II
Da
Quarto a Firenze. L'entrata alla Tappa. Nella Galleria degli Uffizî
- Ci siamo,
finalmente! - dirà consolato il lettore.
E non dubiti,
dicemmo la stessa cosa anche noi, aggiungendovi un lungo, largo e profondo
respiro. Oramai non ci mettevano più le unghie addosso; a Firenze, dove si
sarebbe giunti la mattina seguente, avremmo avuto il piacere di ritrovarci nel
più stretto incognito.
Quanto a ciò,
eravamo in errore. A Firenze non dovevamo far passo senza imbatterci in persone
conosciute, e non dimenticherò mai più che in Piazza della Signoria ci vedemmo
squadrati lungamente da due guardie, che pochi giorni innanzi ci avevano
pedinato per le vie di Genova, fino alla porta dei Vacca, sull'uscio di un
circolo di amici, dove forse credevano che fosse un comitato di arruolamento.
Ma non
precorriamo gli eventi. Per ora siamo in diligenza, dove il nostro primo
pensiero è di accomodarci per benino, il secondo di render grazie a quell'arca
ospitale che ci porta via, il terzo di far conoscenza con un compagno di
viaggio, che è l'incaricato del servizio postale, il signor Bolentini, di
Borghetto Vara, ottimo giovane, a noi largo di attenzioni d'ogni maniera. Con
me, curiosissimo animale, egli fu paziente cicerone per quanto fu lunga la
strada: giunti a Spezia, non volle mica andare a dormire; ci accompagnò
cortesemente allo scalo della strada ferrata, che era piuttosto lontano; e
laggiù stette con noi, amorevole compagno d'insonnia, fino alle quattro del
mattino. Ma eccomi da capo a precorrer gli eventi; tanta è la mia fretta di
giungere!
Per farvela
breve, vi dirò che ci fermammo pochi minuti a Recco, luogo a me caro, come
Nervi e Quinto, per allora recenti testimonianze di affetto, le quali io
ricorderò sempre con animo grato, sebbene non portassero, e chi sa? forse più
ancora perchè non portarono frutto; che di là si salì in Ruta (notarile
italianizzamento di Rua, che fu corruzione dialettale di un'antichissima ruga
latina), in Ruta, famosa stazione per le allegre scampagnate che solevano farci
i genovesi del vecchio stampo negli ozi della domenica, e donde io potei dare
l'ultimo sguardo alla bella Genova, illuminata dai gloriosi lumi del tramonto;
che sotto la galleria di Ruta vidi il crinolino più rigonfio che mai fosse
portato da una impettita Venere campagnuola; che scendemmo a Rapallo, nel golfo
Tigullio, stupenda veduta di anfiteatro villereccio e di mare azzurrino;
che finalmente caddero le ombre della sera, e non vedemmo più nulla.
Perciò, non
mi venne fatto di appagare il desiderio che sempre avevo avuto fortissimo di
vedere la "fiumana bella" che
Intra Siestri e Chiavari s'adima;
vederla, s'intende, al naturale,
che dipinta l'ho in pratica assai, grazie al mio amico Tamar Luxoro, che pare
ne sia innamorato cotto, e vi ha già intinto non so quante volte i suoi
valorosi pennelli. Neanche potei salutare il Chiappaione, quella famosa cava di
lavagna, dove il mio venerato Giuseppe Revere scrisse le più belle pagine e le
più gravi d'insegnamenti delle sue Marine e Paesi, dopo avere udito i
discorsi del fiero conte di Lavagna, di Andrea Doria, di Cristoforo Colombo e
di tanti altri valentuomini della età dei giganti.
