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Erminio Juvalta
Dottrina delle due etiche di Spencer e morale come scienza

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  • Parte Seconda CRITICA PRELIMINARE: LE QUESTIONI PREGIUDIZIALI E IL PRECONCETTO DAL QUALE HANNO ORIGINE
    • Capitolo Quarto LA PREGIUDIZIALE SUL MODO DI INTENDERE IL COMPITO NORMATIVO DELL’ETICA
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Capitolo Quarto

LA PREGIUDIZIALE SUL MODO DI INTENDERE IL
COMPITO NORMATIVO DELL’ETICA

 

5. - Non è improbabile che qualche lettore trovi questo modo di porre il problema intorno al compito dell'Etica, antiquato e fuori della realtà. Sento dirmi: «Nella realtà il compito dell'Etica è concepito e proseguito in modo assai diverso anzi opposto. Le norme della condotta morale sono già date e conosciute. Ciò è tanto vero, che sulla determinazione concreta dei precetti particolari, di quelli che si chiamano "doveri" e che si raccolgono nella parte comunemente chiamata Morale speciale, non cadono sostanzialmente dubbi e contestazioni, e i filosofi della morale ne sdegnano quasi la trattazione o ne danno soltanto le linee generali. Nella realtà dunque l'indagine morale non ha per iscopo di cercare e determinare le norme ricavandole da un certo fine; ma di costruire la sistemazione teorica di un codice di condotta già dato, raccogliendo e unificando le norme particolari in una norma generale, della quale si cerca quale possa essere la giustificazione; anche se la costruzione induttivamente cosí ottenuta rivesta poi l'apparenza logica di una costruzione deduttiva. Quindi è antiscientifico e inutile andar cercando fuori della realtà, nel campo di una possibilità, ipotetica, un fineponiamo pure che sia possibile trovarlo — il quale risponda a quelle esigenze, per il gusto di ricavarne delle norme. Le quali, o si accorderanno con quelle riconosciute in effetto e vigenti come morali, o discorderanno. Se si accordano, ciò vuol dire che la pretesa derivazione deduttiva delle norme da quel fine nasconde una reale derivazione induttiva del fine dalle norme; se discordano, questa discordanza viene a dimostrare l'inutilità, a dir poco, di norme che contrastano con quelle riconosciute e accettate, e a far respingere come non morali o utopistiche le norme e il fine dal quale sono ricavate».

 

6. - Io non ho difficoltà a riconoscere che i due indirizzi prevalenti nella speculazione morale contemporanea — l'indirizzo sociologico-storico, e l'indirizzo idealistico-prammatistico — si accordano fondamentalmente nel respingere le costruzioni etiche razionali o pure, e nell'assumere come punto di partenza legittimo la realtà dei dati morali; dei quali l'uno considera principalmente l'aspetto esterno, sociale, e l'altro l'aspetto interno, psicologico. Ma noto subito che la novità nel punto di partenza e nel processo di costruzione, è soltanto apparente; o, per essere piú esatto, la novità consiste14 nell'assumere la legittimità di un procedimento, che inconsapevolmente domina in generale la speculazione etica, e che si scorge piú evidente in quei sistemi i quali hanno raccolto rispettivamente nei diversi tempi e luoghi piú largo consenso (consenso non verbale, si intende, ma reale). In altri termini non si fa che seguire in modo consapevole e riflesso quella stessa tendenza e preoccupazione a cui ha obbedito in generale la speculazione morale, almeno nella forma riconosciuta rispettivamente nei diversi tempi come ortodossa, o retta, o sana che si voglia dire; la preoccupazione di giustificare il modo di operare, di sentire e di giudicare già tenuto come buono. Ora il rendersi conto che la costruzione etica — sotto l'apparenza logica di una deduzione progressiva di certi precetti particolari da una norma generale e di questa da un fine posto come supremo fu sempre, in sostanza, regressiva (dai precetti particolari alla norma generale e da questa ai principi che la giustificano), segna certamente un progresso e un acquisto quanto alla conoscenza del processo reale storico e psicologico di formazione dei sistemi morali. Ma altro è conoscere quale sia stato il processo realmente seguito, altro è affermare la legittimità del processo. Certo sarebbe un fortissimo argomento di probabilità, se avesse fatto buona prova. Ma se si guarda ai risultati, vien fatto piuttosto di pensare il contrario; di pensare, che la speculazione morale sia viziata nelle origini appunto dal preconcetto che la domina e dal procedimento che il preconcetto suggerisce. Ed è da questo preconcetto che nasce, a mio giudizio, cosí il difetto della soluzione a cui riesce l'indirizzo sociologico, come di quella a cui fa capo l'indirizzo prammatistico.

