E qui occorre
un ultimo chiarimento.
La costruzione etica di cui si
discorre, come, del resto, qualsiasi altra, presuppone o sottintende — almeno
in quanto si presenta come un ideale di condotta, cioè come un sistema di norme
da osservare — la effettiva validità ed efficacia pratica della esigenza
morale, e quindi suppone date le condizioni psicologiche di questa. Presuppone
dunque implicitamente la sopravvalutazione metafisica là dove essa è condizione
di quella validità. Ora, posto che la realtà psicologica mostri che questa
condizione è costante pur nella molteplicità varia e contrastante delle forme
che assume e dei postulati religiosi o metafisici in cui si afferma, parrebbe
dover seguirne che la stessa dottrina etica, almeno in quanto vuol essere la
dottrina di una pratica che la
osservi, non possa far a meno di presentarsi integrata in una dottrina
metafisica, di dare o di accettare una soluzione dei problemi metafisici, di
assumere postulati metafisici.
La metafisica — non cacciata, ma
legittimamente esclusa dal campo della dottrina morale per una esigenza logica
— ci ritornerebbe per una esigenza pratica.
Senonché, anche ammettendo che
fosse unica (e fosse riconosciuta come l'unica) la soluzione dei problemi
metafisici richiesta dall'esigenza morale, la metafisica rientrerebbe bensì nel
campo della dottrina etica, ma per la finestra della pedagogia. La costruzione
etica come tale rimane la medesima; l'integrazione metafisica non muta,
nell'ipotesi, né la natura specifica dell'esigenza morale, né il contenuto di
questa, né le applicazioni; la penetra di quel valore religioso o metafisico,
del quale l'osservazione psicologica la presenta già investita, la munisce
delle credenziali necessarie a far valere e rispettare la sua autorità nella
coscienza personale.
Ma altra cosa è la deduzione di
un sistema di norme, e altra la efficacia pratica delle norme; altro è il
postulato etico del quale si determinano le applicazioni, altri i postulati
metafisici che possono essere nella coscienza individuale la giustificazione
ulteriore e la motivazione necessaria della osservanza pratica, della devozione
effettiva alla idealità morale.
E la legittimità della
distinzione, che, dal punto di vista teorico, sussisterebbe pur nella ipotesi
ora fatta di una soluzione univoca dei problemi metafisici, diventa legittimità
anzi necessità, che dal punto di vista pratico, quando la realtà psicologica
costringa a riconoscere che le condizioni della validità di un medesimo
postulato morale sono effettivamente diverse nelle diverse coscienze, e la
riflessione filosofica debba pur consentire che non possono (o almeno non è
dimostrato che possano) essere escluse soluzioni diverse ed opposte.
Diventa una necessità pratica
quando si riconosca indispensabile l'accordo (non soltanto esteriore ma
interiore) sui criteri fondamentali della condotta, e, nello stesso tempo,
sacro e inviolabile il campo delle credenze religiose e metafisiche.
Per questa via, e per questa
soltanto, acquista, come ho già osservato altrove, un senso compatibile colla
esigenza morale (anzi non fa che esprimere sotto altra forma la legittimità
della distinzione tra postulati etici e postulati metafisici) il principio,
consacrato dalla coscienza civile contemporanea, della «libertà di coscienza».
Il quale sarebbe una frase vuota di senso, se dovesse significare la negazione
o la esclusione di ogni fede; e riuscirebbe alla giustificazione più radicale
della immoralità, se fosse condizione necessaria del sussistere e valere della
esigenza morale una certa fede religiosa o metafisica, e nessun'altra
all'infuori di quella.
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