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5. - Non è improbabile che
qualche lettore trovi questo modo di porre il problema intorno al compito
dell'Etica, antiquato e fuori della realtà. Sento dirmi: «Nella realtà il
compito dell'Etica è concepito e proseguito in modo assai diverso anzi opposto.
Le norme della condotta morale sono già date e conosciute. Ciò è tanto vero,
che sulla determinazione concreta dei precetti particolari, di quelli che si
chiamano "doveri" e che si raccolgono nella parte comunemente
chiamata Morale speciale, non cadono sostanzialmente dubbi e contestazioni, e i
filosofi della morale ne sdegnano quasi la trattazione o ne danno soltanto le
linee generali. Nella realtà dunque l'indagine morale non ha per iscopo di
cercare e determinare le norme ricavandole da un certo fine; ma di costruire la
sistemazione teorica di un codice di condotta già dato, raccogliendo e
unificando le norme particolari in una norma generale, della quale si cerca
quale possa essere la giustificazione; anche se la costruzione induttivamente
cosí ottenuta rivesta poi l'apparenza logica di una costruzione deduttiva.
Quindi è antiscientifico e inutile andar cercando fuori della realtà, nel campo
di una possibilità, ipotetica, un fine — poniamo pure che sia possibile
trovarlo — il quale risponda a quelle esigenze, per il gusto di ricavarne delle
norme. Le quali, o si accorderanno con quelle riconosciute in effetto e vigenti
come morali, o discorderanno. Se si accordano, ciò vuol dire che la pretesa
derivazione deduttiva delle norme da quel fine nasconde una reale derivazione
induttiva del fine dalle norme; se discordano, questa discordanza viene a
dimostrare l'inutilità, a dir poco, di norme che contrastano con quelle
riconosciute e accettate, e a far respingere come non morali o utopistiche le
norme e il fine dal quale sono ricavate».
6. - Io non ho difficoltà a
riconoscere che i due indirizzi prevalenti nella speculazione morale
contemporanea — l'indirizzo sociologico-storico, e l'indirizzo
idealistico-prammatistico — si accordano fondamentalmente nel respingere le
costruzioni etiche razionali o pure, e nell'assumere come punto di partenza
legittimo la realtà dei dati morali; dei quali l'uno considera principalmente
l'aspetto esterno, sociale, e l'altro l'aspetto interno, psicologico. Ma noto
subito che la novità nel punto di partenza e nel processo di costruzione, è
soltanto apparente; o, per essere piú esatto, la novità consiste14
nell'assumere la legittimità di un procedimento, che inconsapevolmente domina
in generale la speculazione etica, e che si scorge piú evidente in quei sistemi
i quali hanno raccolto rispettivamente nei diversi tempi e luoghi piú largo
consenso (consenso non verbale, si intende, ma reale). In altri termini non si
fa che seguire in modo consapevole e riflesso quella stessa tendenza e
preoccupazione a cui ha obbedito in generale la speculazione morale, almeno
nella forma riconosciuta rispettivamente nei diversi tempi come ortodossa, o
retta, o sana che si voglia dire; la preoccupazione di giustificare il modo di
operare, di sentire e di giudicare già tenuto come buono. Ora il rendersi conto
che la costruzione etica — sotto l'apparenza logica di una deduzione
progressiva di certi precetti particolari da una norma generale e di questa da
un fine posto come supremo fu sempre, in sostanza, regressiva (dai precetti
particolari alla norma generale e da questa ai principi che la giustificano),
segna certamente un progresso e un acquisto quanto alla conoscenza del processo
reale storico e psicologico di formazione dei sistemi morali. Ma altro è
conoscere quale sia stato il processo realmente seguito, altro è affermare la
legittimità del processo. Certo sarebbe un fortissimo argomento di probabilità,
se avesse fatto buona prova. Ma se si guarda ai risultati, vien fatto piuttosto
di pensare il contrario; di pensare, che la speculazione morale sia viziata
nelle origini appunto dal preconcetto che la domina e dal procedimento che il
preconcetto suggerisce. Ed è da questo preconcetto che nasce, a mio giudizio,
cosí il difetto della soluzione a cui riesce l'indirizzo sociologico, come di
quella a cui fa capo l'indirizzo prammatistico.
