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Con
ciò la tesi egoistica cerca di porsi su quella medesima via che è nella
tradizione dei sistemi e delle scuole la via piú comune del razionalismo
morale, ed è in effetto la piú semplice, si direbbe quasi la piú ovvia ed
ingenua: quella notissima di ricondurre le norme a un bene, a un fine,
a un ideale, di cui si è riconosciuto o si debba riconoscere
incontestabile il valore supremo.
Qui
ciò che fa da principio della dimostrazione da «assioma medio» o proprio
della costruzione morale, è il giudizio in cui si assume questo valore e questa
dignità suprema del fine. Posto che il fine assunto sia il fine che l'uomo
riconosce come supremo e che si dimostri come le norme morali siano ordinate ad
esso, la loro legittimità è dimostrata.
Quale
sia questo fine e in che consista spetta alla ragione di trovare o di
giudicare; di trovare e formulare, se questo fine supremo è dato e si
assume come riconosciuta e incontestata la sua validità di supremo; —
di giudicare, se su questo valore cade dubbio, o se si pensa che non
basti un riconoscimento di fatto, ma sia necessario un riconoscimento di
diritto; che spetti alla ragione, non già o non soltanto di scoprire, se vi è,
un tal fine, ma di giudicare perché esso debba valere. Nella prima
maniera il valore del fine e quindi del criterio supremo che la costruzione
logica assume, e sul quale si fonda la giustificazione delle norme morali, è
manifestamente dato alla ragione, non posto da lei; ma
l'assumerlo può apparire e appare praticamente legittimo, finché è ammesso e
fuori di contestazione che il fine è supremo, perché è in realtà il fine unico,
segnato dalla stessa «natura umana»; quello a cui si riducono tutti i fini
particolari; che li comprende, li concilia e li subordina tutti. Tale è nella
sostanza il procedimento logico delle dottrine che assumono come fine naturale
— al quale necessariamente si riconduce o mette capo qualsivoglia fine parziale
— la felicità o la perfezione o altro preteso fine dello stesso tipo,
che li compendii tutti. Ma è appena necessario osservare come quegli stessi
caratteri per i quali pare cosí naturale, cosí evidente e cosí «ragionevole»,
riconoscere questo fine come il fine per eccellenza, senza contestazione e
senza eccezione comune e costante e incoercibile della natura umana, sono quei
medesimi che fanno di questo fine apparentemente unico, un termine
vago e vacuo di ogni contenuto determinato e concreto; del quale nessuno
contesta che sia supremo, finché ciascuno può dare a quel termine il
significato che si accorda, per lui, col valore che gli si attribuisce di
supremo.
Ma
perché una qualsiasi costruzione sia possibile è necessario che il termine
assuma un certo contenuto determinato; il quale contenuto è esso che
serve di fondamento alla deduzione; mentre ciò di cui si riconosce come supremo
e fuori di contestazione il valore è quella Felicità (o Perfezione, o altro
Bene) della quale quel contenuto assume la veste, il titolo e le
prerogative; e in nome della quale si presenta appunto come fine. E cosí accade
che, mentre nell'apparenza il fine è uno, in realtà è duplice: uno è
il fine nominalmente assunto, a significazione indeterminata e che per
sé non potrebbe servire a costruirvi sopra che delle tautologie inconcludenti,
ma che reca il titolo e le insegne, e quasi la formula magica, della sua
sovranità: ed è la felicità (o quell'altro termine dello stesso genere);
l'altro è il fine realmente assunto. Il contenuto determinato che
serve alla deduzione, che regge la dottrina, e che fornisce veramente il
criterio al quale si riconduce logicamente la legittimità delle norme, dei
precetti e dei giudizi che se ne ricavano.
Cosí
resta giustificato in nome della felicità ciò che viene determinato
in conformità a quel certo contenuto. L'uno serve a costruire, l'altro a
dar valore alla costruzione.
* * *
Ora
finché si ammette che la felicità o quel qualsiasi altro termine che lo
sostituisce consiste veramente in quel contenuto sul quale si è
costruita la dottrina, e l'accordo sulle deduzioni favorisce e conforta questa
certezza, la distinzione fra il dato della costruzione e il supposto
che lo investe del valore di fine, non ha luogo, o apparirebbe ingiustificata o
pedantesca. È, o si ammette come pacifico, che il dato e il supposto
coincidono, che l'uno esprime il significato dell'altro.
Ma se,
sotto l'apparente unità del termine si mostrano le differenze di contenuto; e i
fini particolari che si credevano fusi e, unificati in quell'unico fine,
rivelano la loro incompatibilità; e un fine e un ordine o specie di fini
pretende di valere come sommo, subordinando a sé od escludendo gli altri;
allora è necessario scegliere.
