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Ho
cercato di mostrare altrove1 come e perché sorga logicamente — e, si può
dire, dalla necessità intrinseca dello svolgimento morale — il problema di una
pluralità di contenuto nella coscienza morale; sorga, quando si abbandoni il
presupposto che è la forza segreta del formalismo kantiano, che l'imperativo
categorico, l'universalità della legge, la razionalità del volere convengano a
un solo, a quel solo contenuto, che si pretende poi, nelle deduzioni
della dottrina del Diritto e della Virtú, di ricavarne; in termini piú chiari e
meno tecnici, quando si cessi di ammettere che la coscienza morale sia una
e la medesima in tutti; non solo per il tono con cui parla dentro
ogni persona, ma per le cose che dice; non solo per l'autorità con la
quale comanda, ma per ciò che comanda.
Questo
problema viene a sovrapporsi o meglio ad anteporsi (se non anche a
sostituirsi), — e in ogni caso (come pure ho cercato di dimostrare) a mutar
senso e posizione — al problema che è tuttora, almeno nella forma consueta,
considerato come il problema centrale, il vero problema dell'etica: quello del
fondamento. La quale forma di trattazione sembra supporre — già nel modo di
porre il problema (filosofia della morale) — che sul contenuto concreto di ciò
che si chiama moralità, sul modo di condotta che si distingue come morale, sui
criteri coi quali giudichiamo del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male,
non cada dubbio; e il dubbio riguardi le ragioni per le quali si deve veramente
tener giusto e buono quel modo di condotta, e legittimo quel
criterio; e ingiusto e illegittimo il contrario2.
Che
questo presupposto sia ora, dico non solo nella letteratura, ma nella coscienza
viva contemporanea, arbitrariamente assunto; che nel decidere — se ciò che vale
di piú sia la verità, o la bellezza, o la giustizia, o la carità, o la forza;
l'affermazione di sé o la rinunzia, l'umiltà o l'orgoglio, la disciplina o
l'indipendenza non tutte le coscienze vadano d'accordo; che nella stessa
coscienza di una persona non volgare e non ignara dei problemi morali, né estranea
alla consuetudine di una sincera e severa meditazione, si presentino, tra
questi valori diversi, contrasti e opposizioni non sempre e non facilmente
superabili, è ciò che nessuno potrà e vorrà negare; ed è in ogni caso una
realtà che non cesserebbe di sussistere e di imporsi all'attenzione, anche se
fosse negata.
Lo
stesso apparire nelle discussioni dottrinali e nelle storie generali e
particolari dell'Etica di teorie dette immoralistiche, dimostra che le
differenze ci sono e che giungono a tale da dar luogo non solo a contrasti ma
ad opposizioni contraddittorie.
E
qualunque sia il giudizio anche sommario che si voglia portare su di esse
bisogna riconoscere che non avrebbe senso qualificare immorale una
dottrina, se il contenuto suo non si opponesse appunto a quello delle dottrine morali
come specie a specie nel medesimo genere; cioè se non pretendesse di valutare e
regolare — in modo diverso — la medesima materia3.
Ciò
basta a confermare, se di conferma vi è bisogno, che il problema di una pluralità
di contenuti della morale, ossia di una pluralità di criteri di valutazione,
non è un problema di semplice possibilità astratta, cioè una curiosità
scientifica e filosofica, ma è un problema d'attualità concreta e viva; è,
veramente, a mio giudizio, il problema per eccellenza della coscienza morale
contemporanea.
* * *
Del
resto, se può parere nuovo il problema, a cui dà luogo — quando si fa piú
aperta e manifesta — la pluralità dei criteri, non è nuova questa pluralità.
Anzi,
forse non vi è sistema, per quanto vi domini potente lo sforzo logico della
coerenza, che non nasconda sotto l'unità, apparentemente raggiunta, del
criterio supremo, una piú o meno larga e profonda pluralità o almeno dualità di
contenuto.
Per
non ricordare con Aristotele la duplicità di felicità e virtù — ben vivere e
ben fare — e per lasciare l'antica e non mai del tutto superata dualità di vita
attiva e di vita contemplativa, l'unità reale di criteri nella valutazione
della condotta non è raggiunta se non in apparenza, nella stessa morale
teologica cristiana; la quale, mentre non rinunzia, e non può rinunziare, a
regolare la condotta umana anche nel rispetto della vita terrena finita, si
sforza poi invano di ricondurre i precetti che regolano questa al medesimo
criterio di valutazione che è suggerito o imposto dal contenuto soprannaturale
del fine che la giustifica. E il distacco logico inevitabile tra il fine
invocato a giustificare le norme e il criterio usato a determinarle, è
dissimulato ma non superato, nell'unità della rivelazione o della intuizione
religiosa.