7. - In primo luogo importa
notare che ambedue gli indirizzi, appunto perché hanno comune il presupposto
che compito dell'Etica sia quello di unificare le norme già date, risalendo da
esse ai principî o ai postulati, sembrano ammettere questi due punti: 1° Che le
norme morali siano già tutte conosciute e determinate, o che dalle norme
conosciute si ricavi il criterio per quelle non determinate. 2° Che le norme
date siano fra di loro concordanti o compatibili, o almeno non in
contraddizione l'una coll'altra.
Ora né l'una né l'altra di
queste condizioni si avvera nel fatto.
E prima di tutto non è esatto
che le norme della condotta siano già date e conosciute. Anche se lo Spencer ha
torto, come io credo e si vedrà piú innanzi, di assumere a criterio del giusto
l'adattamento perfetto o il piacere puro, ha ragione nel sostenere che in un
gran numero di casi la coscienza non ci dice quale sia il modo di operare
giusto o approssimativamente meno ingiusto. Ma, oltre ai casi del genere di
quelli citati da lui (nei quali si potrebbe dire, che se non riusciamo a
determinare quale sia la migliore applicazione del criterio, sappiamo però
quale sia il criterio da usare), vi sono sfere intere di azioni, per le quali
la coscienza non saprebbe suggerirci una scelta sicura, e per le quali non ci
dice, come per altre, «non è giusto» o «è giusto». Difenderò io il divorzio o
lo combatterò? Approverò o non approverò l'allargamento del suffragio politico?
Sarò conservatore o liberale, monarchico o repubblicano, individualista o
socialista, liberista o protezionista? In quali circostanze ed entro quali
limiti seguirò l'uno o l'altro indirizzo? Non serve rispondere che ciascuno
deve operare in queste materie secondo la propria coscienza. Si tratta di
sapere come una coscienza onesta deve operare perché alla bontà delle
intenzioni (che è presupposta) corrisponda la bontà degli effetti. E
abbandonando questo giudizio alla coscienza individuale si riconosce, o che
possono coesistere criteri morali diversi, o che lo stesso criterio morale può
legittimare ugualmente modi di operare opposti, o finalmente che quelle parti
della condotta escono dal campo della morale.
Ma se possono legittimamente
coesistere per certe parti della condotta criteri morali opposti, quale sarà il
criterio superiore che serve a decidere fra questi criteri contrastanti? o
altrimenti, perché non si ammette che possano del pari legittimamente
coesistere criteri contrastanti anche per le altre parti della condotta? Se poi
lo stesso criterio morale può legittimare due modi di operare opposti, ciò non
può essere che per mancanza di determinazione delle circostanze; e prova in
ogni modo che le norme particolari della condotta morale non sono tutte
determinate e conosciute. E se finalmente quelle parti della condotta escono
dal campo della morale, quale norma suprema è mai quella che non ha nulla da
dire intorno a una parte cosí grande dell'operare, come è, per esempio, tutta
la condotta politica dell'individuo e della società? Si dirà che per questa
parte, per la quale le norme non sono date, il criterio si ricava da quelle già
date e accettate come morali? Urtiamo in una seconda difficoltà.
8. - Per ricavare dalle norme
già date il criterio cercato, per unificarle cioè in una norma piú generale,
occorre che le norme date concordino fra di loro, che in tutte si possa
riconoscere appunto questa unità di criterio. Ora, tralasciando pure di
insistere, perché è cosa troppo nota, sull'antitesi fondamentale esistente tra
le norme di condotta che valgono come morali rispettivamente nelle condizioni
di pace e di guerra, o sui contrasti, tragici talvolta, tra i «doveri»
familiari e i «doveri» sociali, bisogna osservare che le norme date e accettate
come morali possono contemplare e contemplano realmente, almeno in parte, delle
relazioni, direi, secondarie, le
quali esistono e sono possibili in grazia di relazioni primarie e fondamentale, che le norme non
contemplano e che sono la negazione del criterio applicato in quelle norme. Mi
sia lecito spiegarmi con un esempio ipotetico assai semplice. Se si suppone che
un uomo sia saltato sulle spalle di un altro e si faccia portare da lui, v'è
luogo a cercare quale sia la posizione migliore per il portante e per il
portato; sia quella, poniamo, la quale concilia la minima fatica del primo col
minimo disagio del secondo. Il criterio seguito qui è un criterio di equità; si
riconosce cioè che non sarebbe o giusto o buono o utile per nessuno dei due, il
pretendere tutte le comodità per sé senza tenere in conto le comodità
dell'altro. Ma se questo criterio (seguito nello stabilire la condotta
migliore, data quella condizione diversa
dei due) fosse applicato a determinare la relazione tra i due, prima che siano
divenuti rispettivamente portatore e portato, questa condizione sparirebbe, e
ciascuno camminerebbe colle sue gambe. Ossia la norma morale regola nel caso
supposto un rapporto che non esisterebbe se essa fosse applicata al sorgere di
quel rapporto. E può avverarsi, cosí, delle norme morali qualche cosa di
analogo a quel che racconta di sé Senofonte, che all'oracolo chiedeva quale via
dovesse tenere per giungere piú felicemente in Asia, guardandosi bene dal
chiedere prima se era bene o male che andasse.
