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Ma a questa forma
di conflitto il razionalismo giuridico ne ha aggiunto una nuova, propria e
caratteristica della morale politica contemporanea.
Quell'ordine
storicamente dato, di cui s'è detto che condiziona i
rapporti che il diritto è chiamato a regolare, se è giustificato solamente come
fondamento e sostegno di quello stato che trae da questo ordine la sua
conservazione e la sua forza e il potere necessario a difendere il diritto di
tutti, acquista, guardato per questo rispetto, un valore essenzialmente diverso
secondo il valore che questa garanzia del diritto di tutti ha per la coscienza
personale.
E questa
valutazione è diversa per le diverse persone, non solo di diverse classi
sociali ma della stessa classe.
Lasciando
le diversità di carattere personale, è naturale che questa valutazione sia
dissimile secondo che alla eguaglianza giuridicamente
sancita dei diritti corrisponde o non corrisponde la reale possibilità
di esercitarli. E pare un po' invidiare le glorie di
Lapalisse ricordare che il diritto (e il dovere) riconosciuto di usare la
ricchezza a fini nobili piuttosto che ignobili non dà la ricchezza, come il
diritto (e il dovere) di pregare Dio secondo la propria fede non dà questa
fede.
Ne
segue, cosa notissima, che da questo punto di vista, quell'ordine,
alla conservazione del quale sono necessari i negotia, cioè l'opera e la collaborazione delle diverse classi
sociali — cosí di quelle a cui esso assicura le possibilità esterne di otium e di una cultura, come di quelle che ne sono escluse — non
è ugualmente desiderabile per le une e per le altre.
Non è
necessario procedere ancora nella deduzione per vedere che qui ha radice —
attraverso la trasformazione dei mezzi e delle forme della produzione economica
e la partecipazione, prima nominale poi effettiva, delle classi dei lavoratori
manuali alla sovranità — un possibile conflitto di criteri, tra le esigenze che
la riconosciuta eguaglianza di dignità morale ha fatto penetrare attraverso il
diritto nella politica, e le esigenze che nascono dalla realtà storica:
dell'ordine costituito, e dello stato e della forza, della quale esso deve pur
potere disporre; esigenze che hanno esse stesse non soltanto un fondamento
storico, ma una giustificazione razionale. E vi ha pure radice la penetrazione
inevitabile dell'etica, non soltanto nel diritto, ma nell'economia, e la
necessità di conciliare le esigenze economiche della produzione, che sono insieme esigenze dell'ordine, con le esigenze
morali della elevazione e della cultura delle classi inferiori. I problemi
dell'istruzione popolare e della legislazione del lavoro, di un certo otium, e di un uso di questo otium a fini di cultura, rientrano in questa morale
dell'economia e ne sono praticamente la parte piú notevole10.
Cosí
l'etica del lavoro, che viene razionalmente prima dell'etica del diritto e
dell'etica del bene, arriva storicamente ultima.
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