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Se si
tien conto di quanto s'è avvertito sopra, la questione della razionalità o
irrazionalità dell'egoismo si riduce a vedere se l'egoista, accettando il
principio assiologico che assume come primario quando giustifica il suo sistema
di valutazioni egoistiche e le massime di condotta corrispondenti, rinneghi la
ragione, e quindi, poiché è ragionevole, si trovi in contraddizione con se
stesso. E cadrebbe in contraddizione:
O
perché operando da egoista non raggiunge lo scopo al quale è rivolta la sua
opera8.
O
perché il criterio egoistico contrasta con altri che l'egoista stesso
in quanto egoista non può fare a meno di accettare e di ammettere.
* * *
È
certo che l'egoista spesso sbaglia i conti e fallisce lo scopo; ma questo non
ha che fare nella questione. I conti li sbagliano un po' tutti, o li possiamo
sbagliare, senza che ciò voglia dire nulla circa il valore o il disvalore, la dignità
o l'indegnità dei nostri scopi. Lo sbagliare riguarda la scelta o l'uso dei
mezzi e dà luogo ad un giudizio di abilità o inabilità, di successo o di
insuccesso; e sbagliano i conti i filantropi forse piú spesso degli egoisti.
Lasciamo dunque le delusioni che possono venire agli egoisti da errori di
calcolo.
Concludente
invece, anzi decisiva, sarebbe, se valesse, l'altra obbiezione che non si possa
essere egoisti senza contraddirsi. La quale però ha il torto di configurare un
egoista incoerente (anche se in realtà è il tipo comune, anzi forse
cedendo appunto alla suggestione della realtà) cioè, che pretende bensì di
subordinare ogni interesse, di qualunque genere, degli altri al suo interesse
proprio, ma pretende insieme che gli altri non facciano cosí; e ha l'aria di
dire agli altri: ma, insomma, se fate gli egoisti anche voi, come faccio io a
servirmi di voi per i miei comodi? — Naturalmente quando si è foggiato un
egoista su questo tipo, è facile dimostrare che si contraddice. Non è mai, in
generale, molto difficile ritrovare in qualche cosa qualcos'altro che vi sia
posto dentro prima.
Ma non
vi può essere un egoista coerente? E come si dimostrerebbe che non vi può
essere? Vediamo come dovrebbe essere; e se, essendo coerente, cesserebbe di
essere egoista. Questa è manifestamente la tesi che si deve dimostrare per
concludere alla irrazionalità dell'egoismo.
Egoista
coerente è chi riconosce buono l'operare di ciascuno quando è dettato dal suo
interesse maggiore, ossia buono per ciascuno il modo di operare che procura ad
esso operante il maggior numero di vantaggi e il minor numero di danni; ossia,
un egoista coerente è esso senza riguardi per gli altri, ma ammette e trova
naturale e legittimo nello stesso tempo, che ciascun altro sia senza riguardi
per lui. È pronto a sopraffare, potendo farlo senza danno, gli altri; ma non
protesta se altri, potendo, sopraffà lui. — Dov'è qui la contraddizione?
* * *
Si
dirà che cosí facendo si riesce all'uno o all'altro di questi risultati: o alla
limitazione reciproca degli egoismi per mezzo di norme di condotta che li renda
compatibili, e abolisca lo spettro hobbesiano del «bellum omnium contra omnes»; o al riconoscimento
del valore supremo, della forza come criterio ultimo della condotta.
Ora il
primo risultato — si dirà — è la negazione dell'egoismo; l'egoismo, diventando
ragionevole sbocca in un criterio diverso, anzi contrario: si fa legge, cioè
diritto, cioè giustizia.
Il
secondo tiene sospesa sull'egoista la spada di Damocle della sua condanna: il
piú forte d'oggi può essere piú debole domani, il piú forte contro i singoli è
meno forte contro la coalizione dei singoli. Il numero, il «gregge» può
sopraffarlo; e se lo sopraffà esso ha ragione perché è il piú forte. Per
sostenere che il criterio della forza deve valere soltanto tra i singoli e
singolarmente presi, occorrerebbe un altro presupposto, un altro giudizio, un
altro criterio fuori della forza, che valga a distinguere entro quali limiti
l'uso della forza è legittimo. Ma fuori di questa clausola (che ricondurrebbe
al risultato precedente), la forza contiene in sé la propria condanna perché
genera da sé la propria negazione.
Né
l'uno né l'altro di questi discorsi che paiono vittoriosi è, se si guarda
spassionatamente, concludente.