 

7. - In primo luogo importa notare che ambedue gli indirizzi, appunto perché hanno comune il presupposto che compito dell'Etica sia quello di unificare le norme già date, risalendo da esse ai principî o ai postulati, sembrano ammettere questi due punti: Che le norme morali siano già tutte conosciute e determinate, o che dalle norme conosciute si ricavi il criterio per quelle non determinate. Che le norme date siano fra di loro concordanti o compatibili, o almeno non in contraddizione l'una coll'altra.

Ora né l'una né l'altra di queste condizioni si avvera nel fatto.

E prima di tutto non è esatto che le norme della condotta siano già date e conosciute. Anche se lo Spencer ha torto, come io credo e si vedrà piú innanzi, di assumere a criterio del giusto l'adattamento perfetto o il piacere puro, ha ragione nel sostenere che in un gran numero di casi la coscienza non ci dice quale sia il modo di operare giusto o approssimativamente meno ingiusto. Ma, oltre ai casi del genere di quelli citati da lui (nei quali si potrebbe dire, che se non riusciamo a determinare quale sia la migliore applicazione del criterio, sappiamo però quale sia il criterio da usare), vi sono sfere intere di azioni, per le quali la coscienza non saprebbe suggerirci una scelta sicura, e per le quali non ci dice, come per altre, «non è giusto» o «è giusto». Difenderò io il divorzio o lo combatterò? Approverò o non approverò l'allargamento del suffragio politico? Sarò conservatore o liberale, monarchico o repubblicano, individualista o socialista, liberista o protezionista? In quali circostanze ed entro quali limiti seguirò l'uno o l'altro indirizzo? Non serve rispondere che ciascuno deve operare in queste materie secondo la propria coscienza. Si tratta di sapere come una coscienza onesta deve operare perché alla bontà delle intenzioni (che è presupposta) corrisponda la bontà degli effetti. E abbandonando questo giudizio alla coscienza individuale si riconosce, o che possono coesistere criteri morali diversi, o che lo stesso criterio morale può legittimare ugualmente modi di operare opposti, o finalmente che quelle parti della condotta escono dal campo della morale.

Ma se possono legittimamente coesistere per certe parti della condotta criteri morali opposti, quale sarà il criterio superiore che serve a decidere fra questi criteri contrastanti? o altrimenti, perché non si ammette che possano del pari legittimamente coesistere criteri contrastanti anche per le altre parti della condotta? Se poi lo stesso criterio morale può legittimare due modi di operare opposti, ciò non può essere che per mancanza di determinazione delle circostanze; e prova in ogni modo che le norme particolari della condotta morale non sono tutte determinate e conosciute. E se finalmente quelle parti della condotta escono dal campo della morale, quale norma suprema è mai quella che non ha nulla da dire intorno a una parte cosí grande dell'operare, come è, per esempio, tutta la condotta politica dell'individuo e della società? Si dirà che per questa parte, per la quale le norme non sono date, il criterio si ricava da quelle già date e accettate come morali? Urtiamo in una seconda difficoltà.

 

