XII.
Sul
monte Sacro. Favola antica e storia moderna. La mia bella giornata.
Garibaldi è
là in piedi, sul colmo della collina, intento a guardare tutto intorno, con gli
occhi leonini socchiusi, eppure sfolgoranti sotto le ciglia aggrottate. Non è di
cattivo umore, per altro; se fosse, avrebbe il cappello tirato sugli occhi. Qua
e là, solitarii in contemplazione, o raccolti a crocchi, gli ufficiali del
quartier generale, dello stato maggiore, e dei battaglioni genovesi; da
quindici a venti persone. Sulla destra, in lunga fila appiattati, i due
battaglioni che ho detto, un po' smilzi, cinquecento uomini in tutto, i cui
avamposti arrivano laggiù, sotto il ciglio della collina, in vista del ponte
Nomentano. L'insidia è tesa, se a qualcheduno venisse voglia di farsi avanti,
attratto dall'esca di quelle quindici o venti persone in piedi sul poggio, e
lontanamente visibili. Certo, di contro a forze considerevoli, quell'agguato di
cinquecento uomini sarebbe povera cosa; ma c'è indietro dell'altro; c'è il grosso
dell'esercito, dietro le colline donde noi siamo venuti; le colonne di Menotti
e del Frigésy hanno le loro avanguardie in certe piccole macchie, che si vedono
a tramontana, forse quattrocento metri più indietro.
Lo
spettacolo, intanto, è maraviglioso di lassù. Vedo davanti a me, oltre la linea
serpeggiante dell'Aniene, distendersi una campagna arsiccia, in parte
coltivata, sparsa di radi edifizi, orlata nel fondo da masse d'alberi e di non
bene distinti edifizi, forse di ville signorili, o di abitazioni suburbane. Là
dietro è Roma, l'eterna città, riconoscibile da pochi tratti monumentali e
solenni: una fila d'archi, a sinistra, l'acquedotto di Claudio; poco lontana da
quegli archi una gran mole quadra, listata di colonne, sormontata da statue,
San Giovanni Laterano; più in là, sulla destra, una cupola immensa, coronata
d'un globo dorato, San Pietro; finalmente, all'estrema sinistra, l'eminenza di
monte Mario, con la sua piantata di cipressi, che dà l'immagine d'un manipolo
di cavalieri in vedetta. La gran scena è tutta circonfusa di quella luce rosea,
vaporosa e calda, che è una bellezza propria della campagna romana.
Mentre io sto
contemplando quello spettacolo così nuovo per me, una mano mi si posa sulla
spalla; e subito dopo una voce dolcissima, che ben riconosco, mi dice:
- Sapete dove
siamo?
- No,
generale, vedo questi luoghi per la prima volta.
- sul monte
Sacro.
- Ah! -
esclamai. - Per monte, tuttavia, è un po' basso.
- Agli occhi
del capo, ve lo concedo, - rispose Garibaldi, sorridendo; - non già a quelli
della storia. Qui il senatore Menenio Agrippa raccontò la sua favola dello
stomaco e delle membra ribellate, persuadendo la plebe ammutinata a ritornare
in città. Qui, secondo alcuni, e non sulla strada Latina, Marzio Conciano si
accampò coi suoi Volsci, e vinto dalle preghiere della madre Veturia levò
l'assedio dalla sua patria.
- E noi,
generale, se la domanda è lecita, - osai dire, - che cosa ci faremo?
- Una breve
fermata, io spero; - rispose il generale. - Aspettiamo un segnale di là; -
soggiunse, dopo un istante di pausa, accennando davanti a sè, verso San
Giovanni Laterano. - Appena il segnale sia dato, intenderemo che la
insurrezione è scoppiata in città; passeremo l'Aniene, e ce la faremo a
correre.
- Intendo; -
diss'io. - Ma non ci sono le mura, che ci tratterranno, così pochi come siamo?
