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XIV.
Era una bellissima giornata,
una di quelle giornate che fanno nascere nell'anima dei poveri condannati al
lavoro quotidiano, il desiderio di una modesta entrata e di una carrozza per
uscirsene alla campagna. Il cielo limpido, trasparente, rasserenava lo spirito
e tingeva d'azzurro i pensieri; l'aria fresca del mare temperava la vampa del
sole e ristorava i polmoni.
Fuori della città, i
terrapieni, i fossi e le praterie, si smaltavano di margheritine, oracolo a
buon prezzo per le fanciulle innamorate. I mandorli, i peschi, i peri fioriti,
ornavano co' loro pennacchi bianchi e rosei le falde dei colli, non abbastanza
inverdite dalle fronde novelline degli alberi. Rideva tutt'intorno quella
giovine bellezza di natura che il pittore, costretto a cavare i suoi effetti
dalla abbondanza delle frasche, dalle balze sassose, dai campi biondeggianti,
non può ritrarre con efficacia; bellezza che forse apparirebbe falsa e stonata
sulla tela, ma che parla al cuore e lo soggioga con tutte le grazie innocenti
della prima gioventù. Oh primavera, gioventù dell'anno! Gioventù, primavera
della vita!
La carrozza della
signora Argellani uscì per via Carlo Felice e via Giulia, verso porta Romana.
La signora Luisa non aveva sulle prime badato a questo itinerario; ma, come fu
alla porta, chiese a Laurenti:
- Perchè non siamo
andati per porta Pila? Dove mi conducete voi?
- Vi contento,signora; -
rispose Guido. - Mi dicevate un giorno che sareste andata molto volentieri.....
- A Staglieno; me ne
ricordo. Ma ricordo altresì che voi mi avevate risposto...
- Che non era ben fatto;
sì certo, vi ho risposto così.
- Che la vista dal
camposanto faceva male; - proseguì la Luisa.
- Sì, anche questo; ma
oggi ho mutato pensiero, - disse il giovine, sospirando - Voi non volete più
essere di questo mondo; i consigli degli amici non valgono a rattenervi, e
bisognerà lasciarvi fare a modo vostro. Andiamo dunque al camposanto, ed
avvezziamo gli occhi alla nuova dimora. Anch'io, signora, sono molto stanco di
vivere.
- Voi! e perchè?
Laurenti le rispose con
un'altra dimanda.
- Ah, credete di aver
voi sola cagioni di rammarico e tedio della vita? Non tutti i forti dolori si
manifestano negli occhi, o si dipingono sulle guancie.
Così dicendo, chinò la
testa sul petto, e non fece altre parole. La signora Argellani non cercò di riappiccare
il discorso, e ambedue fecero la strada in silenzio, fino al termine della
malinconica gita.
Come furono al
camposanto, la carrozza si fermò; Guido saltò a terra ed aiutò la signora a
discendere, in quella che il custode della necropoli, aperto il cancello, si
faceva incontro ad essi col berretto in mano.
Magnifica dimora è il
cimitero di Staglieno, e quando sarà finito, nessun'altra città d'Italia potrà
vantare il somigliante per ricchezza di marmi e di disegno. Tutto quanto il
genio capriccioso di un pittore potrebbe fantasticare per darci immagine di una
antica città, arcate sovrapposte ad arcate, templi, colonne, monumenti
sovrapposti a gradinate gigantesche, giuoco mirabile di linee in prospettiva,
pensile orto babilonese di architettoniche meraviglie, che si innalza a guisa
di piramide sul fianco della montagna, tutto ciò si vede, non dipinto, non
fantasticato, ma vero, ma edificato, scalpellato, a Staglieno. La morte è
maestosa lassù; mirabile effetto del complesso, dell'armonia del tutto, contemplata
da una giusta distanza.
