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XIX.
Egli era un sontuoso
appartamento, quello della Perrotti, in via Palestro. Le sale non erano
stragrandi, come quelle dei vecchi palazzi, ma spaziose abbastanza, e la
quantità teneva luogo dell'ampiezza, imperocchè di due quartierini, posti al
medesimo piano, se n'era fatto un solo, e ci stava ad agio in una fila di
salotti, dove, alle conversazioni del lunedì, o a qualche festa da ballo,
conveniva la miglior compagnia, vo' dire la più ricca e la più sfoggiata di
Genova.
Oltre la sala da ballo, i
salotti da conversazione e la credenza, c'erano le camere da giuoco sacre al goffo
tradizionale, giuoco genovese pretto sputato, contro cui si sono rintuzzate le
armi della moda, tiranna ordinatrice di whist e di lansquenet,
come di crinolini rigonfi e di vesti sfiancate, di spalle ignude e di
capigliature tolte a prestanza. Là, il signor Cesare Perrotti, perdendo quasi
sempre di bei danari, s'era guadagnato il nome di magnifico, egli che usava
lesinare la mattina sui venti centesimi in piazza de' Banchi, egli che non
aveva mai reso servizio ad un amico in angustia.
Del signor Cesare
Perrotti vo' appunto raccontarvene una che vi darà un giusto concetto
dell'uomo. Un giorno fu da lui un tale, suo conoscente e degnissima persona,
per chiedergli un migliaio di lire ad imprestito. Costui non era ricco, siccome
vi tornerà agevole argomentare dal bisogno che aveva; ma gentiluomo perfetto
qual era, e universalmente stimato, metteva la sua onoratezza a guarentigia
della restituzione. Il signor Cesare Perrotti non poteva dirgli asciuttamente
di no, nè come ricco mercatante, nè come uomo che la pretendeva a gran signore.
Ma rastiate il Russo, dice il proverbio, e sotto l'intonaco v'apparirà sempre
il barbaro. Ora sotto l'intonaco del signore e del ricco, c'era sempre il
Perrotti. - Mi duole, rispose egli all'amico bisognoso, mi duole davvero di non
potervi accomodare di questa somma. Come sapete, io traffico insieme col
Branca, e nella nostra ragione di commercio c'è una clausola molto fastidiosa,
che m'ha più volte vietato di far servizio agli amici, quella cioè di non far
mai imprestiti sulla cassa comune. - Ma, aveva risposto quell'altro, egli non è
già alla casa Perrotti e Branca che io domando questo servizio... - Sì, sì,
intendo quello che volete dirmi, ma lasciatemi finire. Io, sempre per questo
malaugurato atto di società, non piglio dalla cassa che ventimila lire
all'anno, per mantener la famiglia, e il mio socio del pari. Ora, che cosa si
fa con ventimila lire all'anno? Io lo domando a voi. Mettete su casa, tenetela
in piedi con un certo decoro, senza scialaquo, e ve ne accorgerete al finir di
dicembre! Avevo ancora tremila lire di sparagni, e le ho imprestate la
settimana scorsa ad un tale, che conoscete anche voi, e rimarreste grandemente
meravigliato se vi dicessi il nome. Già capisco che quelle tre mila lire io
dovrò segnarle tra le partite perdute, ma tutti facciamo la nostra parte di
minchionerie. Figuratevi, amico mio, se non vi accomoderei di questa piccola
somma, sol ch'io potessi!..... Per fortuna, se non posso io, ci saranno
cinquanta altri che si ascriveranno a ventura di darvi una mano in questo
vostro bisogno.
In questa guisa si
sgabellò il Perrotti; ma quanti altri non s'avranno a riconoscere in questo
bozzetto? Imperocchè, già m'è occorso di dirvelo, io copio dal vero, e posso
dire a parecchi, con Orazio Flacco alla mano:
......mutato
nomine, de te
Fabula
narratur.
E adesso gli è tempo di
indossare il vestito nero, coi guanti paglierini, e di entrare nella festa da
ballo dei Perrotti.
