|
VI.
Ma gli errori non sono tutti
illusioni; possono essere allucinazioni. Si ha un'allucinazione quando non solo
ci inganniamo sulla causa della sensazione, ma non abbiamo nemmeno la
sensazione che crediamo di avere; secondo i fisiologi nell'allucinazione il
sensorio è nel medesimo stato che nella sensazione, ma questo stato non è
prodotto da un'impressione esterna ed oggettiva, bensì interna e soggettiva.
Ebbene, si può dire che i
fenomeni medianici siano allucinazioni? Tutti quelli, ai quali racconto ciò che
ho veduto, mi fanno la gentilezza di dirmi che ero probabilmente allucinato. Ai
quali rispondo una volta tanto:
1° Che questo possono crederlo
essi che non hanno veduto, ma non io che ho veduto. So bene che la mia
asserzione non è una prova sufficente per loro, perchè, se per ipotesi sono
allucinato, è naturale che io creda di avere una sensazione che non ho. Ma
l'asserzione di me, che credo fermamente aver veduto, val sempre più di quella
di loro che non erano presenti. Non tocca a me a provare che ho veduto: tocca a
loro a provare che non ho veduto. E non provano niente affatto. Tutto quello
che dicono è che la mia può essere stata un'allucinazione; e che quindi,
tra un fenomeno medianico, per es. un apporto che per loro è impossibile, ed
un'allucinazione, che è possibile, scelgono questa.
Al che io rispondo che
l'allucinazione non è come un'illusione; è un caso morboso, patologico, è
indizio di un'alterazione delle funzioni psichiche. Perciò l'amico di un mio
amico diceva che, il giorno in cui credesse di vedere un tavolo alzarsi da sè,
andrebbe difilato a consegnarsi al manicomio28; ma io non mi voglio
consegnare. Coloro che sospettassero di me, si informino dai miei colleghi e
dai miei studenti, dalla mia famiglia e dal mio dottore, e sentiranno che
respiro male e digerisco mediocremente, ma non ho mai dato motivo di dubitare
delle mie facoltà mentali.
Essi risponderanno forse che
un'allucinazione isolata può prodursi anche in un individuo sano quando si
trovi in circostanze eccezionali, come sono le stregonerie e le evocazioni dei
morti; e che allora l'attenzione aspettante, l'immaginazione esaltata ed altri
simili eccitanti possono produrre in lui l'allucinazione che non si produce
normalmente quando fa lezione o fa colazione. Al che rispondo che durante gli
esperimenti sono molto attento, come può esserlo il Koch quando guarda i
bacilli attraverso il microscopio o lo Schiaparelli quando considera Marte
attraverso al telescopio; ma che non avevo mai sentito dire che si dovesse
diffidare delle osservazioni degli uomini attenti e fidarsi dei distratti.
Quanto all'esaltazione, rispondo che ero spesso esaltato all'indomani
dell'esperimento e farneticavo sulle conseguenze a cui mi trascinava l'evidenza
dei fatti constatati; e confesso che mi esalto qualche volta discorrendo di
spiritismo, per effetto della contraddizione della maggioranza; ma durante
l'esperimento, senza esser pacifico quanto un gatto che fa il chilo, ero
padrone, padronissimo di me stesso. E quanto all'immaginazione, rispondo che le
mie sensazioni erano spesso ben diverse da quelle che mi ero immaginato. Per
esempio una sera domandai ad uno spirito, evocato per mezzo di John King, che
mi facesse udire almeno una parola, fosse anche sottovoce; essendosi promesso
di esaudirmi, io aspettavo una parola che venisse dalla mia sinistra (dov'era
il medio), a qualche distanza dall'orecchio, (il che mi avrebbe dato sospetto
di ventriloquio); invece, dopo breve aspettazione, sentii due labbra che,
toccandomi alla base della fronte, pronunciarono rapidamente a bassa voce una
frase, di cui non compresi per allora che alcune parole. E altri fenomeni
succedettero spesso, non solo diversi da quel che immaginavo, ma senza averli
domandati. Dunque a me non si persuaderà che ero allucinato.
Aggiungo che non si può
persuaderne alcuno di quelli che hanno veduto, nè spiritisti nè non spiritisti.
L'allucinazione è un'ipotesi che fanno quelli che non hanno veduto, per esempio
l'Hartmann; ma non lo fanno mai quelli che hanno veduto; questi, o ammettono i
fatti, o, se li negano, ricorrono all'ipotesi dell'impostura. Egli è vero che
l'ipotesi dell'allucinazione l'ammette anche il Lombroso; ma egli ammette, come
vedremo, un'allucinazione di nuovo genere, un'allucinazione prodotta da
un'impressione esterna. Tante persone che dicono di aver veduto non possono essere
ammalate di cervello, nè ammalarsi in occasione delle sedute spiritiche per
effetto della loro immaginazione esaltata. Dunque le nostre sensazioni non sono
prodotte da cause interne, ma da una causa esterna, ossia sono vere sensazioni
e non allucinazioni.
