II.
Colla morte di Don
Giovanni Verità un gran problema religioso si presentava alla riflessione.
Garibaldi condannato dal papa era stato salvato da un prete, cui non si era
osato scomunicare. Perchè? Questo prete morendo ricusava di abiurare il
carattere di tutta la sua vita e il clero dopo avergli amministrato i
sacramenti abbandonava il suo cadavere al popolo, che lo portava in trionfo. Tutto
il suo piccolo paese, tutta la provincia, tutta l'Italia era piena del nome
dell'eroico sacerdote: le persone più disparate per opinione e per nascita, per
educazione e per indole convenivano commossi intorno alla sua bara, dalla
donnina usa a scongiurare col rosario i terrori dell'inferno1 al
vecchio garibaldino cresciuto nell'odio della religione che aveva per lunghi
secoli assassinato la patria, dal magistrato pedantescamente devoto al governo,
al giovane ribelle fremente nell'entusiasmo delle prime negazioni. E ognuno
riconosceva un prete in Don Giovanni. Certo le interpretazioni di tale parola
oscillavano e nelle frequenti clamorose discussioni pochi riuscivano ad
intendersi; ma da tutte il suo carattere sacerdotale usciva radiante in una luce
di trionfo. Grosse questioni vi tempestavano attorno: le coscienze n'erano
agitate.
Perchè tutti coloro che
si vantavano di non credere nei dogmi cattolici ammiravano entusiasticamente in
un prete un fatto che centinaia di soldati garibaldini avevano talvolta
compiuto in circostanze più difficili? Perchè gli altri non meno numerosi, che
si confessavano cattolici, s'intenerivano all'eroismo di un sacerdote2
che salvando Garibaldi aveva disobbedito al papa ed era morto appellandosi a
Dio dalla sua autorità? Su quale sentimento idee così discordi convenivano e in
quale idea concordavano sentimenti così opposti?
Questa sintesi, che
nessuno sapeva formulare, Don Giovanni l'aveva realizzata nella propria vita.
Non so come fosse nato e
credo inutile saperlo. Della sua infanzia, della sua adolescenza, della sua
prima educazione in seminario nessuno si è mai occupato: nella sua vita vera,
che cominciò più tardi, questi antecedenti sono quasi senza valore. Don Giovanni
non fu nè un apostata nè un convertito. Nessuno di quei terribili drammi
religiosi, che Renan ormai vecchio si compiace a rivelare, scoppiò nella sua
anima. Era nato di popolo e popolo rimase, visse e morì.
Era forse un ignorante,
senza dubbio un ignaro.
Nè poetici entusiasmi nè
mistiche elevazioni lo trassero al sacerdozio.
Nelle povere famiglie
plebee come nelle minime famiglie borghesi l'allevamento di un prete
rappresenta ancora la più facile e la meno dispendiosa delle speculazioni.
I seminarii accettano e
educano i giovinetti per tre o quattrocento lire all'anno: le parrocchie,
incredibilmente numerose in Italia, consumano un numero stragrande di preti,
poi vi sono tutti gli altri uffici sacerdotali più o meno lucrosi. Il ragazzo
diventato prete esce generalmente di casa portando seco metà della famiglia; la
sua parrocchia è una specie d'eredità capitata nella casa.
Quanto al sentimento e
al carattere sacerdotale nè una parola nè un dubbio; si diventa preti come
avvocato. Certo i due mestieri diversi esigono diverse attitudini, ma
nell'economia domestica e nel concetto sono pari. Se un prete ammalato
d'idealismo religioso pretendesse vivere come i primi cristiani, distribuendo
ai poveri le proprie rendite, la sua famiglia griderebbe al furto e tutto il
paese allo scandalo.
La poesia del sacerdozio
è morta da un pezzo: negli stessi conventi, ove da ultimo fu ospitata, è
talmente sconosciuta che persino nei libri che vi si scrivono non ne appaiono
più traccie.
Don Giovanni sarà
cresciuto come gli altri suoi compagni, indisciplinato e villano, ignorante e
coraggioso perchè così la natura lo aveva fatto. Non so se fosse mai parroco,
parmi che sì, certo servì nelle parrocchie. Il suo era temperamento di soldato,
ma nullameno potè rimanere sempre prete senza soffrire e far soffrire. Era un
semplice. Della meschina filosofia del seminario non aveva appreso nulla, della
sua teologia fine, oscillante, piena di agguati pel ragionamento, tutta sparsa
di casi somiglianti a trappole, aperta qua e là in prospettive metafisiche di
una profondità perigliosa, illuminata da raggi mistici abbaglianti ed
improvvisi, egli sapeva ancora meno.
Solo la morale
evangelica, dura e semplice, lo aveva colpito.
L'aveva seguita senza
discuterla e senza discuterla l'applicava. La tragedia così profondamente
filosofica del cristianesimo per lui non era che un caso di sacrificio, tanto
anormale nella grandezza che Dio solo aveva potuto compierla: non vi trovava
altri significati. Accettava tutto il rito, tutti i Santi, le pene e i premi, le
rivelazioni parziali dopo la massima di Gesù Cristo, le tradizioni, le
autorità, i vizi commerciali insinuatisi nel culto, le deformità idolatriche,
gran parte delle pretese politiche, perchè la sua natura fatta d'istinto
ripugnava alla indagine e debole per troppa ignoranza soggiaceva all'immane
peso di un sistema che abbracciava tutto il mondo da circa duemila anni.
Viveva. Avrebbe potuto
agire sotto l'impulso di certi sentimenti, ma sopratutto lasciava vivere. Il
pensiero era troppo alto per lui, l'azione non ancora matura. Ed era un prete
come gli altri. Nato non ricco, non pensò mai ad ammassare. Aveva le abitudini
di un contadino coi gusti di un cacciatore, nei quali fermentavano forse le sue
forti attitudini guerresche. Incapace di sentire tanto l'idealità della Madonna
quanto la tragica delicatezza di S. Francesco d'Assisi, la sua pelle e la sua
anima si eccitavano nelle albe frizzanti sui monti, quando il sole sembra
prorompere improvvisamente da un'onda rutilante di colori e la terra palpita e tutti
gli animali esultano. Amava l'abito corto di cacciatore, le ore snervanti del
meriggio nelle stoppie, i ritorni lenti a sera accompagnandosi coi braccianti
che discendono dai monti, le stanchezze così sane e così buone che la caccia
lascia nei muscoli e nello spirito, quando appena suonata l'avemaria si ha
bisogno di dormire.
Quali erano le sue
divozioni, poichè un contadino come lui deve averne avuto?
Non ho potuto saperlo, e
questo sarebbe il dato più interessante della sua vita. Se in psicologia fosse
permesso indovinare invece di dovere sempre osservare, affermerei che il suo
santo prediletto fu S. Paolo, il suo evangelio preferito quello di S. Matteo.
Il vigore, la precisione romana nei ragionamenti del primo, la sua fulminea
conversione, l'indomato orgoglio soldatesco esplodente nelle concioni
d'apostolo, la tendenza così moralistica del suo insegnamento, la bruscheria
delle sue frasi ancora frementi di passioni mal dome, la sua effigie rimasta in
tutti i secoli e in tutte le chiese colla spada in mano, quasi minacciando
anche dopo la vittoria, dovevano piacere al suo spirito meglio capace
d'intendere la religione nelle battaglie storiche che nelle origini
metafisiche. Mentre il racconto austero e quasi fanciullesco di S. Matteo
dipingente un Cristo tutto cuore, come un ideale diventato poi divino a forza
di essere umano, blandiva certamente la parte più tenera della sua rozzezza,
quel fondo di soavità malata e appunto per questo così facile ad inacidirsi,
che la mancanza della donna, suicidio parziale del sesso, lascia in tutti i
preti.
Don Giovanni potè forse
amare Santo Stefano che in una piazza di Gerusalemme3 dopo la morte di
Cristo moriva primo nel suo nome, araldo eroico e gentile di un esercito di
martiri che dopo duemila anni passa ancora per la storia; e la sua figura bella
di gioventù immacolata, incuorante con coraggio senza acrimonia i lapidatori a
finirlo, gli avrà forse da fanciullo strappato urla d'indignazione. Ma la
clorotica ed evanescente gracilità di S. Luigi Gonzaga, chiusa nell'invincibile
egoismo del santo che si isola dal mondo e vive, pensa, opera, si consuma e
muore entro al proprio sentimento, gli avrà senza dubbio ripugnato.
