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Erminio Juvalta
Su la pluralità dei postulati di valutazione morale

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4. – Da un punto di vista puramente astratto sono dunque possibili sistemi di valutazione etica indefinitamente vari secondo che si assumono certi piuttosto che certi altri postulati, e secondoché se ne suppone fatta l'applicazione a diversi ordini di enti e di loro relazioni.

Ma la realtà dell'esperienza morale, ai dati della quale ogni teoria ammette o suppone che corrispondano in tutto o in parte i suoi postulati (i quali infatti sono presentati come espressione e interpretazione di quelli), limita in effetto entro confini meno larghi la molteplicità delle costruzioni; cioè limita la pluralità dei postulati che possono convenientemente essere assunti, e la molteplicità, pure astrattamente indeterminata, degli ordini di enti e di loro relazioni, ai quali la valutazione potrebbe essere in ipotesi applicabile.

La limita, ma non la toglie. Anzi si può dire che mai come nella speculazione etica più recente, salvo forse nell'età aperta dalla Sofistica, è apparsa evidente una pluralità di criteri di valutazione, non solo diversi ma contrastanti. E il sorgere di dottrine, che giungono a negare o a rovesciare le valutazioni più largamente e tradizionalmente accettate, non è tanto importante e significativo per sé, quanto perché si presentano in esse ingrandite delle discordanze di valutazione che in grado minore e in forme attenuate si annidano anche nelle teorie, alle quali non sarebbe applicabile la denominazione – dal punto di vista critico troppo comoda e sbrigativa – di teorie amorali o immorali.

E ciò che attira sul fatto, e sul problema che con esso si affaccia, un interesse non soltanto teorico, ma pratico nel proprio e stretto senso della parola, è che questa diversità di valutazioni si trova in forma più o meno palese nelle discordanze, incongruenze, opposizioni che agitano ormai anche la comune coscienza contemporanea.

Tra il criterio della rinunzia e quello della affermazione di sé, tra il nazionalismo e il cosmopolitismo, tra l'ideale della società fine e l'ideale della società-mezzo (se non si vuol dire tra Nietzsche e Tolstoi, o tra Comte e Stirner), si troverà pure qualche zona di valutazione comune, ma non si trovano meno delle diversità irreducibili.

 




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