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Il programma che lo Spencer traccia
e si propone di seguire (non dico che in realtà gli sia rimasto fedele) per
costruire una scienza normativa etica, si può raccogliere, in queste due tesi:
1° La necessità di assumere come tipo della condotta morale la condotta
dell'uomo giusto in una società giusta; e la necessità conseguente della
distinzione tra Etica pura (Etica assoluta)
ed Etica applicata (Etica relativa) e
della precedenza teorica della prima sulla seconda. 2° La identificazione della
condotta giusta, oggetto dell'Etica assoluta,
col tipo di condotta che egli pone come proprio del limite dell'evoluzione.
Ora, benché nel pensiero dello
Spencer le due tesi siano solidalmente connesse, e la seconda sia nel quadro
del sistema la fondamentale e quella che legittima e rende possibile ad un
tempo la sua costruzione, non è difficile vedere come da un punto di vista
critico esse possono e debbono essere considerate a parte. La prima, infatti,
formula una veduta metodica; la seconda esprime la speciale applicazione che di
quella veduta metodica lo Spencer ha creduto di fare. In altri termini, è
astrattamente possibile riconoscere che il tipo ideale dell'uomo giusto non
possa determinarsi se non in relazione con una società giusta e che per
determinare la condotta giusta relativamente a certe condizioni reali, sia
necessario aver prima riconosciuto quale sarebbe la condotta giusta in
condizioni idealmente supposte, anche se non si accetta che il tipo ideale di
condotta giusta possa essere concepito in quella forma e su quel fondamento che
lo Spencer crede di dovergli assegnare.
Anzi io penso che la veduta
espressa nella prima tesi non solo si possa, ma si debba accettare come
legittima e necessaria, e che in essa si racchiuda come in germe un concetto
fecondo. Certo, credo, se una scienza normativa morale è possibile, è possibile
per quella via; e i difetti della costruzione etica dello Spencer nascono non
dall'averla seguita, ma piuttosto dall'essersene allontanato. Cosicché la
critica stessa della seconda tesi riesce a confermare la legittimità della
prima.
1. - Assumendo come tipo ideale
di condotta giusta la condotta corrispondente al limite dell'evoluzione, lo
Spencer riconosce, esplicitamente o implicitamente, alla forma di vita
individuale e sociale che segna quel limite, valore di fine morale. Ora,
lasciando la difficoltà, sulla quale altri ha già insistito, che uno stato
concepito come il risultato necessario dell'evoluzione naturale possa aver
valore di fine liberamente e deliberatamente voluto e proseguito, difficoltà
che non mi pare insuperabile18, io credo che questa identificazione
presenta due difetti capitali: essa non vale per sé a fornire un criterio per
la derivazione delle norme morali (nella realtà, come si vedrà piú innanzi, il
tipo ideale è determinato dallo Spencer sopra un altro fondamento); e non è
sufficiente come principio di giustificazione. Cominciamo dal primo.
Il concetto di evoluzione, come
quello di tempo, del quale esso è, in fondo, null'altro che la traduzione in
termini di causalità naturale, esclude l'idea di limite, inteso almeno come
termine fisso, oltre il quale ogni processo di trasformazione, cioè di
causazione, si arresti. Il processo stesso di dissoluzione che, secondo il
pensiero dello Spencer si alterna a periodi indefinitamente grandi con quello
di evoluzione, non segna il termine di un periodo e l'inizio d'uno nuovo se non
dal punto di vista di una valutazione umana o teologica. In realtà il cammino
non si arresta per tracciar di segni che l'uomo faccia sulla via della natura.
Né, del resto, quando lo Spencer parla di limite dell'evoluzione della vita
umana, intende di significare il momento in cui la vita si arresta o si spegne,
ma quello in cui la vita raggiunge il massimo svolgimento. Senonché questo
massimo svolgimento non può essere, necessariamente, che relativo a forme date
e conosciute o comunque determinate di vita, cioè di organi, di funzioni, e di
attività; e, anche inteso cosí, non può venir stabilito se non fissando un
grado che si consideri come massimo; cioè, insomma, segnando nel processo (non
importa ora con quale criterio) un momento,
che sia punto di arrivo di una serie (della quale sia rappresentato da un punto
di vista teleologico come fine), ma che potrebbe essere preso, con un criterio
diverso, come punto di partenza di una serie ulteriore. È sufficiente a segnare
questo momento il criterio dell'adattamento completo ai tre ordini di fini:
della vita individuale, della vita della specie e della vita sociale?
2. - È subito chiaro che questo
adattamento completo non può bastare esso stesso, se non si determina quali
siano le sfere di attività e di fini, l'adattamento ai quali serve di criterio
per stabilire se il limite è raggiunto. Perché se si intende per adattamento
completo un adattamento definitivo a tutti i fini di tutti e tre gli
ordini, termine fisso e insuperabile al quale si arresti, e oltre il quale non
sorgano nuove aspirazioni e nuovi fini, noi non potremmo argomentare né che un
tale limite sia per essere raggiunto mai, né (ciò che qui importa di piú), dato
che si raggiunga, quale sia il grado o la forma di vita, che un tale
adattamento sia per fissare e suggellare come definitivo.