Nella sua natura la
poesia non arrivava fino alla musica: la sua bontà poteva forse simpatizzare
colla colpa, non ammirare una virtù chiusa nel fondo del cuore e vaporante solo
del pensiero i proprii effluvi vivificatori.
I tempi politici della
sua giovinezza ingrossavano.
La Romagna, terra di ribellioni,
era tutta agitata da idee liberali ancora torbide ed incerte. Il governo papale
discendendo la propria parabola millenaria era arrivato al di sotto del
ridicolo nell'impotenza, oltre la nausea nella corruzione; la sua stessa
religione, così robusta storicamente per guerre durate e battaglie vinte, sembrava
ed era profondamente malata. Il clero romagnolo, numeroso come le cavallette,
non aveva nè coraggio nè capacità politica, nè valore intellettuale. Dominava
tutte le attività della vita pubblica e una invincibile anemia lo esauriva:
senza idee e senza passioni, gli erano rimaste le abitudini delle une e i vizi
delle altre. Oppugnando l'immenso sviluppo della civiltà moderna, non ne sapeva
nulla: vantava il proprio passato, e lo ignorava; a corto di ragioni, non
sentiva più la poesia; accattone di aiuti assassini da tutti gli stranieri, non
sapeva e non poteva esercitare sui popoli una autorità che non trovava in se
stesso.
Questo periodo di storia
religiosa e civile oggi conchiusa non fu ancora abbastanza studiato.
Don Giovanni lo visse.
Persecuzioni minute e
ridicole inferocivano. Si imprigionava senza processo, ma non si osava uccidere
nemmeno condannando a morte: nei pochi casi di esecuzione capitale il governo
si rivolgeva all'Austria, della quale stipendiava le truppe, e l'Austria
fucilava colla ipocrita ragione di una ribellione militare. L'epoca dei grandi
inquisitori era passata. Quel governo moribondo, incapace di saper morire, non
sapeva nemmeno ammazzare. Ma in fondo è la medesima cosa ed esige le stesse
facoltà.
Don Giovanni, uomo fra
un clero che di virile non gli era rimasto che il sesso, era troppo avveduto
per dividerne gli ultimi morbosi capricci. La forza della sua natura mantenuta
dalla rozzezza della razza e da una vita incessantemente rimescolata fra
persecutori e perseguitati, fra una gente che anelava alla libertà come alla
prima delle virtù, e una casta che pretendeva ancora la servitù verso sè
medesima come primo dovere verso Dio, lo fecero istintivamente tenere per un dì
coloro, che volevano essere uomini ed italiani contro gli altri, suoi compagni
o superiori, che non essendo nè l'uno nè l'altro pretendevano imporre la
propria incapacità come un divino ideale.
Ma prete campagnolo e
cacciatore, optando per il popolo contro il governo, non vide sciolto alcuno
dei grandi problemi, che prima di lui avevano perduto tanti illustri sacerdoti
e dovevano seguitare a perderne altri ancora.
La modestia delle sue
brame e delle sue idee gli aveva sempre impedito di comprendere le necessità
avviluppate e profonde del potere temporale. Non avendo nè a salire nè a
discendere per restar prete, il suo buon senso di villano gli suggeriva
fatalmente una equazione fra sè stesso e il papa. Perchè questi non potrebbe
restare papa senza regno, se egli poteva rimanere parroco senza i poderi della
parrocchia? Dio era buono e l'umanità infelice; Cristo l'aveva redenta,
lasciandola nel dolore come in un aroma che le impedisce di putrefarsi. Tutto
il resto era rito, culto, bisogno di rappresentazione e di traduzione per la
povera gente: il cristianesimo non era che il sacrificio di Dio per tutti e che
ognuno doveva ripetere per sè e per gli altri.
Come il cristianesimo
erasi sviluppato nel mondo vincendolo? Per lui il problema era facile: il
cristianesimo era vero. Perchè dal pontificato era sorto il papato? Necessità
di tempi e di disciplina. Perchè il cristianesimo lacerato sempre dalle eresie
aveva finito per scindersi in cattolicismo e in protestantesimo? Egli
l'ignorava. Secondo lui il cattolicismo avendo ragione ne aveva abusato, il
protestantesimo poteva aver torto, ma il suo errore non provava nè malvagità di
mente nè corruzione di cuore. E non ci pensava oltre.
Il vangelo bastava a
tutti e a tutto.
Le condizioni presenti
della religione, nella quale doveva agire come prete, gli erano sconosciute. I
curati, i canonici, i vescovi che aveva conosciuto ne sapevano quanto lui. Le
loro interpretazioni dei vangeli, ormai vecchie quanto i vangeli stessi,
avevano perduto nella monotonia di una troppo lunga ripetizione ogni
significato. Il sacerdote le sviluppava straccamente dall'altare al popolo
ascoltante nella invincibile indifferenza di chi non può aspettarsi più nulla
da una spiegazione. Nessuna virtù, nessun ideale luceva più. La Chiesa che aveva tanto canonizzato nel passato, aveva perduto il profumo e il senso della
santità: il clero non era più che un'immensa amministrazione religiosa, nella
quale i conventi rappresentavano ad un tempo i magazzeni e le caserme.
Un vasto e freddo
disprezzo li avvolgeva.
Nella campagna e nelle
piccole città italiane, sprovviste di cultura, rito e culto testimoniavano soli
della religione. Le anime quetatesi dopo la tormenta del rinascimento in una
inerzia appena sollecitata dai minuti bisogni quotidiani della vita, non aveva
più nè aspirazioni nè ricordi, nè ideali politici, nè sogni religiosi. Si
viveva chiusi entro la cerchia del paese grande quanto tutto il resto del mondo
ignorato. L'educazione dei seminarî e dei conventi troppo prolungata aveva
portato i proprii frutti uccidendo tutte le arti colla rettorica e tutte le scienze
colla teologia.
Se qualche intelletto
spinto da una irresistibile forza intima sorgeva, le fiacche curiosità paesane
lo circondavano; ma rimaneva a loro in mezzo applaudito ed incompreso, triste e
solitario.
Tutte le classi erano
disgiunte, mentre il clero più unito per uniformità di tendenze e d'interessi,
che compatto, bastava a dominarle.
Ogni piccolo Stato
italiano isolandosi per istintiva diffinanza inceppava le comunicazioni. I suoi
soldati incapaci di guerra non erano che sbirraglia, la sua politica interna
una tutela di convento quando la prigionia e la pena di morte vi si praticavano
ancora, la sua politica estera una laida servitù verso l'Austria ultimo impero
feudale cinto di feudatari più grossi degli antichi e più abbietti dei
cortigiani moderni. Fra essi il Pontefice, immemore della grande epoca papale,
vantava ancora nei molteplici brevi un impero universale, tremando pel rifiuto
di un reggimento di croati. Nelle Università le vecchie lampade non rifornite
mandavano più fumo che luce: il commercio viveva del piccolo contrabbando alle
innumerevoli frontiere interne.
L'Italia desta dai
cannoni di Napoleone I, poi rialzata da uno strettone della sua mano terribile,
sembrava rimorta con lui.
Il suo ultimo poeta
aveva conchiuso nel 5 Maggio l'inno a Napoleone colle supreme parole dei
funerali.
Nullameno l'Italia
viveva ancora e intorno a lei l'Europa grandeggiava.
Nella tempesta di mille
questioni poste dalla rivoluzione francese il problema religioso soverchiava.
La rivoluzione avendo l'aria di sopprimerlo colle feste della Dea Ragione lo
aveva invece rianimato. Il cristianesimo attaccato teoreticamente dagli
enciclopedisti, lacerato dai frizzi di Voltaire, aperto dalle potenti invettive
di Rousseau, soffocato dalle prime scoperte della nuova scienza, impicciolito
dalla recente sicura conoscenza di tutto il mondo fisico, quasi soppresso dalla
rivoluzione alla quale si era opposto come vecchio alleato della feudalità,
aveva trovato come sempre la propria salvezza nella persecuzione. La
rivoluzione per ricacciarlo dal campo della politica entro i suoi confini
naturali l'aveva seguito oltre ai medesimi nel campo chiuso delle coscienze.