Io non so (e chi può
sapere siffatte cose?) che mala fine faranno le mie ossa. Ma dovunque e
comunque io avessi a morire, non vorrei essere sepolto nel camposanto di
Staglieno. Colà lo sfarzo opprime; colà il solito orpello della vita, la
consueta menzogna, vi seguono nella morte, e non c'è per compenso un filo di
verde, di cui un amico, venendo a salutarvi, possa dire: è succo della sua
carne. Per me, ho sempre sognato una modesta fossa ed una modesta pietra, sulla
cima di un poggio che guardi al mare, a' piedi d'un albero di pino, il mio
albero prediletto, che ho amato da ragazzo pe' suoi frutti che andavo
avidamente sgusciando sul focolare domestico; da giovinetto per le sue resinose
fragranze che mi facevano bello il dimorare nella boscaglia; da giovine perchè
piaceva a lei, e più tardi perchè in terre lontane mi raffigurava la mia
prediletta, la mia sacra terra di Liguria.
Così vorrei dormire il
sonno eterno, lontano dalle visite cerimoniose dei viventi e dalla mala compagnia
dei defunti. Ma ohimè, quando morrò, e se morrò nel mio letto, il mio sogno non
gioverà a nulla, anco se confidato alla carta bollata di un testamento. I
becchini verranno a pigliarmi, armati della legge municipale, e mi toglieranno
anche la libertà della sepoltura. Libertas! Libertas! I nostri
padri scrivevano questo motto, insieme coll'arma della repubblica, sulla porta
delle prigioni.
La signora Argellani e
Guido Laurenti entrarono sotto le arcate del cimitero. Luisa non era stata da
molti anni colà, e ogni cosa le sapeva di nuovo. Avvezza poi da qualche tempo
ad accarezzare nell'animo suo il pensiero della morte, quella vista non le
strinse il cuore punto punto, e, sospesa al braccio di Guido, ella si fece anzi
a correre spedita come una giovinetta curiosa che entri per la prima volta in
un bel giardino annesso al palazzo in cui essa ha da metter dimora.
Cotesto non isfuggiva
alla gelosa attenzione del giovine, e il suo cuore si riempiva di amarezza.
Essa è felice, pensava egli, è felice perchè sente d'essere vicina a morire e
non s'avvede, e nulla le dice che qui, daccanto a lei, c'è taluno che l'ama, e
che morirà se ella muore! Che s'ha egli a dire di quella potenza magnetica che
fu fantasticata svolgersi in raggi invisibili da tutti i nostri pori,
circondare un corpo, un'anima diletta, e stringerla in una cerchia di arcani
effluvii che la inebbriano e la soggettano a noi? Baie di cerretani! Se questa
possanza non fosse una invenzione, la mia volontà l'avrebbe sprigionata, e a
questa donna non balzerebbe ora il cuore per l'allegrezza, pregustando la
voluttà della morte.
Ma se la signora
Argellani non sentiva l'influenza magnetica del braccio a cui era sospesa, ella
non istette molto a sentire l'influenza malinconica delle tombe.
- È un bel luogo - disse
ella, dopo aver varcato le prime gallerie - ma è molto triste. C'è troppa
bianchezza di marmi.
- Eh, signora mia! -
rispose Guido, crollando la testa. - Ci vuol pure un po' di lusso, dopo la
morte. La menzogna, che ci veste e che ci guida nella moltitudine dei vivi,
dovrà forse fermarsi alla porta del cimitero? -
In quel momento un gran
mausoleo (un mausoleo in tutta la forza del vocabolo, poichè era la tomba di un
re di danari, se non di provincie, ed era stato eretto da una nuova Artemisia)
si parò davanti agli occhi dei due visitatori.
- Chi dorme là dentro,
ch'io non vedo la scritta? - chiese la signora Argellani
- Un padre di famiglia,
o signora. La vedova e i figli inconsolabili ci hanno speso cinquantamila lire.
Gli è un magnifico monumento, in verità; le statue delle tre virtù teologali
sono assai finamente condotte nel più bel marmo che si scavi a Carrara; quel
ritratto è parlante. Era il banchiere Corradenghi, un uomo savio e liberale,
che fece tanto bene al prossimo. Lasciò venti milioni di sostanza. Poveri suoi
figli, abbandonati in così tenera età dalle cure paterne! La moglie, poverina,
la conoscete voi, quella bionda signora, piccina e graziosa, che avrà oggi i
suoi quarantaquattro anni e l'usufrutto del patrimonio, sua vita naturale durante?