Perfino
nell'età del razionalismo, nella quale l'unità di natura e l'identità di doveri
e di diritti di tutti gli uomini è affermata col massimo di consenso e di
calore, indipendentemente da ogni particolare dogmatismo confessionale, l'unità
della valutazione morale si può dire raggiunta soltanto perché se ne restringe
la considerazione al campo propriamente etico-giuridico, e si trascura o si
lascia nell'ombra la parte piú specialmente personale e che tocca gli aspetti e
le forme della vita interiore. E quell'unità parziale di contenuto sembra
essere il segno e la prova di un unico supremo criterio di valutazione morale,
perché viene comunemente ricondotto a un fine che dissimula, sotto l'identità
nominale del termine, la possibilità di determinazioni diverse per quel che
tocca la parte della condotta etica che sfugge all'attenzione di quel tempo; e
che riguarda i fini propri della persona, e le forme della vita interiore.
* * *
Ma il
romanticismo e lo storicismo, per vie diverse ma cospiranti, posero in luce
quel che il razionalismo aveva lasciato nell'ombra o trascurato; e l'uno
affermando, illustrando ed esaltando la ricchezza, la varietà, il valore, se
non esclusivo, superiore della vita spirituale e della attività interiore,
originale, spontanea; l'altro cercando nella realtà storica la ragione e la
giustificazione delle forme di vita sociale, religiosa, politica che in nome
della natura e della ragione erano state condannate, avevano condotto a questo
doppio risultato: per un verso, ad allargare smisuratamente l'ambito della vita
interiore, raccogliendo e quasi contraendo in essa tutte le attività
spirituali, facendone il campo piú degno, e, se non esclusivo, certo dominante
della condotta morale, e comprendendovi della vita sociale, al più, quel che in
essa si dispiega di spontaneo e d'ingenuo: la pietà, la carità, l'amore, con
l'aperta tendenza a distinguerlo non solo, ma a staccarlo dalle attività
considerate come esteriori, della vita politica e giuridica. Per l'altro verso,
a negare, non solo ogni realtà ed ogni fondamento storico, ma ogni valore, alle
costruzioni politiche e giuridiche del giusnaturalismo; alle dottrine dello
stato di natura, del contratto sociale, dei diritti innati; e a considerare
come un prodotto storico le forme politiche e giuridiche; le quali trovano,
nelle condizioni che le hanno generate e che le rendono adatte rispettivamente
alle esigenze dei popoli diversi in luoghi e tempi diversi, la loro
giustificazione necessaria e sufficiente; e quindi a fare il diritto estraneo
all'etica e indipendente da qualsiasi giustificazione morale, lasciando aperto
il campo alle piú svariate forme di relativismo: biologico, sociologico,
storico.
Cosí
quel che per il razionalismo del secolo XVIII era il contenuto comune della
coscienza morale, finiva per essere considerato quasi estraneo alla morale. E
mentre si faceva piú largo e piú profondo il distacco tra interiorità e
esteriorità, si attenuava sempre piú la distinzione tra i valori morali e i
valori spirituali di diversa specie e di diverso contenuto, e prendeva colore e
calore di valutazione morale una molteplicità sempre piú varia di tendenze, di
aspirazioni, di attività, di fini diversi.
Per
tal modo penetra nella vita e nella cultura, e si manifesta non solo nella
filosofia, ma in quella che si chiama piú propriamente letteratura, quella
molteplicità di indirizzi, di opinioni, di eresie morali che è la
caratteristica del secolo XIX, e che esprime, per dir cosí, la maturità storica
del problema, prima dissimulato e trascurato.
* * *
Non si
vuol dire, né sarebbe a priori probabile, che ad ogni novità di
intuizione particolare, geniale o no, su questa o quella forma di vita e di
attività individuale, su nuovi aspetti della cultura speculativa o religiosa o
sentimentale, su nuove direzioni della volontà, sul valore dei tipi di
istituti, familiari, politici, economici (reali o immaginati) corrisponda una
diversità di criteri morali; né tanto meno che ciascuno esprima una
orientazione di coscienza morale radicalmente diversa dalle altre; ma neppure è
possibile dissimulare che questa molteplicità è altra cosa dalla «dualità»
notissima, che nella tradizione e nella credenza comune e nella dottrina piú
largamente diffusa, raccoglieva e, direi, polarizzava attorno a due termini
contrari i valori della vita, opponendo i beni razionali ai beni sensibili, e
negando a questi ogni valore morale. Perché, lasciando pur fuori di questione
ciò che tocca i beni detti sensibili (per semplicità di discorso, non perché
anche su questo punto le questioni sieno escluse di fatto, o siano da escludere
a priori), la caratteristica nuova e piú rilevante di tale
molteplicità, è appunto questa: che è nel regno stesso dei beni razionali,
che la diversità delle tendenze si è venuta delineando sempre piú spiccata. E i
contrasti di tendenze e di opinioni si rivelano anche, anzi soprattutto, nel
campo di quei valori che era pacifico considerare come patrimonio, se non uno e
indivisibile, almeno indiviso, e non costituito di parti discordanti.