Allora il cristianesimo fuggente si era rivoltato resistendo. Moltissimi de'
suoi preti seppero morire; i suoi credenti trovarono con lui nel fondo della
propria anima l'energia di tutti i dolori e di tutte le speranze. Parvero
ritornati i primi tempi dell'apostolato.
Invece delle catacombe
la religione abitò nei boschi. Le case ebbero altari; all'eroiche superbie
dell'ateismo si contrapposero le miti ma inflessibili resistenze della fede.
Poi Napoleone,
disciplinando la rivoluzione nell'impero per portarla in tutto il mondo,
sospese la persecuzione religiosa. Al rombo dei suoi cannoni vittoriosi le
campane risposero con squilli di trionfo e le chiese si aprirono al culto,
mentre tutta l'Europa vinta da una apparente conquista si schiudeva alla
libertà. Chateaubriand, che avendo invano cercato giovinetto il passaggio del
polo era tornato esule della rivoluzione a Londra per seguir poi tutta la vita
il fantasma della regalità, scioglieva nel Genio del Cristanesimo, libro futile
e meraviglioso, l'inno della nuova religione pacificata colla nuova libertà.
Le coscienze
respirarono. La religione si rialzò avendo perduto nella breve persecuzione
gran parte dei falsi ornamenti procacciati nei lunghi secoli della sua
tirannide. Roma oscillando sotto la protezione violenta di Napoleone, fra una
repubblica fugace e una fuga del Pontefice, trovò alcuni accenti tragici de'
suoi primi secoli: la libertà rivoluzionaria alleandosi istintivamente alla
libertà religiosa nel nome della libertà di pensiero resistette al nuovo
impero. Si potè essere orgogliosamente cattolici come dianzi si era stati superbamente
giacobini. Dio confessato da Robespierre all'ultima ora, quasi nel
presentimento della morte, sfolgorò nelle chiese fra i Tedeum della vittoria:
Cristo prima odiato come tiranno ritornò a capo dei nuovi martiri, martire più
antico e più bello di loro. Un vasto sentimento patetico prodotto dai massacri
della rivoluzione, alimentato dalle carneficine dell'impero, poetizzato dai
sacrifici di quanti erano morti e morivano ancora su rovine fumanti, sostenuto
dalle energie della nuova vita creò nella politica, nell'arte, nella religione
un mondo nuovo di figure e di realtà.
La religione, ritornando
di moda nei costumi, imperò nei libri.
Un moto di reazione la
sospinse così in alto amplificandola che un'altra reazione scoppiò, e la
scienza, prima complice, poi vergognosa degli eccessi della rivoluzione, e
quindi ritiratasi in faccia alla nuova ovazione cristiana, si ripresentò
austera per contraddirla.
Da Chateaubriand a
Victor Hugo rimasto cristiano attraverso le meravigliose metempsicosi della sua
poesia, tutta una legione di scrittori e di artisti agitò il problema
religioso: l'ateismo cedette al pessimismo, che fu ancora una contropprova
della religione. Le imprecazioni di Lord Byron, le maledizioni di Leopardi
espressero il dolore di non potere più credere pur conoscendo le bellezze della
fede, mentre l'ateismo vero del secolo antecedente, vissuto nella calma della
propria sicurezza, non aveva nè bestemmiato nè sofferto. Lamartine e Manzoni
rinnovando la lirica della Chiesa superarono forse gl'inni più belli dei suoi
primi tempi: De Maistre e De Bonald sentendo la necessità del nuovo impero
religioso vollero mantenerlo colle ragioni dell'antico, e quegli reclamò il
dispotismo del papa, questi l'assolutismo del re; Ballanche conservò nel nuovo
ardore religioso la vecchia placidezza platonica, mentre madama Staël, fondando
con Chateaubriand il romanticismo francese, preparava la più grossa falange di
scrittori cristiani apparsa nella storia. Le nuove generazioni arrivavano
tumultuando, raggiando.
La Germania quasi sconosciuta nel
commercio letterario compiva nella calma di una fecondazione così enorme che
oggi appena, dopo cinquant'anni, si è potuto calcolarne le opere e i risultati,
la rinnovazione della filosofia e della scienza, dell'arte e della politica. Se
la Francia aveva agito, la Germania aveva pensato: pensiero ed azione parvero
combattersi un momento nella forma conquistatrice della rivoluzione francese,
ma stavano già per fare la pace. Il soffio religioso seguitava a purificare
l'aria dalle impurità rivoluzionarie sconvolgendo molte teste. Alessandro di
Russia ne ammalò a Pietroburgo; il pontefice ammalò in Roma del vecchio morbo
vaticano. Roma che avrebbe potuto conquistare il mondo col nuovo sentimento
religioso largo e puro, pretese riprenderlo colle vecchie armi del governo
papale. L'avarizia del potere temporale e l'affetazione della tradizione divina
la fecero contraddire al recente moto, e poeti, apostoli, scrittori, credenti,
tutti furono violentemente assoggettati alla interpretazione vaticana4.
Ma generati dalle
persecuzioni e nati nella libertà, la loro maggioranza resistette. Roma, che
doveva rappresentare la verità della libertà eterna contro la tirannia della
libertà rivoluzionaria, divenne l'ultima cittadella del dispotismo, piena più
di preti che di soldati, immensa officina di idoli e di catene governative. Per
conservare le proprie provincie avversò ogni fortuna d'Italia, costretta ad
invocare soccorso da cattolici e da eretici benedisse tutte le violenze e
anatemizzò tutti gli eroismi; più vile che nella decadenza dell'impero romano
smarrì il senso della sua eterna universalità per non conservare nella
coscienza decrepita che il dolore delle ultime ferite e il terrore delle nuove
libertà.
Allora, nell'urto del
sentimento religioso colla religione, scoppiò la guerra fra il cristanesimo e
il vaticanismo.
Da un lato una grande
sincerità di idee, tratto tratto turbata da passioni individuali, e una
istintiva sicurezza nella equazione della religione colla civiltà; dall'altro
la forza di una organizzazione sviluppata in tutto il mondo, mantenuta dalla
certezza della tradizione, stabilita sulla verità dei dogmi, raddoppiata dalla
potenza della gerarchia, ma il tutto guasto dalla politica di un regno che
avarizia e vanità tentarono sempre d'insinuare dogma fra i dogmi, paralizzato
dalle antitesi fra il dato umano e il divino favorevoli alla corruzione dei
costumi e alla confusione dei precetti. La nuova guerra religiosa arse
pressochè in tutti i paesi.
Ma Roma, depositaria
dell'unità e quindi inflessibile con ogni nemico, era sempre stata meno dura
con coloro che uscivano dalla sua orbita, che contro quei ribelli i quali
volessero mantenervisi. Nullameno, vincitori e vinti, nessuno aveva davvero
avuto la nozione di un mondo più vasto che contenesse il cristianesimo. Il
paganesimo al sorgere di questo era già una realtà dissolventesi nella
putrefazione: quindi la nuova fede impossessandosi di tutto potè vantarsi di
essere tutto, poichè i cristiani nelle loro più fiere battaglie non miravano
che ad imporsi vicendevolmente ideali ed interpretazioni cristiane. Appena
qualche setta filosofica rimasta prigioniera entro la conquista cristiana
tentava rompere il confine e vi dispariva dispersa o trucidata.
Dopo circa duemila anni
le condizioni erano mutate.
Il cristianesimo invece
di contenere la civiltà vi era contenuto. Il mondo si stendeva immenso oltre i
limiti segnati dalla croce, la storia rivelatasi alla critica aveva mostrato le
sorgenti di questa religione che si vantava al pari d'ogni altra discesa dal
cielo. La sua teogonia, la sua teodicea, la sua cosmogonia, la favola della
creazione, il romanzo di Eva, la tragedia di Adamo, l'odissea, dei suoi primi
figli, il peccato e la redenzione, Mosè e Cristo, tutto era capito o almeno
analizzato. Un altro sentimento religioso si librava sull'opera cristiana.
Il cristianesimo, che si
era annunciato nel mondo combattendo la decadenza pagana, adesso era in lotta
col progresso spirituale da lui medesimo preparato.
Se Voltaire aveva deriso
invano i suoi difetti, Hegel lo uccideva trasportandolo nell'etere del più puro
ideale mediante una simbolica, nella quale svanivano tutti i dati precisi della
sua divinità.
