Capitolo
Settimo
IL CRITERIO DEL PIACERE PURO, CORRISPONDENTE
ALL’ADATTAMENTO COMPLETO, NON SERVE
A GIUSTIFICARE IL TIPO DI CONDOTTA PROPOSTO
4. - Ma perché assume lo Spencer
come proprio della società ideale un adattamento completo, che, mentre esclude
arbitrariamente ogni evoluzione ulteriore, non serve a definire questa società
ideale perché è definito esso stesso in relazione con quella?
Perché soltanto quando esso sia
raggiunto, la condotta umana in tutta la sua estensione apporta a sé e agli
altri nel presente e nel futuro puro piacere, piacere non misto a dolore di
sorta; e per lo Spencer, come s'è visto, il giusto assoluto esclude il dolore.
E perciò il tipo ideale contemplato dall'Etica assoluta non può essere se non
quello nel quale la condotta apporta puro piacere.
L'adattamento completo darebbe
dunque al tipo ideale di convivenza e cooperazione sociale quel carattere di
universale e preminente desiderabilità, che deve avere il fine assunto dall'Etica.
Lo dà veramente?
Benché a prima vista possa
parere strano il dubbio e inutile la discussione, bisogna riconoscere che un
tipo di esistenza individuale e sociale nel quale tutta quanta la condotta in
tutta la sua estensione porti sempre e soltanto piacere, non è, date le leggi
psicologiche conosciute, e non può essere, un fine universalmente desiderabile
sopra ogni altro.
Lascio di discutere se, supposta
una condotta, diciamo cosí per brevità, totalmente piacevole, il piacere stesso
non verrebbe a sparire, come stato di coscienza distinto, per mancanza di quel
contrasto e di quell'alternanza fra gli stati psichici (cosí bene illustrata
tra gli altri dall'Höffding), senza della quale anche i godimenti piú forti
illanguidiscono e vaniscono nella ripetizione abituale; e di considerare se la
forma di vita corrispondente non riuscirebbe a sopprimere in ultimo anche ogni
forma di coscienza riflessiva e di deliberazione volontaria, cioè
l'intelligenza stessa e la volontà, almeno nelle loro forme piú elevate, riducendo
la vita a una sorta di automatismo istintivo, al quale corrisponderebbe la
fissazione stereotipa di modelli d'uomini meccanizzati. Certo, se si bada che
l'attenzione attiva è sempre, in grado maggiore o minore, sforzo, e che lo
sforzo è alimentato principalmente, se non unicamente, dal dolore e non dal
piacere, bisogna riconoscere che la capacità dello sforzo e l'esercizio
dell'attenzione tenderebbero a svanire collo sparir del dolore; e il vigore
dell'intelligenza si affievolirebbe; come già si può osservare in quelle
persone sfaccendate e sonnolente, le quali abbiano in pronto senza alcuna
fatica o cura tutto quel che desiderano, e non sentano l'aculeo di altri
bisogni, e di aspirazioni diverse.
E lo stesso discorso sarebbe da
ripetere a maggior ragione per la volontà.
Certamente le leggi psicologiche
conosciute tendono ad escludere, per le ragioni accennate sopra a proposito
dell'adattamento completo, che un tale stato possa avverarsi; ma, dato che
potesse attuarsi, non ci sarebbe nessuna ragione per negare, in forza delle
medesime leggi, l'eventualità se non della soppressione, di un oscuramento
progressivo delle facoltà psichiche piú elevate. E allora si presenta subito la
questione, se, ammessa pure soltanto la possibilità che a un tale stato si accompagnasse
questo effetto, potrebbe una forma di esistenza siffatta apparire desiderabile
sopra ogni altra.
5. - Si potrebbe dire: Che
importa l'oscuramento e anche la soppressione dell'intelligenza e della volontà,
purché sparisca il dolore? E quando non vi siano altri bisogni e altri desideri
che quelli appunto che trovano già una soddisfazione adeguata, ossia, quindi,
non ci sia piú nemmeno la possibilità di rappresentarsi bisogni e beni diversi,
non è una tal vita nel suo genere
beata; anzi la sola beata perché è esclusa la capacità di provare altri
bisogni?
