V.
Dopo quella notte, nella
quale si era avverato l'ideale di tutta la sua vita, D. Giovanni si chiuse
nella calma silenziosa degli uomini forti che si sentono finiti. Quanto
accadeva intorno a lui nella nuova Italia non lo interessava più. L'attitudine
incerta della monarchia combattuta da troppe correnti interne ed esterne,
l'agonia del vecchio partito repubblicano, che nella morte di Mazzini perdeva
l'ultima ragione col solo uomo dal quale ripeteva la vita, l'infanzia oscura e
plebeamente bassa del socialismo, al quale nessun uomo di vero ingegno aveva
ancora aderito, e che gittava ogni tanto per le piazze grida incomposte e
bestemmie pazze, gli erano peggio che indifferenti, sconosciute. Il suo doppio
sogno era stato la risurrezione dell'Italia e la morte del papato politico; al
di là di esso per lui doveva cominciare il sonno eterno.
La generazione, colla
quale aveva sofferto combattendo, oramai dispersa nelle tombe, non era più
rappresentata nella vita che da pochi sbandati, solitari nella politica del
momento, costretti ad occuparsi di quesiti amministrativi o contristati
dagl'insulti della nuova generazione sopraggiunta come un'orda di saccomanni
sui campi di battaglia.
Malgrado le seduzioni
dei repubblicani, cui la defezione dei migliori personaggi assottigliando ogni
giorno la vita consigliava di presentare al popolo in ogni circostanza le poche
glorie rimaste, non volle mai uscire dalla propria oscurità. Cacciatore negli
ultimi autunni della vecchiezza come nei primi della gioventù, parve anzi
sfuggire con senso pauroso di modestia alla celebrità che lo veniva cercando
pei colli di Modigliana.
Poi Garibaldi morì.
Questa volta Don
Giovanni non pianse, perchè se lo aspettava.
La morte, non mai
temuta, gli sembrava ora la più ineffabile delle grazie serbate all'uomo da
Dio; d'altronde, anche per lui la vita fisica dell'individuo, quando la sua
missione storica è compita, perdeva ogni senso e valore.
Solo la raccomandazione
suprema dell'eroe, che un minuto prima di spirare confidava all'amore della
famiglia le due capinere da lui educate nei dolorosi ozii della lunga malattia
e che sentendolo morire gli mandavano dalla finestra, già abbandonata dal sole,
il più dolce saluto della vita, gli trasse sugl'occhi una lagrima.
Tutta la grande anima di
Garibaldi si rivelava in quell'estremo pensiero.
Solo gl'invitti possono
essere così sublimemente delicati!
Quando lo invitarono al
comizio di Faenza per la morte del Generale accettò e discese.
Lo vidi allora per la
prima ed ultima volta.
Egli non parlò, non si
accorse quasi della generosa emozione destata dalla sua presenza; morto
Garibaldi si sentiva già moribondo e camminava a testa bassa, quasi contando i
passi che lo avvicinavano al sepolcro. Ritornò frettolosamente ai proprii
colli; di lui si seppe solo qualche anno dopo che era morente.
Ma la sua morte fu come
la sua vita.
Il clero che lo aveva
sempre dispettato, vendicando sopra di lui la viltà di non avere osato
condannarlo salvatore di Garibaldi, stimò di poterlo sopraffare nell'agonia; e
siccome Don Giovanni era sempre rimasto prete, molti fra i suoi stessi amici
credettero che avrebbe abiurato le opinioni di tutta la propria vita per morire
sicuramente nella religione cattolica. Così poco era stato compreso il suo
carattere, e per gl'increduli romanismo e cattolicismo sono ancora la stessa cosa!
Il vescovado fu
sossopra. Tutti i giornali d'Italia recavano i bollettini della salute
dell'infermo, il paese era agitato.
Don Giovanni, calmo
anche negli ultimi istanti, chiese i sacramenti e si confessò; ma quando il
confessore per concedergli l'assoluzione gli domandò un'abiura di ciò, ch'egli
chiamava le sue eresie e che, lui sano, la Chiesa non aveva mai condannato interdicendogli l'esercizio sacerdotale, il suo volto s'illuminò d'un sorriso.
Forse, anzi senza forse,
si aspettava a questo.
Ricusò, umile e fermo.
Gli amici repubblicani,
che soppravennero, lo complimentarono colle solite frasi della incredulità
sulla sua fermezza, e Don Giovanni sorrise ancora. Il suo spirito limpido
coglieva meravigliosamente il doppio egoismo dei due partiti, che si disputavano
la sua morte per farsene argomento di battaglia. Nullameno sereno ed austero
non mise un lamento, non differenziò le due assistenze, che si contendevano il
suo letto.
Senza dubbio vi furono
incidenti dolorosamente comici fra gli addetti dei due partiti egualmente
ammessi nella camera del moribondo, ma li ignoro, e coloro che vi assistettero
non li confesseranno. Il vescovo rimase inflessibile e ricusò l'assoluzione;
gli altri desideravano una morte da libero pensatore.
Prete e cattolico, Don
Giovanni che voleva morire come aveva vissuto, sentendosi veramente vicino al
gran passo, benchè avesse sempre taciuto operando in vita, comprese il dovere
di parlare. La sua morte come la sua vita dovevano esprimere il medesimo
principio: dettò questa dichiarazione.
