VI.
Da
Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L'eureka dello stomaco. Le
spose Sabine.
I cittadini
di Terni non si lagnano della loro cascata, che chiama nel loro paese tanti
illustri e non illustri curiosi. Ma ben si lagnarono i loro padri,
gl'Interamnensi, quando il famoso taglio di M. Curio Dentato mandò loro quella
grazia di Dio, facendo straripare nei loro campi la Nera.
Si
richiamarono un giorno a Roma, e Roma locuta est. lì Senato mandò loro
una commissione, cioè, scusate, un console e dieci legati, perchè
sentenziassero. I Reatini, che conoscevano a quanto pare le commissioni
giudicanti, e non volevano saperne di ripigliarsi il Velino a far palude sul
loro altipiano, cercarono un bravo avvocato, e posero a dirittura la mano sul
miglior che ci fosse, Marco Tullio Cicerone; il quale, non pure li difese
strenuamente, ma vinse la lite. La rinfrescarono gl'Interamnensi sotto Tiberio,
facendo credere al buon popolo Romano che le inondazioni del Tevere venissero
nientemeno che dal Velino, il più turgido, il più peccaminoso de' suoi
affluenti. Non so che avvocato scegliessero questa volta i Reatini: so invece
dagli Annali di Tacito che il Senato votò l'ordine puro e semplice del collega
Pisone. E so, finalmente che è tempo di lasciar la cascata delle Marmore, e
Terni con lei.
I nostri
genovesi erano arrivati in due spedizioni, il giorno 17 e il 18 di ottobre.
Niente più ci tratteneva a Terni, neppure il negozio delle armi, che il
Comitato non aveva, che altri non poteva darci, e che noi, non potevamo
aspettarci da Genova.
Questo,
intanto, bisognava dire ai nuovi venuti. "Ragazzi, noi non possiamo
armarvi, per le trentasei ragioni d'Arlecchino. Non armandovi, non possiamo
neppure arrogarci il diritto di comandarvi. Noi andiamo per nostro conto, ed
inermi, ai confine pontificio. Volete venire? Faremo il possibile per condurvi
sani e salvi fin là, al mercato delle busse; quanto al resto, che sarà
certamente il meno, spartiremo con voi.
Parlare in
tal guisa a genovesi (lo dico con legittimo orgoglio di campanile) è un
invitarli a nozze. Tutti applaudirono, e la mattina del 19, armati di buona
volontà fino ai denti, e di duecento razioni di pan bigio che il Comitato ci
aveva regalate, si prese la via di Rieti. Cinque o sei di noi altri si
precedeva la marcia, per andare a vedere lassù in Rieti che aria tirasse, e se
fosse prudente consiglio che gli uomini nostri entrassero in città.
Da Terni a
Rieti una vettura da nolo vi porta per otto lire, se non forse per meno, come
mi affermarono parecchi Reatini. Noi, per due vetture spendemmo sessantacinque
lire; e fecero grazia a portarci. Questo mi fa ricordare delle quaranta lire
che spese un mio illustre amico per farsi condurre da Genova allo scoglio di
Quarto, la famosa sera del 5 maggio 1860. E notate bontà di cuore: dopo simili
prove, noi stiamo ancora per l'abolizione della pena di morte.
I nostri
uomini dovevano fermarsi a mezza strada, presso una scorciatoia che mette a
Condigliano. Fu una buona ispirazione, la nostra, poichè a Rieti un egregio
cittadino, il conte Vicentini, ci disse per l'appunto di dover trattenere la
gente laggiù, e di farla proseguire per la scorciatoia in discorso, evitando di
entrare in Rieti, dov'erano molti soldati, e sospettosissime le autorità
governative. Dalla scorciatoia di Condigliano assai più brevemente ci saremmo
condotti, per San Giovanni Reatino e per Torricella in Sabina, al paese di
Scandriglia, che era la meta del nostro viaggio.
Il mio buon
Ludovico di Pietramellara si sacrificò allora per tutta la tribù, ritornando
indietro dai nostri, per indicar loro la via che dovevano tenere all'alba del
giorno seguente, e per abboccarsi in Condigliano con un altro buon cittadino,
il quale dovesse mandarci sulla scorciatoia una guida. La gita di Ludovico
essendo fissata per la notte, le ore che ci avanzavano del giorno furono consacrate
al pranzo e ad una passeggiata per le vie di Rieti, città che merita veramente
di esser veduta.
