Quando il Kant
affermava il primato della ragion pratica, legittimava in diritto ciò che già
valeva, più o meno consapevolmente, come fatto. In fondo alle costruzioni
metafisiche, motivo palese o riposto che colma le lacune, supera le incoerenze,
sceglie le conclusioni e impone le premesse, primeggia quasi universalmente
l'esigenza morale; e in una tendenza o preoccupazione morale culmina quasi
sempre, nella coscienza personale, il momento decisivo della scelta tra uno od
altro indirizzo metafisico.
Fu, come tutti sanno, il non
trovar soddisfatta questa esigenza morale, il fattore più largamente efficace e
suggestivo di quel movimento di critica alla scienza, alla validità dei suoi
presupposti e dei suoi risultati, che è caratteristico della più recente
speculazione filosofica.
Lo sforzo, insanabilmente vano,
di ricavare dalla scienza la morale, di opporre la morale della scienza, la «vera»
morale alla morale «metafisica» — quando non si smarriva in un relativismo
opportunistico, in fondo al quale rifaceva capolino la tesi cara ai sofisti —
riusciva alla identificazione, anzi alla confusione, tra necessità e valore,
tra esigenza biologica o sociologica ed esigenza morale. Così, mentre
pretendeva sfuggire alla assunzione, che si affaticava di dimostrare teoreticamente
arbitraria, di certi postulati metafisici ammessi in nome dell'esigenza morale,
poneva poi, del tutto arbitrariamente, come dati morali i dati e le induzioni
assunti in nome della scienza; pretendendo di fondare scientificamente
l'esigenza stessa morale.
Dissipato l'equivoco,
riaffermata l'interiorità e la priorità della esigenza e dei valori morali,
l'opinione quasi universalmente prevalente, e alla quale il rifiorire della
coscienza e della speculazione religiosa dà incremento e conforto, è che questa
priorità non solo legittimi, ma necessiti la certezza di certe credenze
metafisiche e che l'assunzione di postulati pratici nel senso kantiano, cioè di
postulati metafisici, sia la condizione necessaria di ogni dottrina morale.
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