Ora che un tale stato possa,
anzi debba apparire il piú desiderabile quando si supponga l'adattamento già
raggiunto, è fuori di contestazione; ma qui si tratta di vedere se un tale
stato possa essere preferibile per chi ne è fuori, e dovrebbe proporsi come
scopo di raggiungerlo. Se, cioè, a chi esercita certe forme di attività possa
parere desiderabile sopra ogni altro un tipo di vita, nel quale per avventura
quelle attività fossero oscurate o soppresse. In questo caso possono valere
l'osservazione notissima del Mill e la ragione colla quale la conforta; che,
certo, non avrebbero valore nel primo caso20.
Ma anche lasciando questo aspetto della questione, non
bisogna dimenticare che appunto perché il piacere puro è il correlato
subiettivo dell'adattamento completo, la medesima condizione di una condotta
totalmente piacevole, — per le ragioni dette a proposito dell'indeterminatezza
nel numero e nella specie dei fini, rispetto ai quali l'adattamento potrebbe
essere raggiunto — può concepirsi attuata non in una sola ma in piú forme di
vita fra di loro diverse; e resterebbe sempre da trovare un criterio
comparativo della desiderabilità, o da ammettere che tutti i tipi di vita, per
i quali si concepisce possibile una conciliazione fra i tre ordini di fini
(anche se la conciliazione fosse ottenuta allo stesso modo che nelle società
animali, cfr. la nota qui sopra [nota 19]), siano ugualmente desiderabili. Il
che importerebbe la legittimazione a pari titolo di forme di condotta fra di
loro diverse e anche opposte; e si dovrebbe ricavare d'altronde che dal piacere
puro il fondamento della legittimazione.
E qui tocchiamo un argomento il
quale si allarga fuori del campo particolare della dottrina dello Spencer e
riguarda nello stesso tempo una questione piú generale: la natura del fine.
6. - Siccome il carattere che si
richiede nel fine assunto a giustificare le norme morali è, come s'è
ripetutamente detto, quello della universale e preminente desiderabilità sopra
ogni altro, si pensa che esso debba essere il fine dei fini, il fine ultimo e
supremo; uno stato definitivo, oltre
il quale, e al di là, non ci sia piú nulla da desiderare e da cercare. E allora
non resta che questa alternativa; o si cerca un fine il quale contenga e
comprenda in sé tutti i fini; e prendono forma i fantasmi di felicità, di beatitudine,
di perfezione, nei quali si figurano
definitivamente appagati tutti i desideri, e scomparsi o sommersi quelli che
non vi trovano appagamento; oppure si considera come fine la forma colla quale si presenta alla coscienza la
soddisfazione di qualsiasi desiderio; cioè il piacere o la liberazione dal
dolore.
Ma tanto l'una quanto l'altra
delle soluzioni non sono che apparenti, o si risolvono in una vana tautologia.
Porre come fine la felicità senza determinare quale
sia o in che consista la felicità di
cui si discorre, è certamente un modo per conciliare verbalmente tutte le
differenze di opinioni e superare tutte le difficoltà; ma nella realtà non le
concilia e non le supera, piú di quel che valgano a togliere le diversità di
opinioni politiche e a raccogliere i partiti ad unità di intenti certi «ordini
del giorno» in cui si afferma all'unanimità essere fine supremo per tutti il
«bene della patria» o la «prosperità della nazione» o altre formule
somiglianti.
E se si determina in che si
faccia consistere la felicità, quali siano i fini che si comprendono nel fine
unico chiamato con questo nome, allora delle due l'una: o i diversi fini cosí
compendiati e compresi nel fine unico, sono veramente unificati, e, perché ciò
sia, occorre che essi possano ridursi
ad uno, e quindi che si possa dimostrare che uno fra essi è causa o condizione
degli altri, o che tutti dipendono da una medesima condizione o ordine di
condizioni; e in questo caso la felicità è caratterizzata o da quel fine o dal
conseguimento di questa condizione, che diventa esso fine, perché su esso si
riversa la desiderabilità di tutti; e il termine felicità non è che un
duplicato di quel certo fine o di questa condizione. Oppure i diversi fini non
sono che sommati insieme, e giustapposti l'uno all'altro, rimanendo in realtà
distinti e senza che si veda la necessità della loro connessione; e allora
l'unità non è che verbale, e in realtà invece di un fine, si hanno piú fini,
ciascuno nel suo genere, supremo.
