VIII.
Carabinieri
Genovesi e Carabinieri Reali. Il passo difficile e l'augurio del doganiere.
Ricordo di Pietro Cossa.
Ce ne
tornammo poco stante in paese, con la fronte alta e il piè leggero. La famiglia
del sindaco ci aveva fatta preparare la colazione, e il corpo, partecipando
alle contentezze dell'anima, non ricusò di nutrirsi. Se vi dicessi che in
quella occasione non si tracannò un bicchiere più dell'usato, vi metterei qui
una solenne bugia, e avreste centomila ragioni a non credere più una sillaba di
questo racconto.
L'ordinamento
del battaglione era a buon punto: fatte le compagnie, ognuno riconobbe i suoi ufficiali;
ogni squadra i suoi sergenti e i suoi caporali: poi si diè mano alla
distribuzione e alla ripulita delle armi, cose che destarono molta allegria
nelle file. Non sempre il volontario conosceva il suo fucile, ed io ne ho
veduto dei molto solleciti a buttarlo nel fosso; ma egli è sempre felice quando
lo ha per la prima volta tra mani; lo palleggia allegramente, ne prova il
grilletto, se è di buona latinità; si affretta a ripulirlo dentro e
fuori, lo vagheggia, insomma, come se fosse una innamorata. Se poi è una
carabina (dolce femminilità di sostantivo!) la gioia e la sollecitudine sono
dieci volte più intense; l'arme diventa una persona viva, si giunge perfino a
metterle un nome. La carabina di un amico mio nella campagna del Tirolo si
chiamava Ninetta; quella di un altro la Scherzosa; e così via, tutte quante
avevano un nome, soave o terribile, serio o faceto, secondo l'umore dei loro
innamorati padroni. Cosa che avviene ancora per le sciabole. Quella di un mio
collega si chiamava la Sitibonda. - Buttala nel Chiese, gli diss'io quando
ripassammo quel fiume a guerra finita; si caverà finalmente la sete. -
Tornando ai
fucili e alla distribuzione fatta, una trentina d'uomini rimasero senz'armi; la
qual cosa li addolorò grandemente. Li chetammo, dicendo loro che di là dal
confine, o ne avremmo avuto da altri battaglioni meglio forniti, o alla prima
occasione avrebbero raccolti i fucili dei morti.
Eravamo
ancora in quelle faccende, quando giunse il Pietramellara. Egli aveva veduto il
Generale, e portava la notizia che tutte le bande raccolte nei dintorni di
Scandriglia si mettevano in marcia. Noi pure dovevamo andar subito al confine,
ma senza passare per Scandriglia; e il nostro itinerario, scritto a matita
sopra un pezzetto di carta, era questo:
-
"Evitare il passo di Osteria Nuova, e passare i monti di Toffia sopra
Carlo Corso; quindi per Carpignano scendere sullo stradale romano; colà
deviare, innanzi di giungere al passo di Corese, prendendo la traversa che
conduce a Montemaggiore."
Non
indugiammo ad obbedire. Le armi erano distribuite. Mandato avanti con buona
scorta il carro delle munizioni, salutati affettuosamente i nostri ospiti
cortesi, lasciammo Torricella alle due pomeridiane del 23 di ottobre,
accompagnati da un'acquerugiola fine e continua, che è, come pare, la solita
benedizione del cielo per tutti coloro che viaggiano a piedi.
Si scende,
tuttavia, si scende di lieto animo, cantando il Fratelli d'Italia al
buon popolo di Torricella che ci saluta dai margini della strada maestra, dalle
finestre dei casolari, dalle prode dei campi, e poi dal marziale dell'inno di
Goffredo Mameli passando al patetico dell'Addio, mia bella, addio, dato
prodigamente agli echi della valle solitaria in cui siamo inoltrati, lungo la
sponda di un corso d'acqua di cui non ricordo più il nome, e ignoro se sia
fiumicello o torrente. La pioggerella è cessata; il sole si affaccia ancora tra
le nubi squarciate e le tinge di rosso; la sua tinta favorita delle ore
pomeridiane. È il caso, oramai, di ritrovare una guida, per farci evitare
Osteria Nuova, che può esser distante un'ora di strada; e già si pensa a
cercarla, quando si sente dietro di noi lo scalpitar di un cavallo. Ci voltiamo
a guardare e vediamo un cavaliere, mezzo vestito alla buttera, come tutti i
cavalieri della regione, con grandi calzoni di pelle di pecora, o di capra, che
non saprei dire esattamente, non avendoci fatto grande attenzione, mentre tutta
la mia curiosità era attratta dal simpatico aspetto signorile del personaggio:
un giovanotto snello, dai baffi biondi, certo De Cupis di Poggio Mirteto, il
quale, dopo averci detto il suo nome e la sua qualità di guida garibaldina, ci
chiede a che distanza potrà ritrovare Garibaldi, per cui ha un biglietto, e da
consegnare al più presto.
