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| Paolo Valera Dal Cellulare al Finalborgo IntraText CT - Lettura del testo |
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Il Callegari Sante, uno studente di scultura, di diciassette anni, che fece parte del cosidetto "processo dei giornalisti", si è trovato nel vagone cellulare che lo conduceva a scontare i suoi diciotto mesi di casa di correzione, con il Frezza. "La nostra prima tappa, mi disse questo minorenne, doveva essere Bologna. I miei compagni di viaggio erano quasi tutti condannati per reati comuni. Nelle celle del vagone mi parevano tante bestie. Parecchi di loro erano usciti dal reclusorio di Finalborgo ed erano sulla strada dei penitenziarii sparsi per l'Italia meridionale. Vicino alla mia cella era un certo Frezza, del quale non avevo mai sentito il nome - nome che ignorerei forse ancora, s'egli non mi si fosse rivelato per l'uccisore del povero Sonzogno. Quantunque separato, sentivo un bisogno prepotente di scappare lontano da questo ributtante assassino. Ma ero legato come un salame e nessuno dei carabinieri mi avrebbe cambiato cella. Durante il viaggio non fece che parlare. Quanto più si andava innanzi, tanto più mi diventava interessante. - Non credi ch'egli abbia voluto personeggiare il Frezza? Perchè avevo sentito dire o letto in qualche giornale che era morto. - Può darsi anche questo, ma non credo. Per quale ragione mi avrebbe infinocchiato, se io non lo conoscevo e se fra qualche ora ci saremmo separati per non vederci più mai? - Continua. - A suo modo mi svolse il dramma, persistendo a ribadire il chiodo che il suo delitto era politico. "Prima di arrivare a Pesaro, ove dovevamo fare tappa, perchè viaggiavamo tutti per "corrispondenza", il Frezza mi si era palesato per un individuo d'animo piuttosto mite. Le dirò un fatto il quale prova che è in lui un fondaccio morale. Dall'altra parte della sua cella era una ragazza condannata per i tumulti nei dintorni di Bologna. Io non potevo vederla. Era ciarliera e un po' licenziosa. Diceva parole poco convenienti alla età sua. Il Frezza le fece una predica. Pareva un padre che desse una lavata di capo alla propria figlia! "Tra il vagone cellulare e la carcere di sosta, mi trovai accoppiato con questo sciagurato. È piuttosto alto che basso, è snello ed ha un non so che sulla grinta che pare della malizia diffusa sulla faccia di tutti i galeotti. "Mi raccontava che aveva lasciato il bagno penale di Finalborgo e che la sua nuova destinazione era Barletta. " - Questo, mi disse, è il mio dodicesimo trasloco in trent'anni di bagno! "Lungo il viaggio mi offerse continuamente del suo pane e del suo salame. - Quanto tempo impiegasti da Milano a Urbino? - Sette giorni per un viaggio di dodici ore! A Urbino entrai nella R. Casa di correzione - un grande edificio che pare un palazzo, situato nella parte più alta della città - e, tutto sommato, non mi trovai male. Ero il numero 362. Quando me lo cucirono al camiciotto mi parve di sentire l'ago entrare nel mio cuore. Che impressione diventare un numero! Questo stabilimento - come lo chiamano la direzione e gli inquilini - ha parecchie officine, quattro dormitorii, in ciascuno dei quali dormono trentaquattro corrigendi, e due vasti cortili per il passeggio. Ci mandavano a dormire alle sette e ci facevano alzare alle sette. Era la cosa più noiosa della casa di correzione. Dodici ore di letto duro come il macigno, quando si è giovani, sono troppe. Prima della campana io stavo là supino, ad occhi aperti, colle gambe impazienti di sdrucciolare dal letto. - Non vi si facevan fare gli esercizi militari? "I miei compagni erano tutti minorenni e tutt'altro che simpatici. "Mi consideravano, per le mie idee, un ladro. Dicevano che volevo la roba degli altri. Erano sboccaccioni che mi facevano schifo. Sono esseri degradati, depravati, rotti a tutti i vizi. Mi accapigliai con uno di loro che mi insultava e andai in cella di rigore, dove mi si indossò la camicia di forza per alcune ore. Al mio avversario la lasciarono per alcuni giorni. "Del direttore posso dire tutto il bene. Egli mi procurò i mezzi di stare in esercizio, facendomi lavorare come scultore in legno. Riuscii a fare il busto di Raffaello ed altri lavori lodati dal "capo officina" e dallo stesso direttore. Il capo officina, prima che me ne andassi, volle baciarmi. Tenendomi tra le sue braccia continuava a dirmi di non dimenticarlo e di dire a mia madre che nella casa dei corrigendi avevo trovato "una brava persona, onesta e degna del mio affetto!" "Il nostro vitto era come quello, probabilmente, delle altre carceri. Una pagnotta nera e una minestra che aveva tutti i sapori, all'infuori di quello della nostra minestra. Il Natale lo passammo maledettamente male. Ci aggiunsero al solito vitto un boccone di carne che non m'invogliava ad averne dell'altra, e un quarto di litro di vino che mi bruciava la gola."
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