8. - Per ricavare dalle norme già date il criterio cercato, per unificarle cioè in una norma piú generale, occorre che le norme date concordino fra di loro, che in tutte si possa riconoscere appunto questa unità di criterio. Ora, tralasciando pure di insistere, perché è cosa troppo nota, sull'antitesi fondamentale esistente tra le norme di condotta che valgono come morali rispettivamente nelle condizioni di pace e di guerra, o sui contrasti, tragici talvolta, tra i «doveri» familiari e i «doveri» sociali, bisogna osservare che le norme date e accettate come morali possono contemplare e contemplano realmente, almeno in parte, delle relazioni, direi, secondarie, le quali esistono e sono possibili in grazia di relazioni primarie e fondamentale, che le norme non contemplano e che sono la negazione del criterio applicato in quelle norme. Mi sia lecito spiegarmi con un esempio ipotetico assai semplice. Se si suppone che un uomo sia saltato sulle spalle di un altro e si faccia portare da lui, v'è luogo a cercare quale sia la posizione migliore per il portante e per il portato; sia quella, poniamo, la quale concilia la minima fatica del primo col minimo disagio del secondo. Il criterio seguito qui è un criterio di equità; si riconosce cioè che non sarebbe o giusto o buono o utile per nessuno dei due, il pretendere tutte le comodità per sé senza tenere in conto le comodità dell'altro. Ma se questo criterio (seguito nello stabilire la condotta migliore, data quella condizione diversa dei due) fosse applicato a determinare la relazione tra i due, prima che siano divenuti rispettivamente portatore e portato, questa condizione sparirebbe, e ciascuno camminerebbe colle sue gambe. Ossia la norma morale regola nel caso supposto un rapporto che non esisterebbe se essa fosse applicata al sorgere di quel rapporto. E può avverarsi, cosí, delle norme morali qualche cosa di analogo a quel che racconta di sé Senofonte, che all'oracolo chiedeva quale via dovesse tenere per giungere piú felicemente in Asia, guardandosi bene dal chiedere prima se era bene o male che andasse.

Un sociologo potrebbe stringersi nelle spalle e osservare che è colla realtà data che bisogna fare i conti, e che è ozioso andar cercando come sarebbe giusto che essa fosse; non resta che acconciarvisi alla meno peggio. Vedremo ora come questa posizione di puro adattamento passivo sia, per forza stessa della realtà, che diviene e muta, insostenibile: ma è opportuno notar subito che quando si renda palese un contrasto del genere notato, colla consapevolezza di questo contrasto è inevitabile che nasca nella coscienza morale l'aspirazione a una realtà diversa; e quindi l'aspirazione o a modificare la realtà se essa appare mutabile, o a cercare la ragione della giustizia fuori della realtà.

Queste lacune e queste incongruenze delle norme in effetto vigenti come morali in un dato tempo e luogo, dimostrano intanto due cose: che, quale sia la condotta migliore in un determinato momento storico, non è una semplice constatazione da fare, ma è un problema da risolvere; e un problema assai piú difficile e complicato di quel che possa apparire e si sia abituati a considerarlo; e che in ogni caso è necessario assumere un criterio il quale valga come guida a colmare le lacune, e a risolvere o giustificare le incoerenze. Ma un criterio, comunque assunto, a cui si attribuisca questo ufficio e questo valore, è un criterio alla stregua del quale devono essere valutate anche le norme particolari già riconosciute come certe, poiché deve valere per tutta la condotta. E ciò viene a dire che il processo di determinazione di tutte le norme si deve fondare sul criterio assunto, allo stesso modo che se le norme si dovessero tutte determinare ex novo, astrazion fatta e indipendentemente dalle norme in effetto già accettate e seguite. (Il che del resto, è precisamente quello che avviene in tutte le scienze precettive; dove, se anche i precetti scientificamente stabiliti si trovano a coincidere coi precetti empiricamente seguiti, la determinazione scientifica procede come se spettasse ad essa di determinarli e giustificarli). E allora il problema torna ad essere quello del criterio che deve essere assunto.

 

9. - Ora il criterio che l'indirizzo sociologico suggerisce è, come è noto, — e conforme al concetto, che esso pone in evidenza, della relatività della morale e del diritto — la corrispondenza alle esigenze sociali del momento storico che si considera. Il codice morale di un dato tempo e luogo delinea la forma di condotta richiesta dalle condizioni dell'esistenza sociale in quel tempo e luogo, e trova in esso la sua giustificazione.