Il biglietto
è aperto; è del comitato di Rieti, e avverte il Generale che l'ordine di
arrestarlo è giunto da Firenze, e lo porta, insieme coi mezzi di mandarlo ad
effetto, un maggiore dei reali carabinieri, seguito da trentasei uomini.
- Abbiamo
dunque un nuovo ministero a Firenze? - chiesi io.
- Sì e no, -
rispose il cavaliere, - si ritira il Rattazzi, è chiamato il Cialdini, ma non
riesce a comporre un gabinetto; intanto la situazione è cangiata, ritornando
quella di otto giorni fa.
-
Quest'ordine lo prova, E di quanto precede Lei i carabinieri?
- Di un'ora;
son corso a spron battuto.
- Vada, e
buona fortuna; - gli disse il maggiore. - Garibaldi è passato questa mattina,
diretto a Scandriglia; se c'è rimasto, il che non credo, ha tempo di avvisarlo.
-
Il cavaliere saluta,
tocca di sproni, e via di galoppo verso Osteria Nuova.
- Ed ora, che
cosa facciamo noi altri? - domando io al maggiore.
- Noi abbiamo
il nostro ordine: passare i monti di Toffia. Per cominciare, lasceremo la
strada maestra un po' prima del necessario, andando a cercare mia guida di là
dal fiume. -
Detto fatto,
il maggiore ordina che il carro delle munizioni si cali dalla sponda nel greto
del fiume, o torrente che sia. Là sotto, e nascosto dai cespugli che vestono la
ripa, il carro è invisibile; noi con esso, se staremo bene appiattati sotto
l'argine. L'operazione in venti minuti è felicemente compiuta; gli uomini si
sono anche spartiti i fucili e le munizioni levate dal carro, che rimarrà in
abbandono. L'intenzione era di metterci in armi al confine; ma come fare
altrimenti, in quella necessità? Dall'alto, verso Torricella, si sente un
fragor d'armi e io scalpitio d'una grossa cavalcata. È il drappello dei
carabinieri reali. Vengono rapidi, al trotto, e giunti al piano della valle si
mettono al galoppo. Andate, andate, e non vi venga in mente di allungare il
collo per guardare qui sotto. Li abbiamo a pochi metri di distanza; passano;
sono passati; e noi, appena li vediamo sparire alla svolta dello stradone, ci
togliamo dal nostro nascondiglio per passare il greto e andare in traccia d'un
contadino, o pastore, che voglia farci da guida.
Un
garzoncello, proprio allora, si affaccia al limitare del bosco. Lupus in
fabula. Alla vista di tanti uomini armati, senza la divisa militare, ha
avuto un momento di esitazione? o la curiosità soltanto lo ha inchiodato
laggiù, dove noi abbiamo potuto distinguerlo alla luce del tramonto? Comunque
sia, egli è presto accerchiato, ed anche con bei modi rassicurato. Non gli si
domanda altro che qualche ora del suo tempo, quanto basti per metterci per la
via più breve al passo di Carlo Corso, evitando Osteria Nuova, poichè non
abbiamo nessuna voglia di bere: venga, sia buonino, e gli daremo per la sua
camminata uno scudo; anzi meglio, lo avrà in anticipazione. La moneta, infatti,
luccica agli occhi dell'adolescente e gli sdrucciola nella mano, macchinalmente
aperta per riceverla.
- Andate con
Garibaldi? - chiede egli, come per isgravio di coscienza.
-
Sicuramente; non lo vedi? Ci avevi presi forse per briganti?