Il bassorilievo è del celebre Ghisolfi, quel tale che l'accompagna sempre a
teatro e a diporto. L'epigrafe dev'essere stata commessa a quel valente
professore del Federici, ma oramai non si sa come appiccicarla qui, a cagione
di un certo aggettivo inconsolabile, che ci starebbe proprio a pigione.
-
La signora Luisa chinò
il capo a quella infilzata di tristi verità.
- Siete crudele!
- disse ella.
- Ma giusto, ma
veritiero. Non son mica un'epigrafe, io, e non sono stato pagato per parlar qui
in un modo, e lasciar pensare ed operare più lunge in un altro. Del resto, non
c'è da far colpa a nessuno; tale il morto, tali i superstiti. -
Qualche lettore
schizzinoso dirà che Laurenti poteva tenersi in corpo le sue considerazioni,
dappoichè nella casa dei morti disdice la satira. Ma a cotesto si risponde:
disdirà la satira nel cimitero, quando non c'entri più il panegirico, nè la
bugia. In quanto a me, narratore fedele, ma anco un tantino mallevadore dei
discorsi de' miei personaggi, non reputo sconvenevoli le note sarcastiche di
Laurenti, imperocchè esse hanno riscontro nella consuetudine di tutti. Una mano
sul cuore, lettori miei, e rispondetemi la verità. Chi di voi, andando a
visitare un cimitero, non è stato tirato a simiglianti considerazioni, se non
forse più acerbe?
Laurenti, poi, ci aveva
la sua ragione particolare, a dire la verità nuda e cruda. Il suo disegno era
pietoso, come vedrete a suo luogo.
Egli condusse la signora
Argellani dinanzi ad un nome illustre nella scienza, e là, cavata una bella
rosa che aveva tenuta nascosta sotto le risvolte dell'abito, la depose
modestamente sull'urna.
- Che cosa fate? - gli
chiese la signora Luisa, guardandolo in volto, e vedendo una lagrima tremargli
negli occhi.
- Mando un saluto ad un
amico, ad un maestro. Costui, signora, fu grande e fu umile. Hanno innalzato un
monumento al suo ingegno; nessuno lo ha fatto al suo cuore, che fu più grande
dell'ingegno a gran pezza. Povero e venerando amico! Vivo, lo avevano fatto
commendatore; si ascoltavano le sue parole come altrettanti responsi; ed era
onore grandissimo accompagnarsi con lui per le vie; ma una bronchite ha rotto
il filo a tutte le ammirazioni, a tutti gli ossequi. Ossequi ed ammirazioni, si
sono raccolti, sdebitati in questo marmo; l'affetto solo non reputa di avere
saldato il suo debito alla rara bontà dell'animo, che faceva di quest'uomo un
consolatore degli afflitti, la provvidenza degli sventurati. Imperocchè
quest'uomo, o signora, è morto povero in una casa presso che vuota: quello che
egli possedeva, lo avevano i bisognosi; la grande autorità ch'egli avrebbe
potuto mettere a frutto per sè medesimo, fu sempre spesa a profitto d'altrui.
- Non siate adunque
egoista, - soggiunse intenerita la donna gentile, - e consentite che anch'io
metta la mano su questa rosa, per associarmi coll'animo al vostro tributo
affettuoso. Ora voi, colle vostre parole, mi dimostrate che non è tutto
menzogna in questi luoghi, come avevate detto pur dianzi.
- Ho io detto ciò in
forma assoluta? No certo. E poi, anche il mio ricordo, che cos'è? La virtù di
quest'uomo vive nelle mie ricordanze, ma come una pallida immagine del passato.
Io, che l'ho amato come un padre, io vivo senza di lui, non sento la necessità
di stargli daccanto. Gli altri, poi, e parlo dei buoni, leggono le sue opere,
ma non hanno bisogno di salutar vivo l'autore. Vengono qui a caso, guardano con
reverenza la sua tomba, e poi se ne vanno a desinare, forse un tal po'
melanconici, per la visita fatta alla casa della morte, ma senza mandar giù un
boccone di meno. Questa è la morte, o signora, e questa è la vita. -
Fecero alcuni passi in
silenzio, chè ognuno dei due ci aveva da meditare su quel tema. Là presso era
una porta, che metteva, per un ampio giro di scale, ad una galleria superiore.
