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Erminio Juvalta
Per uno studio dei conflitti morali

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  • Capitolo Secondo
    • § 19. — La morale nell'economia
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§ 19. — La morale nell'economia

Ma a questa forma di conflitto il razionalismo giuridico ne ha aggiunto una nuova, propria e caratteristica della morale politica contemporanea.

Quell'ordine storicamente dato, di cui s'è detto che condiziona i rapporti che il diritto è chiamato a regolare, se è giustificato solamente come fondamento e sostegno di quello stato che trae da questo ordine la sua conservazione e la sua forza e il potere necessario a difendere il diritto di tutti, acquista, guardato per questo rispetto, un valore essenzialmente diverso secondo il valore che questa garanzia del diritto di tutti ha per la coscienza personale.

E questa valutazione è diversa per le diverse persone, non solo di diverse classi sociali ma della stessa classe.

Lasciando le diversità di carattere personale, è naturale che questa valutazione sia dissimile secondo che alla eguaglianza giuridicamente sancita dei diritti corrisponde o non corrisponde la reale possibilità di esercitarli. E pare un po' invidiare le glorie di Lapalisse ricordare che il diritto (e il dovere) riconosciuto di usare la ricchezza a fini nobili piuttosto che ignobili non la ricchezza, come il diritto (e il dovere) di pregare Dio secondo la propria fede non questa fede.

Ne segue, cosa notissima, che da questo punto di vista, quell'ordine, alla conservazione del quale sono necessari i negotia, cioè l'opera e la collaborazione delle diverse classi socialicosí di quelle a cui esso assicura le possibilità esterne di otium e di una cultura, come di quelle che ne sono escluse — non è ugualmente desiderabile per le une e per le altre.

Non è necessario procedere ancora nella deduzione per vedere che qui ha radice — attraverso la trasformazione dei mezzi e delle forme della produzione economica e la partecipazione, prima nominale poi effettiva, delle classi dei lavoratori manuali alla sovranità — un possibile conflitto di criteri, tra le esigenze che la riconosciuta eguaglianza di dignità morale ha fatto penetrare attraverso il diritto nella politica, e le esigenze che nascono dalla realtà storica: dell'ordine costituito, e dello stato e della forza, della quale esso deve pur potere disporre; esigenze che hanno esse stesse non soltanto un fondamento storico, ma una giustificazione razionale. E vi ha pure radice la penetrazione inevitabile dell'etica, non soltanto nel diritto, ma nell'economia, e la necessità di conciliare le esigenze economiche della produzione, che sono insieme esigenze dell'ordine, con le esigenze morali della elevazione e della cultura delle classi inferiori. I problemi dell'istruzione popolare e della legislazione del lavoro, di un certo otium, e di un uso di questo otium a fini di cultura, rientrano in questa morale dell'economia e ne sono praticamente la parte piú notevole10.

Cosí l'etica del lavoro, che viene razionalmente prima dell'etica del diritto e dell'etica del bene, arriva storicamente ultima.





10 L'adattamento di tutte le classi sociali all'ordine costituito, cioè, soprattutto, alle esigenze storiche della produzione, era ottenuto, si può dire, automaticamente per la pressione del bisogno da una parte, per l'interesse privato dall'altra (egoismo individuale ed egoismo di specie degli economisti). Tutti sanno come e perché queste «armonie economiche» siano state rotte. Ma qui importa rilevare per lo scopo nostro come, fino a quando la necessità o la convenienza egoistica si adeguarono alle esigenze della produzione e della divisione del lavoro, l'ordinamento della proprietà, e le condizioni del lavoro e i profitti e i salari furono considerati del tutto fuori da ogni apprezzamento morale (se non fosse l'accenno generico ai doveri del proprio stato, che era un riconoscimento implicito della legittimità dello stato di fatto; e il dovere religioso della carità, pieno di sviluppi potenziali, ma privo di ogni sanzione giuridica e sociale, e scarso di efficacia pratica).

Restava fuori della morale la produzione perché era considerata soltanto come oggetto di calcolo egoistico, e non anche, come è, oggetto di valutazione intrinseca.

Sarebbe poi interessante esaminare a questo proposito le condizioni caratteristiche del lavoro cosiddetto intellettuale; il quale, per un verso appartiene ancora alla morale dell'otium o personale, e per l'altro penetra sempre più nella morale del negotium, e più particolarmente della produzione economica; e lascia intravvedere la possibilità di un rovesciamento dell'antico rapporto tra le due morali, e di nuovi conflitti di valutazioni tra le esigenze dell'una piuttosto che dell'altra subordinazione.

Su questa necessaria penetrazione della morale nella economia, ho insistito ripetutamente in altri scritti. Ricordo fra gli altri: Il metodo dell'economia pura nell'etica.





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