A nessuno può venire in mente di negare la reale ed effettiva dipendenza delle norme morali dalle esigenze della vita sociale. Ma se queste esigenze possono spiegare come si sia formato storicamente e psicologicamente il codice di condotta correlativo finché sono inconsapevolmente identificate colle esigenze della coscienza morale, esse non bastano piú, neppure a determinare quale sia la condotta adatta in un certo momento storico, una volta che siano assunte come criterio riflesso e consapevolmente seguito; non bastano, tranne che in un caso: nel caso che le condizioni di esistenza, da cui quelle esigenze emergono, siano considerate come immutabili o come assolutamente sottratte ad ogni azione od efficacia che possa esercitare su di esse la condotta umana, individuale e collettiva. Perché quando intervenga la consapevolezza di una possibile efficacia modificatrice della condotta umana sulle condizioni sociali e sulle esigenze che ne nascono, allora entra di necessità nella valutazione della condotta la considerazione di questa efficacia; la quale richiede il confronto tra lo stato presente e uno stato futuro, tra uno stato reale e uno stato possibile. E la ragione della scelta tra i due non può essere data dalla realtà dello stato presente, ma dalla diversa desiderabilità dei due stati messi a confronto; e quindi non soltanto dalle esigenze dello stato reale, ma anche da quelle dello stato possibile o creduto tale. Per conseguenza, condotta buona apparirà non quella semplicemente che è richiesta dalle condizioni di fatto, ma quella che, nei limiti imposti dalle condizioni reali, tenda a modificarla nella direzione segnata dallo stato piú desiderabile15.Soltanto in un caso, puramente teorico, la condotta tracciata in conformità con questo criterio coinciderebbe con la pura e semplice corrispondenza alla realtà delle condizioni date; nel caso che lo stato reale presente apparisse universalmente e sotto ogni rispetto piú desiderabile di ogni altro. Ma anche in questo caso la valutazione è data dalla desiderabilità, non dalla realtà.

Insomma, altro è comprendere che una forma di condotta è conforme a certe condizioni, altro è aver coscienza della bontà di quella condotta; la quale non può nascere che dalla coscienza della bontà di un fine a cui la condotta è, o si crede che sia, ordinata; altra cosa è la necessità di certe condizioni, altra è la loro desiderabilità; altra cosa è la spiegazione storica, e altra la giustificazione etica.

 

10. - Di questa esigenza di una giustificazione, alla quale, una volta che sia sorto il lavorio riflesso della comparazione e della critica, nessuna costruzione etica può sottrarsi, si preoccupa invece il nuovo idealismo prammatistico, il cui presente successo si deve, come credo, in gran parte, alla insufficienza del relativismo sociologico e storico nel campo della morale. Esso è in sostanza, come è noto, un ritorno alla metafisica in nome delle esigenze pratiche; la affermazione del diritto di credere all'esistenza reale di quelle condizioni che si pongano come necessarie a dare un fondamento oggettivo al valore delle norme e dei motivi morali. In questa reazione a difesa della fede il nuovo idealismo, fatto audace dal favore delle circostanze e dalla debolezza degli avversari, è passato, come accade, dalla difensiva alla offensiva; e non solo afferma la legittimità del proprio indirizzo nel campo della morale e della religione, o, come si dice, nel campo dei valori pratici; ma anche nel campo della scienza, o dei valori teoretici; pretendendo che in ultimo anche il sapere teoretico, benché non se ne accorga o si dia l'aria di non accorgersene, non abbia altra ragione per giustificare i principi e i postulati che assume a fondamento delle sue interpretazioni dei fatti e delle leggi particolari, se non una ragione di convenienza; il valore che quei principi hanno come mezzi per la sistemazione del sapere, cioè in ultimo per la soddisfazione di un bisogno speculativo.

Qui non è il luogo di discutere ciò che nella dottrina ci può essere di veropiú come intuizione di un aspetto trascurato della realtà psicologica, che come legittimazione di un metodo — per quel che riguarda la ricerca scientifica16; la considero nel campo della morale, e soltanto rispetto all'argomento che ci riguarda. Per questo rispetto la soluzione che essa del problema della giustificazione etica, non differisce sostanzialmente dalle altre soluzioni di carattere metafisico, se non per il fondamento. A proposito del quale, siccome, se anche se ne ammetta la validità, questa non toglie il difetto che nasce dal carattere metafisico della soluzione, mi accontento di osservare, per quelli che credono di sfuggire per questa via all'utilitarismo, che essa conduce a una forma, mistica se si vuole, ma ad una forma di utilitarismo; anzi alla forma estrema e piú radicale: la valutazione delle stesse credenze metafisiche e religiose dal punto di vista di un interesse umano; sia pure questo interesse il massimo, il termine di confronto di tutti gli altri. Perché conduce a considerare la credenza come un sostegno della moralità, ossia in ultima analisi come un mezzo pedagogico. E non è escluso il dubbio che, a questo modo, proprio nel mentre che si pone il valore della credenza, si venga a togliere valore all'oggetto della credenza.