A me piacque
moltissimo. Quando c'entrammo, era gaia per un bel raggio di sole, per un
grande viavai di cittadini, per un discreto numero di testoline bionde e brune
che si sporgevano dalle finestre. Aggiungete che noi pure eravamo lieti, quel
giorno. Io, poi, avevo fatto il viaggio in compagnia dei buoni amici che oramai
conoscete, e ad essi ne avevo aggiunto un altro, raccapezzato da un libraio di
Terni; voglio dire un Orazio, che andammo leggendo e commentando, con Ludovico
di Pietramellara, per quanto fu lunga la strada.
Rieti è città
di vecchio stampo italico: le vie non diritte, nè piane, ma ben selciate e
pulite; incomincia dal basso, e va salendo dolcemente, fino alla cima di un
colle, dov'è una gran piazza, anzi due, con chiese, palazzi, ed insegne di
molta antichità. Mi parve insomma di essere a Genova; di Genova mi parlava la
forma delle case, di Genova il cielo sereno, di Genova quelle brune e bionde
testoline che v'ho già accennate, e che, indovinando dai nostri aspetti e dalla
piccolezza delle nostre valigie lo scopo del nostro viaggio, ci sorridevano
cortesemente dai veroni, o dai margini della strada. Graziose donne di Rieti!
Indossavano quasi tutte dei corsaletti vermigli. Qui proprio eravamo nel nostro
regno. Al vedere come le dame portassero i nostri colori, intendemmo la gioia
delle castellane del Medio Evo, quando vedevano i loro colori portati dai
cavalieri fedeli.
Bella Rieti!
e bravo oste di Piazza, che bestemmiavi ad ogni momento, per ogni più piccola
cosa, come un antico suddito del papa, ma che ci hai fatto desinare, e
lautamente, a diciotto baiocchi per testa! belle per ampiezza e vetustà le
camere della locanda, colle loro travi intagliate, coi letti alti due metri da
terra, veri talami classici, ai quali bisognava dar la scalata! bella infine la
giovinetta che vidi dal mio balcone, e non si spaurì punto della mia presenza,
anzi mi volse la parola con atto onestamente cortese!
- Andate con
Garibaldi? - mi chiese ella con voce argentina, mentre io stavo presso la
finestra cavando dalla mia valigetta una rivoltella, per metterla in ordine.
- Sì, bella
bambina: avete qualche commissione da darmi per il vostro innamorato?
- Non ho
innamorato; - rispose; - ho un cugino con Menotti.
Così dicendo,
s'era fatta rossa come una brace.
- Ditemi il
suo nome, e lo saluterò per voi. E poi, quando saremo a Roma, - aggiunsi
ridendo, - vi manderemo le dispense pel matrimonio. Penso infatti che si possa esser
cugini e innamorati ad un tempo. -
Questi sono i
pochi ricordi che io serbo della mezza giornata trascorsa a Rieti. Antichità
non ho potuto studiarne; d'una statua mozza che chiamano Il Bamboccio, e che mi
colpì veduta di sera, non so dirvi nulla. So che la città contiene forse
diecimila abitanti, sebbene mostri d'essere stata fatta per molti di più; che in
illo tempore si chiamava Reate ed era una delle più ragguardevoli città dei
Sabini, insieme con Amiterno, Testrina, Cure, Nursia, Ereto, Trebula, Suffena,
Mutusca e Nomento. Gran gente, i Sabini! Le loro figliuole hanno fatto Roma.
Popolo singolare! La semplicità del costume di quei montanari dell'Appennino
centrale, diffusi dalle sorgenti del Pescara alle valli della Nera, dell'Aniene
e del Tevere, l'austerità del carattere, ed ogni maniera di domestiche virtù,
li resero mirabilmente adatti a quel lavoro di tanta mole che fu il Romanam
condere gentem. Non mi si venga a dire che Roma, la gran Roma, nascesse da
un covo di ladri, discendenti di Enea. Remolo e Remo saranno benissimo quel che
la storia e la favola vuole; ma chi li allattò fu una lupa, la forte Sabina;
fatti sua mercè grandicelli, a lei chiesero e tolsero quelle donne, onde aveva
a nascere la più forte schiatta del mondo.
