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Erminio Juvalta
Dottrina delle due etiche di Spencer e morale come scienza

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  • Parte Terza LA DOTTRINA DELLE DUE ETICHE E LE ESIGENZE DI UNA SCIENZA NORMATIVA MORALE
    • Capitolo Sesto IL CRITERIO DEL LIMITE DELL’EVOLUZIONE E DELL’ADATTAMENTO COMPLETO NON SERVE A DETERMINARE IL TIPO DI CONDOTTA CERCATO
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Parte Terza
LA DOTTRINA DELLE DUE ETICHE E LE ESIGENZE
DI UNA SCIENZA NORMATIVA MORALE

Capitolo Sesto

IL CRITERIO DEL LIMITE DELL’EVOLUZIONE
E DELL’ADATTAMENTO COMPLETO NON SERVE
A DETERMINARE IL TIPO DI CONDOTTA CERCATO

 

Il programma che lo Spencer traccia e si propone di seguire (non dico che in realtà gli sia rimasto fedele) per costruire una scienza normativa etica, si può raccogliere, in queste due tesi: La necessità di assumere come tipo della condotta morale la condotta dell'uomo giusto in una società giusta; e la necessità conseguente della distinzione tra Etica pura (Etica assoluta) ed Etica applicata (Etica relativa) e della precedenza teorica della prima sulla seconda. La identificazione della condotta giusta, oggetto dell'Etica assoluta, col tipo di condotta che egli pone come proprio del limite dell'evoluzione.

Ora, benché nel pensiero dello Spencer le due tesi siano solidalmente connesse, e la seconda sia nel quadro del sistema la fondamentale e quella che legittima e rende possibile ad un tempo la sua costruzione, non è difficile vedere come da un punto di vista critico esse possono e debbono essere considerate a parte. La prima, infatti, formula una veduta metodica; la seconda esprime la speciale applicazione che di quella veduta metodica lo Spencer ha creduto di fare. In altri termini, è astrattamente possibile riconoscere che il tipo ideale dell'uomo giusto non possa determinarsi se non in relazione con una società giusta e che per determinare la condotta giusta relativamente a certe condizioni reali, sia necessario aver prima riconosciuto quale sarebbe la condotta giusta in condizioni idealmente supposte, anche se non si accetta che il tipo ideale di condotta giusta possa essere concepito in quella forma e su quel fondamento che lo Spencer crede di dovergli assegnare.

Anzi io penso che la veduta espressa nella prima tesi non solo si possa, ma si debba accettare come legittima e necessaria, e che in essa si racchiuda come in germe un concetto fecondo. Certo, credo, se una scienza normativa morale è possibile, è possibile per quella via; e i difetti della costruzione etica dello Spencer nascono non dall'averla seguita, ma piuttosto dall'essersene allontanato. Cosicché la critica stessa della seconda tesi riesce a confermare la legittimità della prima.

 

1. - Assumendo come tipo ideale di condotta giusta la condotta corrispondente al limite dell'evoluzione, lo Spencer riconosce, esplicitamente o implicitamente, alla forma di vita individuale e sociale che segna quel limite, valore di fine morale. Ora, lasciando la difficoltà, sulla quale altri ha già insistito, che uno stato concepito come il risultato necessario dell'evoluzione naturale possa aver valore di fine liberamente e deliberatamente voluto e proseguito, difficoltà che non mi pare insuperabile18, io credo che questa identificazione presenta due difetti capitali: essa non vale per sé a fornire un criterio per la derivazione delle norme morali (nella realtà, come si vedrà piú innanzi, il tipo ideale è determinato dallo Spencer sopra un altro fondamento); e non è sufficiente come principio di giustificazione. Cominciamo dal primo.