Perché i fini sono, come ognuno
sa, correlativi ai desideri o ai bisogni. Ora a mano a mano che le forme di
attività si moltiplicano e si differenziano, si moltiplicano i bisogni e quindi
i fini; né si può né induttivamente, né deduttivamente determinare a qual punto
questo processo possa o debba arrestarsi. Perché, pur non uscendo dalla tesi
evoluzionista, ogni adattamento implica diminuzione di sforzo e quindi, coeteris paribus, avanzo
di energia; la quale appunto perciò si viene dispiegando in nuove forme di
attività, e quindi nella ricerca di nuovi fini. Anzi il sorgere di ogni forma
piú complessa di attività — ad esempio ogni funzione piú elevata - presuppone
normalmente l'adattamento già avvenuto delle attività meno complesse e
relativamente elementari — funzioni piú semplici —, di cui essa è una nuova
ordinazione. Onde per questo rispetto l'adattamento a certi fini è parallelo
all'insorgere di fini nuovi indefinitamente. Oltrediché il processo stesso del
conoscere portando a scoprire sempre nuovi rapporti di cose e di fatti, viene
continuamente riversando la desiderabilità dei beni conosciuti su nuovi oggetti
che acquistano valore di utilità, e moltiplica cosí i beni, cioè i desideri e i
bisogni; o trova nel mutare delle condizioni esterne nuovi modi di soddisfare
ai bisogni già esistenti affinandoli ed elevandoli; o apre la via a nuove
aspirazioni, alle quali la soddisfazione già assicurata dei vecchi bisogni
permette che si rivolgano gli sforzi e l'opere. Cosí ogni adattamento raggiunto
è condizione e stimolo a nuove forme di attività al modo stesso che ogni
conoscenza acquistata fa sorgere nuovi problemi, e nascere «a guisa di
rampollo, appié del vero il dubbio».
Si dirà che lo Spencer intende
l'adattamento completo nel senso di mutuo adattamento dei tre ordini di fini
fra di loro; intende cioè la conciliazione e l'accordo tra le esigenze della
vita individuale, quelle della vita della specie e quelle della vita sociale.
Ma lasciando di notare che la
difficoltà sopra notata risorge a proposito di questa conciliazione perfetta, si presenta la domanda:
A quali patti si fa questa conciliazione?
Perché se è vero, come lo
Spencer ha cura di ripeter spesso, che nelle condizioni presenti di esistenza i
fini di un ordine non possono essere proseguiti e raggiunti senza sacrificio
almeno parziale dei fini di un altro ordine, bisogna evidentemente, perché la
conciliazione si faccia, che intervenga una cessazione o una modificazione o
una sostituzione nei fini o di uno o di due o di tutti tre gli ordini
considerati; ossia una modificazione nei bisogni e nelle esigenze
dell'individuo, o della specie, o della società. Supponiamo ora per semplicità
di discorso che i fini individuali e i fini della specie si possano considerare
fin dal presente conciliati; o, per usare i termini dell'economia pura, che si
possa assumere l'egoismo di specie come comprendente in sé l'egoismo individuale
(il che è in gran parte conforme alle vedute stesse dello Spencer); la
conciliazione resterebbe da farsi tra i fini della vita individuale e i fini
della vita sociale.
E allora il problema è il
seguente: Nello stato di conciliazione contemplato, fino a qual punto sono i
bisogni e i fini individuali da noi conosciuti o immaginati che avranno mutato
di specie, di estensione, di intensità, per adattamento alle esigenze sociali,
e fino a qual punto si troveranno invece modificate le esigenze sociali per adattamento
ai fini della vita individuale? È manifesto che per conoscere in che cosa la
conciliazione sia per consistere bisogna, o che sia definita la sfera delle
esigenze individuali, in corrispondenza colla quale si possa determinare la
sfera delle esigenze sociali che con quelle si accordi; o sia definita la sfera
delle esigenze sociali per una determinazione inversa; o finalmente siano
definite certe condizioni (qualunque sia il modo tenuto per assegnarle) le
quali valgano, esse, a determinare a un tempo i limiti delle une e delle altre.
3. - Queste condizioni lo
Spencer ricava dalle esigenze del tipo di società industriale pacifica in cui
si suppone realizzato il puro regime del contratto sotto la legge dell'uguale
libertà; e quindi il limite dell'evoluzione è in realtà il limite ideale della
società industriale del suo tempo; e l'adattamento completo consiste
nell'adattamento della struttura biologica e psicologica di tutti i componenti
la società umana a questo tipo di convivenza e di cooperazione19. Per
conseguenza non è un certo tipo di vita completa che serve a determinare il
tipo ideale della società giusta, ma è il tipo considerato come ideale di
società giusta che determina la vita completa. Adunque, poiché la conciliazione
dei diversi ordini di fini è subordinata all'attuarsi delle condizioni che
definiscono il tipo ideale di società ed è relativa a queste, è il tipo ideale
di società che in effetto è assunto come fine, e sono le condizioni proprie di
quel tipo che servono a determinare le norme.
Ma se cosí è, quanto alla
determinazione delle norme il postulato dell'adattamento completo, posto che si
possa assumere, non serve a nulla; equivale semplicemente a supporre che tutti
gli individui i quali compongono la società ideale abbiano una natura cosí
fatta, che l'osservanza della condotta corrispondente costituisca per essi un
bisogno o un desiderio superiore a ogni altro, senza possibilità di conflitto
con altri bisogni o desideri; cioè tiene nella costruzione etica lo stesso
posto che nei sistemi morali è comunemente tenuto dal dovere, e nelle scienze precettive in genere
dalla supposizione che esista un desiderio o un bisogno
specifico corrispondente al fine da cui si ricavano le norme.
E quindi allo stesso modo che
l'esistenza e la natura specifica dei motivi da cui può dipendere l'osservanza
di una norma, non hanno che fare colla determinazione teorica di essa, cosí
l'ipotesi dell'adattamento completo dei bisogni e desideri individuali a certe
condizioni di convivenza e cooperazione sociale, non ha che fare colla
determinazione di queste norme. Perché le norme sono ricavate appunto da quelle
condizioni, alle quali si suppone avvenuto l'adattamento; e che perciò servono
esse di criterio e per determinare le norme e per conoscere se l'adattamento è
raggiunto.
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