E la
scelta tra due o piú specie di "Felicità" (come tra due o piú forme
di «Perfezione») non può essere fatta in nome della felicità. Tra due o piú
ordini di fini che si presentano come fini della «natura umana» non si può
sentenziare in nome della natura; oppure si deve ricorrere a distinzioni tra
felicità e felicità, tra natura e natura, che rivelano l'assunzione aperta o
tacita di un criterio che serve a distinguere la vera da una falsa
o apparente felicità, e a determinare in che consista e in che si appunti la
«vera» natura umana.
«Considerate
la vostra semenza...»
* * *
E cosí
il riconoscimento di fatto si muta in riconoscimento di diritto. Non è questo
davvero, finalmente, il compito della ragione? Di far capire, di persuadere, di
dimostrare che alcuni fini sono degni e altri sono indegni dell'uomo, alcuni
superiori, altri inferiori? E fare questa scelta non vuol dire fare una
gradazione di fini, e giudicare quale meriti di essere riconosciuto come il
fine supremo che serva di termine di confronto, per subordinare quelli che si
conciliano ed escludere quelli che sono inconciliabili con esso? Qui adunque
pare veramente che sia razionale, non solo il processo di deduzione dal fine,
ma razionale la scelta stessa del fine, il riconoscimento del valore che esso
deve avere di fine supremo.
Senonché
non è difficile scorgere l'equivoco e trovarne la origine. Il criterio in base
al quale la ragione giudica la dignità dei fini, ne fa la scelta, la
subordinazione e la esclusione, è desunto dalla coscienza morale, cioè in
ultimo da quelle stesse valutazioni che la costruzione razionale è chiamata a giustificare.
In realtà il giudizio della ragione è il frutto di un processo che è bensì esso
razionale, ma che si fonda su dati di valutazione morale. Il processo reale,
palese o nascosto, è, in breve, questo:
La
coscienza morale dice all'uomo quale è la condotta buona, la condotta che è
giusto che segua, che deve seguire.
La
ragione mostra (non cerchiamo se con regressione del tutto rigorosa e univoca,
ma in ogni caso adempiendo un ufficio che è propriamente e incontestabilmente
suo), mostra, dico, che quella condotta è ordinata a certi effetti, raggiunge
un fine che è perciò — dal punto di vista deduttivo e giustificativo
dell'esigenza razionale che vuole l'unità e la coerenza — il Bene
morale; e poiché non sarebbe morale se non valesse come sommo, questo Bene deve
essere riconosciuto e posto come supremo.
Non è
dunque perché la ragione lo giudica supremo che esso vale come fine morale; ma
è perché esso deve valere come fine morale, deve adempiere a questo ufficio
nella unità logica del sistema, che la ragione gli riconosce questo valore di
fine supremo. Il che viene a dire che il titolo sul quale il giudizio
della ragione è fondato, il criterio seguito nella scelta è il carattere che
esso assume, o è capace di assumere, di fine morale.
Riconoscergli
questa attitudine, questa capacità a dar ragione dei giudizi morali, a servire
ad essi di principio di giustificazione, cioè di dato dal quale
razionalmente si ricavano le norme, equivale a riconoscerlo come fine
morale; e assumerlo come tale, equivale ad assumerlo come supremo.
Adunque
è bensì la ragione che giudica questa attitudine o questa capacità che ha il
fine di servire di giustificazione dei giudizi morali. Ma il valore morale
di queste valutazioni è dato, deve essere ammesso o presupposto. La
ragione porta il suggello di questo valore su quel fine del quale essa
mostra la congruenza con le valutazioni morali.
* * *
Se in
questo proposito di ricondurre le valutazioni della coscienza morale a un fine
unico, possa riuscire o no, e, dato che possa, entro quali limiti e con quali
frutti, è una questione che qui può essere lasciata in disparte. Ciò che
importa notare è che quel «Fine» ha valore supremo per l'uomo dotato di
coscienza morale; per una natura umana per la quale valga
l'esigenza morale e valgano le valutazioni che essa richiede e che la
esprimono. È supremo dunque nell'ipotesi che l'uomo senta la superiorità
di certe aspirazioni su certe altre, di certe attività su certe altre, di una
«natura» su l'altra.
Per
far riconoscere il valore supremo di questo fine noi dobbiamo dunque supporre
ammesso il valore di quei giudizi morali, dei quali dimostreremo
poi razionalmente la validità, deducendoli da quel fine.
Sono
questi giudizi, di cui è o si assume incontestabile il valore morale,
il dato o i dati primi della costruzione assiologica; e la ricerca del
fine supremo non è che lo sforzo logico di ricondurli a un solo principio di
valutazione, a un unico criterio; di costruirli in sistema. Del quale perciò la
validità logica, la coerenza necessaria, l'unità di sistema è posta
dall'esigenza razionale; ma la validità assiologica esprime una esigenza
morale, la quale è già data o postulata
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