La signora Aurelia aveva
già raccolti in casa tutti i suoi convitati. Nelle sue sale, alla luce dei
doppieri, splendevano le più celebrate bellezze ligustiche, ornate, o no, di
blasone, la Cisneri, la Roccanera, la Morati, la Vallechiara e tante altre. Tra
gli uomini si notavano il Nelli di Rovereto, che aveva rassegnate da poco tempo
le sue spalline di maggiore per non allontanarsi dalla Torralba, della quale
era più che mai invaghito, il Pietrasanta, il Percy. Seguiva poi uno sciame di
farfallini, solita mercatanzia, anzi zavorra di tutte le feste da ballo, senza
di cui la contraddanza non avrebbe più il numero giusto di figure, e la polka o
la scozzesa lascierebbero troppe signore a far tappezzeria di rincontro alla
parete. Grande era lo sfarzo, non di diamanti, poichè la era una festa senza
cerimonie (così almeno dicevano i padroni di casa), ma di sete, merletti, e
foggie che avrebbero indotto in tentazione anco il povero Sant'Antonio.
Le danze erano per
cominciare, allorquando un accalcarsi di uomini nelle prime sale, un pissi
pissi, un voltar gli occhi curiosi tutti da un lato, annunziarono l'arrivo di
una bella signora. La padrona di casa le era già andata incontro, e la
conduceva nel folto della compagnia, in mezzo a due ale di riguardanti
ammirati.
Era la signora
Argellani, vestita di raso bianco con uno strascico abbondante, gli sgonfi
della veste, i cappii e il dinanzi della vita raffermati da ramoscelli di
fiorellini della memoria (vergiss-mein-nicht), i quali facevano eziandio
bella mostra di sè nelle treccie nere, e col loro castissimo colore
azzurrognolo non offendevano la bianchezza del volto, anzi giovavano a metterne
in rilievo quel po' d'incarnato che già cominciava a mostrarsi sulle guance
della bellissima donna.
Il vecchio signore che
la accompagnava, era tutto pomposo, e andava in gota contegna, con quell'aria
che vuol dire alla gente: ammiratemi ed invidiatemi. Ma chi non li conosce e
non li pesa, questi innocenti amici di tutte le donne, piante parassite
sull'albero della bellezza, talfiata draghi posti a custodia, che si contentano
di guardare il pomo e non lo toccano mai? Veri servitori delle gran dame, e'
vivono vicino ad esse, ma sempre in anticamera, e se qualche volta hanno sui
visitatori il vantaggio di vederle nelle ore indebite, si ha a credere che ciò
avvenga perchè le dame sullodate non li hanno neppure in conto di uomini.
L'apparire di quella
donna produsse una vera rivoluzione negli animi, e mentre molti ammiravano
quella stupenda figura, molti altri avrebbero voluto essere invisibili agli
occhi suoi. La più parte dei convitati la conoscevano, e parecchi tra essi,
uomini e donne, le erano stati dimestici, ma l'avevano a poco a poco lasciata
sola; v'erano anzi taluni ai quali non era neppur sembrato dicevole
allontanarsi da lei con un po' di rispetto alle convenienze sociali; ed erano i
più famigliari. Ella stessa, dal canto suo, s'era lasciata andar giù, aiutando
in tal guisa l'oblio dell'universale. Percy l'aveva abbandonata; che le
importava del rimanente? Ferita nel cuore, ella si lasciava morire, e
dimenticare innanzi d'esser morta, ma non odiava, non disprezzava nessuno; la
sua maggior vendetta era stata quella di mettere nell'albo il ritratto del
Percy accanto a quello della marchesa Bianca. Atto puerile forse, ma indizio
d'anima nobile. E così ridotta allo stremo, si appartò dal mondo, siccome il
mondo si appartava da lei. Se non che ella era inferma, morente, e la sua
generosa noncuranza non iscusava punto l'oblio di quella gente tra la quale era
vissuta, alla quale aveva dato i più belli anni della sua giovinezza.
Cotesto farà intendere
ai lettori che spero benevoli al mio racconto, come il vederla risanata,
rientrar d'improvviso in iscena, riuscisse a molti peggiore di una mazzata fra
capo e collo, e in taluni destasse come una ansiosa curiosità, in tal'altri il
rimorso.
Tra questi ultimi più
colpevole e più fieramente combattuto il Percy; al quale la sua apparizione
gelò il sangue nelle vene come se fosse stata la testa di Medusa, sicchè egli
non ebbe nemmanco la forza di muoversi dalla scranna su cui stava seduto presso
la marchesa Bianca di Roccanera.
Povero regnatore di
salotto! Egli era da qualche tempo assai giù. I suoi vagheggiamenti non gli
avevano fruttato un bruscolo presso quella superba, che gli usava sempre le
solite cortesie, ma gli faceva scorgere molto chiaramente che il suo gli era
tempo sprecato. La marchesa Bianca non amava altri che sè; il leggiadro Percy,
diventato suo adoratore, aveva saziato la sua vanità, e non c'era per lei più
altro da spremerne. Per tal modo egli era capitombolato nel fosso, innanzi di
afferrare i bastioni, e non è a dire com'egli fosse avvilito di quello smacco.
