|
Questa
«funzione pratica»4 della ragione si può intendere in tre modi
diversi:
— O i
criteri di valutazione, i giudizi di valore che stanno a fondamento
dei giudizi morali, hanno la stessa validità e si possono o dimostrare o porre
con la stessa necessità od evidenza con la quale si impone la validità delle
forme logiche.
— Oppure
— se il dato o principio che sia a fondamento delle valutazioni è
diverso dalle verità teoretiche, assunto dalla ragione, non posto
da lei ma offerto a lei, questo dato è tale che essa non ha
che da scoprirlo, da formularlo, da presentarlo alla riflessione di ogni uomo
ragionevole perché ne sia riconosciuta ed ammessa come indiscussa e
indiscutibile la validità.
— O
finalmente è la ragione stessa che pone la legge, ed è l'esigenza razionale che
basta a determinarla, senza che a costituire la validità della legge e del
contenuto che essa incorpora in conformità della sua esigenza, sia necessario
riconoscere la validità di alcun dato o principio materiale estraneo
alla forma stessa della legge.
Non vi
sono che queste tre vie possibili; e sono le vie che anche storicamente il
Nazionalismo ha seguito con maggiore o minore sforzo di argomentazioni e
varietà e ricchezza di gradazioni particolari.
* * *
La
prima via, la piú antica, quella aperta da Socrate quando si presentò per la
prima volta il problema morale in condizioni analoghe per certi rispetti
(nessuno pensa a dire uguali) a quelle che lo fanno risorgere ora in
una forma somigliante (il contrasto nelle opinioni intorno a ciò che è bene, o
in breve, il problema della pluralità dei criteri morali), è la via che si
direbbe piú propriamente intellettualistica. I principî morali sono
verità5 della medesima natura delle altre, accertabili teoreticamente,
o deducibili da verità teoretiche. È l'indirizzo del quale ho parlato già
altrove6 e il cui vizio radicale consiste nel fare dei giudizi di
valore giudizi teoretici, e pretendere di derivare quelli da questi.
Ma
quanto alla derivazione nessuno sforzo logico può fare che concluda con un
giudizio di valore un ragionamento che non abbia per premessa, espressa o
sottintesa, un giudizio di valore.
Quanto
alla certezza immediata nessuna evidenza logica può fare che sia
contraddittorio in sé stimare di piú il proprio cane che il prossimo, se non si
suppone che io ammetta che un uomo qualsiasi vale piú di un qualsivoglia cane,
o che dove c'è pensiero, ivi c'è una dignità incomparabile con qualsiasi pregio
di natura diversa.
Ma in
questo caso la contraddizione è tra un mio giudizio e un altro mio giudizio;
che si suppone pure ammesso da me e per me valido. Ma chi o che cosa
mi obbliga ad ammettere questo valore del pensiero? E perché cadrei
nell'assurdo se lo negassi? Forse perché con ciò diminuisco o nego un valore
che è anche mio? Sarebbe dunque il rispetto e la stima di sé un principio
logico? E la despectio sui del Geulinx contiene dunque una contraddizione in termini?
* * *
Se si
incalza che il giudizio sulla inerenza all'uomo di proprietà o doti che mancano
al cane è di evidenza oggettiva e che riconoscere un maggior valore all'uomo
che al cane è la stessa cosa che riconoscere all'uomo una maggior realtà,
cioè una maggior perfezione, è facile avvertire che in questa identificazione
si assume appunto ciò che è in questione: che la perfezione o il pregio delle
cose e delle proprietà delle cose sia accertata o accertabile teoreticamente
come la loro esistenza e appartenenza; mentre basta una non lunga riflessione
per accorgersi che il giudizio sul pregio e sul valore o il «grado di
perfezione» di qualsiasi ente o proprietà implica il riferimento a una
gerarchia, a un ordine, a un disegno, cioè in ultimo, a un modello, e quindi a
un fine attuato o da attuarsi. E, che possa o debba valere come fine, che meriti
di valere, non è un giudizio in realtà; tanto che il negargli questo
valore non implica negare sia la realtà, sia la possibilità, sia alcuna delle
proprietà dell'ente; cosí come negare alla sfera il valore di forma perfetta
che le davano i peripatetici, non implicava per Galileo la negazione né della
costruibilità della sfera, né di alcuna qualesivoglia delle sue proprietà
geometriche. La sfera rimane la sfera. Si potrà o non si potrà ammettere che
essa abbia, in grazia di quelle proprietà, un pregio particolare, ma
l'ammetterlo o negarlo non appartiene alla geometria; e mentre io rinuncio ad
essere intelligente se non capisco il concetto della sfera, e rinunzio ad
essere ragionevole, se non ammetto tutte le proprietà che ha o avrebbe una
sfera reale costruita secondo quel concetto, non rinunzio né all'intelligenza
né alla ragione se nego che la sfera valga piú del cubo o della piramide. Lo
stesso, mutatis verbis , vale per l'esempio allegato del cane e dell'uomo.