- Oh, non ne
avevate l'aria; - risponde egli ridendo.
E si avvia,
guidandoci verso la macchia. Entriamo nella penombra, e indi a poco nel buio.
Egli intanto, sia che abbia presa troppo alla lettera la nostra raccomandazione
di condurci per la via più breve, sia che voglia fare una piccola vendetta
della inattesa passeggiata che gli è imposta da noi, ci fa prendere un sentiero
da capre, su pei meandri d'una scogliera che non promette niente di bene,
specie a quell'ora tarda, con le ombre così pronte a calare dai monti, e con
una certa nebbia egualmente pronta a salire dal fiume. Ancora una mezz'ora di
quella salita, e siamo in una nebbia così fitta, che si dura fatica a vederci
due passi discosto. Ad un certo punto dell'erta, lo stretto sentiero gira
intorno ad una rupe, e non manca nemmeno una di quelle soluzioni di continuità
che son cagionate dalle piogge in tutti i sentieri di montagna. La rottura non
par troppo vasta, ma per contro appare profondo l'abisso. Ci vuol pazienza;
bisogna passare di là. Ma come fare, coi fucili, che impediscono agli uomini di
aiutarsi colle mani lungo le pareti della roccia? Il maggiore salta per il
primo e si volge a prendere il fucile d'un soldato che lo segue; questi a sua
volta prende il fucile del compagno; e così via via, ad uno ad uno, passano
tutti trecento, senza capitomboli, senza perdita d'armi, che fu veramente un
miracolo.
La difficoltà
del passo e la nebbia che c'impedisce di approfittare dello scarso lume
"onde son pie le stelle," ci fanno perdere un'ora in quel primo
intoppo. Per colmo di sventura, usciti di là, entriamo in una forra, che ci
mena diritti alle spalle di un nero edifizio, in cui Ludovico di Pietramellara
non istenta a riconoscere la temuta Osteria Nuova. Siamo proprio al punto che
dovevamo evitare. Dove mai ci ha condotti quel briccone di garzoncello Sabino!
O non sarebbe il caso di amministrargli un paio di scappellotti? Ma a che
servirebbe la collera? Meglio varrà pensare ai casi nostri. Se i soldati di
guardia al passo ci hanno sentiti, stanno prendendo le loro disposizioni per
venirci incontro. Una baruffa con soldati italiani è da cansare ad ogni costo;
non per questo siamo venuti al confine. Piuttosto è da vedere se non ci sia
modo di uscire da questo ginepraio. Ludovico ha una buona ispirazione. Già due
volte è passato di là: conosce oramai il capitano; andrà lui ad esplorare, e,
se occorre, a parlamentare. Ottenuto il permesso dal maggiore, si avvia, gira
il canto, e sta una mezz'ora a ritornare; una mezz'ora che ci è parsa un
secolo. Quando ci capita davanti, Ludovico è fuori di sè dalla gioia; sto per
dire che le lenti, piantate sul suo naso, mandano lampi nella penombra
notturna. Il capitano, di cui temiamo tanto la vigilanza, è in una condizione
stranissima; già dalla mattina, quando Garibaldi è passato in carrozza, stenta
lui a trattenere i suoi uomini. Se passiamo davanti al posto, chi li terrà più?
Verranno tutti con noi; ed egli, infine, egli che è italiano quanto noi altri,
passerà per il primo. No, per carità, gli ha detto il Pietramellara; aspetti
uno o due giorni e l'annunzio della prima vittoria; vedrà che le esitanze del
governo cesseranno, e tutti, quanti siamo, regolari e volontarii, ci troveremo
alle porte di Roma. Sia dunque inteso tra noi, che non passeremo davanti al
posto, e rispetteremo tutte le convenienze. Quanto a Lei, se per caso sentirà
un po' di rumore nel bosco, pensi da buon camerata che a Lei hanno dato da
guardare la strada maestra, non le traverse da cacciatori, non le forre da
contrabbandieri.