Ma se tante
altre cose non vedemmo, ci fu dato almeno di abbracciare il nostro amico
Prandina, valente chirurgo, già soldato della Legione Lombarda, con essa
sbalestrato nel 1849 a Chiavari, e colà trattenuto dall'affetto per tutto il
resto della sua vita; salvo, s'intende, le volate epiche di quattro campagne
garibaldine. Egli era in quei giorni sulle mosse per fare il nostro medesimo
viaggio; e là, nei pochi momenti della nostra fermata, ci fu pronto ed
amorevole dispensatore di due cose che lo stomaco cominciava a sentir
necessarie: una fetta di arrosto e una bottiglia di vino. Condonatemi questi
ricordi gastronomici. Anche gli eroi d'Omero mangiavano come Turchi e bevevano
come Cristiani, quantunque fossero la più parte di sangue immortale, e al babbo
e alla mamma avessero potuto chiedere un assaggio di più poetiche imbandigioni;
l'ambrosia, per esempio, od il nèttare.
Non tutti i
ricordi della fermata a Chiavari son lieti come questo. Ci fu anzi un momento,
che, per dirla col poeta, mi si drizzaron "le chiome sul crin." La
diligenza, entrata in città, si era appena fermata davanti all'ufficio dei
biglietti, che due persone si affacciarono allo sportello del coupé,
domandando:
- Son qui i
signori Costa e Parodi?
- Ahi! -
diss'io dentro di me. - Notizie della questura. -
E cercai
nell'ombra il viso dell'amico Burlando; il quale, mosso certamente dallo stesso
pensiero, mormorò tra i denti:
- Ci mancava
anche questa! -
Ero il più
vicino ai due sconosciuti;
perciò
mi rivolsi loro e parlai io.
- Che cosa
chiedono? Costa e Parodi siamo noi per l'appunto.
- Abbiamo -
risposero - due telegrammi da Genova.
- Assassini!
- borbottai dentro di me. - Basta, qui bisogna far grinta dura;
Ogni viltà convien che qui sia morta.
Così dicendo,
o pensando, stesi la mano per prendere i due telegrammi che quei signori ci
offrivano.
- Lo fanno
almeno con garbo; - soggiunsi, parlando sottovoce all'amico. - Vedi? ci
mostrano anche gli ordini superiori che hanno ricevuto. -
Ma i due
telegrammi erano chiusi tuttavia; non si trattava dunque di ordini superiori.
Il signor Bolentini, posto mano ai fiammiferi, aveva cortesemente acceso un
torchietto, alla cui luce potemmo aprire le buste e leggere i due telegrammi.
Essi dicevano con poche varianti la medesima cosa; si trattava di una notizia
particolare, giunta a Genova dopo la nostra partenza, ed era un amico che ce la
mandava in due edizioni, una a Gerolamo Costa e l'altra a Giovan Battista
Parodi, ai viaggiatori nel coupé della diligenza di Chiavari.
Ne uscivamo
con la paura: ma vi so dir io che per la mia parte ne ebbi moltissima. Animo!
esclamai. Questo è di buon augurio; se alla stazione di
Firenze le guardie
daziarie non ci rovistano troppo le valigie, trovando le nostre rivoltine, si
giunge in porto senz'altre avarie.
Alle due dopo
la mezzanotte eravamo alla Spezia; alle quattro, in istrada ferrata. L'aurora
con le rosee dita ci dipinse vagamente la campagna circostante, da Arcola fino
alla Magra. Toccavamo le soglie dell'Etruria; andando oltre salutammo Carrara e
Massa, nascoste lontano dietro il rialto delle verdi campagne, ma indicate
abbastanza dalle creste dell'Alpi Apuane e dalle arsicce costiere ferrigne, le
quali per larghi solchi biancastri lasciano indovinare i marmi che portano nel
fianco. Quanti numi sono usciti di là! quanti eroi! quanti grand'uomini! E
quanti ce ne sono ancora rinchiusi, pigiati in quelle vene profonde, i quali
non domandano altro che di poter uscire alla luce del sole! State cheti, o
grand'uomini futuri. A farsi corbellare c'è sempre tempo. Dormite nel limbo
delle montagne natie, dove non è beffardo sogghigno di
contemporanei, nè beata indifferenza di posteri.
