Questa opinione
merita di essere esaminata e discussa; perché, ammessa la legittimità di una
metafisica della morale, resta da vedere se ed entro quali limiti e in
relazione a quali esigenze una dottrina morale debba di necessità far capo a
una costruzione metafisica.
«I valori morali non sono
morali, anzi non sono neppure valori se non se ne ammette la permanenza. Ma la
permanenza dei valori morali è un postulato metafisico, poiché non si può accogliere,
se non fondandola su postulati metafisici. Ammettere dei valori morali è dunque
già, in buona sostanza, far professione di fede metafisica».
— Adagio. Quali si siano i
valori di cui si postula la permanenza, la qualità di valore è ad essi
riconosciuta in forza di un'esigenza che è per sé puramente morale; è, in altri
termini, perché sono riconosciuti o sentiti come valori morali che se ne
ammette la permanenza; non è già perché siano ammessi come permanenti che se ne
accetta il valore.
E non vale obbiettare che, tolta
la permanenza, i valori morali sarebbero illusori, e perderebbero, dato che
l'avessero, la loro qualità di morali.
In primo luogo l'affermazione è
contestabile in linea di fatto. Ma fosse anche incontestabile, lascia il
discorso al punto di prima. Perché è appunto sul carattere morale riconosciuto
a quei valori che si fonda l'esclusione della illusorietà, e non viceversa; e
l'osservazione non viene a dire altro se non questo: che finché certi valori
sono riconosciuti come morali, la coscienza non può tenerli illusori. Ma non
prova già che sia l'esclusione dell'illusorietà che li fa qualificare come
morali; appunto perché, nella tesi in questione, non possono apparire illusori,
se non quando abbiano già cessato di
essere giudicati morali.
Che se poi si credesse di
sostenere che cessano di essere valori morali perché non sono più neppure
valori in nessun modo, l'esperienza psicologica è troppo ricca di smentite. Le
dissertazioni eloquenti sulla illusorietà dei valori sensibili non tolgono che
siano sensibili, e neppure che siano valori; poveri, transitori, caduchi quanto
si voglia, ma valori.
Gli è che l'illusorietà non è un
predicato applicabile ai valori; perché il valore non consiste in un quid esterno e che possa
sussistere fuori della coscienza, e sulla cui esistenza sia possibile ingannarsi;
il valore è tale in quanto è dato, sentito, vissuto dalla coscienza; e in
quanto dato non può essere illusorio;
come, in quanto è data nella coscienza, non è illusoria, sia venia al
bisticcio, neppure l'illusione.
Ed è poi contestabilissimo come
dato psicologico che i valori morali non possano sussistere senza il
riconoscimento della loro conservazione. Non basta asserire (e non servirebbe
neppure poter dimostrare) che, riconoscendo dei valori morali e non
ammettendone la permanenza, il Leopardi e lo Schopenhauer, per dire due nomi
illustri, erano incoerenti o in contraddizione con se stessi; bisognerebbe,
perché il discorso fosse concludente, provare che credevano
il contrario. Si soggiungerà che il Leopardi fu infelice; e che non sarebbe
stato, o sarebbe stato meno, se avesse creduto quel che non credeva. Ma questo
proverebbe, se mai (dato che i se che
correggono la storia possano provare qualche cosa), che i valori morali non
sono conciliabili colla felicità, o (per essere più discreti) colla
tranquillità, se non a patto che se ne ammetta la conservazione. Che è
tutt'altro discorso. Perché ciò che fa tranquillo l'uomo morale non è il
medesimo di ciò che lo fa essere morale; quantunque moralità e tranquillità
possano trovarsi insieme. Anzi è desiderabilissimo, è «postulabile» che si
trovino.
Senonchè, se la conservazione
dei valori morali è ammessa su questo fondamento, essa non esprime una esigenza
dei valori etici come tali, ma l'esigenza della conciliazione dei valori etici
con altri valori; l'antica esigenza, che ricorre sotto forme e nomi diversi in
tutta la storia dell'etica, della conciliazione tra virtù e felicità.
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