Si dirà che si dà alla felicità
non il senso di un certo contenuto determinato che la costituisca, ma il senso
di appagamento dei desideri, di soddisfazione dei bisogni, senza che si
definisca quali ne siano per essere il numero e le specie: nel qual senso si
può affermare che la felicità rimane sempre il fine ultimo pur restandone
indeterminato il contenuto? E si riesce allora alla seconda alternativa, di considerare
come fine ciò che si ammette esservi di comune e di costante nel raggiungimento
di qualsiasi fine; cioè, come s'è detto, la forma sotto la quale si presenta la
soddisfazione di qualunque desiderio: il piacere o la liberazione dal dolore.
Ma dire che il fine ultimo è il piacere è come dire che il fine ultimo è il
godimento che accompagna il raggiungimento del fine o dei fini, o che lo scopo
dei desiderî è... la soddisfazione dei desiderî. E allora si vede perché il
puro piacere non possa dare un criterio di legittimazione e di valutazione
comparativa dei fini e quindi delle forme di condotta. Perché, o si prende come
criterio la quantità del piacere, la intensità della soddisfazione, senza
badare alla natura del desiderio a cui corrisponde, e non è possibile assegnare
un solo desiderio che abbia lo stesso valore, nonché per due coscienze diverse,
neppure per la stessa coscienza in momenti diversi. O si valuta la
soddisfazione secondo i desiderî cui corrisponde, e allora ciò che distingue un
desiderio dall'altro non è la soddisfazione ma l'oggetto
a cui il desiderio si rivolge; non l'effetto soggettivo gradevole, ma le
condizioni che lo producono, non è il godimento
del bene, ma il bene.
7. - Ora è qui che si nasconde
l'equivoco: nell'identificare il bene col piacere; il fine, cioè l'ordine di
effetti che costituisce l'oggetto del
desiderio, collo stato soggettivo che è il godimento
(quando ci sia) del fine raggiunto. È bensí vero che un bene di cui si
concepisse che nessuno mai potesse godere in nessun modo, non avrebbe valore di
bene; ma è non meno vero che un godimento del quale non si sapesse assegnare
nessuna causa o condizione o mezzo atto a produrlo, non potrebbe mai essere
proposto o assunto come scopo di un'attività qualesivoglia. Ora quando si parla
di un fine desiderabile sopra ogni altro al quale sia ordinata la condotta, non
si può intendere che un bene, il quale sia bensí, direttamente o indirettamente
causa o mezzo o condizione di godimento, senza di che non sarebbe bene; ma che
non può consistere nel godimento stesso, ma in un certo effetto o ordine di
effetti determinabile e possibile, che possa costituire l'oggetto di una
ricerca attiva, cioè di una certa condotta21.
Senonché bisogna evitare anche
qui lo stesso equivoco che conduce a riporre il fine nella felicità o nel
piacere; l'equivoco che questo effetto o ordine di effetti debba costituire un
fine ultimo, uno stato definitivo, al di là del quale non siano assegnabili
altri fini. Uno stato, o un ordine di effetti definitivo è contraddittorio non
soltanto colle leggi della vita, per le ragioni già dette, ma col presupposto
stesso fondamentale che si assume di necessità quando si voglia determinare
scientificamente un sistema di norme. Perché qualunque fine rappresentato come
umanamente possibile, appunto perché deve essere concepito come un effetto, che
si produce, date certe condizioni, è
a sua volta pensato come condizione di altri effetti, cioè mezzo ad altri fini.