Il cristianesimo aveva
oramai preso il posto del paganesimo. Mentre le scoperte della scienza
umiliavano i suoi miracoli e le altezze della nuova metafisica superavano le
cime nebulose de' suoi misteri, un'altra poesia trovava voci più delicate e
poderose di quelle echeggianti nelle prime catacombe, e gli ultimi eroismi dei
rivoluzionari superavano gli eroismi dei martiri negli anfiteatri romani.
Il clero, una volta alla
testa dei credenti, si trovava ora alla loro coda: la religione considerata per
tanti secoli come la sintesi della civiltà ne ridiventava un frammento.
Bisognava risalire,
rifare una poesia, ricomprendere tutte le scienze, raggiungere l'idealismo
germanico, supremo sforzo del pensiero umano nella storia.
Roma ricusò affermandosi
maggiore del mondo. Essa, che aveva tanto mutato e camminato, non volle più nè
rinnovarsi nè muoversi, e dando alla propria estrema interpretazione cristiana
la divina inflessibilità del testo, pretese nelle forme monarchiche della
propria gerarchia tutta la verità della sua instituzione religiosa. Allora la
battaglia si riaccese. Mentre gli ultimi increduli, scienziati e filosofi,
accusavano il cristianesimo di decrepitezza, gli ultimi eretici gli ridonavano
nell'entusiasmo di una fede piena di dottrina e di poesia un'altra gioventù.
Questo secolo, del quale
si dice ancora tanto male e che il volgo addottrinato vanta come quello delle
scienze, sarà forse annoverato nella storia fra i più fecondi per la religione.
Tutte le letterature e le filosofie ne sono impregnate: mai tante voci,
discordi di accento e di tono, si accordarono in maggiore eloquenza d'invocazioni
tormentando i fantasmi divini per giungere all'orecchio di Dio. Preghiera e
bestemmia lottando d'energia si fusero nel medesimo singhiozzo.
Vaticanismo e
positivismo parvero assistere sdegnosamente immobili a questa nuova patetica
demenza del sentimento religioso: l'uno nella certezza della fede, l'altro
nella calma della incredulità. Il Vaticano era sicuro di Dio, il positivismo
più che certo della natura.
Fra questi due estremi
la vita proseguiva.
Il dissidio cattolico,
cominciato nei credenti colle espressioni vaghe dell'istinto, ingrossò
disciplinandosi per opera di grandi sacerdoti. Dalla Francia, dalla Germania,
dall'Italia, da tutte le parti del mondo giungevano a Roma ammonizioni e
minaccie, odi squillanti come fanfare di guerra, apostrofi fievoli come gemiti,
superbe proposte di nuove conquiste, temerarie ingiunzioni di nuova povertà; e
la poesia e la storia cristiana investigate sprigionavano ogni giorno nuovi
profumi e nuovi raggi quasi ad annunziare l'avvento di un'altra idea religiosa.
I prelati splendenti
nella vanità della porpora vigilavano intorno al pontefice come pretoriani
diffidenti dell'imperatore ancora in debito dell'impero; il clero minuto
disseminato nelle campagne viveva delle terre distribuitegli come gli antichi
legionari romani mutati in coloni, ma non conservando dell'antica vita di
legione che la servilità della disciplina.
Don Giovanni avrebbe
dovuto essere uno di questi legionari.
Nella sua gioventù due
illustri sacerdoti riempivano l'Italia del loro nome, Gioberti e Rosmini:
entrambi eminenti filosofi, l'uno più eloquente, l'altro più dotto. Gioberti
doveva poi tuffarsi nella politica per uscirne più grande tra l'urlo feroce di
partiti nemici momentaneamente d'accordo nel maledirlo: Rosmini, compita
l'opera enorme, isolato dalla diffidenza del clero, colpito dalla riprovazione
di Roma, si spense più tardi nel silenzio tranquillo di un lago. Sulle prime
furono i due massimi campioni del cattolicismo contro le nuove coorti scientifiche
minaccianti da ogni parte d'Europa, ma trascinati troppo oltre dall'ardore
della difesa vennero percossi dall'anatema.
Senonchè5 tutti
i cuori e le menti religiose stettero o s'aggiunsero a loro. Mamiani e Manzoni,
Grossi e d'Azeglio, Cantù e Balbo, Duprè e Capponi, poeti, storici, letterati,
artisti, tutti seguendo le loro traccie finirono per incorrere nella loro
condanna: qualcuno arretrò a tempo, ma se uno spavento improvviso gl'impedì di
varcare il confine, la direzione del suo pensiero rimase nullameno palese.
Tutti erano sospinti e sospingevano per una rinnovazione religiosa. Il
vaticanismo rimaneva con un esercito senza generali, con molti combattenti
senza eroi. Non pertanto resisteva superbo. Tutta l'energia degli assalti si fiaccava
contro la sua inerzia. Lammenais stesso, impetuoso come Demostene, ampio come
Cicerone, vi urtò ribellandosi, e fu vinto. La sua collera non bastò a scuotere
il colosso. Ma coll'abbandono di Lammenais le defezioni aumentarono;
Lacordaire, meno forte ma non meno facondo, sollevato dal soffio rivoluzionario
andò a sedere fra la montagna nell'assemblea del quarantotto, e se la
repubblica avesse durato il suo zelo papale si sarebbe forse esaurito; Gratry
violentato fuggì, il padre Giacinto si rifugiò volgare fra il volgo, mentre la
condanna che aveva sempre minacciato Chateaubriand colpiva Montalembert, e
Renan giovinetto, destinato ad oscurare le loro due glorie di scrittori,
emigrava dal seminario, pallido della grande tragedia di Cristo, che doveva più
tardi raccontare nel più bello fra i romanzi di questo secolo. Il padre Curci
scelto a prototipo del Gesuita moderno dal Gioberti nella sua astiosa e
troppo spesso volgare polemica, dopo la diserzione del Passaglia e la
riprovazione del Ventura parve rimasto solo come Ettore a difendere il
Vaticano; ma più infelice dell'eroe troiano fu poi costretto a rifugiarsi nel
campo dei nuovi greci per riparare ancora entro le mura abbandonate,
raccogliendo l'infamia di due tradimenti, rivelando nell'incertezza della
propria condotta, sempre inconseguente e sempre sincera, le terribili
oscillazioni del nuovo spirito religioso che si agitava nel cattolicismo. E
tutti i giorni recavano notizie di apostasie religiose, ed erano piccoli
curati, oscuri canonici, predicatori esorbitanti dal pulpito, vescovi e
porporati, che volendo trattare coi ribelli ne pigliavano il contagio. La
maggior parte di essi rientrava nel campo al primo appello, ma il campo restava
nullameno aperto a fughe e invasioni d'ogni sorta.
Libri e discorsi
fumavano di sentimento religioso: il romanticismo, originalità e morbo della
nuova letteratura, non viveva più che di religione, e se talvolta ne sformava
le immagini o ne ricusava il culto, riconosceva tuttavia da lei ogni filosofia
e ogni arte. Appena qualche pagano classico protestava solitario. Foscolo non
piaceva più; Niccolini si faceva a stento perdonare il giacobinismo politico
collo splendore di una lirica, che diventava a volta a volta drammatica per
passione di patria; Guerrazzi non volendo essere cristiano aveva dovuto
diventare biblico; la satira di Giusti mordendo il clero rispettava i dogmi;
Mazzini stesso rovesciava la Chiesa per fondare una nuova religione; Cattaneo,
positivista incompiuto, non osava tutte le massime del proprio sistema.
Lo scrittore preferito
era Manzoni, non perchè artisticamente il migliore, ma come il più temperato
fra tanto tumulto di religione e di bigotteria, di tradizione e di rivoluzione.
Non commovendo alcuno e piacendo a tutti, al di sotto della passione e lontano
dal vizio egli rappresentava meglio di ogni altro la vita del momento, calma
ancora di un'inerzia secolare, ma riscaldata già dallo spirito che doveva poi
sconvolgerla per rinnovarla. Non pertanto era l'ingegno più nuovo d'Italia, che
vi portava la prima rivoluzione. Forse egli stesso non lo seppe, giacchè oggi
solo si comincia ad intendere la sua vera originalità, cui l'armonia del suo
temperamento artistico o la fiacchezza del suo temperamento umano tolsero di
essere novatrice come quella di Hugo in Francia.