E
mentre si venivan disegnando, cosí, conflitti di primato, se non contrasti
irreducibili, tra i valori stessi tenuti tradizionalmente come superiori, si
presentavano: di là, idealizzate, e sotto veste di valori razionali — o giustificate
in nome di esigenze razionali — tendenze e forme di vita spontanee, passionali,
o istintive, considerate già come estranee se non contrarie alla vita morale: e
di qua si esaltavano come centro e culmine dei valori morali le forme
religiose, intuitive, sentimentali e mistiche, avverse, almeno in apparenza, ad
ogni pretesa di procedimento razionale, e che ad ogni modo si affermavano in
atti di aperta sfida contro la ragione. E insieme si negava ogni significato
etico — anche nella loro forma di idealità sociali e politiche — a quei
principî razionali del diritto, nei quali il secolo precedente aveva
visto ad un tempo il segno piú alto della dignità umana e il maggior trionfo
della ragione.
* * *
Di
fronte a cosí grande e cosí varia pluralità di contrasti tra criteri di
valutazione, o tra «scale di valori» diverse, può bastare a risolvere i
conflitti e a ricostituire — posto che sia necessaria —l'unità del contenuto, e
l'universalità del consenso, affermare che la morale è universale perché è razionale,
o è razionale perché è universale?
Né è
possibile fare appello alla ragione come autorità morale suprema quando i
moralisti che se ne fanno interpreti non riescono, pur affilandone tutte le
armi, né a convincere né a vincere i detrattori, se non argomentando ad hominem cioè facendo appello a qualche principio o criterio da
quelli stessi assunto od ammesso. E i detrattori non riescono a formulare
neppure una sentenza di condanna che abbia, non si dice un valore, ma un
significato quale si sia, senza servirsi di quella ragione che coprono di
contumelie, e che presta pure la sua assistenza, con divina larghezza, anche a
chi la bestemmia.
Dal
che parrebbe di dover ragionevolmente concludere che della ragione non si può
fare a meno, in materia di morale piú che in qualsiasi altro campo; ma che non
si può trovare in essa la sorgente delle valutazioni morali.
E
tuttavia non solo fu — nell'età aurea del razionalismo — ma è tuttora
largamente sostenuta ed accolta, non senza che la tenacia degli sforzi abbia un
profondo significato, l'idea di cercare nella ragione anche ciò che la ragione
non può dare; e di riferire a lei non soltanto l'esigenza della coerenza,
dell'unità, e quindi di leggi, di criteri e massime, ma anche di certe leggi e
di certi criteri, piuttosto che di leggi e criteri diversi.
Ma
l'idea è illusoria. E l'illusione sta in ciò essenzialmente: nel credere che la
ragione obblighi ad ammettere non soltanto certi giudizi, dato che se ne
accettano certi altri, certe conseguenze, se si accettano certe premesse;
ma obblighi senz'altro ad accettare certi giudizi: quei giudizi stessi
che fanno da premessa; che «esser ragionevole» voglia dire non soltanto
osservare le leggi della logica, rispettare quei principi logici senza dei
quali non è possibile nessun ragionamento e nessun «uso della ragione», ma
voglia dire essere obbligati a riconoscere "certe verità",
ad ammettere certi principî; principî non logici o formali, ma materiali;
dati o postulati che facciano da sostegno al ragionamento, e comunichino
la loro certezza ai giudizi che se ne ricavano. Ora io lascio di considerare,
perché non è necessario qui, il campo dei giudizi propriamente teoretici e la
distinzione che sarebbe necessaria tra giudizi condizionali e giudizi di
esistenza; e mi restringo al campo «pratico». In questo adunque la ragione
sarebbe essa che pone ad un tempo l'esigenza della legge e la legge;
cioè, non solo l'esigenza dell'unità e le norme da osservare per realizzarla,
ma anche i criteri attorno a cui si deve raccogliere questa unità; quei giudizi
stessi che non si giustificano, ma che servono di fondamento alla
giustificazione.
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