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Erminio Juvalta
Per uno studio dei conflitti morali

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  • Capitolo Primo
    • § 11. — Razionalismo politico (empirico) e razionalismo religioso (metafisico)
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§ 11. — Razionalismo politico (empirico)
e razionalismo religioso (metafisico)

Se non che i due indirizzi morali, che, tenendo fermo ciascuno il principio dell'uguaglianza morale degli uomini proclamato dall'etica cristiana, sembrano compiersi a vicenda (, eguaglianza di diritti fondata sulla natura; qui, eguaglianza di dignità fondata sulla coscienza del dovere), in realtà preparano la separazione che pare insuperabile, tra vita esteriore e vita interiore, e che si sovrappone, se non si sostituisce, alla dualità cristiana di vita terrena e vita ultraterrena.

Perché la morale che si può dire politica, con la sua concezione della uguaglianza dei diritti come condizione del «bene di ciascuno», che si concilia col «bene di tutti», veste della esigenza valutativa, propria della morale del bene, la morale della legge; considerando nel bene soprattutto il contenuto esterno dell'azione, i fini e gli effetti empirici, e facendo del dovere di osservare la legge la coscienza del valore, che essa ha, di mezzo o condizione per un fine, che oscilla tra l'utile generale e l'utile individuale; o, a dirla in termini antichi, condizione a un tempo della virtú e della felicità; onde era indotta a trascurare l'interiorità e a considerare la stessa religione come integrazione della esigenza esecutiva.

La morale kantiana, facendo della legge morale la forma di un «Regno dei fini», di un mondo soprasensibile, nel quale si attua il Sommo Bene, e del qual mondo la legge morale è la legge naturale, veste della esigenza valutativa, propria della morale della legge, una morale del bene (concepito nella vita empirica come puramente interiore e attuantesi nel Volere puro); al quale rimane del tutto estraneo l'effetto esteriore dell'azione, se non in quanto valga come segno di quel valore interiore. Cosí è piena l'adeguazione della religione e della morale, o meglio la penetrazione della morale nella religione; ma è insieme anche precisa e risoluta nella esigenza logica, se non anche sempre nella costruzione dottrinale, la scissione da ogni giustificazione empirica, e quindi da ogni finalità sociale e politica.

La prima, per giustificare il valore della condotta morale rispetto alla vita terrena, crede necessario ridurre il razionale al sensibile e il disinteresse all'interesse.

L'altra, per tener fermo e incrollabile il valore intrinseco e disinteressato del bene morale, spezza ogni suo riferimento alla vita sensibile e lo spoglia di ogni contenuto empirico.




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