Persecutori e
perseguitati, preti e rivoluzionari, governanti e ribelli, tutti parlavano il
medesimo linguaggio vantando gli stessi ideali. La religione era una gloria e
un ornamento cui niuno si ricusava, ma il clero esercitandola non era più fuso
con lei come in passato. La padroneggiava senza possederla, presso a poco come
l'Austria faceva coll'Italia.
Se i grandi spiriti
religiosi coglievano nel cattolicismo i difetti derivati dalla sua
organizzazione e dalla supremazia vaticana, il popolo sentiva vivamente nel
clero la mancanza di religiosità; quindi credulo e beffardo accettava i dogmi e
rideva dei precetti, si lasciava ammaestrare e spogliare, ricordandosi delle
spoglie e dimenticando gl'insegnamenti.
I preti, mutata l'antica
parola, infedeli, nella nuova di giacobini, minacciavano senz'ira e senza paura
dagli altari sempre parati a festa: parlavano di rivoluzionari credendovi poco
e non comprendendoli affatto. In fondo si tenevano sicuri e ridevano dei
frequenti moti di ribellione come di un malcontento prodotto dalla inguaribile
corruzione di tutti i tempi; pronti nullameno a combatterla col ferro e col
fuoco. Ma se la teorica e il sistema inquisitoriale duravano, gli uomini erano
mutati. Ai terribili asceti della tirannide, che avevano curvato con una mano
il mondo dei fedeli alle proprie ginocchia respingendo coll'altra le ultime
invasioni degli infedeli, erano succeduti preti nè credenti nè increduli nè
scettici: ubbidienti al papa perchè i suoi ordini non imponevano sacrifici,
simpatizzanti senza gratitudine cogli stranieri che guarentivano loro i
beneficî delle antiche posizioni.
Le ultime grandi anime
religiose, i veri discendenti dei grandi inquisitori erano i sacerdoti
condannati, i nuovi apostoli ribelli. Èvvi davvero molta differenza fra lo
spirito di Torquemada e quello di Lammenais?
Don Giovanni, solo, nel
piccolo paese di Modigliana, poco occupato nelle funzioni ecclesiastiche e
sempre distratto dalla caccia, non sapeva nulla dell'immenso moto religioso che
sollevava l'Europa, o intendendone qualche motto bizzarro a un pranzo di
parroci ove capitassero professori di seminario, alzava le spalle. Tutte le
eresie dovevano secondo lui finire a un modo. Perchè discutere tanto
stiracchiando le parole? Sentire ed agire, ecco la verità: il sentimento viene
da Dio e non falla, l'azione viene dal sentimento e lo realizza.
Allora i giornali erano
pochi e i libri si fermavano quasi tutti nelle città.
Pochi leggevano, Don
Giovanni non leggeva affatto.
Nella sua camera, dopo
morto, entro una scansia tarlata e sverniciata non si sono trovati che cinque o
sei libri, forse i medesimi che gli avevano servito in seminario. Per credere
nella grandezza d'Italia e desiderarne appassionatamente la risurrezione non
aveva certo avuto bisogno di leggere il Primato del Gioberti: le prove
storiche della grandezza italiana l'avrebbero imbarazzato senza accrescere il
suo orgoglio patriottico, mentre la sua conoscenza del clero gli avrebbe tolto
di cedere alla illusione che dal papato potesse venire una vera rivoluzione
nazionale.
Egli sentiva che il papa
non poteva differire dal vescovo di Modigliana, pel quale il paese non era che
un vescovado.
Il cattolicismo,
composto a quel modo, per diventare rivoluzionario avrebbe prima dovuto
rinnovare sè stesso; ma don Giovanni ignorante pieno di buon senso ricusava
d'inoltrarsi per così vasta e difficile questione.
Troppe cose per questo
avrebbe potuto intendere e sapere. Roma non ostante i suoi abbominii in tutti i
secoli, non aveva ancora mancato a sè medesima: pagani e barbari dopo averla
inutilmente oppugnata erano caduti ginocchioni sotto le sue mura: le eresie
lacerandola non erano riuscite a scinderla, l'antagonismo dei pontefici cogli
imperatori o dei papi fra loro non l'avevano abbattuta; ad ogni disastro, ad
ogni abbandono, quando tutto sembrava perduto, Roma risorgeva improvvisamente
dominatrice più alta di prima.
Il suo clero talvolta
tremendo, spesso corrotto, sempre abile, non aveva mai abbandonata la suprema
direzione religiosa: irresistibile nelle blandizie e irrefrenabile nelle
collere aveva fino al protestantesimo trionfato di pressochè tutti gli scismi.
Lutero e Calvino gli avevano soli resistito trionfalmente, e nullameno Roma
andava ancora riguadagnando con lenti ed assidui approcci le provincie della
insorta Germania. Roma non aveva mai perduto.
Adesso nel suo regno
peggiore che ai tempi del Petrarca e di Lutero, nella confusione del sacro col
profano, affermava come ultima espressione religiosa la necessità del potere
temporale.
Don Giovanni non vi
credeva.
Le necessità di una
religione secondo lui erano ne' suoi principii e non nelle sue forme: una
religione incapace di vivere in ogni secolo, con tutti i governi, attraverso le
più impari civiltà non era una religione. Che cosa importava al cattolicismo il
potere temporale? Tutto il suo beneficio consisteva nel guarentire l'esercizio
libero o magari capriccioso del culto nelle provincie pontificie; per tutto il
resto del mondo quel minimo regno non aveva efficacia. Il papa, libero anche
nella più crudele persecuzione, avrebbe sempre potuto dirigere tutte le
coscienze interpretando i testi divini. Molti papi erano morti di martirio
senza che la religione fosse stata ritardata nel suo sviluppo, offesa nel suo
organismo. Una religione non deve temere per sè stessa, sotto pena di non
essere più una religione: abitando le coscienze vi è inviolabile ed
invincibile; nessuna tirannia saprebbe impedire un sentimento o distruggere
un'idea. Una religione non può quindi temere che per il suo culto o pe' suoi
membri. Terrori umani, interessi umani. Chiudendo i conventi o rovesciando le
chiese forse che il cristianesimo perirebbe? Non era esso vissuto senza questi
e quelli? Se il clero ritornasse alla povertà del primo apostolato, le sue
predicazioni sarebbero forse meno efficaci? Se il papa invece di essere un re e
un semidio fosse un prete come gli altri, eletto perchè santo fra i più santi,
l'unità divina della religione ne andrebbe rotta?
Don Giovanni si faceva
talvolta queste domande e sorrideva bonariamente.
Senza sapere nè come nè
quando nel suo spirito si erano venute profondamente differenziando chiesa e
religione; questa era l'idea e quella il fatto, l'una veniva da Dio, la seconda
era opera degli uomini. Certo Dio non aveva mai permesso che la sua Chiesa
snaturasse la sua religione, e infatti dogmi e precetti erano rimasti
inviolati, ma la chiesa conservandoli puri aveva troppo spesso bruttata sè
medesima. Così per difendersi da giuste accuse aveva voluto imporre silenzio a
tutti nel nome di Dio, e per resistere a più giuste critiche aveva preteso
difendere in tutta sè medesima la divinità che era solo nel suo principio.
Di questo passo Don
Giovanni sarebbe presto arrivato nel protestantesimo colla coscienza libera in
faccia al testo della legge, ma il suo spirito inconsciamente disciplinato dal
romanismo si arrestava. Poichè Dio aveva istituito la Chiesa per sviluppare la propria religione, solo attraverso di essa dirigeva e parlava. Tutti
i mutamenti fatti fuori della Chiesa o contro la Chiesa non avevano durato e non durerebbero.
Inutile quindi ogni
rivolta aperta, superba e vana ogni contraddizione. Nessuna grandezza di cuore
o d'ingegno poteva essere maggiore di Roma. Bisognava adempiere la religione
col cuore, lasciando che la Chiesa per l'intima virtù depostavi da Dio si
correggesse.