- Le mura son
rotte, laggiù; - replicò egli, indicando l'acquedotto di Claudio. - Tra vigne e
orti, si può entrare benissimo. -
Avevo già
indovinata la mossa fin dalla sera innanzi, a Castel Giubileo; e là,
finalmente, ne avevo la conferma dalle labbra del grande capitano, fatto per
onorare il monte Sacro assai più di Coriolano e di Menenio Agrippa; sia detto
con buona pace di quegli antichissimi personaggi. Si aspettava dunque il
segnale. Passò un'ora, ne passarono due, ma il segnale non venne. Vennero bensì
due ricognizioni nemiche, simultaneamente, una da manca e l'altra da destra. La
prima indicata da una sequela di punti grigi, nei quali non tardammo a
riconoscere il reggimento degli zuavi pontifici, si stese oltre la via
Nomentana, lentamente, con poca intenzione di avvilupparci, forse temendo di
essere avviluppata. La seconda, tutta di punti neri, si avanzò guardinga, ma
con più risolute intenzioni, sulle colline dalla parte di ponte Molle, venendo
con le avanguardie in quadriglia fino al colmo di una eminenza, a duecento
metri da noi. Riconoscemmo allora i cappottoni della legione d'Antibo.
Le
disposizioni di Garibaldi furono poche e semplicissime. Al reggimento degli
zuavi non oppose alcun nerbo di forze, solo ordinando al maggiore Guerzoni di
tener dietro ai loro movimenti, piantato un po' più in là, con un cannocchiale
da campo. Alle ardite quadriglie antiboine volse la sua attenzione egli stesso.
Si avanzavano sempre, si avanzarono fino a cento metri, non di più, dalla
tranquillità nostra argomentando l'insidia. Per tastarci, incominciarono da
quella distanza a tirare. I nostri avevano ordine di non muoversi, di tener
bassi i fucili, di non far vedere neanche la punta delle baionette di sopra al
ciglione.
- Li
aspetteremo a venti passi; - diceva Garibaldi; - e allora daremo dentro tutti
quanti. -
Le quadriglie
antiboine non fecero un passo di più; parevano inchiodate al terreno. Solo
davanti a loro, o per mezzo, si muoveva correndo un bel cane spagnuolo,
evidentemente felice come tutti i cani in guerra, che partecipano con tanto
ardore, e sto per dire più dei cavalli, alle forti commozioni della battaglia.
Il fuoco era aperto, ma durava senza merito, poichè nessuno di noi rispondeva,
Fischiavano e gnaulavano le palle; quasi tutte troppo alte, passando; alcune
troppo basse, ficcandosi nel terreno davanti a noi, o daccanto; nessuna
toccando il bersaglio, che in quindici o venti offrivamo. E certo gli Antiboini
avevano riconosciuto Garibaldi, poichè intorno a lui la gragnuola era più
spessa. Un ufficiale di quella gente, da noi distinto benissimo, si fece dare
da uno dei suoi soldati il fucile, puntò lungamente e sparò, anch'egli fallendo
il colpo, e guadagnandosi un sorriso di commiserazione. Garibaldi, che era
stato un pezzo guardando i tiratori col cannocchiale, si avanzò di alcuni passi
fino alla linea dei pini, e gridò loro con voce stentorea:
- Vous étes ties conscrits; vous ne savez pas tirer. Vous
étes des conscrits, - ripetè ancora parecchie volte, rinforzando la voce,
forse con la speranza che il sarcasmo li ferisse, invitandoli a farsi sotto,
dove egli avrebbe voluto.
Ma il
sarcasmo non li ferì, o se li ferì non bastò a farli scattare. Continuavano a
scattare, in quella vece, i loro fucili, con sempre inutili tiri; e la musica
era già molto durata, quando si avanzò Stefano Canzio.
- Senta
Generale; - diss'egli. - Vuol proprio che imparino, tirando su Lei? Venga qua,
la prego, un pochino, più indietro, al riparo di quel pagliaio. Per quello che
vuol fare, se ci sarà da farlo, - soggiunse, con un'accorta restrizione che
mostrava la sua poca fede in certe notizie, - non è mica necessario che Lei
stia qui a far da bersaglio ai coscritti. -
Sorrise il
Generale, gradì la celia, ma non si volle muovere di là. Forse pensava che
quello era il giorno del fato, e che bisognava commettersi al fato. Egli
accettò in quella vece di sedersi e di far colazione, finalmente, alle due dopo
il meriggio, mangiando un pezzo d'arrosto freddo, rilievo di pranzo o di cena
del giorno antecedente, rinvoltato in una pagina del piccolo Movimento
di Genova.
- Ne volete?
- diss'egli a me. - Senza complimenti.
- No, grazie,
generale; non ho pane. - Oh, già! - soggiunse egli, ridendo. - Volete sempre il
pane, voi altri. In America non ne vedevamo quasi mai, e c'eravamo abituati
benissimo. Ogni legionario portava il suo spicchio di carne infilzato sulla
baionetta, se lo arrostiva alla prima fermata, e se lo sgranava senza aiuto di
pane.
