In questo
riconoscimento del valore morale di un certo fine e di un certo tipo di
condotta, in questa sintesi a priori colla quale si assume come rispondente
all'esigenza morale un determinato contenuto, sta il postulato fondamentale (o,
se i fini sono diversi e non riducibili, i postulati) della costruzione etica;
ed è esso il fulcro logico della deduzione scientifica, come è esso — almeno
nella tesi della conservazione dei valori — il fulcro psicologico della
costruzione metafisica. È in questo senso, e in questo soltanto, che si può
parlare legittimamente di una morale come scienza indipendente dalla
metafisica. Nel senso che, postulato un fine come morale, la costruzione
deduttiva che se ne ricava può e deve essere scientifica; non nel senso —
illusoriamente ammesso dalla morale che di solito si oppone come scientifica
alla morale metafisica — che possa essere stabilito o dimostrato o fondato
dalla scienza il valore morale di quel che si pone come fine.
L'obbiezione capitale — e in un
certo senso non superabile — che la determinazione, cioè la scelta, del
contenuto che si dà alla esigenza morale è sempre arbitraria, — dato che valga
— vale così per una costruzione normativa che muova dal postulato etico facendo
astrazione da ogni postulato metafisico, come per una costruzione normativa che
pretenda ricondursi a postulati metafisici; perché, come si è osservato, e come
sarebbe facile dimostrare più ampiamente, il primo
logico della costruzione delle norme è il postulato etico; e la
connessione del contenuto empirico del fine morale coi postulati metafisici non
è, come è invece la connessione delle norme col fine, logicamente necessaria.
Vi è — logicamente — tra la fondazione metafisica dell'etica e la costruzione
deduttiva delle norme di condotta, un iato;
iato che non può essere colmato se non dall'applicazione dell'esigenza morale a
un certo contenuto; cioè da un postulato propriamente etico; il medesimo che è
(o potrebbe essere) assunto da una costruzione etica che faccia astrazione
dalla fondazione metafisica.
Ma se da un punto di vista
puramente teorico sono ammissibili postulati etici diversi e anche opposti,
assunti ad arbitrio, è troppo chiaro che questa arbitrarietà di scelta ha nella
pratica segnati i suoi confini dalla realtà psicologica, la quale vale come
criterio e termine di confronto così nell'un caso come nell'altro. E ammesso
che al postulato corrisponda
universalmente il dato,
l'arbitrarietà non sussiste più che come espressione di una astratta
possibilità teoretica di costruzioni diverse fondate su postulati diversi.
Vi è un tale postulato? e si
può, e come, ed entro quali limiti, legittimamente ammettere che valga
universalmente? E si esaurisce in esso tutto il contenuto (empirico)
dell'esigenza morale?
Ecco i problemi preliminari che
una costruzione etica deve risolvere e che ne costituiscono, come è facile
vedere, la parte fondamentale e caratteristica. Ma l'esistenza di questi
problemi e la difficoltà di risolverli non mutano in nulla la validità delle
conclusioni rispetto alla questione di cui si tratta[1].
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