 

11. - Venendo ora al nostro argomento, è certo che la soluzione del prammatismo, come in genere le altre soluzioni di carattere metafisico, soddisfa a quella esigenza della giustificazione etica, alla quale non soddisfa il relativismo storico. Ma anch'essa presentadico all'infuori da ogni contesa sulla legittimità del fondamento e sulla validità teoretica dei principî e dei postulati ammessi — il difetto capitale delle costruzioni metafisiche. Ed è che il fine di ordine soprannaturale cosí postulato, non può servire a determinare le norme. Non può servire, per la ragione perentoria che la relazione tra un fine, che è al di fuori e al di sopra della vita umana naturale e finita, e una condotta, qualunque essa sia, che si deve dispiegare nell'àmbito delle leggi naturali e i cui effetti determinabili sono contenuti nei limiti della vita finita individuale e sociale, una relazione di questo genere, dico, non può essere in nessun modo dimostrata, ma soltanto affermata. Ne è prova il fatto che lo stesso fine soprannaturale, la stessa costruzione metafisica può essere assunta a giustificare norme concrete di condotta non soltanto diverse, ma opposte, senza che si possa ricavare da essa nessuna ragione per la quale tra due forme di condotta diverse, una possa o debba giudicarsi preferibile all'altra. Ché, se si trova una ragione di preferenza nell'ordine degli effetti, che le due condotte rispettivamente producono o tendono a produrre, quest'ordine di effetti alla condotta correlativa un valore che sussiste indipendentemente dal fine soprannaturale, e diventa il fine naturale della condotta medesima.

Con questa differenza tra i due fini: che mentre dato il primo, non si può (se non facendo appello a una rivelazione, cioè a una autorità, e quindi a una pura affermazione) ricavare da esso quale sia la condotta atta a raggiungerlo; dato questo fine naturale, le norme si ricavano appunto dalle condizioni da cui il fine dipende, cioè dalla connessione naturale tra la condotta, e gli effetti della condotta. Ossia un fine soprannaturale non può fornire esso il criterio per determinare la condotta, se non a patto che — implicitamente o esplicitamente — si assuma, come subordinato ad esso e da esso richiesto, un fine, o un ordine di fini, naturale, in relazione al quale in realtà le norme sono stabilite.

concluderebbe nulla in contrario l'osservare che il criterio desunto dagli effetti che l'azione tende a produrre, riguarda la condotta esterna, non la interna, nella quale soprattutto consiste il valore morale. In primo luogo anche se per le due condotte, esterna e interna, valessero criteri diversi, bisognerebbe pur sempre riconoscere che, poiché anche la condotta esterna conta pure qualchecosa, sarebbe ancora necessario ammettere un criterio che valga a determinarla. In secondo luogo, benché siano, in ultima analisi, le tendenze, le aspirazioni, i sentimenti che hanno valore e danno valore alle cose e alle azioni, e ogni valutazione si riduca a valutazione comparativa di tendenze o sentimenti diversi; non bisogna dimenticare che i sentimenti, come le aspirazioni, si distinguono per il loro contenuto rappresentativo, cioè per l'oggetto a cui si riferiscono; e che anche le intenzioni sono sempre intenzioni di qualche cosa. E finalmente, una forma di perfezione interiore che si consideri come fine, a cui l'uomo possa giungere o avvicinarsi, non può essa stessa fornire il criterio per determinare quale sia la condotta richiesta a questo scopo, se non in quanto questa perfezione si consideri come un effetto o un ordine di effetti che dipende naturalmente (in parte almeno se non in tutto) da certe condizioni, ossia da certi mezzi. Le pratiche dell'ascetismo non avrebbero senso se non si riconoscesse a loro questo carattere di mezzi atti a produrre certi effetti.