Un sociologo potrebbe stringersi
nelle spalle e osservare che è colla realtà data che bisogna fare i conti, e
che è ozioso andar cercando come sarebbe giusto che essa fosse; non resta che
acconciarvisi alla meno peggio. Vedremo ora come questa posizione di puro
adattamento passivo sia, per forza stessa della realtà, che diviene e muta,
insostenibile: ma è opportuno notar subito che quando si renda palese un
contrasto del genere notato, colla consapevolezza di questo contrasto è
inevitabile che nasca nella coscienza morale l'aspirazione a una realtà
diversa; e quindi l'aspirazione o a modificare la realtà se essa appare
mutabile, o a cercare la ragione della giustizia fuori della realtà.
Queste lacune e queste
incongruenze delle norme in effetto vigenti come morali in un dato tempo e
luogo, dimostrano intanto due cose: che, quale sia la condotta migliore in un
determinato momento storico, non è una semplice constatazione da fare, ma è un
problema da risolvere; e un problema assai piú difficile e complicato di quel
che possa apparire e si sia abituati a considerarlo; e che in ogni caso è
necessario assumere un criterio il quale valga come guida a colmare le lacune,
e a risolvere o giustificare le incoerenze. Ma un criterio, comunque assunto, a
cui si attribuisca questo ufficio e questo valore, è un criterio alla stregua
del quale devono essere valutate anche le norme particolari già riconosciute
come certe, poiché deve valere per tutta la condotta. E ciò viene a dire che il
processo di determinazione di tutte le norme si deve fondare sul criterio
assunto, allo stesso modo che se le norme si dovessero tutte determinare ex novo, astrazion fatta
e indipendentemente dalle norme in effetto già accettate e seguite. (Il che del
resto, è precisamente quello che avviene in tutte le scienze precettive; dove,
se anche i precetti scientificamente stabiliti si trovano a coincidere coi
precetti empiricamente seguiti, la determinazione scientifica procede come se spettasse ad essa di determinarli e
giustificarli). E allora il problema torna ad essere quello del criterio che
deve essere assunto.
9. - Ora il criterio che
l'indirizzo sociologico suggerisce è, come è noto, — e conforme al concetto,
che esso pone in evidenza, della relatività della morale e del diritto — la
corrispondenza alle esigenze sociali del momento storico che si considera. Il
codice morale di un dato tempo e luogo delinea la forma di condotta richiesta
dalle condizioni dell'esistenza sociale in quel tempo e luogo, e trova in esso
la sua giustificazione.
A nessuno può venire in mente di
negare la reale ed effettiva dipendenza delle norme morali dalle esigenze della
vita sociale. Ma se queste esigenze possono spiegare come si sia formato
storicamente e psicologicamente il codice di condotta correlativo finché sono
inconsapevolmente identificate colle esigenze della coscienza morale, esse non
bastano piú, neppure a determinare quale sia la condotta adatta in un certo
momento storico, una volta che siano assunte come criterio riflesso e
consapevolmente seguito; non bastano, tranne che in un caso: nel caso che le
condizioni di esistenza, da cui quelle esigenze emergono, siano considerate
come immutabili o come assolutamente sottratte ad ogni azione od efficacia che
possa esercitare su di esse la condotta umana, individuale e collettiva. Perché
quando intervenga la consapevolezza di una possibile efficacia modificatrice
della condotta umana sulle condizioni sociali e sulle esigenze che ne nascono,
allora entra di necessità nella valutazione della condotta la considerazione di
questa efficacia; la quale richiede il confronto tra lo stato presente e uno
stato futuro, tra uno stato reale e uno stato possibile. E la ragione della
scelta tra i due non può essere data dalla realtà dello stato presente, ma
dalla diversa desiderabilità dei due stati messi a confronto; e quindi non
soltanto dalle esigenze dello stato reale, ma anche da quelle dello stato
possibile o creduto tale. Per conseguenza, condotta buona apparirà non quella
semplicemente che è richiesta dalle condizioni di fatto, ma quella che, nei
limiti imposti dalle condizioni reali, tenda a modificarla nella direzione
segnata dallo stato piú desiderabile15.Soltanto in un caso, puramente
teorico, la condotta tracciata in conformità con questo criterio coinciderebbe
con la pura e semplice corrispondenza alla realtà delle condizioni date; nel
caso che lo stato reale presente apparisse universalmente e sotto ogni rispetto
piú desiderabile di ogni altro. Ma anche in questo caso la valutazione è data
dalla desiderabilità, non dalla realtà.