Ma se la sua coscienza
rifuggiva dagl'inutili eroismi della ribellione, ripugnava ancora più alle
condiscendenze della servitù. Cristiano e prete, sentiva di non dipendere da
altri che da Dio, del quale non era possibile fraintendere la legge senza
perfidia della volontà, mentre la cornice lavorata dalla Chiesa per chiudervela
non essendo mai stata santa non era nemmeno più bella.
Queste idee torbide gli
si rischiaravano a mano a mano nell'azione.
Se domani il papa
cessasse di essere re, non uno dei cattolici cesserebbe di essere tale: il re
non era dunque necessario.
Gregorio XVI, il re
d'allora, era crudele. Don Giovanni troppo ignorante per aver letto il Trionfo
della Santa Sede, e stimare in lui il teologo, era troppo buon cittadino
per non disapprovare il pessimo sovrano; ma quando per propiziarsi lo czar il
papa riprovò i Polacchi morenti con disperato eroismo contro i Russi, Don
Giovanni fu quasi per trascendere. Il potere temporale, che teneva schiava
l'Italia, minacciava di mutarsi in ragione di schiavitù a tutti i popoli.
Non bastava soffrire,
bisognava aiutare. Don Giovanni entrò nella vita politica chiamato dallo stesso
strido di dolore, che lo aveva più volte condotto al letto dei moribondi.
Così rimase prete.
Niuno sulle prime se ne
accorse. La rivoluzione che si compiva silenziosamente nel suo spirito,
somigliava a quella che si veniva maturando in Italia e della quale gli
affigliati sapevano poco, i governi nemici quasi nulla. Se Don Giovanni fosse
stato un pensatore, si sarebbe gettato con violenza nelle nuove teoriche
religiose per rovesciare il papato; essendo invece un uomo di cuore, discese
nell'azione aiutando quelli che rischiavano la vita a preparare i combattimenti
dell'indomani. Cacciatore sui confini della Toscana e della Romagna, le sue
amicizie coi contrabbandieri iniziarono le sue relazioni politiche senza
macchiare la sua austera probità, giacchè le leggi doganali dei piccoli governi
che separavano allora l'Italia non gli erano mai sembrate vere leggi.
Quali fossero i suoi
primi rischi di patriota sapranno forse i pochi vecchi amici superstiti, ma non
ne fu ancora scritto. Se prete consentisse ad affigliarsi in una delle tante
società secrete che allora riunivano colla loro disciplina i ribelli, lo
ignoro; forse l'orgoglio del suo carattere indipendente e il suo abito
sacerdotale glielo impedirono. Ma presto fra i congiurati della Romagna si
seppe di un prete di Modigliana che aiutava, cimentando tutto sè stesso, a
trafugare coloro che audacia di generose impazienze o perversa abilità di spie
avevano compromesso. Modigliana, piantata fra i monti nel confine toscano,
divenne rifugio e passaggio di congiurati, ed era sempre Don Giovanni che senza
nemmeno conoscere il nome dell'uomo pel quale arrischiava la vita; giovandosi
delle proprie non sospette abitudini di cacciatore andava di notte, a piedi o
in biroccino, ai convegni, per ricondurne a casa propria profughi e proscritti.
I contrabbandieri lo aiutavano spesso.
Intanto nelle apparenze
della sua vita nulla era mutato malgrado la rivoluzione che gli si allargava
nella coscienza.
La sua religione invece
di contraddirli si accresceva di quegli atti patriottici.
Ma i tempi ingrossavano.
L'eco delle vittorie di Garibaldi nell'America valicando l'oceano veniva a
percuotere per tutti i monti d'Italia: le fantasie s'infiammavano, nobili
orgogli e speranze anche più nobili s'alzavano nelle anime che la tirannide
secolare non era riuscita a protestare. Mazzini esule, ma presente collo spirito
in ogni terra, organizzava congiure, dava ordini, scriveva lettere, opuscoli,
libri, agitando ogni sorta di questioni e riassumendole tutte in quella della
libertà, eloquente come la tempesta, luminoso come un sole. Tutti ascoltavano e
guardavano. La sua figura, cui la tragedia della patria dava una tragica
espressione accresciuta dal mistero della sua vita privata e dalla ubiquità
della sua presenza, sgomentava le anime fanciulle attirandole col fascino del
pericolo; la lirica delle sue frasi e la religiosità del suo sentimento
seducevano persino coloro, che la sua politica troppo chiara ed insieme
tenebrosa minacciava.
I più giovani e i più
intrepidi non parlavano più che d'insorgere.
Il disprezzo pei governi
ancora più timidi che feroci fomentava il coraggio, mentre le satire del
Giusti, i romanzi del Guerrazzi, le canzoni del Berchet infiammavano entusiasmi
già esasperati dalle ridicolaggini delle persecuzioni papaline. Nella Romagna,
Beozia d'Italia se il suo Monti fosse stato Pindaro, altrettanto scarsa
d'ingegni che robusta di temperamenti, scoppiarono i primi moti, ma la
nullaggine degli uomini che li dirigevano, impedì si diffondessero guadagnando
nome nella storia. Il coraggio che sa insorgere e l'eroismo che sa morire, non
bastano alla tragedia: solo l'ingegno, che potrebbe vincere diventa tragico
quando gli avvenimenti lo sopraffanno e soccombe. L'ingegno mancò anche questa
volta alla Romagna.
Nel settembre del 1845
per moti di Rimini una mano di armati raccolta a Bagnacavallo e a Faenza, scorrendo
senza vera direzione le campagne, tentò una sollevazione. La guidavano Pietro
Beltrami e Raffaele Pasi, gentiluomini entrambi, ignari ed ignoranti, che la
chiarezza della nascita e la distinzione delle maniere aveva naturalmente
designati capi. Del primo le cronache non seppero più nulla, del secondo
narrarono che soldato aristocratico ed intrepido diventò poi generale e
cortigiano. La sollevazione di un giorno dopo di essersi impadronito della
dogana delle Balze, sul confine fra Modigliana e Faenza, si disciolse in una
pacifica resa alle truppe toscane.
Don Giovanni che vestito
da cacciatore aveva primo invaso la dogana, non riconosciuto o protetto dalle
simpatie di tutti, non ne subì dopo il fallimento dell'impresa persecuzioni
politiche. Oramai con quella insurrezione il carattere della sua vita si era
determinato.
Egli voleva essere prete
e patriota, giovando senza brillare. La vanità, così comune ai convertiti di
ogni fede, non viziò mai la sua anima. Le contraddizioni del cattolicismo colla
libertà, che allora s'affannavano a conciliarsi nel cattolicismo liberale, non
erano ancora penetrate e non penetrarono mai nella sua coscienza; più cristiano
che cattolico non sentì le antitesi, nelle cui soluzioni si smarrirono i più
grandi spiriti del tempo.
Fallito quel tumulto,
nessun rimorso lo turbò: forse un rammarico gliene rimase della inettitudine
colla quale era stato promosso e condotto. Attese. Ma restando prete fra i
preti, che colla fatuità degl'impotenti credendo di aver soffocato una
terribile insurrezione insultavano al sogno di una Italia liberale, non divenne
ipocrita. La rozzezza dei modi e delle abitudini, isolandolo dalle
conversazioni inevitabili al suo ufficio sacerdotale, gli facilitarono il
nobile riserbo nel quale si chiuse. Forse qualcuno lo sospettò, i più
seguitarono a giudicarlo uno spirito bizzarro, un temperamento villico più
appassionato di caccie che di processioni.
La maggior parte de'
suoi amici insorti, dispersi per la Toscana, corrispondevano ora più sicuri con
lui risparmiato dalla persecuzione.
Intanto i moti religiosi
e rivoluzionari procedendo verso la libertà, preparavano la rivoluzione del
quarantotto. Pio IX, cardinale imolese, eletto pontefice suscitò entusiasmi,
dei quali oggi è impossibile rendersi conto. Il sogno del cattolicismo liberale
parve avverato fra un immenso soffio lirico che sollevava popoli e pensatori.