Il concetto di evoluzione, come quello di tempo, del quale esso è, in fondo, null'altro che la traduzione in termini di causalità naturale, esclude l'idea di limite, inteso almeno come termine fisso, oltre il quale ogni processo di trasformazione, cioè di causazione, si arresti. Il processo stesso di dissoluzione che, secondo il pensiero dello Spencer si alterna a periodi indefinitamente grandi con quello di evoluzione, non segna il termine di un periodo e l'inizio d'uno nuovo se non dal punto di vista di una valutazione umana o teologica. In realtà il cammino non si arresta per tracciar di segni che l'uomo faccia sulla via della natura. Né, del resto, quando lo Spencer parla di limite dell'evoluzione della vita umana, intende di significare il momento in cui la vita si arresta o si spegne, ma quello in cui la vita raggiunge il massimo svolgimento. Senonché questo massimo svolgimento non può essere, necessariamente, che relativo a forme date e conosciute o comunque determinate di vita, cioè di organi, di funzioni, e di attività; e, anche inteso cosí, non può venir stabilito se non fissando un grado che si consideri come massimo; cioè, insomma, segnando nel processo (non importa ora con quale criterio) un momento, che sia punto di arrivo di una serie (della quale sia rappresentato da un punto di vista teleologico come fine), ma che potrebbe essere preso, con un criterio diverso, come punto di partenza di una serie ulteriore. È sufficiente a segnare questo momento il criterio dell'adattamento completo ai tre ordini di fini: della vita individuale, della vita della specie e della vita sociale?

 

2. - È subito chiaro che questo adattamento completo non può bastare esso stesso, se non si determina quali siano le sfere di attività e di fini, l'adattamento ai quali serve di criterio per stabilire se il limite è raggiunto. Perché se si intende per adattamento completo un adattamento definitivo a tutti i fini di tutti e tre gli ordini, termine fisso e insuperabile al quale si arresti, e oltre il quale non sorgano nuove aspirazioni e nuovi fini, noi non potremmo argomentare né che un tale limite sia per essere raggiunto mai, né (ciò che qui importa di piú), dato che si raggiunga, quale sia il grado o la forma di vita, che un tale adattamento sia per fissare e suggellare come definitivo.

Perché i fini sono, come ognuno sa, correlativi ai desideri o ai bisogni. Ora a mano a mano che le forme di attività si moltiplicano e si differenziano, si moltiplicano i bisogni e quindi i fini; né si può né induttivamente, né deduttivamente determinare a qual punto questo processo possa o debba arrestarsi. Perché, pur non uscendo dalla tesi evoluzionista, ogni adattamento implica diminuzione di sforzo e quindi, coeteris paribus, avanzo di energia; la quale appunto perciò si viene dispiegando in nuove forme di attività, e quindi nella ricerca di nuovi fini. Anzi il sorgere di ogni forma piú complessa di attività — ad esempio ogni funzione piú elevata - presuppone normalmente l'adattamento già avvenuto delle attività meno complesse e relativamente elementarifunzioni piú semplici —, di cui essa è una nuova ordinazione. Onde per questo rispetto l'adattamento a certi fini è parallelo all'insorgere di fini nuovi indefinitamente. Oltrediché il processo stesso del conoscere portando a scoprire sempre nuovi rapporti di cose e di fatti, viene continuamente riversando la desiderabilità dei beni conosciuti su nuovi oggetti che acquistano valore di utilità, e moltiplica cosí i beni, cioè i desideri e i bisogni; o trova nel mutare delle condizioni esterne nuovi modi di soddisfare ai bisogni già esistenti affinandoli ed elevandoli; o apre la via a nuove aspirazioni, alle quali la soddisfazione già assicurata dei vecchi bisogni permette che si rivolgano gli sforzi e l'opere. Cosí ogni adattamento raggiunto è condizione e stimolo a nuove forme di attività al modo stesso che ogni conoscenza acquistata fa sorgere nuovi problemi, e nascere «a guisa di rampollo, appié del vero il dubbio».

Si dirà che lo Spencer intende l'adattamento completo nel senso di mutuo adattamento dei tre ordini di fini fra di loro; intende cioè la conciliazione e l'accordo tra le esigenze della vita individuale, quelle della vita della specie e quelle della vita sociale.

Ma lasciando di notare che la difficoltà sopra notata risorge a proposito di questa conciliazione perfetta, si presenta la domanda: A quali patti si fa questa conciliazione?