La missione
di Ludovico ci rimette l'anima in corpo. Il contadinello Sabino, perduta la
speranza di liberarsi dalla nostra compagnia, si risolve di condurci per
davvero sulla vetta del monte. Si va come si può, per gli alpestri sentieri; ma
in alto siam fuori della nebbia, e ci si raccapezza un pochino. Peccato che da
un casolare poco lontano si desti un can da pagliaio. Abbaia, quel figlio d'un
cane, dando la sveglia e l'esempio a tutti i suoi colleghi del vicinato. Di
qua, di là, di su, di giù, tutti i cani della Toffia rispondono, abbaiando disperatamente
in tutti i registri, con tutti i metalli di voce, Confesso di non aver mai
sentito in vita mia. un così fiero concerto di cani, neanche a Parigi, nel Jardin
d'acclimatation, quando è l'ora del pasto per questi amici dell'uomo. Che
diranno i padroni di tutta questa canatteria? Se c'è lassù una pattuglia di
carabinieri, o un altro posto di soldati, buona notte, si può dir proprio di
aver rotte le uova in sull'uscio. Ma infine, perchè pensar sempre la peggio? La
luna era sorta; non si poteva anche credere che tutti quei cani abbaiassero
alla luna?
Due ore dopo
la mezzanotte avevamo afferrata la vetta. Riuscivamo ad una strada mulattiera,
abbastanza spaziosa; e là, accanto alla strada, si vedeva al lume della luna
una piccola casa.
- Eccovi a
Carlo Corso; - disse allora il contadinello Sabino.
Veramente, il
nostro ordine scritto diceva: "passare i monti di Toffia sopra Carlo
Corso. "Ma oramai era fatta; quella casa non si poteva evitare, bisognava
passarci davanti, non sopra. E Carlo Corso era un posto di doganieri, come ci
fu agevole di riconoscere, vedendone due, che spiccavano assai bene con le loro
attillate uniformi sull'azzurro bianchiccio del cielo.
Perchè mai
quella casa avesse nome e cognome, io non so, non avendo pensato a domandarlo.
Fors'anche, se lo avessi domandato, quei doganieri non avrebbero saputo
dirmelo. Era ad ogni modo una casa cristiana. Quei bravi doganieri, indovinato
di che si trattasse, ci fecero festa. Avevamo bisogno d'acqua, e ci diedero
acqua; ci occorrevano due ore di riposo, e i nostri uomini poterono allogarsi
in parte al coperto, in parte adossarsi alle mura dell'edifizio. Il mio
maggiore ebbe il letticciuolo del brigadiere, per ischiacciarvi un sonnellino:
io mi buttai sopra un forziere di noce, dove quell'ottimo brigadiere teneva le
sue carabattole. Ci avrei dormito benissimo, se fosse stato più lungo ed avessi
potuto stendermi tutto, come otto anni prima, in Lombardia, avevo fatto sulla
tavola da pranzo del sindaco di San Martino, mentre l'amico Gordolon, mio tenente,
dormiva saporitamente in un letto monumentale.
Amico
forziere dei doganieri di Carlo Corso, che bel sogno ho fatto sul tuo coperchio
di noce! "Sogna il guerrier le schiere" ha cantato il Metastasio; ma
la osservazione psicologica non è niente più giusta di quell'altra sua,
zoologica, che gli ha fatto mettere la serpe in concorrenza con l'ape, nel
suggere i fiori. Io, lungi dal sognare le schiere, sognai.... Ma no, non lo
voglio dire: tanto, sul più bello, il mio sogno fu interrotto dalla voce del
maggiore, che mi annunziava le cinque del mattino e mi ordinava di radunar gli
uomini, per rimetterci in marcia. Balzai in piedi, corsi fuori a svegliar la
mia compagnia, la seconda del battaglione, e, poichè tanto era tutta strada,
anche la prima, comandata dal Pietramellara, e la terza, comandata
dall'ingegnere Stangolini. In capo a dieci minuti eravamo tutti pronti per la
partenza; e ci avviammo subito, allegri come pasque, dopo aver salutati con
larga effusione di cuore i nostri bravi doganieri. Rammento che il brigadiere
ci augurò di giungere a Roma in tre tappe. L'augurio, pur troppo, fu vano per
noi: ma ad ogni modo il brigadiere fu profeta. Le tappe erano ancora tre, per
l'Italia, e di un anno ciascuna. È figurato, il linguaggio dei profeti; e
bisogna saperlo intendere, bisogna!
