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L'etica
del razionalismo, sia empirico sia metafisico, col tentativo di tradurre la
morale nella uniformità universale e costante di una
legge o di contenuto essenzialmente politico o di contenuto essenzialmente
religioso, è l'espressione prevalente di una fra le due tendenze opposte che
dominano la vita morale, e forse, attraverso la morale, la storia: la tendenza
alla distinzione, al meglio, al merito, che è
tormentata dallo sforzo di una ascensione continua; e la tendenza all'eguaglianza
che guarda alla regola, alla uniformità della legge, ed è guidata dal bisogno
dell'ordine, della normalità e della prevedibilità dei risultati. La prima
trova la sua espressione piú facile e direi piú
naturale nella morale personale o del bene, o come oggi si direbbe forse
meglio, della cultura; l'altra nella morale della legge comune, o, se si
preferisce, della vita sociale.
Ed è inutile
ripetere che la prima presuppone la seconda. Piuttosto conviene aggiungere che
questa seconda si eleva per effetto della prima; ed è la elevazione
morale dei migliori che suscita l'elevazione della moralità della legge e non
viceversa. Il perfezionamento della «legge» è sempre in un certo senso la
partecipazione di tutti a una valutazione morale che
prima era di pochi. E questa migliorata normalità suscita e stimola alla sua
volta nei meglio dotati nuovi sforzi di elevazione.
Per la quale nasce dal bene raggiunto l'ansia di un bene maggiore, di ideali piú alti e piú ardui; come rampolla «a pié del
vero il dubbio». Il razionalismo è prevalentemente guidato, come porta la sua
natura, dalla preoccupazione dell'eguaglianza; ma il razionalismo metafisico,
sull'esempio prudente dell'etica cristiana, restringe questa eguaglianza
alla vita interiore, dove è eguaglianza di dignità e libertà morale, facoltà di
essere fedeli al dovere; mentre il razionalismo empirico la estende alla
condotta esteriore, dove è eguaglianza giuridica, libertà civile, e diritto
all'esercizio di questa libertà.
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