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§
21. — Rivelazione interiore e rivelazione storica
Il
primo, antico quanto il Cristianesimo (per le altre religioni vale, in quanto
ve ne sia materia, lo stesso discorso), presuppone una dottrina religiosa storicamente
data, e una fede realmente professata dalla coscienza personale; nella quale
può sorgere il dissenso fra l'intuizione diretta o la convinzione interiore e
la comune dottrina della Chiesa. Parrebbe a prima vista che questi dissensi
dovessero essere giudicati e risolti nel «foro interiore» della coscienza di
ciascun credente; e in un certo senso si può dire che
cosí accade realmente per la fede di ogni credente che non sia solo «fede del
carbonaio». Ma se la fede è sentita, e il suo contenuto è pensato e affermato
internamente con la certezza della quale è, per dir
cosí, ebbro il credente, questa certezza non può rimanere inespressa e chiusa
nella coscienza personale, ma ha bisogno per vivere di affermarsi e di
effondersi e far proseliti; come ogni pensamento a cui si riconosca valore di
verità non è sentito come verità se non si manifesta e si esprime come sforzo
di persuasione e di apostolato e di comunione con altri; cioè se non si traduce
in discorso, e quindi in dottrina, che si contrappone alla dottrina ricevuta; e
la corregge; o se ne lascia correggere; o prorompe in eresia11.
Può o
non può la coscienza del credente ribellarsi
all'autorità della Chiesa? Deve o non deve il rispetto
per la tradizione far tacere il dissenso e in quali limiti? Dubbi che si
possono come ognun vede moltiplicare; ma che, comunque
risolti, non possono non essere di natura morale e giudicati con criteri morali
e facendo appello in ultima istanza alla propria buona fede morale.
Né occorre
accennare ad altri problemi che ne derivano.
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