- In America,
sì; - replicai. - Ma noi siamo in Italia, e nel Lazio.
- Che cosa
vuol dire?
- Che Cerere
è dea latina, -
Egli mi aveva
dato tre ore prima un cenno classico; io gliene davo un altro, che parve averlo
vinto.
- Avete
ragione; - conchiuse.
E mangiò tuttavia
senza pane il suo spicchio di carne rifredda. Cioè, intendiamoci, non lo mangiò
tutto: ne lasciò mezzo, che rinvoltò nella pagina del giornale, e consegnò al
suo attendente. Doveva essere la sua cena, quel povero avanzo. Di bere non si
parlò neanche; forse gli bastava un sorso d'acqua, accettato al casale della
Cecchina. Garibaldi, come sapete, non beveva mai vino. Solo dopo il '60 aveva
fatta una piccola concessione al Marsala, prendendone un dito, nelle occasioni
solenni, certamente per grato animo ai sacri ricordi del suo sbarco in Sicilia.
Il fuoco
antiboino continuava, sempre con lo stesso esito di vana molestia. E frattanto,
nessun segnale da Roma. Il viso di Garibaldi cominciò a rabbruscarsi, la falda
del suo cappello a calarsi sugli occhi.
- Che
cos'hanno quei seccatori? - esclamò egli ad un tratto.
Noi prendemmo
coraggio a domandargli il permesso di rispondere con qualche colpo.
- Purchè sia
bene assestato; - rispose, assentendo col gesto. - Trovate quattro o cinque
buoni tiratori, e andate ad appostarli laggiù, verso la falda della collina. -
Obbedimmo
prontamente. Cinque tiratori, dei meglio armati, scelti nei due battaglioni,
furono collocati dove il Generale aveva consigliato. Una piccola siepe di rovi
li nascondeva al nemico. Presero essi a tirare, puntando con calma, e cinque
colpi bene aggiustati mostrarono che nelle nostre file non erano coscritti. Le
quadriglie balenarono, risposero ancora due o tre colpi, poi si ritrassero,
portando i loro feriti; e l'ufficiale e il suo cane sparirono con esse dietro
una ondulazione del terreno.
Un quarto
d'ora dopo, ad una insenatura della collina, vedemmo la legione tutta quanta
ritirarsi,nella direzione di ponte Molle. In pari tempo si ritirava dall'altra
banda il reggimento degli zuavi. Eravamo rimasti padroni del campo: ma per che
farne? Ahimè, niun segnale da Roma.
Si stette
ancora un pezzo a passeggiare, a far capannelli, a discorrere, amici da anni,
amici da un giorno, che ci vedevamo là, e forse, tolti di là, non ci saremmo
veduti che a punti di luna, o mai più. Ricordo che un Galoppini, di Spezia,
capitano nel primo battaglione genovese, m'insegnò a fumare senza tabacco,
caricando la pipa col caffè: due o tre chicchi tostati, rotti tra le dita, si
mettevano nel fondo della campana; tutto l'altro era caffè macinato; e ne
usciva una fumata aromatica, eccellente, alla gloria di Roma. E ricordo ancora
che la mia pipata destò l'invidia di un ufficiale spagnuolo, certo De Roa,
venuto con altri suoi connazionali, esuli dalla patria, nel seguito di Garibaldi.
Il simpatico giovane possedeva ancora un libriccino di papel de fumo; ma
gli era mancata la foglia, e sperava di averla da me. Lo disingannai,
mostrandogli un involtino di caffè macinato, che mi aveva regalato il collega;
ma anche lo resi felice, dandogliene tanto da farsi quattro o cinque involtate
per i suoi papelitos.
Così fumò
anch'egli, il bravo De Roa, bellissimo brunetto, cavalleresco e prode, che
seppi poi ufficiale d'ordinanza del generale Prim, e morto più tardi nella
guerra contro i Carlisti. Sia pace alla sua bell'anima: per intanto, egli fece
nobilmente il suo dovere a Mentana. E non poteva capire come si potesse dare
indietro altrimenti che al passo. Nella terza fase della battaglia, quando
nessuno più valse, nè Menotti, nè Canzio, nè Frigésy, a fermare certe giovani
schiere che erano state colte da un panico strano, e mentre Garibaldi, fermo a
cavallo sulla strada, fremeva di tanta codardia, mettendo lampi di sdegno dagli
occhi fulminei, avvenne al De Roa di sciabolare un soldato che si era buttato a
terra, contorcendosi nello spasimo della paura e gridando: "chi me
l'avesse mai detto!" E non voleva lasciare il fucile, quel pauroso,
stringendolo forte tra le mani convulse, non sentendo le piattonate, non
sentendo i rimbrotti. Garibaldi calò le pupille un istante, a guardare la
triste scena; pensò, torse le labbra, poi levò la mano in atto solenne, dicendo
al concittadino del Cid:
- Eh,
lasciatelo stare! -
Fu grazia
della vita allo sciagurato, ma fu anche una sentenza peggior della morte, se
quel convulsionario l'ha intesa. Che orrore per lui, se vive ancora e ne
conserva memoria!