Insomma, altro è comprendere che
una forma di condotta è conforme a certe condizioni, altro è aver coscienza
della bontà di quella condotta; la quale non può nascere che dalla coscienza
della bontà di un fine a cui la condotta è, o si crede che sia, ordinata; altra
cosa è la necessità di certe
condizioni, altra è la loro desiderabilità;
altra cosa è la spiegazione storica, e altra la giustificazione etica.
10. - Di questa esigenza di una giustificazione, alla quale, una volta che sia sorto
il lavorio riflesso della comparazione e della critica, nessuna costruzione
etica può sottrarsi, si preoccupa invece il nuovo idealismo prammatistico, il
cui presente successo si deve, come credo, in gran parte, alla insufficienza
del relativismo sociologico e storico nel campo della morale. Esso è in
sostanza, come è noto, un ritorno alla metafisica in nome delle esigenze
pratiche; la affermazione del diritto di credere all'esistenza reale di quelle
condizioni che si pongano come necessarie a dare un fondamento oggettivo al
valore delle norme e dei motivi morali. In questa reazione a difesa della fede
il nuovo idealismo, fatto audace dal favore delle circostanze e dalla debolezza
degli avversari, è passato, come accade, dalla difensiva alla offensiva; e non
solo afferma la legittimità del proprio indirizzo nel campo della morale e
della religione, o, come si dice, nel campo dei valori
pratici; ma anche nel campo della scienza, o dei valori teoretici; pretendendo che in ultimo
anche il sapere teoretico, benché non se ne accorga o si dia l'aria di non
accorgersene, non abbia altra ragione per giustificare i principi e i postulati
che assume a fondamento delle sue interpretazioni dei fatti e delle leggi
particolari, se non una ragione di convenienza; il valore che quei principi
hanno come mezzi per la sistemazione del sapere, cioè in ultimo per la
soddisfazione di un bisogno speculativo.
Qui non è il luogo di discutere
ciò che nella dottrina ci può essere di vero — piú come intuizione di un
aspetto trascurato della realtà psicologica, che come legittimazione di un
metodo — per quel che riguarda la ricerca scientifica16; la considero
nel campo della morale, e soltanto rispetto all'argomento che ci riguarda. Per
questo rispetto la soluzione che essa dà del problema della giustificazione
etica, non differisce sostanzialmente dalle altre soluzioni di carattere
metafisico, se non per il fondamento. A proposito del quale, siccome, se anche
se ne ammetta la validità, questa non toglie il difetto che nasce dal carattere
metafisico della soluzione, mi accontento di osservare, per quelli che credono
di sfuggire per questa via all'utilitarismo, che essa conduce a una forma,
mistica se si vuole, ma ad una forma di utilitarismo; anzi alla forma estrema e
piú radicale: la valutazione delle
stesse credenze metafisiche e religiose dal punto di vista di un interesse
umano; sia pure questo interesse il massimo, il termine di confronto di tutti
gli altri. Perché conduce a considerare la credenza come un sostegno della moralità,
ossia in ultima analisi come un mezzo pedagogico.
E non è escluso il dubbio che, a questo modo, proprio nel mentre che si pone il
valore della credenza, si venga a
togliere valore all'oggetto della
credenza.