A Pisa, dove
ci fermammo mezz'ora, mi piacque il campanile del Duomo e una bistecca; quello
divorato cogli occhi passando; questa coi denti al caffè della stazione. Qui,
tra un boccone e l'altro, feci conoscenza con un vicino di tavola, il quale
venne poi nello stesso compartimento con noi, e diventammo amici, come uomini
che si conoscessero da quarant'anni e contassero di vedersi per altri quaranta.
Graziosi
embrioni d'amicizia, larve a cui non manca che un po' di tepori primaverili per
mutarsi in crisalidi, vedute di cielo sereno fra due lembi di nuvole, per voi
l'anima esce un istante dal covo e si rallegra all'aperto. Durate un baleno, ma
la ricordanza rimane; e questa, che è gaia, aggiunge un fil di seta alla trama
della vita, che è troppo spesso di canapa, e mal pettinata per giunta.
Noi non
chiedemmo il suo nome al nostro gentile compagno. Il più bel nome che un uomo
possa portare egli lo aveva scritto nel viso: gentiluomo. Gentiluomo! ahimè,
parola abusata, tirata malamente ad esprimere uno stato sociale, e non più una
felice concordanza di tutti i pregi della mente e del cuore!
Egli era di
Signa, e ritornava allora dalla Esposizione di Parigi, che fu il tema dei
nostri discorsi lungo il viaggio, salvo parecchie digressioni intorno ai luoghi
per cui passava il convoglio, agli uomini insigni che li avevano illustrati
nascendoci, ai possessori felici di quelle ville fastose, di quei castelli
principeschi che sorgevano tutt'intorno a specchio dell'Arno, del nobile,
regale, glorioso, ma non limpido fiume. Ogni bel giuoco dura poco, e
"l'ore del piacer son le più corte." Perdemmo alla stazione di Signa
il nostro gentil cicerone, e non potemmo levarci la più piccola curiosità
intorno a tutto quel resto di paese che avevamo da percorrere. Fortunatamente
non era più molto: ben presto, al dilatarsi e al pianeggiar della valle, al
moltiplicarsi dei villini, dei parchi, dei ceppi di case, si sentiva Firenze:
ancora qualche minuto di corsa, e ci apparve sul fondo verde grigio della
prospettiva una gloria architettonica di torri, di campanili, di cupole, ed io
riconobbi facilmente tutto ciò che da bambino avevo veduto in molte stampe, e
da giovane in moltissime fotografie. Niente di nuovo sotto il sole, dicevano
gli antichi; ora il proverbio dovrebbe mutarsi così: niente di nuovo, per
grazia del sole.
A proposito
di novità, non ne aspettate da me, intorno a Firenze. Tanto ne è stato scritto
da cinquecent'anni a questa parte! Il mio viaggio, del resto, non ha per sua
meta l'Etruria; a Firenze non debbo fermarmi neanche due giorni intieri; del
viaggio racconterò a mala pena il poco che vidi, e il niente che feci, o poco
meno di niente. Nella mezza giornata del 13 di ottobre e nella mezza del 14 che
passai sulle rive dell'Arno, alloggiando alla Locanda della Luna, desinando da
Barile e bevendo qualche fiaschette di Pomino da Castelmuro, vidi molto Firenze
politica, fastidiosa a quel modo, pochissimo Firenze artistica e storica.
Perciò, lettori, non v'aspettate un quadro, e nemmeno un bozzetto.
Entrando,
vidi un bel cielo, un cielo sereno, che mi parve quello di Genova. La città era
allegra nell'aspetto: a me la rendevano solenne le grandi memorie che mi si
affollarono alla mente, guardando le alture di San Miniato e le bastite di
Michelangelo. Suonava il mezzodì, e non era certamente ora di fantasmi; ma io
vedevo il Buonarroti, Francesco Carducci, Dante da Castiglione e tutte le
colossali figure dell'Assedio, scomodarsi per la mia giovane
persona e cortesemente servirmi da introduttori nella bella città.
