3. – Posto pure
che al fine assunto come ideale etico fosse riconosciuto in realtà
universalmente valore di Sommo Bene, non ne seguirebbe in nessun modo che il
sentirlo e riconoscerlo come tale porti con sé il sentirsi obbligati a
volerlo e cercarlo. Questo riconoscimento non genera la coscienza dell'obbligo,
bensí ne mostra la ragionevolezza, fa che la coscienza approvi l'autorità
obbligante; cioè giustifica l'obbligo, dato che ci sia. Ora una
tale giustificazione riesce a questa alternativa: o serve a dimostrare che
bisognerebbe ragionevolmente trovar buona e seguire la norma anche se
non si sentisse l'obbligo, perché la norma è ordinata a quel certo fine che
è riconosciuto come valore supremo. E in questa forma la pretesa fondazione
dell'imperativo categorico si riduce alla formulazione di un imperativo
ipotetico, che si sostituisce o si aggiunge al categorico. O riesce a
un'argomentazione di questo genere: Siccome è bene sommo il fine, è bene
l'osservanza della norma; e poiché si ammette o si suppone che la coscienza
d'un obbligo assoluto sia necessaria a garantire questa osservanza,
l'imperativo categorico appare la condizione sine qua non, acquista valore
di mezzo indispensabile al conseguimento del fine.
Nel primo modo si viene a dire
che l'imperativo categorico è giustificato perché è bene ciò che esso
comanda; nel secondo che è giustificato perché è bene che esso comandi
in quella forma. Ma né l'uno né l'altro modo né ambedue insieme riescono a
fondare l'obbligo assoluto; anzi in quanto lo giustificano e ne pongono le
condizioni, gli tolgono il carattere di categorico e di incondizionato.
A meno che questo carattere non
gli venga da un'altra sorgente; cioè, come s'è detto, da un'autorità
obbligante, della quale, l'esigenza di un'osservanza incondizionata pone non
l'esistenza, ma la legittimità.
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