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Erminio Juvalta
Postulati etici e postulati metafisici

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E qui occorre un ultimo chiarimento.

La costruzione etica di cui si discorre, come, del resto, qualsiasi altra, presuppone o sottintende — almeno in quanto si presenta come un ideale di condotta, cioè come un sistema di norme da osservare — la effettiva validità ed efficacia pratica della esigenza morale, e quindi suppone date le condizioni psicologiche di questa. Presuppone dunque implicitamente la sopravvalutazione metafisica dove essa è condizione di quella validità. Ora, posto che la realtà psicologica mostri che questa condizione è costante pur nella molteplicità varia e contrastante delle forme che assume e dei postulati religiosi o metafisici in cui si afferma, parrebbe dover seguirne che la stessa dottrina etica, almeno in quanto vuol essere la dottrina di una pratica che la osservi, non possa far a meno di presentarsi integrata in una dottrina metafisica, di dare o di accettare una soluzione dei problemi metafisici, di assumere postulati metafisici.

La metafisica — non cacciata, ma legittimamente esclusa dal campo della dottrina morale per una esigenza logica — ci ritornerebbe per una esigenza pratica.

Senonché, anche ammettendo che fosse unica (e fosse riconosciuta come l'unica) la soluzione dei problemi metafisici richiesta dall'esigenza morale, la metafisica rientrerebbe bensì nel campo della dottrina etica, ma per la finestra della pedagogia. La costruzione etica come tale rimane la medesima; l'integrazione metafisica non muta, nell'ipotesi, né la natura specifica dell'esigenza morale, né il contenuto di questa, né le applicazioni; la penetra di quel valore religioso o metafisico, del quale l'osservazione psicologica la presenta già investita, la munisce delle credenziali necessarie a far valere e rispettare la sua autorità nella coscienza personale.

Ma altra cosa è la deduzione di un sistema di norme, e altra la efficacia pratica delle norme; altro è il postulato etico del quale si determinano le applicazioni, altri i postulati metafisici che possono essere nella coscienza individuale la giustificazione ulteriore e la motivazione necessaria della osservanza pratica, della devozione effettiva alla idealità morale.

E la legittimità della distinzione, che, dal punto di vista teorico, sussisterebbe pur nella ipotesi ora fatta di una soluzione univoca dei problemi metafisici, diventa legittimità anzi necessità, che dal punto di vista pratico, quando la realtà psicologica costringa a riconoscere che le condizioni della validità di un medesimo postulato morale sono effettivamente diverse nelle diverse coscienze, e la riflessione filosofica debba pur consentire che non possono (o almeno non è dimostrato che possano) essere escluse soluzioni diverse ed opposte.

Diventa una necessità pratica quando si riconosca indispensabile l'accordo (non soltanto esteriore ma interiore) sui criteri fondamentali della condotta, e, nello stesso tempo, sacro e inviolabile il campo delle credenze religiose e metafisiche.

Per questa via, e per questa soltanto, acquista, come ho già osservato altrove, un senso compatibile colla esigenza morale (anzi non fa che esprimere sotto altra forma la legittimità della distinzione tra postulati etici e postulati metafisici) il principio, consacrato dalla coscienza civile contemporanea, della «libertà di coscienza». Il quale sarebbe una frase vuota di senso, se dovesse significare la negazione o la esclusione di ogni fede; e riuscirebbe alla giustificazione più radicale della immoralità, se fosse condizione necessaria del sussistere e valere della esigenza morale una certa fede religiosa o metafisica, e nessun'altra all'infuori di quella.

 

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