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Se non che i due
indirizzi morali, che, tenendo fermo ciascuno il principio dell'uguaglianza
morale degli uomini proclamato dall'etica cristiana, sembrano compiersi a
vicenda (là, eguaglianza di diritti fondata sulla natura; qui, eguaglianza
di dignità fondata sulla coscienza del dovere), in realtà
preparano la separazione che pare insuperabile, tra vita esteriore e vita
interiore, e che si sovrappone, se non si sostituisce, alla dualità cristiana
di vita terrena e vita ultraterrena.
Perché
la morale che si può dire politica, con la sua concezione della
uguaglianza dei diritti come condizione del «bene di ciascuno», che si
concilia col «bene di tutti», veste della esigenza valutativa, propria della
morale del bene, la morale della legge; considerando nel bene
soprattutto il contenuto esterno dell'azione, i fini e gli effetti empirici, e
facendo del dovere di osservare la legge la coscienza del valore, che essa ha,
di mezzo o condizione per un fine, che oscilla tra l'utile generale e l'utile
individuale; o, a dirla in termini antichi, condizione a un tempo della virtú e
della felicità; onde era indotta a trascurare l'interiorità e a considerare la
stessa religione come integrazione della esigenza esecutiva.
La
morale kantiana, facendo della legge morale la forma di un «Regno dei fini», di
un mondo soprasensibile, nel quale si attua il Sommo Bene, e del qual mondo la
legge morale è la legge naturale, veste della esigenza
valutativa, propria della morale della legge, una morale del bene (concepito
nella vita empirica come puramente interiore e attuantesi nel Volere puro); al
quale rimane del tutto estraneo l'effetto esteriore dell'azione, se non in
quanto valga come segno di quel valore interiore. Cosí è piena l'adeguazione
della religione e della morale, o meglio la penetrazione della morale nella
religione; ma è insieme anche precisa e risoluta nella esigenza
logica, se non anche sempre nella costruzione dottrinale, la scissione da ogni
giustificazione empirica, e quindi da ogni finalità sociale e politica.
La
prima, per giustificare il valore della condotta morale rispetto alla vita
terrena, crede necessario ridurre il razionale al sensibile e il disinteresse
all'interesse.
L'altra,
per tener fermo e incrollabile il valore intrinseco e disinteressato del bene
morale, spezza ogni suo riferimento alla vita sensibile e lo spoglia di ogni contenuto empirico.
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