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| Erminio Juvalta Postulati etici e imperativo categorico IntraText CT - Lettura del testo |
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7. – Questa distinzione e separazione di ricerche, mentre elimina le difficoltà (più frequenti che altrove, nell'Etica) dovute all'influsso che la preoccupazione di certi problemi esercita sull'esame degli altri, non nega e non toglie le relazioni e le connessioni tra i diversi ordini di problemi, anzi giova, come io penso, a meglio rilevarle e comprenderle. Così, per tenerci al nostro argomento, il riconoscere che la finalità e l'obbligatorietà si riconducono a due postulati diversi – quella a un postulato di valutazione, questa a un postulato di autorità – chiarisce l'antitesi tra l'esigenza razionale (per la quale ogni azione volontaria deve essere rivolta a un fine, e quindi una norma di condotta deve avere un contenuto) e l'esigenza dell'imperativo (per la quale l'osservanza della norma deve prescindere da ogni contenuto, e ogni merito morale consiste nella forma della detta osservanza); e sostituisce ai due problemi egualmente insolubili: «di cercare un fine sul quale si possa fondare una norma incondizionatamente obbligatoria» o «di ricavare dal dovere il contenuto o la finalità della norma», il problema (che potrà essere forse praticamente insolubile, ma che non è intrinsecamente contraddittorio) di cercare se si possa assegnare un valore (o dei valori) la cui attuazione debba essere concepita come la condizione universalmente e costantemente necessaria all'attuazione di ogni altro valore, e a garantire la quale si riconosca legittima l'esigenza e quindi la posizione ideale di un'autorità, che ne imponga l'osservanza incondizionata; e che, in quanto è approvata, voluta, posta idealmente dalla coscienza stessa, appare, ed è veramente, un'autorità che emana da lei. Questo modo di porre il problema, mentre è conforme al dato di fatto, non eliminabile da alcuna teoria, che non tutte le valutazioni morali sono accompagnate dal medesimo sentimento del dovere, né ogni attuazione di valore è sentita come obbligo, può forse fornire anche un criterio sicuro di distinzione tra i valori (immediati e mediati) universali e costanti, e i valori che non possono e non debbono essere sottratti all'apprezzamento individuale; tra i valori di giustizia e i valori di perfezionamento o di elevazione. E d'altra parte legittima, anche nell'ordine empirico esterno, l'esistenza di un Potere, e traccia i limiti dell'esercizio di questo potere; cioè i limiti dell'azione dello stato, e quindi del diritto; il cui fondamento etico sta appunto nella esigenza di garantire l'attuazione universale e costante dei valori di giustizia3. E cosí serve forse a chiarire i rapporti tra il diritto e la morale. Finalmente può giovar a spiegare, se non anche a risolvere, la controversia che riguarda la valutazione, non dei fini della condotta (i valori da attuare), ma dei motivi. Tra l'azione compiuta per dovere, e l'azione compiuta per desiderio del fine, per «amore del bene», non vi è opposizione ma parallelismo. Nel secondo caso, l'azione è morale, perché il fine voluto è un valore morale; nel primo, è morale perché ispirata dall'obbedienza ad un'autorità, che è riconosciuta e sentita come la sola per sé legittimamente imperante. L'un motivo non esclude l'altro4; ma è facile vedere (data la realtà psicologica del conflitto tra fini morali e fini non morali) perché si debba riconoscere praticamente e pedagogicamente la superiorità del dovere, sebbene non sia il dovere il criterio di valutazione dei fini stessi.
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3 Se, come io credo, il valore fondamentale, la condizione universale e costante di ogni altro valore, è la persona umana come avente in sé valore di fine, si potrebbe dare del Potere, considerato come organo giuridico dei valori di giustizia, la definizione seguente: giusto è quel Potere, che assicura con un obbligo universale e costantemente valido l'attuazione delle condizioni necessarie a costituire e garantire un ordine sociale tale, che nessuna persona umana possa essere né per coazione della società né per arbitrio di altre persone trattata unicamente come mezzo, ma ognuna sia sempre nel medesimo tempo trattata come fine. 4 Perciò la domanda che ha senso, a proposito del dovere, non è: «Perché devo io fare o non fare?» alla quale non vi è altra risposta che: «debbo perché debbo, o perché mi sento obbligato»; ma la domanda: « perch* è giusto che io debba?». Cioè: «quale è il valore che giustifica l'autorità a cui debbo obbedire?» |
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