E per di là Guido fece salire la signora, affinchè ella cansasse la fatica di
una lunga rampa all'aperto.
Sull'ultimo pianerottolo
di quella scala, si apriva lateralmente una di quelle gallerie chiamate, con
nome latino, colombarii; lunga sequela di nicchie aperte nei fianchi delle
pareti, nelle quali si mettono le casse, e che poi si chiudono con un
accoltellato di mattoni, sul quale si dà l'intonaco, e si appiastra l'epigrafe
col suo numero d'ordine. Questa dei colombarii è la forma più triste della
morte.
La signora Argellani,
guidata dal medico, entrò nell'aria soffocata del colombario, e le si strinse
il cuore alla vista di quella bassa vôlta, di quelle pareti le quali parevano
doverla opprimere, man mano che si fosse inoltrata in quell'andito.
- Ohimè! - disse ella,
guardando compassionevolmente quelle nicchie. - Come si ha da stare a disagio
qui dentro! E non c'è fiori, non ghirlande, che dimostrino il memore affetto
dei parenti e degli amici, a questi poveri rinchiusi!
- Che volete, signora?
Si dimentica presto. C'è un'ora di viaggio, a venire fin qua.
- Ah, ecco delle foglie
secche; - soggiunse ella; - gli avanzi di un mazzolino!
- Povera Caterina! -
esclamò Guido, fermandosi a guardare là dove s'era fermata la signora.
Gli occhi della
Argellani corsero allora a leggere l'epigrafe.
- Ah! - disse la donna
gentile. - È qui la Caterina Stella?
E rimase immobile a
guardare la nicchia, in atto di chi medita, col mento raccolto tra il pollice e
il medio, il gomito stretto al seno, e l'altra mano penzoloni lungo le pieghe
della veste.
Guido stette taciturno
un tratto a contemplare quella statua vivente della meditazione, e indovinando
i tristi pensieri che le ingombravano la mente, si fece daccanto a lei,
parlandole in tal guisa:
- Sì, la Caterina
Stella. Eccola lì, dietro questa parete sottile, tra quattro assicelle di
quercia. Oltrepassate questo muro, spiate tra le fessure di quelle tavole cogli
occhi della mente, e la vedrete, la Caterina Stella, il cui casato era così
leggiadro tema di bisticci, foggiati a complimento. I suoi capegli d'oro, pari
a quelli di madonna Laura, cantati da nuovi Petrarca, dipinti da un altro Simon
Memmi, sono là entro, disciolti, senza la natìa lucentezza, corrosi dal tarlo.
Quel volto ovale, quella bianchezza mirabile di carnagione, quegli occhi che mandavano
faville..... non c'è più nulla! Vi ricordate della Caterina Stella ne' suoi bei
tempi? C'era ressa di adoratori dintorno a lei, sebbene il marito fosse geloso
come una fiera, e minacciasse pur sempre di mordere. Il Riccoboni lo dicevano
il preferito tra tutti i suoi cavalieri, sebbene il Cigàla avesse avuto tre
duelli per lei, e sebbene il Grandi, a chi ne parlava, dicesse con una certa
sua aria misteriosa che le erano tutte chiacchere. Ella avrebbe forse trentadue
anni, se vivesse; e sono già otto anni che la è qui povera Stella senza luce,
povera Pleiade scomparsa dal firmamento! Io vengo qualche volta a vederla, e ho
sempre notato che ella non ha mai avuto un fiore da nessuno, ella che ne
riceveva tanti, il dì della sua festa, il 19 di Maggio! Nessuno de' suoi tanti
adoratori, neppure quel tale che per lei si aperse nel petto una ferita,
dichiarata risanabile in quaranta giorni, vien qui a piangere sulla tomba di
lei, di lei che li aveva tutti quanti sotto il suo palchetto in teatro, pronti
a raccogliere e voltare a sè ognuna delle occhiate che ella mandava
sbadatamente in giro, o posti in sentinella sotto le sue finestre per cogliere
il momento che ella si facesse a sollevare lo sportello della gelosia.
- E questi fiori secchi?
- dimandò la signora Argellani.
