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Erminio Juvalta
Per uno studio dei conflitti morali

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  • Capitolo Secondo
    • § 15. — Inscindibilità di esteriore e interiore. Il contenuto dell'azione
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§ 15. — Inscindibilità di esteriore e interiore. Il contenuto dell'azione

La mia opinione è che questa tesinecessaria storicamente per aprire la via al riconoscimento della sovranità della coscienza morale — sia in sé errata; e che sia insostenibile (oltre che praticamente disastrosa) cosí ogni dottrina che scinde la volizione dalla azione esteriore e il motivo dal fine che è il contenuto proprio e specifico dell'azione, come ogni dottrina opposta. Non solo insostenibile la tesi della moralità ridotta a pura intenzione, ma la tesi della azione «materiale» ridotta a pura esteriorità (neanche quando si tratti di pura «legalità»). La dimostrazione esauriente di questa inscindibilità non sarebbe facile né breve. Qui basta accennare a un equivoco fondamentale sul quale si regge il preconcetto kantiano (giustificato del resto storicamente); che è quello di escludere la possibilità di una valutazione disinteressata del contenuto dell'azione, cioè del fine, dal punto di vista dell'effetto necessario e costante della azione, che ne costituisce la sua natura caratteristica: il fine vero e proprio, impersonalmente e imparzialmente considerato all'infuori di ogni secondo fine, indiretto, occasionale, estrinseco: di piacere o di utilità presente o futura per una o per altra persona particolare.

Fini indiretti ed estrinseci, che non si direbbero secondi, se non fosse pacifico che c'è un fine primo, che è il proprio fine dell'azione. Piú ancora: fini secondi, che per essere conseguiti devono nascondersi dietro il fine primo, quello dell'effetto intrinseco, naturale e caratteristico della azione. Come la fondazione di un ospedale o di una università, posto che abbia per fine segreto la fama o l'onore del filantropo, non raggiunge questo secondo fine se non perché attua il primo, il cui valore di carità o di cultura viene dal contenuto dell'opera buona, non dall'ambizione del filantropo.

Il motivo puro non è altro che il motivo che si inspira alla valutazione intrinseca del fine: l'amore di quel bene che è l'assistenza agli infermi, l'incremento della cultura, e via dicendo.




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