Perché se è vero, come lo Spencer ha cura di ripeter spesso, che nelle condizioni presenti di esistenza i fini di un ordine non possono essere proseguiti e raggiunti senza sacrificio almeno parziale dei fini di un altro ordine, bisogna evidentemente, perché la conciliazione si faccia, che intervenga una cessazione o una modificazione o una sostituzione nei fini o di uno o di due o di tutti tre gli ordini considerati; ossia una modificazione nei bisogni e nelle esigenze dell'individuo, o della specie, o della società. Supponiamo ora per semplicità di discorso che i fini individuali e i fini della specie si possano considerare fin dal presente conciliati; o, per usare i termini dell'economia pura, che si possa assumere l'egoismo di specie come comprendente in sé l'egoismo individuale (il che è in gran parte conforme alle vedute stesse dello Spencer); la conciliazione resterebbe da farsi tra i fini della vita individuale e i fini della vita sociale.

E allora il problema è il seguente: Nello stato di conciliazione contemplato, fino a qual punto sono i bisogni e i fini individuali da noi conosciuti o immaginati che avranno mutato di specie, di estensione, di intensità, per adattamento alle esigenze sociali, e fino a qual punto si troveranno invece modificate le esigenze sociali per adattamento ai fini della vita individuale? È manifesto che per conoscere in che cosa la conciliazione sia per consistere bisogna, o che sia definita la sfera delle esigenze individuali, in corrispondenza colla quale si possa determinare la sfera delle esigenze sociali che con quelle si accordi; o sia definita la sfera delle esigenze sociali per una determinazione inversa; o finalmente siano definite certe condizioni (qualunque sia il modo tenuto per assegnarle) le quali valgano, esse, a determinare a un tempo i limiti delle une e delle altre.

 

3. - Queste condizioni lo Spencer ricava dalle esigenze del tipo di società industriale pacifica in cui si suppone realizzato il puro regime del contratto sotto la legge dell'uguale libertà; e quindi il limite dell'evoluzione è in realtà il limite ideale della società industriale del suo tempo; e l'adattamento completo consiste nell'adattamento della struttura biologica e psicologica di tutti i componenti la società umana a questo tipo di convivenza e di cooperazione19. Per conseguenza non è un certo tipo di vita completa che serve a determinare il tipo ideale della società giusta, ma è il tipo considerato come ideale di società giusta che determina la vita completa. Adunque, poiché la conciliazione dei diversi ordini di fini è subordinata all'attuarsi delle condizioni che definiscono il tipo ideale di società ed è relativa a queste, è il tipo ideale di società che in effetto è assunto come fine, e sono le condizioni proprie di quel tipo che servono a determinare le norme.

Ma se cosí è, quanto alla determinazione delle norme il postulato dell'adattamento completo, posto che si possa assumere, non serve a nulla; equivale semplicemente a supporre che tutti gli individui i quali compongono la società ideale abbiano una natura cosí fatta, che l'osservanza della condotta corrispondente costituisca per essi un bisogno o un desiderio superiore a ogni altro, senza possibilità di conflitto con altri bisogni o desideri; cioè tiene nella costruzione etica lo stesso posto che nei sistemi morali è comunemente tenuto dal dovere, e nelle scienze precettive in genere dalla supposizione che esista un desiderio o un bisogno specifico corrispondente al fine da cui si ricavano le norme.

E quindi allo stesso modo che l'esistenza e la natura specifica dei motivi da cui può dipendere l'osservanza di una norma, non hanno che fare colla determinazione teorica di essa, cosí l'ipotesi dell'adattamento completo dei bisogni e desideri individuali a certe condizioni di convivenza e cooperazione sociale, non ha che fare colla determinazione di queste norme. Perché le norme sono ricavate appunto da quelle condizioni, alle quali si suppone avvenuto l'adattamento; e che perciò servono esse di criterio e per determinare le norme e per conoscere se l'adattamento è raggiunto.





18 La difficoltà nasce dal modo di intendere la possibilità e la necessità. — Affermare la possibilità che si produca un fatto, non è altro che riconoscere o ammettere la presenza reale dei fattori, l'azione dei quali, quando non incontrasse ostacoli, produrrebbe, secondo i rapporti causali noti, cioè necessariamente, quel fatto. Ora lo stesso effetto che può apparire necessario o in quanto si ammette la reale e adeguata efficacia di tutti i fattori da cui dipende, può essere proposto come fine quando tra i detti fattori entri l'azione dell'uomo, cioè quando la «necessità» dell'effetto sia condizionata dalla presenza e dalla efficacia di certe idee, sentimenti, aspirazioni; cioè in una parola dalla presenza e dalla efficacia adeguata del desiderio di quell'effetto. In questo caso non è escluso che l'effetto in questione possa aver valore di fine, anzi è incluso che l'abbia; perché la «necessità» dell'effetto è subordinata appunto al valore che gli si riconosca di fine, e al dispiegarsi, nell'azione corrispondente, della volontà di raggiungerlo.