- Sapete chi li ha posti
qui? - disse Laurenti. - Il marito. Squallido come un tronco d'albero sul quale
sia caduta la folgore, il solo amante vero che ella abbia avuto, fu lui. Gli
altri tutti, allegro stuolo di farfalle, si sparpagliarono per l'aria. Egli in
cambio, ogni anno, ogni mese, ogni settimana era qui, presso la sepoltura di
sua moglie, e qui l'ho veduto entrar io molte volte. Ma oggi, anche lui s'è
stancato, ed ha chiamato un'altra compagna sotto il vedovo tetto. Il suo dolore
ha vissuto sette anni, e non ha potuto durare più a lungo neppur esso. Chi la
ricorda più, ora, la povera Caterina dai capegli d'oro? Io, a caso, venuto qui
insieme con voi. Tra i viventi che si accarezzano e si addentano laggiù, in
quel popoloso centro di affetti e di rancori, la sua immagine non torna più
alla mente di nessuno; il suo nome non è più sulle labbra di amici o di nemici;
ella è morta due volte. Chi pensa all'orma sua sul selciato di Via Nuova, o sul
battuto dell'Acquasola? Ah, bella cosa, in fede mia, bella cosa il morire! -
La signora Luisa era
rimasta grandemente turbata da quel discorso doloroso del suo medico; ma
l'ultima frase la scosse.
- E perchè no? - disse
ella. - Bella cosa, pur sempre!
- Sì, - incalzò
Laurenti, - bella cosa davvero! Con questa luce che splende fuori, voi sarete
qui, rinchiusa in uno di questi androni, soffocata in una di queste nicchie,
col capo da questa parte e i piedi dall'altra. Non vedrete più la terra, il
mare, i fiori, sorriso di Dio. Qui sempre, sola, sola! Una volta all'anno, le
cerimoniose usanze del mondo tireranno quassù un branco di curiosi viventi, che
non volgeranno nemmeno uno sguardo su voi; gente felice, o distratta,
dimentichevole sempre, che verrà a fare la sua passeggiata, e sarà molto,
imperocchè i cento presenti faranno pensare ai centomila che stanno lontani. Se
i morti pensano, se l'anima loro rimane e in qualche modo si dà pensiero del
suo abito logoro, e' debbono pure dolersi di aver posto il loro affetto in
cuori di sasso, di aver sudato per figli ingrati, di aver patito per chi non
rammenta più che fossero nati. E allora che pensieri, che amarezze, nella notte
di quelle nicchie sconsolate! Addio, Caterina dai capegli d'oro! Io non ho mai
vegliato sotto le vostre finestre, non ho mai desiderato uno de' vostri sguardi
fiammanti; pure, non vengo mai al camposanto, senza salire quassù, a salutarvi
e portarvi le novelle degli uomini che vi hanno dimenticata. -
Ciò detto, Guido si
volse alla donna gentile che stava ad udirlo.
- Ed ecco, o signora,
per chi spesso si muore. L'amore.... bella cosa! Pigliatevi il fastidio di
morire per cotesto, di lasciare il sole, i supremi diletti della intelligenza,
le ineffabili consolazioni della fede, della carità, della speranza, il gusto
delle arti, la curiosa investigazione delle scienze, la ricerca delle anime
buone che intendano la vostra, e colla vostra facciano manipolo contro il volgo
profano! Il Nume, a cui v'immolate, merita davvero il sacrifizio di questi
nonnulla! -
- E le vostre
consolazioni non tradiscono del pari? La ricerca delle anime buone non conduce
ella forse di sovente in inganno?
- Sì, di sovente; ma chi
cerca trova; gli inganni sono fermate, sono ostacoli, che non debbono
disanimare i generosi, come il mal esito di uno sperimento non disanima il cultore
della scienza. Del resto, il paragone tra l'amore e le altre consolazioni di
cui vi ho parlato, non corre. Lo scienziato che studia, non si avvilisce punto
per aver fallita la strada; l'uomo che ha errato nel giudicare degli altri, non
si disonora a sperare che nuovi amici valgano meglio dei primi; laddove nelle
cose di amore, segnatamente per le donne, il cercar molto, il far troppi
sperimenti, conduce alla abbiettezza. Ma, appunto perchè non si possono
moltiplicare le prove, appunto perchè bisogna starsene alle prime, non s'ha
nemmanco a sentenziare sommariamente e condannarsi da sè a scontar la pena di
un errore. Gli affetti mal posti, quando si riconoscono tali, contristano; ma
non dobbiamo altrimenti lasciarci sopraffare; tanto più che l'amore, considerato
in sè stesso, non è punto necessario alla vita.