Tutti coloro, che da anni lavoravano a una rivoluzione guidata dalla religione
subendo gli scherni dei veri rivoluzionari e le diffidenze dei veri cattolici,
si credettero arrivati al trionfo. Pio IX annunziatosi con una amnistia, che
implicava la condanna del suo predecessore, proseguì liberaleggiando: guelfi e
ghibellini sospesero le ingiurie per unirsi in un coro di lodi che finì
d'ubbriacarlo. Un'ira di guerra si univa al fervore della libertà; si parlò di
crociata. Gli entusiasmi cavallereschi del romanticismo scoppiarono, mentre
l'energie delle vecchie repubbliche e dei piccoli ducati riapparivano
improvvisamente, come evocate dalla forza dei tempi nuovi. Era un tumulto di
sentimenti eroici, un fracasso di frasi liriche. Bisognava credere, perchè fra
poco si sarebbe dovuto agire. Mazzini ripiegando la bandiera repubblicana prima
ancora di sollevarla al sole delle battaglie, scriveva a Carlo Alberto e a Pio
IX, sfiduciato d'entrambi, sacrificando con magnanima accortezza politica alla
necessaria illusione del momento ogni sincerità di pensatore e superbia di
capo: Garibaldi, riempita l'America del nome italiano, attendeva un segnale per
rivalicare l'oceano e seguitare in più splendido canto l'epopea delle proprie
vittorie. Gli ultimi odii irreligiosi erano sopraffatti dal coro instancabile
di speranze che cantava nelle piazze e nelle chiese, nei cuori dei giovani e
nelle teste dei vecchi.
Solo qualche classico
cresciuto nell'odio del romanticismo o della religione protestava tacendo.
Niccolini colla chiaroveggenza del poeta penetrando oltre l'illusione del
momento si ricusò ad un'opera, che fallita doveva lasciare discordie peggiori
di quanto allora ne conciliava; e feroce fra tanta bontà di accordi si chiuse
prigioniero volontario in fondo alla propria accademia per non uscirne che
quando la commedia insanguinatasi nel dramma spirerebbe nella più tragica delle
disperazioni.
Forse l'acrimonia del
carattere e l'angustia dello spirito giacobino gli acuirono la naturale
perspicacia dell'ingegno.
Ma i principi d'Italia,
malgrado la nuova aria che li sollevava tant'alto, rimasero troppo più bassi
che all'opera non fosse necessario.
Il meno tristo di tutti,
Carlo Alberto, bizzarra fusione di Don Chisciotte e di Amleto, vano nelle
speranze quanto vile nel dubbio, invocato capo concedeva la costituzione e
correva a farsela perdonare dal confessore. Ambiva la conquista d'Italia e non
osava arrischiare il Piemonte, odiava la libertà e languiva assetato di favore
popolare. Nullameno, era il solo che ardisse desiderare se non un'Italia libera
almeno una gran parte di essa riunita e compatta. Ma giovinetto, che aveva
cominciata la vita col tradimento raddoppiandone l'infamia colla espiazione del
Trocadero, doveva chiuderla vecchio con un abbandono che il popolo nella
infallibilità dell'istinto chiamò traditore; mentre l'astro da lui aspettato
con romantica vanagloria sul suo scudo immaginario di guerriero aveva duopo di
altri dieci anni per apparire sull'orizzonte d'Italia e fermarsi chissà per
quanto tempo sul tetto del castello savoiardo.
La guerra scoppiò prima
che la confederazione dei principi italiani fosse stretta: quasi tutti
tradirono. Il pontefice, che aveva promesso e poteva giovare più d'ogni altro
perseverando, atterrito dalle altezze cui lo innalzava la rivoluzione,
riprecipitò nel fango oramai secolare del proprio passato. Futile e rettorico
nella vanità, fu abbietto e pedante nella paura. Così il sogno del cattolicismo
liberale svaniva, mentre i sanfedisti ghignavano feroci aspettando dalle
prossime disfatte il massacro degli avversari, e gli spiriti veramente
rivoluzionari si gettavano alla testa della poca plebe non guasta dalle
lautezze dei governi corruttori, per morire disperatamente nel nome d'Italia.
Il risveglio da tanti
sogni fu violento. L'energia dell'odio subentrò alla effervescenza dell'amore.
Carlo Alberto solo tenne il campo e rimase vinto senza gloria. Cattivo re,
soldato nemmeno mediocre, spirito falsamente italiano, il disastro lo rivelò
forse contemporaneamente a sè stesso e alla patria. Ridivenuto piemontese nella
fuga abbandona Milano, abdica la corona e va a morire sulle sponde dell'oceano,
perseguitato dalle maledizioni d'Italia, avvolto nel disprezzo dell'Europa.
Allora gli altri spiriti italiani grandeggiarono, Cattaneo a Milano, Manin a
Venezia, Guerrazzi a Firenze, Poerio a Napoli, Garibaldi e Mazzini dovunque.
L'epopea si muta in
tragedia, tutto fallisce, l'inesperienza dei generali paralizza l'entusiasmo
dei volontari, le diffidenze gelose fra i capi disgiungono le forze restanti:
poi le antipatie regionali sempre alimentate dai vecchi governi e male sopite
nella gioia della prima fusione, infieriscono esasperate da rovesci che la vanità
dei vinti accusa di tradimento. Non si pensa più all'unità, si ricalcitra
persino all'unione. L'aristocrazia come classe rimane per codardo egoismo
aderente ai governi abbattuti; il popolo grosso e minuto senza coscienza vera
di libertà, poco uso alle armi e meno ancora ai sacrifici, subisce malgrado
ogni fascino delle novità il prestigio delle antiche dinastie, mentre i preti
lo riconfermano nel terrore della religione e le vittorie austriache gli
riconsigliano la prudenza, colla quale da tanti anni resiste nella schiavitù.
Le campagne peggio che indifferenti sono ostili alla rivoluzione; l'avarizia
domestica e la bigotteria religiosa e politica v'imperversano al punto che un
clero meno vile avrebbe forse potuto suscitarvi una contro-rivoluzione.
Solo la borghesia è
rivoluzionaria, ma fiacca per abitudini, non pratica di governo, non facile
alle armi, nutrita più di rettorica che di scienza, meglio atta a morire in un
impeto di disperazione che a perseverare in una lotta disuguale di forze,
incerta di scopi e di processi, si smarrisce. La sua parte più giovane e più
numerosa accorre sotto le bandiere, mentre i suoi seniori ammalati di
cattolicismo liberale non ardiscono proclamare davvero la rivoluzione. Si parla
ancora di confederazione, le forme costituzionali imbrogliano gl'inesperti e
favoriscono gl'ipocriti; in fondo si teme pel popolo e si rammemorano i giorni
sanguinosi della rivoluzione francese. Manca il sentimento nazionale. Il
problema della indipendenza si fraziona per ogni provincia, la parola repubblica
confonde e sbigottisce. Si crede ancora che religione e libertà si accordino,
che i principi patteggino leali coi popoli e il papato possa concordarsi
volontario coll'Italia.
Non si sa nulla e manca
tutto. La rivoluzione fallisce, ma spezzato il dramma, le sue energie si
condensano nelle scene. Il Piemonte resiste come regno non ignaro d'invasioni,
Venezia riassume morendo tutte le virtù della sua lunga vita, Roma assalita da
tutta l'Europa riapre la storia immortale delle proprie guerre per scrivervi
un'ultima pagina, che ne vale molti libri. A Napoli tradimento e massacro. I
Borboni mentono ed assassinano, fedeli alla propria tradizione. A Milano
l'insurrezione inerme, dopo aver trionfato d'un esercito per cinque giorni,
sfinita più che vinta cede non patteggia: a Bologna i popolani insorgono e
abbandonati abbandonano la rivolta; la Romagna freme, ma i suoi audaci sono tutti a Roma e i troppi codardi rimasti a casa seminano diffidenze preparando
persecuzioni e condanne.
L'Europa è sossopra.
Parigi, Berlino, Vienna tumultuano: la rivoluzione gloriosa e sanguinante è
vinta dovunque, ma fra tutte quella d'Italia, allora forse la meno osservata, è
la più significativa. Al principio della nazionalità essa congiunge il problema
del papato. Per tutta la storia, dal più oscuro medio evo fino a Napoleone
primo, nessuno aveva potuto risolverlo. L'Italia vi si accingeva. Il papato
colpito da improvvisa quanto inesplicabile demenza aveva concesso una
costituzione, che infirmava naturalmente il suo principio; quindi l'aveva
tradita per non essere trascinato fuori della propria orbita, e la rivoluzione
era scoppiata, uccidendo nel ministro papale l'ultima illusione di un accordo
fra l'Italia e il Vaticano.