L'aurora ci
ritrova ancora sul colmo della montagna, tanti sono i giri e i rigiri della
strada. Sotto di noi s'indovina una valle; davanti a noi si stende una lunga e
larga veduta di vette, di colline, di poggi, con borghi e castelli appollaiati
sui culmini, come nei quadri di Claudio di Lorena. Dal punto in cui siamo, per
mezzo delle alture digradanti, che incominciano a svolgersi da uno strato di
nebbia sottile ai primi raggi del sole, si scorge in lontananza una piccola
massa tondeggiante e dorata, in cui è facile riconoscere la cupola di San
Pietro, a cui nella nostra prospettiva sembra collegarsi una lista d'argento,
serpeggiante e luccicante; il Tevere, il Tevere che ci fa da lontano la grazia
di non parer biondo, col pericolo d'esser chiamato limaccioso dagli irreligiosi
nepoti. - Vidinus flavum Tiberium" esclama Ludovico, dalla testa
della sua compagnia. - Velox amoenum saepe Lucretilem, rispondo io,
stendendo la mano verso una gran montagna che azzurreggia a sinistra. Almeno, dovrebb'esser
laggiù l'ameno Lucrètile, che igneam defendit æastatem capellis usque meis
pluviosque ventos. Giustissimo; ribatte Ludovico; e vedi più giù la
montagna di Tivoli, mite, solum Tiburis et moenia Catili. - E di qua
niente? gridai io, accennando alla destra. Quel monte laggiù, che innalza la
sua negra cima nel fondo della pianura, non sarebbe per caso il classico
Soratte? - Tu dixisti, ripiglia quel capo ameno del mio Ludovico. Tu lo
vedi nero, stavolta; se aspetti un par di mesi, lo vedrai magari bianco. Vides ut alta stet nive candidum Soracte?...
Dei
immortali, quanto Orazio abbiamo snocciolato quella mattina sui greppi di
Toffia! Io e Ludovico di Pietramellara ci eravamo proprio incontrati, con la
nostra malattia citatoria. Dio li fa e poi li appaia, come dice il proverbio.
Ma questa del citare Orazio ad ogni passo è veramente la malattia più
terribile, quantunque non sia contagiosa. Il cite si souvent Homère et
Horace, que c'est de quoi en dégoüter, ha lasciato scritto di un Tizio il
famoso principe di Ligne. Il nostro maggiore, che la pensa come il principe di
Ligne, ci annunzia ridendo che alla prima tappa ci manderà tutt'e due agli
arresti. Perchè? siamo nel Lazio, perbacco, e la lingua del Lazio è il latino.
Questo dello
slatinare in vicinanza di Roma è una mania naturale. Ricordo che nel 1878 si
andò una volta in parecchi amici a visitare la via Appia, Era con noi Pietro
Cossa, che aveva stabilita una multa di cinquanta centesimi per chiunque in
quella gita non parlasse latino. Dura lex, sed lex, e bisognava
striderci tutti; anche in un latino maccheronico, dovevamo parlare come Pietro
voleva. Uno solo, romano di Roma, non si sentiva di obbedire; amava piuttosto
star zitto.
- Silet
hic noster, - dicevamo noi, canzonandolo, - sed latine silet; ergo non
multabitur.
Ma
quell'altro, intanto, cominciava a capire che a tacer sempre avrebbe fatto una
cattiva figura. Ad un certo punto, preso per mano il Cossa, lo condusse verso
certe rovine, che dovevano essere di una casa.
- Et etiam
latine gesticularis, probo: - gli disse Pietro, continuando la celia. - Sed
quid me vis? quid mihi. videndum? -
L'altro
seguitava coi gesti, indicando le rovine; finalmente, mezzo affermando, mezzo
chiedendo, gli disse:
- Domus?
- Domus;
- rispose Pietro Cossa; ma poi, scappandogli la pazienza, uscì in questa
sentenza: - Ah, figlio d'un cane, non sai altro latino che questo? -
Quel giorno
fu Pietro Cossa che pagò la prima multa. Aveva parlato italiano. Quel povero
Pietro non sapeva consolarsene. Noi Io paragonammo a Caronda, il famoso
legislatore di Turio, vittima d'una legge ch'egli stesso aveva proposta e che
primo aveva violata.
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