- Dite da senno?
- Del migliore ch'io
m'abbia. Anche in me, per avventura, la pratica potrà romper guerra alla
teorica; ma, ch'io ami o no, non rileva, non toglie nulla alla bontà della
tesi. E la mia tesi è questa, che si può vivere senza amore, che fuori
dell'amore v'hanno gioie sublimi, altissimi conforti. Nè già pretendo che
ognuno abbia ad intenderla così. Tutti vogliono provare, ed hanno diritto a
provare. Ma io parlo per le anime inferme, che hanno provato e patito. L'amore
non deve uccidere; non si ha da sacrificare a lui l'esistenza. Io lo considero
come uno dei colori che compongono l'arcobaleno della vita, come un elemento
che affina le anime, iniziandole al dolore ed alla pietà. Ma, passato l'amore,
grandi cose rimangono ancora; rimane, verbigrazia, la carità, questa altissima
tra le passioni, che ha tante forme, tante diramazioni quante sono le forme, i
meati, della operosità umana. -
La signora Argellani era
fortemente commossa. Il luogo, le dolorose sensazioni, il parlare tra
sarcastico ed affettuoso, tra sdegnoso e malinconico, del giovine Laurenti,
avevano destato un tumulto di pensieri, una vera rivoluzione nel suo spirito
infermo.
Erano intanto usciti
all'aria aperta, ed ella si era seduta su d'uno scaglione presso un cortiletto,
dov'era la postierla del camposanto, che mette alla viottola sul dorso della
montagna. Là seduta, la donna gentile stava raccolta in sè stessa, quasi ad
udire il suono delle vigorose parole di Laurenti nel profondo della sua anima,
suono che svegliava tanti echi e destava tante voci confuse.
Dopo una breve pausa,
Guido si mosse, e nelle zolle erbose che facevano tappeto a' piè di un
muricciuolo, colse una margheritina, che portò alla signora Argellani.
- Sarà, - disse egli -
un ricordo del cimitero che porterete in città.
- E voi, - si fece ella
a dire, seguendo il filo dei pensieri che internamente rivolgeva, in quella che
pigliava il fiorellino dalle mani del giovine - non avete nessuna memoria qui
dentro?
- Nessuna, salvo quel
venerando amico che vi ho detto.
- Non una donna? -
proseguì la signora Luisa. - E che cosa venivate così di sovente a far qui?
- A passeggiare. Le urne
fanno bene allo spirito, anche quando non siano tutte urne di forti. Venivo qui
a passeggiare, a pensare, per tutti coloro che non pensavano punto.
- Credevo che solo una
morta avesse potuto tirarvi qua.....
- Una morta..... sì c'è
stata una donna morta, ma non della morte materiale; però essa non dorme nel
cimitero. L'ho sepolta qui.... - così dicendo, Guido accennava il cuore - e la
pietra, che vi ho posta sopra, non s'ha più da smuovere. -
La signora Luisa, a
queste parole, alzò gli occhi per guardare in volto Laurenti, e, per la prima
volta, nel suo medico, nell'amico, vide un fratello nel dolore.
- E perchè - chiese ella
- non discacciarla del tutto dal vostro cuore?
- No, signora; bisogna
ricordar sempre. Perdonare è da generoso; dimenticare è da stolto. Ricordare
dunque, ma non morire, perchè non abbiano a riderne gli sciocchi.
- Potreste aver ragione;
- soggiunse ella, con aria pensierosa. - La morte è assai brutta qua entro. -
Un lampo di gioia balenò
negli occhi di Laurenti, ma la signora Argellani non se ne addiede.
- Andiamo via - disse ella,
poco stante, al suo compagno. - Mi sento oppressa da quest'aria di tomba. -
Laurenti fu sollecito ad
accompagnarla verso la porta, che era chiusa da un semplice saliscendi.
- Andiamo in giù per la
viottola - le disse egli - e non avrete a rifare la strada in mezzo al marmo e
alle croci. -
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