Che questa interpretazione sia compatibile coi principi dell'evoluzionismo spenceriano è questione che, come si vedrà, rimane estranea all'intento di questo studio, e che i piú risolvono negativamente (cfr., tra gli altri, L. Zuccante: La dottrina della coscienza morale nello Spencer, Cap., XXXI, p. 194; e G. Vidari: Rosmini e Spencer, p. 209 e segg.. Di queste, come di tutte le obbiezioni mosse all'Etica dello Spencer, a cominciare dal Guyau e dal Sidgwick fino ai critici più recenti, tratta con grande larghezza e ricchezza di notizie il Dr. G. Salvadori nell'opera L'Etica evoluzionista che è una apologia entusiastica di tutto il sistema spenceriano).

Colgo questa occasione per dichiarare che ho dovuto astenermi da ogni richiamo sia delle obbiezioni e discussioni di questi, come di altri critici valorosi (tra i quali sia ricordato a titolo d'onore il compianto Icilio Vanni), sia delle varie opinioni che si connettono colle questioni generali toccate, per due ragioni: in primo luogo perché il punto di vista del quale è qui considerata la dottrina delle due Etiche è diverso, e diversa la via seguita; in secondo luogo perché se avessi voluto per ogni questione toccata discutere le diverse opinioni avrei dovuto fare a commento di un breve scritto, tutta o poco meno la storia della morale.



19 Per questo rispetto sono assai significativi due luoghi dello Spencer che qui importa di ricordare.

Nella 2a edizione dei Dati dell'Etica (cioè quando quest'opera fu ripubblicata come parte del Vol. IX del System of Synth. Phil.) si trova aggiunto in appendice un capitolo che porta lo stesso titolo Conciliazione che il Cap. XIV; e che era stato dettato prima; ma, smarrito poi al tempo della pubblicazione, fu sostituito da quello che figura nel testo. Ora, in quel capitolo, per provare la possibilità che le attività altruistiche si identificano colle egoistiche, si citano gli insetti sociali (api, formiche, ecc.); soggiungendo che ciò mostra esser possibile che gli organismi diventino talmente adatti alle esigenze della vita sociale che l'energia spiegata per il benessere generale può giungere a subordinare pienamente quella rivolta al bene individuale, così da ottenere un benessere individuale non maggiore di quello che è necessario alla conservazione della vita individuale; ed esser possibile il formarsi negli individui di una organizzazione tale che la ricerca delle soddisfazioni che la natura loro richiede, porti ad esercitare quelle attività che il benessere della comunità richiede (vol. cit., pp. 300-302). Si noti che, aggiungendo in appendice il capitolo che contiene questo passo, lo Spencer non fa riserve di nessun genere, anzi dice esplicitamente che esso può servire a chiarire e compiere il pensiero espresso nel testo (ib., p. 289).

Un altro luogo in cui è ribadito in forma diversa, ma non meno recisa, lo stesso concetto fondamentale, si trova nella seconda lettera di risposta alle critiche del Rev. J. L. Davies sull'obbligazione morale, pubblicata col resto della polemica nella Appendice C. alla Giustizia: «Lasciatemi ripetere qui una verità sulla quale ho altrove insistito: che appunto come il cibo è giustamente preso quando è preso per soddisfare la fame, mentre il doverlo prendere quando manca l'appetito implica uno stato fisico disordinato; così una buona azione o un atto di dovere è fatto giustamente soltanto se è fatto per soddisfare un sentimento immediato; mentre se è fatto per la considerazione di certi risultati finali in questo o in un altro mondo implica uno stato morale «imperfetto». (A System, ecc. Vol. X, App. C. The Moral Motive, p. 450 - Nella trad. it. della Giustizia edita dal Lapi questa appendice è omessa).





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