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Cominciamo
dal secondo. È bensì vero che l'egoismo se non scende a patti con gli egoismi
che gli si possono contrapporre sbocca nel criterio della forza; ma il criterio
della forza non si nega e non si smentisce finché si ammette che esso valga per
tutti9, che la mia volontà sia legge finché il piú forte sono io, e che
sia legge la volontà degli altri quando piú forti sono gli altri. Sarebbe
invece smentita appunto, quando valesse finché il piú forte sono io e non
valesse piú se il piú forte è un altro. Si può dunque dire che il criterio
della forza può riservare delle sorprese, e portare, a chi l'accetta, piú danni
che utili. Ma non si può dire che sia in sé contraddittorio; come non è
contraddittorio per un giocatore accettare la legge del gioco coi suoi rischi e
le sue promesse, anche se queste sono superate da quelli.
Ciò
riguarda dunque, non la coerenza intrinseca del criterio, ma la questione se a
un egoista accorto convenga o no di farne la sua legge. Se ci pensa bene, se
pesa il pro e il contro con prudenza, forse non sceglierà una strada nella
quale i pericoli sono superiori alle speranze.
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Ed
ecco l'altra alternativa: l'egoismo che si limita e si fa diritto10.
Ma qui
è ancora piú facile scorgere l'equivoco e può parer superfluo il metterlo in
evidenza. L'egoista che accetta il diritto come garanzia della sua
sicurezza, della sua tranquillità, della sua libertà, cioè la
limitazione dell'egoismo per motivi egoistici, non cessa perciò solo di essere
egoista, e non v'è nessuna contraddizione intrinseca, per lui, nell'accettare
condizioni che per lui sono vantaggiose. Che un diritto cosí giustificato non
abbia valore morale e non debba identificarsi con la giustizia è evidente: che
un diritto il quale non abbia altro fondamento che questo calcolo egoistico sia
poco saldo e non abbia piú consistenza di realtà storica che lo stato di
natura, è inutile dire; ma non si può dire in nessun modo che l'egoista
contraddica se stesso quando accetta e riconosce una legge che limita il suo
egoismo. E l'economia politica assume, come tutti sanno, l'ipotesi dell'uomo
che produce e scambia la ricchezza secondo motivi egoistici e per puri motivi
egoistici, ma osserva perfettamente le altre forme giuridiche piú rigorose
della giustizia, senza che questa osservanza venga a contraddire menomamente il
presupposto egoistico. Anzi, ognuno sa che la limitazione piú rigida e piú
incondizionata dei fini particolari di ciascuno sotto la legge di un dispotismo
senza limiti e senza controllo, è giustificata dal Hobbes in nome dell'egoismo
e dell'espressione piú elementare e piú grossolana dell'egoismo (la
conservazione della vita); e che a un calcolo puramente egoistico si
riconducono dall'Helvetius (cosa parimenti notissima) ogni forma di condotta ed
ogni azione umana. E nelle dottrine che prendono nome di utilitarie (con un
battesimo antonomastico che non si capisce se faccia piú torto, come si crede,
alle dottrine, o a chi le ha designate con questo nome11), la
difficoltà piú grave, la sola difficoltà insormontabile dal punto di vista del
proposito che le ispira, è quella che nasce dalla esigenza di conciliare la
utilità individuale con la utilità sociale: alla quale esigenza si crede di
soddisfare nel modo piú efficace, facendo dell'utile della società, il mezzo e
la condizione dell'utile individuale; cioè giustificando da un punto di vista
egoistico, le norme della vita sociale.
E
questo stesso sforzo di giustificare con una motivazione egoistica ogni ordine
di attività anche piú elevata non solo dimostra che è tutt'altro che evidente
la contraddizione intrinseca e la irrazionalità dell'egoismo, ma fa pensare
piuttosto il contrario: che l'illusione di questa possibilità sia nata, e la
tenacia dello sforzo alimentata, appunto dall'opinione che la via migliore, se
non l'unica, di persuadere che l'operare moralmente è conforme alla ragione,
sia di mostrare che le norme morali coincidono con quelle di un bene inteso
cioè di un intelligente egoismo.
Ma con
ciò si suppone o si accetta, ma
non si pone la pretesa legittimità evidente per sé dell'egoismo, come
norma suprema di condotta, accanto o contro la legittimità del
criterio opposto. Ed è sempre sottinteso il presupposto arbitrario che vi
sia un criterio di valutazione il quale è per sua natura conforme alla ragione,
di fronte ad altri criteri contrari. Mentre contrario alla ragione non è
né l'uno né l'altro criterio per sé. Ma è soltanto la pretesa di accettare un
certo criterio e insieme non accettarlo, di ammetterlo come norma di condotta e
non applicarlo.
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