Rieti fu dei
Romani trecent'anni innanzi l'êra volgare: Annibale passò sotto le sue mura:
diede ella molti volontarii a Scipione Africano, il Garibaldi di quei tempi;
sotto i Longobardi fu aggregata al ducato di Spoleto; fu corsa dai Saraceni e
poi quasi distrutta da Ruggero, re di Sicilia; resistè a Federigo II; Carlo II
d'Angiò vi fu incoronato re delle due Sicilie da papa Niccolò IV, i cui
successori amavano molto questa città. A modo loro, s'intende; donde avviene
che sia molto più lieta di appartenere al regno d'Italia, ad onta dei suoi
mediocri legislatori e del suo non mediocre sistema di tasse.
Per ultimo
ricordo storico vi dirò che Rieti fu l'ultima città veduta dal vostro
umilissimo servo, nella sua gita al confine pontificio. Dove sono andate tutte
quelle belle e cospicue città dei Sabini? Mutusca è diventata un paesello,
Rocca Sinibalda; anzi c'è chi pretende che non si debba neanche riscontrare
colà, ma più sotto, dov'è la solitaria Osteria nuova. Cure è diventata Corese,
una cosa da nulla. Ereto, distrutta, si mutò in monte Eretino, poscia
Monterotondo. Nomento, poi, s'è rimpiccolito in Mentana. Questi cangiamenti di
fortuna s'intendono facilmente, anche senza andare a scomodare i Goti, i
Vandali, ed altri popoli guastatori. I Sabini erano possenti, ma prima di Romolo;
la prevalenza di Roma doveva soggiogarli o assorbirli; l'una cosa e l'altra
seguirono infatti. Ora, quanto più vi accostate a Roma, le città degli antichi
popoli vanno scemando d'importanza, fino a tanto che trovate la nuda e
insalubre campagna.
Ed ora, addio
bella! È l'alba del 20, e dobbiamo rifare un tratto della via già percorsa,
volendo ricondurci all'incontro della scorciatoia di Condigliano. Due dei
nostri amici, il dottor Pastore e Gnecco([1]), coi quali siamo
giunti insieme fino a Rieti, tirano innanzi in carrozza per la strada maestra
fino a Scandriglia. Noi, avendo cura d'anime, li raggiungeremo domani "col
grosso dell'esercito" se i fati permetteranno.
Carina,
quella scorciatoia di Condigliano! D'ora innanzi, in materia di strade, quando
vorrò far presto, mi atterrò alle più lunghe.
Alte otto del
mattino eravamo colla nostra gente, che aveva ottimamente dormito, parte in
certi fienili, parte nelle case dei contadini del luogo. E qui, sebbene
piovesse fitto, deliberammo di metterci subito in marcia per Condigliano, che
era, dicevano, distante da noi un'oretta di strada.
Il
Pietramellara, con due compagni, s'era preso l'incarico di fare una corsa a
Terni, per vedere se da Genova fossero venuti altri amici, e sopra tutto se
fossero giunte armi; per le quali, fin dal primo giorno del nostro arrivo sulle
sponde della Nera, avevamo scritto lettere esortative, supplicative, agli amici
di Genova. Una delle due vetture che ci avevano condotti a Rieti, era ancora
laggiù: Ludovico partì con quella per Terni. Noi a piedi per Condigliano, e i
nostri trecento con noi, allegri come pasque, ad onta della pioggia che li
flagellava, ad onta del fango che li inzaccherava e li faceva dar negli
sdruccioli.
Qui proprio
incominciò la vita soldatesca. Addio bei letti dai morbidi guanciali e dalle
lenzuola di bucato: addio osti col vino cattivo, ma vino; addio vetture, fatte
per derubarci, ma per liberarci altresì dalle molestie del camminare. Dopo
tutto, che sincera allegria! Come tutto era dolce, in compagnia di vecchi e
provati compagni! come si andava spediti, colla speranza in avanguardia! e come
già si cominciava a conoscere il pregio d'una fiaschettina d'acquavite che
tratto tratto andavamo sorseggiando, per rifarci dell'acqua piovana!