Vedete
potenza d'immaginazione! E non avevamo ad introduttore che un vecchio
fiaccheraio, vera figura di Stenterello, il quale voleva insegnare il passo di
corsa ad un cavallaccio sparuto, più vecchio di lui, a forza di frustate e di
giuraddio. Il cavallo, che probabilmente non aveva ancora mangiato in quel
giorno, non voleva saperne a nessun patto; e fu bene per me, che approfittai
del suo passo ordinario per ammirare il grazioso ricamo architettonico di Santa
Maria Novella; bellissima cosa e bellissimo nome.
Andavamo,
come ho già detto, ad alloggiare alla locanda della Luna. A me parve di esserci
già, nella luna, quando la carrozza entrò nella piazza della Signoria.
Maraviglia delle maraviglie! L'albergo, dove giunsi dopo una svolta, lo vidi
appena, tanto che non ne ho conservato memoria; rammento che mi risciacquai il
viso in fretta, e più in fretta spolverata la giacca e il pioppino, scappai
subito fuori per ritornare in piazza della Signoria, a guardare la severa mole
di palazzo Vecchio, con quella sua gran torre a sbalzo sull'orlo della merlata,
poi la loggia dei Lanzi, mirabile da lontano per l'eleganza delle forme, più
mirabile da vicino per ricchezza di marmi e di bronzi stupendi, che uno solo
basterebbe ad illustrare un'età. Non parlo del gruppo moderno, Pirro e
Polissena, del Fedi, buona scultura che si reputò degna di aver posto colà,
dopo averla ammirata da sola nello studio dell'artefice, mentre laggiù, tra le
grandi cose, è piccina, e par più leccata che graziosa al confronto di tanta
larghezza di fare a cui s'improntano le statue vicine. Grandeggia là dentro
l'arte di Gian Bologna col suo Ratto delle Sabine, miracolo di torsi e
di gambe intrecciate senza ombra di sforzo; grandeggia il Cellini col suo Perseo,
che è di bronzo, ma vola. Ma sopra tutti, di fianco all'ingresso di palazzo
Vecchio, torreggia il Buonarroti col David, colosso di marmo, che pare
una creatura viva, un adolescente vero, tanta è la felicità dell'espressione e
la più felice sproporzione di alcune parti, che indica maravigliosamente l'uomo
non ancora formato nella giusta pienezza virile di tutte le membra. Tutto era
bello, tutto stupendo, ovunque io volgessi lo sguardo. Che più? perfino il
Biancone di piazza (così chiamano a Firenze il gigantesco Nettuno della
fontana, opera dell'Ammannati) m'andò maledettamente a genio, sebbene
ricordassi il sarcastico motto imprestato a Michelangelo, intorno allo spreco
di un così bel pezzo di marmo.
La mia
artistica curiosità, così potentemente risvegliata da tante bellissime cose,
non sentiva più freno, nè di stanchezza nè di fame. Volli entrar subito in
palazzo Vecchio, e, senza badar più che tanto al bellissimo atrio, volai alla
sala dei Cinquecento; non già per vedere gli scanni, caldi ancora della
sapienza di quattrocentocinquanta e più legislatori moderni, bensì per ammirare
una Virtù che trionfa del Vizio, opera di Gian Bologna, della quale
avevo letto mirabilia magna.
Il dottor
Giovannetti, di Monte Fiore nelle Marche, mio carissimo collega nel culto delle
Muse e di Bellona, che avevo allora allora incontrato ed abbracciato in piazza,
mi fu introduttore e cerimoniere presso quella divina, ch'egli si ostinava a
chiamare la Voluttà. E non mi parve che ragionasse male. L'arte dei
nostri padri riusciva eccellente in questi controsensi. Badavano anzi tutto a
fare una bella donna, rivaleggiando, direi quasi, con Domineddio; poi ci
mettevano un emblema, un segno allegorico, e il colpo era fatto. Per tal modo
l'Urbinate soleva dar vita eterna alle sue innamorate, mettendo loro un bambolo
in collo, e facendole passare per altrettante Madonne. Non dissimilmente da
Raffaello, il valoroso Gian Bologna condusse in marmo una splendida bellezza, a
cui pose il nome di Virtù, e tra' piedi, in atteggiamento arditissimo, le
scolpì, ma che dico scolpì? fece respirare e muoversi un uomo, a cui pose il
nome di Vizio. Chi non vorrebbe essere il Vizio, con una virtù così fatta?