La vergogna, soltanto la vergogna, lo riteneva colà, argomento alle beffe
dell'universale, dispettoso, ingrugnato con lei, che fingeva di non addarsene
punto, in quella che faceva buon viso alle cavalleresche gentilezze del duca di
Marana y Cuelva, un giovine spagnuolo che correva per suo diporto da un capo
all'altro del mondo, e si riposava un tratto a Genova di un suo recente viaggio
alle Indie.
Donna di buon gusto, e
di fino accorgimento, quella marchesa Bianca! Senza muoversi, e sopratutto
senza commuoversi, ella sfiorava l'etnografia, facendo un albo di adoratori di
tutte le razze. Chi sa che a furia di studiare, di raffrontar tipi diversi,
ella non giunga alla scimmia! Gli è questo, dicesi, l'ultimo passo degli
scienziati odierni, e certo, senza mestieri del dicesi, è l'ultimo passo di
molte superbe, le quali, dopo aver molto cercato, e molto rifiutato, fanno capo
a qualche gramo personaggio, diventato di botto l'archetipo della specie.
Lo stato di Percy era
compassionevole davvero. La signora Perrotti non gli aveva lasciato trapelar
nulla di quella apparizione improvvisa. E come d'altra parte avrebbe ella
potuto dargliene sentore? La relazione di lui colla signora Argellani era come
tante altre che si stringono e si rompono di continuo in questa nostra società
bastarda. Tutti sapevano di quella intrinsichezza, ma tutti dovevano ignorarla
del pari. Egli andava in casa della Luisa, come tanti e tanti altri; era sempre
dove ella era, e mai dov'ella non fosse; ognuno poteva mormorarne alla
spartita, nessuno buttargli sul viso quella indebita frase: voi, voi siete
l'amante. La signora Perrotti non poteva dire a Percy, anche se lo avesse veduto
i giorni innanzi, «badate che verrà l'Argellani» senza aver l'aria di sapere
che c'era stato del fuoco e poi del ghiaccio tra i due, e che egli non aveva
nemmanco ricordato il suo debito di cortesia verso l'inferma.
E poi, che serve? la
signora Perrotti non si dava un pensiero al mondo delle angustie di quel
leggiero corteggiatore di donne; ella badava a restituire in trafitture
profonde i colpi toccati alla sua vanità. In quel battibuglio che ella pensava
di far nascere, ce n'era per lui, vecchio ingrato, come per tante donne, regine
di fresco, alle quali doveva sicuramente nuocere l'apparizione di quella donna,
fantasma del passato, bellezza rinnovata, resa più efficace dalla oscurità in
cui s'era lungamente costretta. La Luisa Argellani ricordava all'Aurelia,
impastata di bellezza e di fiele, ciò che questa aveva patito per lei; ma
poteva essere anco un'arma potente, un carro falcato da scagliarsi contro altri
nemici, a vendicare più recenti sconfitte. Arcani del cuore! È egli mestieri di
altre parole per farli intendere ad ogni generazione di lettori?
Ora l'effetto del carro
falcato fu grande, più grande di quello che non s'argomentasse l'Aurelia. Come
è bella! dicevano gli occhi di tutti, voltandosi alla nuova venuta. Intorno agli
altri soli (soli che ricevono luce e calore, come ho già detto al principio di
questo racconto, e non ne danno ai pianeti), intorno agli altri soli s'era
fatto un ambiente freddo; v'ebbero donne le quali si credevano amate, e in quel
momento sentirono mancarsi qualcosa d'attorno, e sto per dire l'aria
respirabile. L'ammirazione era tutta laggiù; i pianeti raggiavano tutti verso
la signora Argellani.
La bellissima donna
sorrideva; di sotto all'arco eminente delle lunghe sopracciglia, i suoi occhi
mandavano lampi, ma non già di tempesta; l'incarnato del volto non diceva
soltanto la ricuperata salute, ma eziandio la modesta contentezza della
vittoria. Strinse affettuosamente la mano alla Roccanera; si lasciò presentare
qualche nuovo cavaliere, e presto fu dintorno a lei un crocchio di
gentiluomini, una gara di motti leggiadri.