La repubblica romana
doveva morire prontamente, ma bastava ad interrompere la vita millenaria del
papato.
Quindi il dissidio
religioso invelenì nelle coscienze liberali. I più coraggiosi nauseati dalle
attitudini del pontefice, che fuggiva piuttosto che resistere e malediceva
invece di compiangere, si gettarono nella rivoluzione oramai troppo male
ridotta per trionfare, e bestemmiando cattolicismo e federazione invocarono
come suprema necessità della patria gli esterminii del 93. I più arretrarono
mascherando di pretesti religiosi la prudenza, che li faceva disertare una
causa per la quale la sola onorevole speranza era di morire: i meno sognarono
una reazione papale iniziante un governo più largo d'impieghi ai devoti e di
stipendi alle spie.
La lunga servitù
d'Italia pesava su tutte le coscienze come una fatalità; la rivoluzione
sembrava perdere non per colpa degli uomini ma per ragione delle cose. L'Italia
non poteva risorgere. Questa acquiescenza al destino o alla provvidenza, come
allora si diceva, era favorita dal quietismo religioso e letterario a capo del
quale splendeva il Manzoni: la rassegnazione cristiana e il pessimismo ultra
mondano, che mette sempre nell'altra vita la soluzione di tutti i problemi,
coprivano le viltà depositate nelle coscienze da troppi secoli di servitù,
mentre l'educazione cattolica assoggettava coi suoi terribili dilemmi spiriti
anche non volgari.
Quindi i pochi eccessi
rivoluzionari, che falsavano la nuova libertà, bastarono a molti per
abbandonarla, evitando loro di risolverne il problema nella coscienza. I
rivoluzionari rimasero pochi ma intrepidi, i cattolici furono troppi ma quasi
tutti vili, certo tutti inetti, aspettando dall'Austria più che da Dio la
pacificazione d'Italia.
Il clero che negli
antecedenti begli anni della letteratura cattolica liberale si era abbandonato
a tutti i lirismi del sacrificio, rientrò frettolosamente nel secolare egoismo:
nessuno osò scindere le questioni che il Vaticano fondeva in una sola.
Pontificato, governo temporale, romanismo, cattolicismo, cristianesimo, tutto
si confuse nell'anatema lanciato dal papa alla rivoluzione e rimase identico
nella coscienza del clero. I vantaggi della sua posizione storica minacciati
dalla rivoluzione gli tolsero la vista delle grandi riforme da lui stesso invocate,
mentre l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa proclamata altamente dai
liberali lo guariva quasi istantaneamente dalla passione della libertà.
Immaturo per la propria
riforma, il clero non poteva accondiscendere nella rivoluzione.
I suoi più grandi
pensatori, riprovati da Roma, non avevano osato nemmeno nello sdegno della
propria condanna precisare la riforma cattolica; imbarazzati fra loro nella
parte dogmatica, non riuscirono che a maledirsi scambievolmente ponendo il
problema della nuova costituzione ecclesiastica. Quindi le esigenze della
libertà e della autorità sviandoli nel pensiero li esasperarono nel sentimento
già atterrito dalla insurrezione e dal silenzio del popolo, fra cui
predicavano. Invece di una riforma religiosa, questi domandava una rivoluzione
politica. Il cattolicismo non era più un bisogno ideale dello spirito popolare:
i suoi dogmi, la magnificenza della sua universalità non commovevano più,
mentre la violenta interpretazione papale riassumendo tutto nel vaticanismo
aveva già prodotto negli spiriti quell'indifferentismo beffardo e desolato, che
Lammenais prima di ribellarsi aveva cercato di combattere con un fervore di
fede pari allo splendore dell'eloquenza.
E a poco a poco i nuovi
eretici trascinati dallo stesso spirito novatore erano saliti dal campo
religioso nel filosofico, abbandonando la sicurezza dell'insegnamento
cattolico, prono ma sodo, per smarrirsi non visti dal popolo fra la turba dei
grandi pensatori, che cercavano già donde verrebbe la nuova religione.
Il problema del
rinnovamento cattolico, intuito nella prima metà di questo secolo, non sarà
veramente dibattuto che nel secolo seguente e risolto chissà in quale.
Certo prima di esaurirsi
il cattolicismo, che sta rincorporandosi tutto il cristianesimo, deve produrre in
sè stesso nuove interpretazioni e forme favorevoli alla espansione degli
ideali, che oggi ancora contunde nella idolatria o deprava nella politica.
Il clero italiano fu
come da moltissimi secoli al di sotto della propria posizione, il più vile di
tutto il cattolicismo. La corruzione vaticana scemandogli il carattere
religioso gli aveva tolto, e non gli ha ancora restituito, il carattere umano.
Mentre l'Italia insorgeva contro l'Austria in una guerra d'indipendenza scevra
di questione religiosa, e la rivoluzione assaltava il Vaticano scacciandone il
papa per conquistare la libertà religiosa e politica, il clero non osò essere
nè italiano nè cattolico combattendo l'Austria o schierandosi col pontefice. La
viltà del Vaticano, che oppugnava l'Italia per conservarvi il minimo regno, si
ripetè in tutte le parrocchie; i curati trepidanti pei proprii beni lasciarono
a Dio l'ufficio di salvare il papa, e non uno di loro tentò di mettersi alla
testa dei molti fedeli per difendere, ultimo crociato, la tomba degli apostoli,
o salire almeno il pulpito per dire ai contadini che l'Austria tiranneggiando
l'Italia aveva il medesimo torto dei settari insignorendosi di Roma.
Invece ripeterono a
bassa voce la parola di Gesù altrettanto vera nella filosofia che falsa nella
storia: date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare; ma il
nuovo Cesare stava a Vienna, e quanto a Dio, i suoi beni e i suoi diritti erano
quelli medesimi delle parrocchie.
Sullo scorcio del secolo
passato il clero francese morendo nella Vandea per il proprio re si era
contemporaneamente battuto per la Francia contro gl'invasori, e la rivoluzione
aveva dovuto stimarlo, e Napoleone poco dopo l'aveva riconfermato. Il clero
italiano, ignobile ed ignaro, non volle morire nè per l'Italia nè per il papa,
e visse a sè medesimo.
Ma il papa stesso,
moltiplicando per tutta la superiorità del proprio grado l'antico errore di
Pompeo, abbandonò Roma al primo scoppio rivoluzionario ricusandosi ad un
pericolo di morte altrettanto improbabile che benefico alla religione. La
prigionia di Pio VII era bastata a riscaldare gli animi religiosi dopo la
rivoluzione francese, l'assassinio o la condanna di Pio IX avrebbero riaccesa
in tutti gli spiriti la fiaccola della fede disonorando per sempre la
rivoluzione.
Invece riparò nella più
solida fortezza del peggior tiranno d'Europa, cingendosi di briganti contro i
rivoluzionari. Mentre Garibaldi e Mazzini venivano a morire sulle mura di Roma,
disperati di salvarla ma bagnandola del proprio sangue, come di un battesimo che
la iniziasse a nuova vita, il pontefice nella feroce umiliazione di re, che non
sa nè vincere nè morire, dimenticava il proprio carattere di padre universale
per cacciare contro Roma quanti soldati la reazione trionfante in Europa poteva
prestargli.
Ma la viltà del papa
immortalata da Mazzini in una pagina rovente d'indignazione sparve nella viltà
del clero; a tutti sembrò dovere la sua fuga, diritto la sua invocazione agli
stranieri perchè lo rimettessero in trono. Senonchè quella fuga e quell'appello
oltre le alpi provarono invece che principio e fatto di regno temporale erano
esauriti. Quando un principio è incolume e un fatto è intero, coloro che lo
incarnano non vi falliscono; l'energia della fede, il vigore della coscienza li
sorreggono in ogni frangente; possono perdere non scappare, soccombere non
prostrarsi. Il re che abbandonava Roma senza chiamare il popolo alle armi
confessava di non esserne che il papa, e il mondo gli credette.
Quindi la sua fuga
aperse nelle mura una breccia, che allargata dalla soldataglia cosmopolita del
suo ritorno non si potè più sbarrare: vent'anni dopo Vittorio Emanuele,
scoprendola, entrò e la chiuse. Questa volta Pio IX non fuggì da Roma perchè
non ne era più il re, ed essendone il papa poteva sempre restarvi.
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