So bene che si può dire che
questa causa è esterna, ma non è ciò che crediamo di sentire: è la forza
psichica del medio; è il medio che ci magnetizza e ci suggestiona e ci fa
creder di vedere quello che non vediamo. Naturalmente bisogna aggiungere, (e
colla credulità antispiritica si può fare anche questo), che il medio ci
magnetizza senza che egli lo voglia e senza che noi lo sappiamo; ossia, come
suggerisce Hartmann, che il medio è allucinato e ci comunica la sua
allucinazione; egli è in una condizione di sonnambulismo larvato, e fa prender
parte al suo sogno noi che siamo svegli. Siccome normalmente questo non succede
mai, bisogna supporre o che gli spettatori siano molto deboli, (e per es. che
il Lombroso e i suoi quattro alienisti fossero molto sensitivi, psicopatici,
nevrastenici e mezzo isterici), o che il medio abbia una gran forza, una forza
magnetica eccezionale. Ad ogni modo questa forza psichica sarebbe una causa
esterna, e queste allucinazioni non sarebbero più allucinazioni nel senso ordinario
della parola; poi questa forza psichica sarebbe una forza finora ignota, una
forza occulta; e poi vedremo più innanzi che non potrebbe spiegare che una
piccola parte dei fatti medianici. Io non posso a meno di esclamare fin d'ora
col capitano Burton, il celebre esploratore: «Se qualche cosa potesse farmi
fare il gran salto dalla materia allo spirito, sarebbe l'estrema e completa
irragionevolezza delle ragioni con cui si spiegano le manifestazioni».
2º Di un allucinazione così
comune, da doversi tenere come regolare, non vedrei dunque una spiegazione
piana e naturale. Ma dico di più, che non è un'allucinazione. Qual'è infatti il
criterio della verità? la concordanza; perchè, come si suol dire, la verità è
una, o, come diceva Diodoro Crono, la verità è sempre coerente. E qual'è il
segno infallibile dell'errore? la contraddizione. Perciò una sensazione isolata,
che non concorda col gruppo di sensazioni che abbiamo a un dato momento, potrà
sempre essere un'allucinazione. Una notte, tormentato dall'insonnia, mi parve
di sentire distintamente alla mia sinistra, un pò in alto, le parole Gesù,
Giuseppe e Maria, che non avevano alcuna connessione con ciò che stavo
pensando; non dubitai un istante che l'insonnia non mi avesse prodotto una di
quelle allucinazioni ipnagogiche di cui s'accorse il Goethe, che tanti dopo lui
hanno studiato, e che si presentano a tutti al momento in cui passano dalla
veglia al sonno, sebbene pochissimi le osservino, appunto perché dopo si
dorme; non dubitai cioè che fosse un'immagine acustica, che sembrava
intensa come una sensazione, perché non contraddetta dalle vere sensazioni,
(come le stelle si vedono quando non sono contraddette dal sole) e che perciò
la proiettassi erroneamente fuori del centro acustico, anzi fuori di me. Così
potranno essere allucinazioni certe voci inarticolate che ho udito nella
seconda seduta coll'Eusapia.
Potrà esser allucinazione anche
una sensazione ripetuta, sebbene la ripetizione sia una specie di conferma.
Così la voce del genio di Socrate o quella che incoraggiava Giovanna d'Arco.
Così se durante un esperimento mi sento toccare da una mano fluidica una volta,
due, tre, sarà allucinazione.
Potrà ancora essere
allucinazione quando un senso è d'accordo coll'altro. Una giovane contadina
d'Intra cadde una sera da un burrone e si ferì gravemente; nella notte le
apparve suo padre a farle coraggio, a dirle che avesse pazienza, che sarebbero
venuti a prenderla. Il fatto mi fu riferito come un esempio di allucinazione
doppia. E così quando in un esperimento spiritico ho sentito non soltanto una
voce nota, ma ancora il contatto sul volto delle labbra che parlavano, sarà
stata un'allucinazione completa. Sebbene possa anche darsi che invece
l'apparizione d'Intra sia stato un fenomeno spiritico.