E intanto che faceva il
Percy? Egli stette parecchi minuti sopra di sè; poscia, come uomo che dopo aver
lunga pezza combattuto, si ferma ad una deliberazione che non gli par buona, ma
che è pure l'unica a cui possa appigliarsi, si armò di coraggio e si fece
innanzi. La signora Luisa aveva notato ogni cosa, ma il suo viso sereno non
lasciava trasparir nulla delle fatte considerazioni.
- Posso io salutare la
signora Argellani?
- Oh, signor Percy, Ella
può farlo certamente. Io non ho dimenticato i miei vecchi amici.
Ella aveva detto queste
parole con tanta cortesia e insieme con tanta misuratezza, che nessuno degli
iniziati ai pericolosi nascondimenti di quel dialogo, potè scorgervi ombra di
seconde intenzioni. Le donne stesse, che pur capiscono tante cose, non capivano
nulla di quella schietta urbanità, non potevano cavarne un costrutto. Ella non
aveva premuto della voce su nessuna parola; quella sua risposta era stata una
musica, un sorriso, ma senza affettatura, senza ostentazione di sorta.
- Ah! - disse alla sua
vicina un tale che s'imputava a volerla indovinare. - La è sempre innamorata
come prima. Non vedi quei ramoscelli di non ti scordar di me?
L'Argellani è sempre stata quella dei simboli. La viene per riconquistare il
Percy.....
- E ne verrà - a capo -
rispose l'amica, - perchè la Bianca lo tiene da un pezzo sull'uscio, a morire
dal freddo. -
In breve, passato di
bocca in bocca, recato da un crocchio all'altro, fu quello il concetto
universale. Percy stesso, senza saper nulla di que' ragionamenti, vedendosi
così bene accolto da lei ed onorato di particolari discorsi, se pure non lo
disse chiaramente a sè medesimo, certo ne adombrò in cuor suo e ne accarezzò
quasi inconsapevolmente il pensiero.
La marchesa Bianca era
in gran faccende pel ballo, ed egli ne fece suo profitto per rimanere da presso
alla Luisa, non già solo con lei, ma di brigata con altri parecchi, i quali
tenevano vivo il discorso.
In un intermezzo delle
danze, il crocchio si accrebbe. Il duca di Marana si faceva presentare dalla
padrona di casa alla signora Argellani. Era un bel giovine, il duca di Marana y
Cuelva; forte di ricchezza e di nobiltà in un mondo nel quale non si pregiano
che queste due cose; d'ingegno e di cognizioni svariate, che lo facevano amare
dagli uomini assennati; di modi leggiadri e magnifici, che lo rendevano accetto
alle donne. Se fosse uomo da lasciare il suo cuore in pegno, non era noto, e
non si poteva ancora argomentarlo dal corteggiar che faceva la marchesa Bianca;
ma io potrò parlarvene con più agio in un'altra storia, vera come questa, che
mi farò a raccontarvi, se m'accorgerò che a questa facciate buon viso.
La presentazione del
duca di Marana fu il colpo di grazia per gli ondeggiamenti del Percy. Ah, ah!
pensò egli. Costui che corteggiava la Bianca, or viene a' piedi della
Luisa!.... Ma qui non troverà certamente vanità di femmina da accarezzare.
E questo pensiero
intanto accarezzava la sua. La Luisa, quella Luisa che egli aveva abbandonata per
correr dietro alla marchesa Bianca, valeva ben più di costei, se l'adoratore
novello della Roccanera disertava con armi e bagagli per venire nel campo della
Argellani. Ora cotesto, meglio assai che le grazie evidenti della persona di
Luisa, significò a lui l'efficacia di quella rinnovata bellezza, e lo fortificò
nel suo folle proposito.
- Signora - disse il
Marana, inchinandosi davanti alla Luisa, - io non mi sono fatto presentare a
Vostra Mercede soltanto per ossequiarla, ma eziandio per iscrivere il mio nome
nel suo libriccino, se egli c'è un foglietto bianco per me. Mi concede Ella
l'onore di una contraddanza, o d'altro ballo che non abbia impromesso?
- Signor duca, io debbo,
con mio grande rammarico, negarle questo nonnulla, come agli altri gentili cavalieri
che me ne hanno richiesta. Son fresca di malattia, e non ardisco ancora provar
le mie forze.
- Mi duole - soggiunse
il Marana; - ma Vostra Mercede non avrà certamente negato a nessuno la grazia
di rimanerle vicino.
