentata dagli stranieri che si avviano
alla carriera ecclesiastica. Si laureò in sacra teologia nel 1868, in diritto canonico
nel 1869 e a 23 anni venne consacrato sacerdote dall'arcivescovo di Milano,
mons. Calabiana, unitamente al suo compagno di infanzia, il padre Zecchi, il
noto scrittore della Civiltà Cattolica e uno dei più insigni oratori
della predicazione sacra.
L'Osservatore Cattolico si
può dire sia stato il suo bimbo adottivo. Incominciò a volergli bene nel 1869 e
continuò ad amarlo e a nutrirlo col suo ingegno fino al giorno in cui Bava
Beccarla mandò i carabinieri e i soldati ad arrestarlo come un malandrino
qualunque nella casa paterna.

Io non posso dire di essere un lettore
costante di fogli religiosi. Ma credo che non ci sia in Italia un giornale del
partito che possa essere paragonato al quotidiano di don Davide. È un giornale
che sente tutta la modernità professionale senza perdere del suo concetto
fondamentale, che è la necessità della chiesa cattolica. È redatto bene,
redatto da giovani che lo seminano di idee col ventilabro e che riempiono le
sue colonne di uno stile spigliato, nervoso, che non lascia mai giù le ali sui
guazzi sociali per paura di sporcare chi legge. È interessante per ogni
lettore. Vi trovate l'appendice drammatica, l'appendice letteraria, l'articolo
politico, il trafiletto, la cronaca, gli avvenimenti internazionali e una larga
piattaforma per i servizi municipali - per le questioni operaie - per i
problemi dell'avvenire.
L'Osservatore Cattolico è
stato condannato nella persona del suo direttore per queste motivazioni:
1.° perchè ha con fine ironia combattuta la
monarchia; 2.° perchè si è unito ai repubblicani
e ai socialisti e agli anarchici per demolire le istituzioni dello Stato;
3.° perchè ha eccitato all'odio i contadini
contro i signori e contro altre classi sociali;
4.° perchè ha educato il clero alla vita
battagliera invece che alla missione di pace alla quale è destinato da Cristo.
- Che c'è di vero, don Davide, in
tutto questo?
- Per capire la portata della
motivazione della sentenza che mi ha relegato per tre anni in questo
reclusorio, bisogna conoscere la natura del mio giornale. L'Osservatore
Cattolico è anzitutto un giornale che si dedica alla propaganda e alla
difesa della chiesa cattolica e del papa. Siccome l'Italia è aderente a questa
chiesa, così si deve ritenere necessaria la religione al bene sociale, per la
vita presente e per la vita futura, come si deve ritenere necessario che essa
sia tenuta in onore e non perda influenza. Questo è il caposaldo del programma
del mio giornale nel rapporto religioso.
"Nel rapporto politico io,
direttore dell'Osservatore Cattolico, sono indifferente alla forma
monarchica o repubblicana di governo. Do la preferenza a quella forma in cui i
governanti sono col mio programma religioso, al quale subordino tutto il resto.
Quindi è una bugia dire che io combatta la monarchia, come è una brutta
invenzione quella di accusarmi di complicità coi repubblicani e socialisti e
anarchici. In un ambiente monarchico io lavoro in mezzo al popolo, perchè il
governo abbia a cessare dall'opposizione contro il papa e contro la religione e
abbia a promuovere la pace religiosa nel paese.
"Il mio programma sociale è
ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che nei postulati del socialismo è
compatibile colle dottrine della chiesa cattolica e mi adopero per attuarlo
formando l'opinione in questo senso. Deploro il concetto fondamentale
materialista del socialismo, deploro che non ammetta le verità cattoliche, perchè il materialismo e la negazione
delle verità cattoliche scavano un abisso tra il cattolicismo e il socialismo.
L'Osservatore Cattolico combatte la speculazione che impoverisce,
combatte l'usura, invoca provvedimenti di Stato che salvaguardino i diritti e
gli interessi delle classi inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però
rifugge dallo Stato collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la
persuasione della propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle
autorità e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all'odio o
alla discordia.
"Da questo potete argomentare
del valore delle motivazioni della sentenza del Tribunale militare. No, non
sussiste la fine ironia contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri
partiti contro le istituzioni, non sussiste l'eccitazione di odio tra le varie
classi sociali, non sussiste l'educazione del clero in senso opposto alla
missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero non c'è
che questo: che si è mandato in galera un innocente.
"Volete una prova che il
direttore dell'Osservatore Cattolico non ha tentato di sviare dal retto
sentiero il clero italiano? Da che sono nella casacca del galeotto, sua santità
il papa mi ha mandato la benedizione più di una volta, e una medaglia d'oro che
tengo carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d'Italia, scrissero a me e
a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi - come quello di
Savona - sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione postale ricevo, come
avete veduto, un mucchio di lettere e di telegrammi. Se non ci fossero di mezzo
i patimenti di questa vitaccia, che sopprime il sacerdote e distrugge l'uomo,
direi che il Tribunale di guerra mi ha reso un segnalato servigio."
L'affezione per sua sorella è nota
a tutti coloro che leggono le sue lettere datate da Finalborgo e indirizzate
alla "cara Teresa". Sono lettere castrate e scritte nella condizione
di un uomo che non può dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il
pathos di un'anima addolorata. C'è la tenerezza di chi soffre della separazione
e della lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è
il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha mandato una
lunga epistola all'episcopato italiano - ha scritto al presidente dei ministri
e ha fatto bussare, a insaputa del fratello, fino alle porte reali.
In mezzo a noi, don Davide, non ha
mai fatto sentire il prete. Egli era un compagno che prendeva parte alla
discussione, che si adattava in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva
delle nostre risate come un giovialone che non si ricorda della condanna.
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