Voglio ancora ammettere che
possa essere un'allucinazione quella sensazione che è confermata dalla
testimonianza di altre persone. Veramente il Delboeuf, senza pensare
menomamente allo spiritismo, sostenendo che il criterio della verità è il
consenso degli altri, (la sensazione comune degli Epicurei ), diceva a ragione:
«Ho una sensazione quando gli altri, mettendosi al mio posto, vedono come me;
un'allucinazione nel caso contrario», Ma ammettiamo pure che ci siano delle
allucinazioni collettive e contagiose; queste sono evidenti, per es., nel caso
in cui due persone fanno lo stesso sogno; c'è stato perfino un intero
battaglione francese che per due notti di seguito si è levato di soprassalto
spaventato dalla vista del diavolo (Radestock, Schlaf und Traum, p. 128,
193, ss.).
Ma quando la percezione è
confermata da più sensi e da più persone? In una seduta spiritica a Napoli io
domandava, essendo al buio, che una mano fluidica da cui ero toccato, si
lasciasse stringere da me, in modo che potessi sentire se aveva un anello o no;
allora quella mano mi pose nel dito mignolo un anello, solido come qualunque
anello, e di cui sentivo benissimo la forma; poi lo pose in dito ad uno che
stava in faccia a me, e come me teneva le mani del medio, (ed era meglio che un
carabiniere, un sostituto procuratore del Re); poi lo lasciò cadere sul tavolo
perchè si riconoscesse al rumore; pregato da un altro degli astanti, l'agente
occulto lo lasciava cadere un'altra volta; interrogato se poteva regalarcelo,
rispose col tavolo di no. Qui l'allucinazione doveva essere non solo completa,
ma ancora collettiva.
Ma questo esempio si potrà
ancora rifiutare perchè, sparita la mano coll'anello, non avevamo più altra
garanzia che la memoria. Si potrebbe dire che, sebbene completa e collettiva,
la testimonianza dei sensi era però passeggiera, anzi fugace, come
un'allucinazione. Ma più volte, dopo aver sentito che l'agente occulto aveva
portato sul tavolo degli oggetti materiali, come una sedia, o un tamburello, o
un mandolino, o un piatto di farina, o un candeliere, accendendo il lume si
osservava che questi oggetti non sparivano, ma restavano lì fin che si
lasciavano. Una volta l'agente occulto prese da un vicino lavabo e ci portò sul
tavolo un grosso catino d'acqua; essendo ormai mezzanotte si pose fine alla
seduta; il padrone di casa, mio amico, lasciò il catino sul tavolo, per
verificare alla mattina che non era tornato al suo posto, e che la pretesa
sensazione comune non era una allucinazione. Ora in questo e molti casi simili
si avrebbe un'allucinazione non solo completa e collettiva, ma anche permanente.
Ora la persistenza è per lo Spencer il carattere della realtà; la realtà
esterna è per lo Stuart Mill un gruppo permanente di sensazioni possibili.
Davvero che, se si rifiuta questo segno della realtà, non saprei più
distinguere l'allucinazione dalla percezione più certa ed evidente.
Ma, come dicono gli avvocati,
c'è di più, o signori; perchè i fantasmi hanno lasciato traccie permanenti, non
solo della loro azione sugli oggetti, ma della loro realtà obbiettiva. Taccio
per ora, dovendo tornarci su più innanzi, delle altre prove di questo genere, e
rammenta soltanto che i fantasmi furono fotografati. Prevengo, com'è mio
dovere, che la fotografia dei fantasmi è per ora uno dei fatti a cui credo per
forza di testimonianza; ci credo perchè, avendo io verificato fino a trenta,
crederei di meritare un premio di cocciutaggine rifiutando ancora l'assenso al
trentuno, quando mi è affermato da molte buone testimonianze, fra cui quelle di
Crookes e di Wallace. Chi vuol veder subito una ricca collezione di
testimonianze, consulti il primo volume dell'opera già citata di Aksákow. Ora
un'allucinazione non si può fotografare. La lastra fotografica non può essere
allucinata. Non pretendo con ciò stabilire la realtà degli spiriti e nemmeno
quella dei fantasmi; di ciò discorreremo a suo tempo; voglio dire che una
lastra non può allucinarsi di per sè, per effetto della sua immaginazione
esaltata; che essa non produce un'immagine senza un'impressione esterna; che
dunque anche il fantasma che vedo io non è l'esaltazione di un'immagine mia, ma
un'impressione esterna sui bastoncini e sui coni delle mie retine; che dunque
non è un'allucinazione nel senso ordinario della parola.
Perciò concludo che, se i
fenomeni medianici sono allucinazioni, non ci sarà più mezzo di contraddirmi se
io sostengo che anche il duomo di Milano è un'allucinazione completa,
collettiva, ripetuta, permanente e fotografabile dei Milanesi, allucinazione
che essi comunicano ai forestieri che vengono a Milano29 (i).
|