Concludendo: la soluzione metafisica a cui fa appello l'indirizzo prammatistico, come ogni altra soluzione di carattere metafisico, non può avere, anche se non si ponga in dubbio la sua legittimità, che un ufficio consolatore, non regolatore; può servire a dare o aggiunger valore a certe norme e ai fini umani connessi con queste, ma non può servire a determinarle; può fornire un principio di giustificazione, non un criterio di derivazione. E perciò lascia da parte o suppone risoluto il problema che riguarda la determinazione delle norme; il che è quanto dire che lascia sussistere il problema, e la validità delle ragioni per le quali si pone, e se ne cerca la soluzione.





14 Adagio però anche con questa novità. Perché, almeno quanto al riconoscere esplicitamente la legittimità del procedimento regressivo, all’invertire deliberatamente la costruzione morale, il Kant avrebbe de’ diritti d’autore da rivendicare.



15 Di qui si vede quanto sia abusiva l'espressione comunemente ripetuta, soprattutto dai seguaci più rigidi del materialismo storico, che la condotta giusta è ad ogni momento quella che è resa necessaria dalle condizioni del momento; i quali poi sono spesso ardenti e anche non di rado generosi fautori e propugnatori di riforme e di innovazioni anche radicalissime nelle condizioni e nella struttura stessa della società. Sento l'obbiezione: «Gli è che noi prevediamo necessario e inevitabile il mutamento in quella direzione, e ci affatichiamo, come la levatrice, a rendere meno doloroso il parto del futuro dai fianchi del presente». Lasciamo, per restare nella metafora, che altro è voler agevolare il parto e altro voler affrettarlo. Ma, insomma, vi affatichereste voi a prepararlo, questo futuro, se non vi apparisse desiderabile in confronto del presente? E che cosa vuol dire render meno doloroso il parto, se non apprestare con un intervento consapevole e riflesso certe condizioni che altrimenti non si realizzerebbero? Adunque l'apprestare queste condizioni, pensate che sia desiderabile e possa dipendere dall'opera vostra: cioè nel giudicare ciò che è giusto, sovrapponete, almeno per questa parte, il criterio della desiderabilità a quello della obbiettiva ed esteriore necessità. — Così la condotta corregge la dottrina. Grau... ist alle TheorieUnd grün des Lebens goldner Baum.



16 Però non posso fare a meno di notare l'equivoco che, a mio giudizio, si nasconde rotto la pretesa analogia tra la ragione che legittima i principi teorici, e la ragione che il prammatismo invoca a legittimare i principi pratici. L'equivoco è questo: È verissimo che l'impalcatura del sapere teorico (a proposito, si può parlare di un sapere non teorico?) è fatta di materiali, diciamo cosí provvisori, di postulati e di ipotesi che si assumono perché e in quanto possono servire. Ma servire a che? A unificare e sistemare le costruzioni delle cose dei fatti e dei rapporti come sono non come desideriamo che siano; a costruire non quella verità che piace a noi di ammettere, ma la verità senz'altro, sia o non sia conforme ai nostri desideri e ai nostri capricci. Perché il bisogno teoretico o scientifico è appunto il bisogno di sapere le cose che sono e come sono, e non che desideriamo e come le desideriamo. E qualunque sia il senso che noi diamo all'espressione come sono, esso è sempre distinto e diverso da quello che può aver l'espressione come desideriamo che siano. Perciò non è il caso di ripetere qui, sotto veste gnoseologica, la domanda di Pilato. Perché quando si parla per es., delle leggi di gravità si può bensì sostenere che questo è un modo nostro di formulare e unificare i fatti; ma i fatti sono quelli, e a nessuno viene in mente di pensare che noi li crediamo veri perché abbiamo bisogno di reggerci in piedi. E anche chi ammette che l'acqua sia stata fatta a posta per cavarci la sete, sa benissimo (diamine!) che altro è dire che in un pozzo c'è dell'acqua, e altro dire che hanno sete quei che vi guardano dentro.

Di questa indebita intrusione di argomenti gnoseologici in questioni scientifiche (fisiche, ecc.) tratta esaurientemente, con profondità e con chiarezza, come suole, il Varisco (Vedi in particolare: Introduzione alla Filosofia naturale, e Studi di Filosofia naturale, Cap. I).





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