Senonché qui un rosminiano potrebbe insistere, che il caso è appunto diverso e
che la diversità ha un suo significato: perché mentre io non provo internamente
alcuna ripugnanza ad ammettere che la sfera non valga piú della piramide, non
posso senza ripugnanza invincibile, ammettere che il cane valga quanto l'uomo.
Che è questa ripugnanza, se non il segno della «contraddizione che nol consente»?
Che
nell'esempio citato (non per nulla nella scelta il Rosmini ebbe la mano felice)
la repugnanza ci sia, è innegabile — sebbene le tenerezze di certe dame possano
far dubitare della universalità del riconoscimento —; ma questa ripugnanza è una
ripugnanza morale, non una incongruenza o contraddizione teoretica, ed
è comune nella misura in cui è comune la valutazione su cui si fonda. Anche
qui, ancora e sempre: negando questa differenza di valore tra il cane e l'uomo
io non nego nessuna delle differenze di realtà che esistono e che si
possono conoscere; non nego nessuno dei caratteri e delle proprietà dell'uomo o
del cane, qualunque poi sia il giudizio che faccio sul valore diretto o
indiretto di ciascuna di quelle doti e di tutte insieme, e degli esseri che le
posseggono. Che io faccia maggior conto del potere di astrazione dell'uno che
della finezza di odorato dell'altro, o che apprezzi di piú l'amore della
libertà dell'uomo che la ubbidienza cieca del cane, non è per nulla una
implicazione necessaria del riconoscere rispettivamente nell'uomo quella
proprietà che nego nell'altro. E il giudizio potrebbe essere rovesciato, e un
grossolano estimatore di tartufi potrebbe preferire il fiuto del suo cane a
quel qualunque potere di astrazione che la natura prodiga ha largito a lui
pure, senza che muti di un ette la verità riconosciuta da ambedue: che l'uomo
ha un certo senso meno fine del cane, e il cane manca di un potere che ha
l'uomo. — E se finalmente accadesse davvero, come parrebbe anche naturale, che
nessuno potesse disconoscere la differenza di valore tra i due, questa
universalità di riconoscimento non cesserebbe di essere, per la sua natura e
per il suo fondamento, diversa da quella. L'essere universalmente ammessa una
differenza di valore fra i due enti, prova, nel caso, che è universalmente
ammessa o sentita l'esigenza morale in grazia della quale quella differenza è
posta: ma non prova che il giudizio di valore, cosí espresso, sia una
conoscenza teoretica; ossia, comunque, riducibile alla conoscenza oggettiva dei
due esseri, o ricavabile da questa.
* * *
La
verità è che i giudizi morali (come ogni altro giudizio di valutazione) paiono
della stessa natura dei giudizi teoretici perché sono nella massima parte, e
con una frequenza di gran lunga maggiore, giudizi derivati e possono
presentarsi sotto forma di giudizi derivati, anche quando sono considerati,
sotto un altro rispetto, come primari e assunti come tali in una costruzione
diversa. Ora nei giudizi derivati, la validità della valutazione è ricondotta
alla validità di un altro giudizio (primitivo o primario o diretto)
con un processo, che non differisce in nulla, quanto alle leggi logiche che ne
governano la legittimità, dal comune processo di dimostrazione col quale si
prova la connessione necessaria di certe conseguenze con certe premesse. Con
questa circostanza, per dir cosí, aggravante: che, come s'è accennato, accade
di frequente, anzi solitamente, che quegli stessi giudizi che figurano in un
processo di giustificazione come premessa o principio, compaiono o possono
comparire in un altro ragionamento come conseguenza o conclusione. Tanto che
riesce difficile decidere, quando si tratta di valutazione, quali siano i
giudizi primitivi, e quali i derivati, comparendo a volta a volta secondo le
costruzioni diverse e i diversi punti di vista e talvolta nello stesso autore
(e senza che si possa per ciò solo appuntare i ragionamenti
corrispondenti di circolo vizioso e di petizione di principio), come giudizi
derivati, dei giudizi che figurarono in altro luogo, e per un altro proposito,
come primitivi, e inversamente; al contrario di quel che accade di solito nelle
costruzioni scientifiche: dove i principî o proposizioni fondamentali
hanno e conservano costantemente il loro carattere e il loro ufficio7.
Sfuggendo cosí all'osservazione, per la vicenda di ufficio logico al quale
possono a volta a volta essere assunti, quali siano i giudizi di valore
primitivi, cioè quelli in cui si assume la validità diretta e immediata (senza
che sia ricondotta alla validità di qualche altro giudizio), riesce piú
difficile, o almeno si presenta meno frequente e meno aperta, la opportunità o
la necessità di esaminare la natura e di coglierne questo carattere di
diversità, radicale e irreducibile, dai giudizi teoretici.