Pensare un effetto naturalmente possibile che sia ultimo, è come pensare chiusa
e finita a un momento dato la serie della causazione, abolita e spenta, in un
effetto che sia stato prodotto, ogni efficacia causativa; e allora vien meno
ogni ragione di pensare come dipendente da certi mezzi, cioè da certe cause, anche
l'effetto stesso che si considera come fine ultimo; e quindi è tolto ogni
fondamento a qualsivoglia determinazione di rapporti tra mezzi e fini, e perciò
anche a qualsiasi determinazione di norme.
Si dirà che si intende «ultimo»
rispetto alla valutazione, cioè tale
a cui si riconosca valore per sé, indipendentemente da ogni considerazione
ulteriore. Ma se si ammette che da quel fine, quando sia raggiunto, dipendono
altri effetti, nell'atto stesso che lo si pensa condizione di tali effetti
ulteriori, la valutazione di questi (che non può essere esclusa) muta il valore
del fine e gli dà nello stesso tempo valore di mezzo.
8. - Dal che nasce questa
conseguenza assai notevole: che la desiderabilità di un ordine di effetti, che
si assuma come fine, non viene tanto dalla desiderabilità che gli si riconosca
come bene, cioè come oggetto diretto e immediato di godimento, quanto dalla
desiderabilità degli effetti, dei quali esso apparisca la condizione
necessaria. E che perciò, mentre è vano andar cercando quale sia il fine
ultimo, il quale non si trova mai, o si risolve in una pura espressione
verbale, il fine che può valere come supremo si deve cercare non nell'uno o
nell'altro degli scopi a cui si riconosca valore per sé, ma in un ordine di
effetti, in un sistema di condizioni, dato che sia assegnabile, nel quale si
possa riconoscere questo carattere appunto di condizione necessaria, non di
alcuni, ma di tutti quei beni, ai quali si attribuisce valore per sé. E quindi
il fine che può avere universalmente una desiderabilità superiore a ogni altro,
non può consistere se non in un ordine generale e, si potrebbe dire,
preliminare di condizioni, la cui attuazione apparisca necessaria perché sia
possibile universalmente la ricerca ulteriore di quei beni. Non può essere cioè
supremo nel senso di una gerarchia, della quale segni il culmine, né nel senso
di una grandezza o quantità, di cui sia il massimo, ma nel senso della precedenza necessaria o della indispensabilità;
per la quale venga a raccogliersi su di esso come in un unico foco la luce e il
calore di desiderabilità che irraggia dai fini ai quali apre universalmente la
via.
E perciò, ammesso che
qualsivoglia fine umano abbia, come
ha in realtà, per condizione la convivenza e la cooperazione sociale, il fine
che può avere questo valore di precedenza necessaria sugli altri deve essere di
necessità il raggiungimento o il mantenimento di certe condizioni di convivenza
e di cooperazione sociale, cioè di una qualche forma di società. Ma perché ad
una forma di società possa essere riconosciuto questo carattere universalmente,
occorre che le condizioni della sua esistenza abbiano per tutti un valore
potenzialmente uguale: ossia che nessuno dei fini, dei quali quella forma di
cooperazione pone la possibilità e dai quali attinge il suo valore, sia, per
dato e fatto delle esigenze di essa forma, precluso o impedito a nessuno dei
componenti la società. O, in altri termini, sia qualsivoglia il fine che si
suppone cercato, ciascuno trovi nelle condizioni proprie di quella forma sociale
la medesima esteriore possibilità di
rivolgere a quella ricerca l'attività propria, che vi trova qualsiasi
altro22.
L'analisi ci ha dunque portato a
queste conclusioni: a riconoscere che il limite dell'evoluzione, l'adattamento
completo, la massima felicità, né fornisce un criterio di determinazione delle
norme, né basta come principio di giustificazione; a riconoscere la legittimità
del concetto, che bisogna assumere come fine un tipo ideale di società; e a
stabilire le esigenze fondamentali, alle quali questo tipo deve soddisfare.
Ed ora è facile vedere per quali
ragioni il tipo sul quale in realtà lo Spencer ha modellato la sua società
giusta non soddisfaccia a queste esigenze.
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