Giungemmo
poco prima delle undici in Condigliano, bel paesello ai piedi d'una montagna.
Pioveva ancora, e i nostri trecento furono lesti a scantonare di qua e di là,
in cerca di "alloggio, buon vino e buon ristoro." Quantunque in
nessun luogo si vedesse la scritta menzognera, non dubitate, trovarono tutti da
allogarsi. Alcuni contadini, probabilmente edotti dalla esperienza dei giorni
precedenti (poichè altri drappelli avevano fatta quella medesima strada) si
erano elevati a dignità di ostieri, senza pigliar patente dal governo, e
imbandivano ova al tegame, con cipolle, pan bigio e vinello scellerato, sul far
di quello che io avevo bevuto a Terni, e che doveva perseguitarci per ogni
paese, per ogni casolare, fino a Monterotondo, ove passò la misura.
Quando noi ci
affacciammo all'uscio d'una di quelle osterie improvvisate, tutti i deschi, le
panche, gli sgabelli, erano già occupati. Ce ne rallegrammo, perchè ciò
agevolava il nostro ufficio di vettovagliare trecento uomini in un così piccolo
paese e punto preparato ad accoglierci. L'amico del luogo, a cui recavamo una
commendatizia di Rieti, fu del resto sollecito a mandar pane, vino e formaggio
per quanti ne avessero bisogno, E tutti ne ebbero la parte loro: noi soli
restammo a becco asciutto. Ma il Bernardini vegliava. Era questi un buon
giovinotto di Ravenna, di quelli che rispondevano "presente", a tutti
gli appelli della patria. Egli era stato col maggiore Burlando nella guerra del
'66, ed aveva voluto seguire il suo comandante in quest'altra levata d'insegne.
Ora il
Bernardini, stando al seguito del maggiore Burlando, faceva tutto, pensava a
tutto, per modo che non c'era più da far niente, da pensare a niente. Occorreva
il cannocchiale da campo, per ispecolare il terreno? Si chiamava il Bernardini.
C'era da riscontrare una posizione sulle carte di stato maggiore che avevamo
con noi? Il Bernardini le teneva sempre addosso, ed aveva pronta alle mani
quella del luogo in cui marciavamo. Si chiedeva un tozzo di pan bigio, per
chetare i rimorsi dello stomaco? Il Bernardini ne aveva sempre qualcheduno in
fondo alle tasche del pastrano, e qualche mela per giunta. Mancava un pizzico
di foglia da caricar la pipa ungherese del maggiore, pipa che correva in giro
tra noi come la tazza ospitale d'un vecchio castellano? Il Bernardini sapeva
sempre dove pescare quel pizzico di foglia. I cavalli, quando incominciammo a
possederne, li aveva egli in custodia, ed egli ce li faceva trovare insellati
quando bisognasse. Insomma, era la provvidenza di noi due, ed anche un pochino
di tutti gli altri che si accostavano a noi.
Anche a
Condigliano il Bernardini vegliava. Fu lui che ci guidò verso una casupola
fuori mano, la cui rustica apparenza non era stata tale da chiamar gente.
Lasciatici al basso, salì una scala esterna di pietra, infilò un uscio
affumicato e stette forse due minuti a parlamento; quindi uscì fuori sul
pianerottolo, per gridarci con accento festevole: vengano, vengano, ho trovato.
Il suo eureka
fu più gradito di quello d'Archimede, e fummo in un batter d'occhio lassù, dove
ci accolsero con lieti ed onesti modi due giovani contadine.
- Non c'è
niente; - disse il Berbardini; - ma c'è una cucina, un paiuolo, delle
cazzaruole, dei polli, delle cipolle, del pane...
- Ah! e voi
dite che non c'è niente? Mi pare che con tutti questi ingredienti ci sia da
pranzare in Apolline.