Ritorniamo al
monte Sacro. Verso l'imbrunire fu deciso di dar volta a Castel Giubileo, donde
la mattina eravamo partiti con tante speranze. Garibaldi aveva un messaggio da
Roma: niente da sperare, là dentro, dove in quel medesimo giorno erano giunti i
Francesi a sostegno del poter temporale. Per questo fatto le cose prendevano
una piega diversa. Bisognava far testa a Monterotondo, l'ultimo punto a cui
giungesse la strada ferrata, donde potevamo aver munizioni e vettovaglie, dove,
infine, si sarebbero presi i provvedimenti opportuni per proseguire la guerra.
Il Generale ordinò che si facessero fuochi sul monte Sacro, per simulare un
bivacco; noi dell'avanguardia restando in retroguardia, dovevamo tenere la
posizione fino a tanto il piccolo esercito non fosse tutto avviato, fuori da
quel labirinto di colline. Per intanto, rompevamo le staccionate dei prati, e
facevamo cataste di legna intorno ai giovani pini che fiancheggiavano la
carraia. A quelle cataste, essendo venuta la notte, appiccammo subito il fuoco:
un'ora dopo avevamo l'avviso di poterci mettere in marcia. Un panico notturno,
per lo scontro di due colonne, una delle quali aveva smarrito il sentiero e
pareva venire dalla parte di ponte Molle, fece correre qualche fucilata. Ne
seguì naturalmente un po' di scompiglio. Il maggiore Burlando, giustamente
interpetrando l'ordine che avevamo di proteggere la ritirata, pensò che la cosa
non potesse farsi a dovere, se non ritornando tutti noi della retroguardia sui
nostri passi. Fummo in mezz'ora al nostro accampamento del monte Sacro, tra le
cataste che ardevano, malinconicamente sole.
Io pensavo ai
bei stratagemmi dei fuochi notturni con cui s'ingannano gli eserciti moderni,
come s'ingannavano gli antichi, e cercavo di ricomporre nella mia memoria il
quadro dei sarmenti accesi a Casilino, nella guerra tra Cartaginesi e Romani.
Ma chi li aveva accesi? Annibale, o Fabio Massimo? Lì per lì, non sapevo. Ma
altri pensieri vennero a distornarmi piacevolmente da quella ricerca erudita ed
infruttuosa. Pensai di fatti che la mia bella giornata l'avevo avuta, ed
intiera. Le tenebre regnavano intorno a noi, tanto più fitte nello sfondo della
scena, quanto più vivi sul primo piano rosseggiavano i fuochi. Ma la giornata
era stata singolarmente luminosa: rivedevo la campagna pianeggiante di là
dall'Aniene, seminata d'illustri rovine, l'acquedotto Claudio, San Giovanni
Laterano con la sua ordinanza aerea di statue, la cupola di San Pietro col suo
globo d'oro, monte Mario coi suoi negri lancieri in vedetta, tutta la
prospettiva della eterna città circonfusa d'una rosea luce vaporosa, traente
all'oro, come nelle glorie dei quadri antichi. Giornata inutile ad altri, che
misurano ogni cosa dagli effetti ottenuti; ma non inutile a me, che l'avevo
goduta! E pensai che fosse stata fatta unicamente per me; ne fui grato a
Garibaldi; gliene sarò grato fin ch'io viva, perchè veramente fu la prima e
sarà certamente l'ultima giornata bella della mia vita; con lui, davanti a lui,
senza folle importune a levarmene la vista; vicino a lui nel pericolo lungo,
nel pericolo dimenticato tra i lieti ragionamenti, che mi parvero pregustazione
dei colloquii d'Eliso; vicino a lui nella speranza, infine, e nel pieno gaudio
dell'essere. Viva Garibaldi! e il monte Sacro abbia il più sacro dei miei
ricordi, per lui.
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