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Erminio Juvalta
Postulati etici e imperativo categorico

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3. – Posto pure che al fine assunto come ideale etico fosse riconosciuto in realtà universalmente valore di Sommo Bene, non ne seguirebbe in nessun modo che il sentirlo e riconoscerlo come tale porti con sé il sentirsi obbligati a volerlo e cercarlo. Questo riconoscimento non genera la coscienza dell'obbligo, bensí ne mostra la ragionevolezza, fa che la coscienza approvi l'autorità obbligante; cioè giustifica l'obbligo, dato che ci sia. Ora una tale giustificazione riesce a questa alternativa: o serve a dimostrare che bisognerebbe ragionevolmente trovar buona e seguire la norma anche se non si sentisse l'obbligo, perché la norma è ordinata a quel certo fine che è riconosciuto come valore supremo. E in questa forma la pretesa fondazione dell'imperativo categorico si riduce alla formulazione di un imperativo ipotetico, che si sostituisce o si aggiunge al categorico. O riesce a un'argomentazione di questo genere: Siccome è bene sommo il fine, è bene l'osservanza della norma; e poiché si ammette o si suppone che la coscienza d'un obbligo assoluto sia necessaria a garantire questa osservanza, l'imperativo categorico appare la condizione sine qua non, acquista valore di mezzo indispensabile al conseguimento del fine.

Nel primo modo si viene a dire che l'imperativo categorico è giustificato perché è bene ciò che esso comanda; nel secondo che è giustificato perché è bene che esso comandi in quella forma. Ma né l'uno né l'altro modo né ambedue insieme riescono a fondare l'obbligo assoluto; anzi in quanto lo giustificano e ne pongono le condizioni, gli tolgono il carattere di categorico e di incondizionato.

A meno che questo carattere non gli venga da un'altra sorgente; cioè, come s'è detto, da un'autorità obbligante, della quale, l'esigenza di un'osservanza incondizionata pone non l'esistenza, ma la legittimità.

 




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