- Sì, ma il
vino?... dei sedani per l'insalata?... Basta, troverò io tutto quello che
manca, se queste due sposine mi aiutano. -
Le sposine
non se lo fecero dire due volte. Col denaro -che mettemmo fuori, andarono a
trovar vino, uova e formaggio. Il Bernardini, frattanto, aveva messo mano ai
polli. Un'ora dopo, ci sedevamo in cinque o sei ad una tavola zoppa, ma colla
sua tovaglia pulita, di ruvida tela di canapa, su cui era imbandito un
pranzetto giocondato dall'amicizia e fatto più gustoso dalla salsa spartana che
tutti conoscono, e che si chiama appetito.
Ricorderò
sempre con affetto le due contadine di Condigliano. I lor volti, non molto
belli, abbrustolati dal sole, risplendono ancora ai miei occhi per un'aria di
soave bontà che teneva luogo di bellezza. Erano poi di così gaio umore! I
nostri quieti diportamenti in casa loro fecero si che esse sciogliessero la
lingua ad un cinguettìo, il quale non ebbe fine che colla nostra partenza.
La più
giovane di esse aveva nome Barbara. Vi ho già detto che son tutte barbare,
queste Sabine. Era sposa da un anno, e portava ancora la sua collana d'oro a
cinque o sei file, orecchini, anelli ed altri gingilli.
Mentre
eravamo a tavola, giunsero i mariti, due robusti contadini, che tornavano dai
campi col loro sargone addosso. Il sargone è una camicia di ruvida tela, che
scende fino al ginocchio. I campagnuoli di laggiù la portano sulle altre vesti,
non so se per ammorzare il caldo dei raggi solari, o per non insudiciarsi la
giacca e il panciotto.
Quei due
bravi Sabini, dopo essersi fatti pregare e ripregare, sedettero con noi e
assaggiarono del nostro desinare, anzi dei rilievi, poichè noi già eravamo alle
frutte. Così giunsero le due dopo il meriggio, e bisognò pensare alla partenza.
- Dove
andate? - ci chiese Barbara.
- A prendere
la benedizione del Papa; - risposi io.
- No, -
ribattè ella, ridendo, - tu vai a prendergli Roma.
- E te ne
spiacerebbe, se così fosse?
- A me?
perchè dovrebbe spiacermi? Saremmo tutti uniti.
- Barbara,
bocca d'oro! - gridò il Bernardini, che da due giorni sperava di far tutta d'un
fiato la strada del Campidoglio.
- Che vi
credevate? - saltò su a dire il marito. - Che Barbara non fosse italiana? Qui
siamo tutti per Garibaldi.
- Ottimamente,
se è così, - ripresi io, - perchè allora tu c'impresterai i due cavalli che ho
veduto giù nella stalla. Ci serviranno per andare fino a Torricella. - Perchè
no? Ma chi me li rimanda a casa? - domandò egli, con un astuto sorriso che
preparava un rifiuto.
- Bravo! tu
stesso, che verrai ad accompagnarci; e noi ti caricheremo d'oro. -
La frase era
degna dell'Achillini; ma io, che avevo adocchiate le due rozze e che amavo di
viaggiar meno male che potessi, intendevo di fargli capire che non si sarebbe
lesinato sul prezzo.
Egli stette
un momento sovra pensiero; guardò noi, quasi per leggerci negli occhi se
eravamo o no galantuomini; poi guardò Barbara, che meno dubitosa di lui (già le
donne valgono assai più degli uomini) gli disse con accento sicuro:
- Va; questi
figliuoli son buoni. -
Mezz'ora dopo
eravamo in marcia alla volta di Torricella, per quella orrida e pantanosa
scorciatoia che v'ho detto, nella quale molti dei nostri amici lasciarono a
dirittura le loro cittadinesche calzature. Il maggiore e io eravamo a cavallo;
ma da buoni amici scendemmo più volte di sella, per mandar su qualche
inzaccherato collega.
Come a Dio
piacque, si uscì da quella gora fangosa: ma sulla via provinciale ci aspettava
una pioggia fitta fitta, che ci accompagnò fino a San Giovanni Reatino. Colà fu
necessario far sosta, poichè il cielo si metteva a burrasca, e la gente non si
poteva più reggere in piedi, inzuppata com'era e flagellata da un vero diluvio.
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