11. - Venendo ora al nostro
argomento, è certo che la soluzione del prammatismo, come in genere le altre
soluzioni di carattere metafisico, soddisfa a quella esigenza della
giustificazione etica, alla quale non soddisfa il relativismo storico. Ma
anch'essa presenta — dico all'infuori da ogni contesa sulla legittimità del
fondamento e sulla validità teoretica dei principî e dei postulati ammessi — il
difetto capitale delle costruzioni metafisiche. Ed è che il fine di ordine
soprannaturale cosí postulato, non può servire a determinare
le norme. Non può servire, per la ragione perentoria che la
relazione tra un fine, che è al di fuori e al di sopra della vita umana
naturale e finita, e una condotta, qualunque essa sia, che si deve dispiegare
nell'àmbito delle leggi naturali e i cui effetti determinabili sono contenuti
nei limiti della vita finita individuale e sociale, una relazione di questo
genere, dico, non può essere in nessun modo dimostrata,
ma soltanto affermata. Ne è prova il
fatto che lo stesso fine soprannaturale, la stessa costruzione metafisica può
essere assunta a giustificare norme concrete di condotta non soltanto diverse,
ma opposte, senza che si possa ricavare da essa nessuna ragione per la quale
tra due forme di condotta diverse, una possa o debba giudicarsi preferibile
all'altra. Ché, se si trova una ragione di preferenza nell'ordine degli
effetti, che le due condotte rispettivamente producono o tendono a produrre,
quest'ordine di effetti dà alla condotta correlativa un valore che sussiste
indipendentemente dal fine soprannaturale, e diventa il fine naturale della
condotta medesima.
Con questa differenza tra i due
fini: che mentre dato il primo, non si può (se non facendo appello a una
rivelazione, cioè a una autorità, e quindi a una pura affermazione) ricavare da esso quale sia la condotta
atta a raggiungerlo; dato questo fine naturale, le norme si ricavano appunto
dalle condizioni da cui il fine dipende, cioè dalla connessione naturale tra la
condotta, e gli effetti della condotta. Ossia un fine soprannaturale non può
fornire esso il criterio per determinare la condotta, se non a patto che —
implicitamente o esplicitamente — si assuma,
come subordinato ad esso e da esso richiesto, un fine, o un ordine di fini, naturale, in relazione al quale in realtà le
norme sono stabilite.
Né concluderebbe nulla in
contrario l'osservare che il criterio desunto dagli effetti che l'azione tende
a produrre, riguarda la condotta esterna, non la interna, nella quale
soprattutto consiste il valore morale. In primo luogo anche se per le due
condotte, esterna e interna, valessero criteri diversi, bisognerebbe pur sempre
riconoscere che, poiché anche la condotta esterna conta pure qualchecosa,
sarebbe ancora necessario ammettere un criterio che valga a determinarla. In
secondo luogo, benché siano, in ultima analisi, le tendenze, le aspirazioni, i
sentimenti che hanno valore e danno valore alle cose e alle azioni, e ogni
valutazione si riduca a valutazione comparativa di tendenze o sentimenti
diversi; non bisogna dimenticare che i sentimenti, come le aspirazioni, si
distinguono per il loro contenuto rappresentativo, cioè per l'oggetto a cui si
riferiscono; e che anche le intenzioni sono sempre intenzioni di qualche cosa. E finalmente, una forma di
perfezione interiore che si consideri come fine, a cui l'uomo possa giungere o
avvicinarsi, non può essa stessa fornire il criterio per determinare quale sia la condotta richiesta a questo scopo,
se non in quanto questa perfezione si consideri come un effetto o un ordine di
effetti che dipende naturalmente (in parte almeno se non in tutto) da certe
condizioni, ossia da certi mezzi. Le pratiche dell'ascetismo non avrebbero
senso se non si riconoscesse a loro questo carattere di mezzi atti a produrre
certi effetti.
Concludendo: la soluzione
metafisica a cui fa appello l'indirizzo prammatistico, come ogni altra
soluzione di carattere metafisico, non può avere, anche se non si ponga in
dubbio la sua legittimità, che un ufficio consolatore,
non regolatore; può servire a dare o
aggiunger valore a certe norme e ai fini umani connessi con queste, ma non può
servire a determinarle; può fornire un principio di giustificazione, non un criterio di derivazione. E perciò lascia da parte o suppone
risoluto il problema che riguarda la determinazione delle norme; il che è
quanto dire che lascia sussistere il problema, e la validità delle ragioni per
le quali si pone, e se ne cerca la soluzione.
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