- Oh questo poi no. -
Il duca di Marana si
sedette presso a lei, pigliando il posto che gli offriva cortesemente un amico,
e cominciò allora una gaia conversazione che non dovea garbar punto al Percy.
Il cuore di costui pativa un'aspra battaglia, al vedere Luisa tanto cortese col
giovine spagnuolo; la qual cosa lo conduceva all'amarissima considerazione che
quella bellissima era stata sua, e che egli non era più nulla per lei, nè aveva
più ragione a dolersi.
Luisa cionondimeno era
sempre pari a sè stessa, e non faceva differenza tra lui e il Marana, od altri
de' suoi ammiratori stretti a crocchio d'intorno al sofà sul quale essa stava
adagiata. A lui spesso volgeva la parola amorevole, incuorandolo a parlare, ed
egli notò che ella, avendo per caso a ragionare della marchesa Bianca, ne disse
un gran bene, senza che dalle sue parole trapelasse pure un'ombra di rancore.
Ma così fatto è il cuore dell'uomo, che perfino quelle schiette lodi tornavano
amare al Percy, il quale avrebbe amato meglio scorgervi uno zinzino di gelosia.
Alla credenza, dove il
duca di Marana la condusse, fu un vero trionfo per la donna gentile. Il ballo,
quando ripigliò, ebbe a rimanere un po' fiacco, per la contumacia ostinata dei
cavalieri. Sissignori, cotesto avvenne, contro tutte le buone creanze. Ognuno
di que' vagheggini pensava che la sua assenza non avesse a far sconcio, e per
tal modo ne rimasero una dozzina, a far le viste di satollarsi, ma nel fatto
per non allontanarsi dal contemplare la regina della festa, che tale essa era
stata salutata per acclamazione.... di votanti maschi, s'intende.
Luisa che si addiede di
quella diserzione dal ballo, e non voleva po' poi farsi odiare oltre il bisogno
dalle sue sorelle in Eva, fu costretta a mandare, con dolci esortazioni,
parecchi de' suoi conoscenti nella sala delle danze.
Uno dei più renitenti
ebbe l'impertinenza di rispondere, così forte che tutti potessero udirlo:
- Vado, signora, vado,
ma solo perchè ella me lo comanda. -
Bel complimento invero
per la dama alla quale egli andò a chieder l'onore di una mazurca.
Della signora Argellani,
che era là seduta a sostenere gli assalti della ammirazione verbosa di otto o
dieci cavalieri, le galanterie foggiate a madrigale, e gli inni ristretti,
lampeggiati in languide occhiate; della signora Argellani, dico, si notava la nobile
compostezza, si levavano a cielo le risposte leggiadre, si respiravano
avidamente i sorrisi. Uccisa dai caritatevoli rimpianti delle donne, ella
rinasceva nello spirito innamorato degli uomini. E chi aveva ardito dire
ch'ella fosse imbruttita, se era anzi bellissima, e nessuna delle più celebrate
per eccellenza di forma poteva entrare a paragone con lei? Che occhi profondi!
che profilo delicato! che collo voluttuosamente tornito! E giù una filatessa di
pregi, in lingua pigliata a prestanza dal pittore e dallo scultore. I signori
uomini sono assai materiali quando nei loro crocchi ragionano delle bellezze di
una donna, e ci hanno del brutale nella loro ammirazione.
Ma brutale o no,
l'effetto era grande. Perfino la rinomata bellezza della marchesa Bianca aveva
impallidito dinanzi alla regale maestà di persona della nuova venuta, e dinanzi
alla divina serenità di quel viso. Fu insomma un subisso, una battaglia
campale, una vittoria per quella rinnovata bellezza che appariva d'improvviso,
tremenda, irresistibile, giusta il biblico paragone, come oste schierata in
campo.
«Non ti scordar di me»
dicevano umilmente i suoi fiori; ma il trionfo oltrepassava que' modesti
desiderii. In quella che taluni si pentivano d'averla dimenticata, il suo regno
era assicurato su salde basi nel cuore di tutti. Ella rientrava loricata,
catafratta, in quella società dove il suo petto inerme aveva ricevuto un colpo
terribile, e dond'era uscita semiviva; vi rientrava col cuore sano, libero e
forte, educata dai suoi danni a conoscere uomini e donne, a non amare nè
odiare; magnanima, non fiaccamente pietosa; superba, non orgogliosa, come colei
che sapeva la sua forza e si sentiva di tutti a gran pezza migliore.
E nessuno la aveva
intesa, quella pericolosa guerriera; nessuno aveva indovinato il segreto
dell'anima sua generosa.