* * *
La
quale diversità può sfuggire anche piú facilmente o essere posta in luce tanto
piú difficilmente, per un'altra circostanza che ha a quest'effetto un influsso
anche piú decisivo. E la circostanza è questa: che una parte considerevole dei
giudizi valutativi che assumono piú frequentemente valore di primari, o sono
abitualmente sottintesi (tanto sono o si suppongono incontestati), o sono
incorporati e quasi assorbiti nei giudizi teoretici, senza che l'apprezzamento,
per lunga consuetudine congiunto all'idea dell'oggetto, o della proprietà, o
dell'atto, o dell'effetto possibile, sia formulato in un giudizio distinto;
anzi, talvolta, neppure sia espresso piú nell'enunciazione del giudizio stesso
da una di quelle particelle (aggettivi, avverbi, interiezioni) che portano nel
giudizio la espressione di una valutazione, o, come si può dire con forma piú
generale, la nota del sentimento; la quale non appare talvolta che nel tono di
voce dell'interprete o lettore, o si rifugia nella scelta sapiente delle parole
e delle sfumature suggestive, di cui è ricca una lingua satura di civiltà.
Dire
di un uomo che è indolente o che è intemperante, è, se non si parla a vanvera,
attribuirgli una qualità, della quale è possibile dimostrare che veramente gli
spetta, cioè si posson dare delle prove oggettivamente certe e accertabili: è
un giudizio teoretico. Ma ognun vede che vi è tacitamente assunto insieme un
giudizio di valutazione, nella misura che l'indolenza o l'intemperanza sono per
chi parla o per chi ascolta qualità non pregevoli, o biasimevoli; il che
diventa evidentissimo quando si tratti di qualità o di attributi, o modi di
operare piú gravemente e piú universalmente biasimati, come si dicesse:
bugiardo, venale, falsario e simili. Anzi, i giudizi di valutazione sono gravi
in proporzione della loro prova teoretica assai piú che delle espressioni di
biasimo che li accompagna; appunto perché il biasimo può essere piú facilmente
sottinteso. E non per nulla la diffamazione è punita piú dell'ingiuria. Cosí il
giudizio valutativo (sottinteso) sembra essere fondato su prove, come si dice,
di fatto, ossia su giudizi teoretici; mentre i giudizi teoretici provano bensì
l'esistenza del fatto o la legittimità dell'imputazione, ma non provano in
nessun modo il valore dell'azione. Il qual valore è già riconosciuto e
ammesso e incorporato nell'idea di quel modo di operare, di quel difetto
o colpa di cui l'azione è prova, e non ha bisogno di essere formulato a parte
perché tutti lo sentono e tutti lo sottintendono.
* * *
Ora i
giudizi di valore a cui si dà ufficio di primari, cioè che si assumono a
fondamento degli altri e alla cui validità si riconduce la validità di questi,
sono presi, solitamente, tra i giudizi il cui valore per essere comunemente
riconosciuto e, come si dice, pacifico, è appunto piú facilmente sottinteso.
Quando
si è detto a una persona intelligente «bada che quella pistola è carica», non
occorre altro discorso per persuaderla a maneggiarla con prudenza; e nessuno
pensa che è sottinteso, o meglio, nessuno ha bisogno di pensare distintamente
che è sottinteso, un giudizio sul valore della vita, e che l'avvertimento non
avrebbe peso se la vita non valesse piú di una cartuccia. Ora il giudizio: la
vita è un bene; che qui è sottinteso, può essere considerato come primario, per
esempio in tutti i precetti dell'igiene (dove anzi fa da primario un giudizio,
che è già esso derivato rispetto a questo, sul valore della sanità): ma può
essere non primario per chi giustifica a sua volta il valore della vita col
valore del sapere, o del bello, o della giustizia, o della carità, o della
potenza, o della gloria, o di qualsiasi altro ordine di fini o di attività o di
godimenti.
Ma
poi, quando si dice che l'arte, o la scienza, o la pietà sono un conforto della
vita, si fa di ciascuno di quei beni che sopra sono assunti come beni per sé,
un bene derivato rispetto a quello della vita. E cosí se si dice che il sapere
accresce la ricchezza, o la giustizia assicura la tranquillità, o l'onestà
alimenta la fiducia reciproca, si pongono, almeno occasionalmente, come
derivati, dei valori primari, e si assumono come primari rispetto ad essi, dei
valori derivati.
* * *
È
adunque chiaro che i giudizi di valore si legano fra di loro in una catena
continua, anzi in un groviglio di catene, del quale non è necessario qui cercar
di capire piú particolarmente la struttura; e che per queste mutue e varie
connessioni delle diverse valutazioni fra di loro, si può assumere come
primario in un sistema di deduzioni un giudizio di valore che figura come
derivato in un sistema diverso. Ma in qualsiasi processo di
giustificazione, questo giudizio primario di valore espresso o sottinteso ci
deve essere; e si tratta di vedere — nel caso di valutazioni morali — non se
spetta alla ragione giustificare la scelta, ossia dimostrare da che cosa nasca
l'attribuzione di valore (che sarebbe precisamente fare del valore diretto un
valore derivato; la quale dimostrazione, se è possibile, nessuno dubita che sia
un processo razionale); ma, se ci sia un principio di valutazione, una
affermazione diretta o primaria di valore che sia razionale in sé,
e che si distingua come razionale da altre valutazioni primarie, che non
siano in sé razionali; cioè che non sia razionale accettare, che la
ragione impedisca di ammettere.
|