La bellissima
statua era nell'aula parlamentare, alla destra del trono. Io, salvo il rispetto
dovuto alla Corona e ai diritti della casa di Savoia, che felicemente ci regge,
l'avrei messa in trono addirittura, in barba alla legge salica e all'articolo
secondo dello Statuto. Restai mezz'ora ad ammirarla per tutti i versi, e la
sensazione che n'ebbi fu molto ma molto più forte di quella che mi diede un'ora
più tardi, nella vicina Galleria degli Uffici, la decantata Venere dei Medici.
A proposito,
e chi ha consigliata la figlia di Cleomene a tenersi tante rivali in quella
camera, dove essa dovrebbe regnare da sola? È nel mezzo, sta bene, e proprio di
rincontro all'uscio; ma il vicinato di tante altre bellissime creature, che
fanno tanto maggiore effetto quanto è minore l'aspettazione dei visitatori, le
riesce proprio fatale. C'è tra l'altre quella Venere del Tiziano! La divina
creatura se ne sta mollemente adagiata sulla tela, e non ha nessuna voglia di
balzarne fuori. Fa bene, perbacco, che altrimenti i signori uomini, con la loro
molesta assiduità, non le lascerebbero un minuto di pace.
Seduta su
d'una scranna, quasi nel mezzo della sala, per modo da poter guardare la statua
e il dipinto, la Venere greca e la Venere italica, stava una giovine signora,
che alla serena libertà degli atti, alla capricciosa foggia delle vesti, si
riconosceva facilmente per una figlia d'Albione. Bianca nel viso come
alabastro; lunghe le ciglia, che velavano a mezzo i grandi occhi d'indaco;
corallo tenero le labbra; ala di corvo i capelli.... Dio! stavo per fare un
ritratto di maniera, e quel che è peggio, senza rassomiglianza, poichè io non
ho posto due volte gli occhi sull'originale.
Ce li aveva
posti bensì, e non li aveva più tolti di là, il mio amico Giovannetti,
- Vedi le tre
Grazie? - diss'egli a me e al marchese di Pietramellara, un altro amico e
compagno d'armi combinato in piazza quel giorno.
- Dove, le
tre Grazie?
- Qui dentro;
la statua, il quadro,e la signora inglese.
- Ah, vorrai
dire le tre dee del monte Ida; - rispose il Pietramellara,
- A quale
daresti il pomo, Ludovico? - chiesi io.
- Alla viva,
che diamine, alla viva; - replicò il Pietramellara. - E tu?
La figlia
d'Albione capiva benissimo l'italiano. Me ne avvidi al color delle fragole che
le tinse i miti alabastri. La bella accostò con atto impacciato l'occhialino
alle lunghe ciglia, per guardare non so bene se il quadro o la statua: stette
ancora pochi secondi seduta, non so se per aspettare la mia risposta, o per dar
tempo al suo rossore di dileguarsi; quindi si alzò, e, senza voltarsi neanche
di profilo dalla parte nostra, se ne andò verso il fondo della sala, a
raggiungere la sua comitiva.
Brava
inglesina, così va fatto. Un'altra donna, poniamo una.... parigina, si sarebbe
voltata un pochino, tanto per gradire: ma lei dura! e se il demonietto della
vanità che alberga nel cuore di tutte le figlie d'Eva, ha dato un sobbalzo di
contentezza nel suo, gli sguardi profani non ne hanno avuto da vedere un bel
nulla.
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