Cotesto doveva tornar
fatale al Percy.
Il giovinotto aveva
fatto male i suoi conti, come tutti coloro che lasciano far d'abbaco alla
propria vanità. Meglio per lui se avesse dato ascolto alla vergogna, la quale gli
diceva di non osare. Ma la vanità era a tortura; la gelosia di quella donna che
era stata sua, rinasceva più gagliarda, quanto più gli altri tutti la dicevano
bella e colle parole e con gli occhi. Gelosia e vanità lo persuasero a
ridiventar tenero; dopo essere stato villano. Infine, per chi era il dolce
richiamo di quei fiorellini simbolici che le adornavano tutta la persona, se
non per lui, per l'antico ed unico amante? Se ella avesse incominciato un
romanzetto amoroso col suo medico, siccome era stato bisbigliato da
qualcheduno, perchè sarebbe venuta alla festa da ballo? E perchè, dato il caso
di un capriccio che l'avesse fatta uscire dal suo eremo, perchè il medico, che
pure dicevano essere un giovanotto, non c'era anche lui? No, no, il medico non
c'entrava punto; quell'amore sbocciato di fresco tra una ricetta e una toccata
di polso, era una calunnia bella e buona; Luisa non amava nessuno; dunque....
Il dunque veniva pe'
suoi piedi; dunque ella poteva amar lui, anzi lo amava ancora, non aveva mai
tralasciato di amarlo. Que' fiori erano una confessione ed una preghiera: o non
era quella una donna che aveva aspettato di ripristinarsi in salute, per
tornare, armata di tutto punto, fresca e bella come prima, a ripigliarsi il
suo? Sì certo, la era così, non poteva essere altrimenti.
Fatti tra sè questi bei
ragionari, Percy colse il momento che potè dirle due parole da solo, e fattosi
animo le susurrò questa frase:
- Mi permettete di
venire ad implorare perdono?
Ciò detto, chinò gli
occhi a terra e stette tutto tremante ad aspettare la risposta. Fu quello un
momento terribile per lui; la terra gli mancava sotto i piedi, e dimenticandosi
di aver ragionato con tanta logica pur dianzi, già si sentiva fulminato da uno
sguardo e da una parola di superbo dispregio.
Ma egli, chinato
com'era, non vide lo sguardo, e la parola giunse in quella vece al suo orecchio
dolcissima e carezzevole.
- Perdono? di che, sig.
Eugenio? di non essere venuto a vedermi? Oh, non avete bisogno di scuse; io ho
inteso benissimo lo stato vostro. Sarete stato trattenuto....
- Sì; - s'affrettò egli
a soggiungere, cogliendo imprudentemente il pretesto che ella gli offriva; -
compiangetemi; ho avuto molti torti con voi, ma vi giuro....
- Oh, ve li ho già
perdonati, i vostri torti; - proseguì la signora Argellani. - Noi donne
intendiamo di molte cose, senza bisogno che ci si dicano, e impariamo ad essere
generose... Ma non parliamo di ciò; ecco qui il duca di Marana che torna.
- Questa donna ha da
ridiventar mia! - esclamò tra sè il Percy, e in quella che l'altro si
avvicinava alla signora, si pavoneggiò da lunge in uno specchio che copriva
tutta la parete di rincontro. Le grazie irresistibili del suo volto non erano
punto scemate, e il nostro eroe, rifattosi animoso, pensò con lieta baldanza a
que' tempi in cui sapeva ridere e piangere così bene, e commuovere a suo
talento quel cuore di donna.
Povero vanitoso!
Mezz'ora dopo, egli e il duca di Marana accompagnavano la signora Argellani
fino alla sua carrozza dov'ella salì in compagnia del vecchio custode che ho
già fatto conoscere di profilo ai lettori.
Quella notte la marchesa
Bianca se ne andò a casa soletta; chè non poteva parerle compagnia quella di
due o tre vagheggini di second'ordine, solite ombre di Percy, quando c'era lui
per ricondurla da teatro o da qualche veglia notturna.
Intanto alla signora
Luisa, nel salire in carrozza, era parso di raffigurare sul margine opposto
della strada il volto mesto e severo di Guido Laurenti. Il cuore le balzò forte
nel petto; rispose a mala pena poche scucite parole ai complimenti di commiato
de' suoi accompagnatori, e si rannicchiò pensierosa nel fondo della carrozza,
che pigliava al piccolo trotto la discesa della via.
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