/# Modigliana, addì 19
novembre 1885. #/
«Sono nato nella
religione di Cristo e in essa desidero e intendo morire.
«Ho professato le sue
massime, come quelle che furono fonte principale di tanta civiltà. Credo nella
vera religione di Cristo, non in quella che è stata deturpata dal mondo e da'
suoi ministri, che causa delle conseguenze derivate dalla loro ambizione,
prepotenza e crudeltà, hanno fatto versare tanto sangue al mondo e specialmente
alla patria nostra, e Dio nol voglia che per essi si sparga altro sangue e non
ne venga l'estrema rovina all'Italia.
«Non sarebbe accaduto
così, se i ministri della Chiesa e il loro capo avessero ricordato quei detti
di Cristo: - Il mio regno non è di questa terra: date a Cesare ciò che è di
Cesare.
«Non posso aggiungere
altro perchè mi vengono meno le forze.
«Don Giovanni Verità.
Era sfinito.
Allora accadde una gran
cosa: il prete mandato dal vescovado per ottenere dal moribondo l'abiura, tocco
di quella modesta e serena fermezza, diede senz'altro l'assoluzione. Don
Giovanni si comunicò. La novella si sparse subito nel paese, cosicchè il
confessore appena uscito dalla casa fu attorniato, complimentato. Il dramma era
finito. Al vescovado invece scoppiavano molte collere, ma poichè non si era
osato processare Don Giovanni all'indomani del salvamento di Garibaldi, e solo
più tardi con meschini pretesti gli si era tolta la Messa, per ridargliela poco dopo senza alcun accenno alla grande opera della sua vita, anche
il suo confessore non fu scomunicato. Qualche giorno dopo Don Giovanni moriva e
il clero ricusava alla sua salma gli uffici pietosi della religione. Non si era
osato nulla contro il vivo, si osava troppo contro il morto.
Naturalmente, il partito
liberale s'impossessò del cadavere per farsene argomento di trionfo. Tutta
Italia ne fu commossa, i funerali per concorso di gente e per sincerità di
commozione riescirono quali nessuno, nemmeno fra i più vecchi, ne ricordava
nelle Romagne; il popolo vi fu ammirabile, gli oratori, secondo il solito,
rimasero troppo al di sotto dell'idea e del fatto che dovevano esprimere.
Quindi si fece silenzio.
I giornali non si
occuparono più oltre dell'oscuro prete romagnuolo, che aveva avuto tanta parte
nel risorgimento italiano: nessuna rivista, nessun libro, ch'io sappia, ha ancora
studiato i problemi posti e risolti da Don Giovanni nella sua vita. La
semplicità, che è l'ultima forma della verità, è anche troppo spesso l'ultima
ad essere compresa.
Un amico, al quale l'ho
richiesta, mi ha portato l'originale della dichiarazione di Don Giovanni. Molti
spiriti forti di quella mezza coltura che fa disprezzare tutto permettendo di
parlare su tutto, avranno sorriso leggendola; infatti la sua forma letteraria è
meno che meschina, il suo contenuto filosofico piuttosto volgare. Io stesso al
primo tempo non sono riuscito a difendermi da un sottile senso di scherno che
si è poi mutato in ammirazione studiando e ricostruendo tutta l'eroica e
semplice vita di Don Giovanni.
Queste pagine che,
ammalato per causa sua, scrivo di lui, a letto, senza dormire e senza muovermi
da una positura che mi toglie spesso di seguitare a scrivere, sono ben lungi
dall'essere uno studio storico e psicologico; appena appena vi ho fissato le
idee principali senza nemmeno coordinarle in un disegno, che riveli la loro natura
intima e i loro più necessari rapporti. Divagazioni di malato, che cerca
nell'attività del pensiero l'oblio di dolori fisici, avranno forse un giorno
più alto valore biografico per chi voglia occuparsi dello scrittore che non
siano oggi una biografia di Don Giovanni.
Divaghiamo, divaghiamo!
In quel dubbio supremo
della sua dichiarazione «che il papa possa ancora riuscire fatale all'Italia
insanguinandola in una guerra forse più civile che straniera» Don Giovanni ha
egli inteso di alludere ai tentativi di conciliazione col Vaticano, che
incominciati colla stessa rivoluzione l'hanno sempre accompagnata di tappa in
tappa, insidiandone la sincerità dell'opera quando non riuscirono a infirmarne
il movimento?
Per coloro, che
conoscono tutta la sua vita, il dubbio non è nemmeno possibile, ma senza dubbio
egli non ebbe un'idea molto chiara del terribile problema accennato dalle sue
ultime parole.
La rivoluzione italiana,
conseguenza della grande rivoluzione francese e sintomo di una maggior
rivoluzione futura, ha avuto contro sè stessa il cattolicismo disciplinato e
riassunto da Roma papale; il popolo che la seguì inconscio come sempre, era ed
è ancora dominato nella coscienza da tutte le idee cattoliche, che non giunge e
non giungerà per lungo tempo a sceverare dalle idee politiche del Vaticano.
L'odio ai preti e il disprezzo della religione non sono ancora che molto
superficiali: nel sentimento delle masse il matrimonio vero è quello ecclesiastico,
unica religione il cattolicismo; si battezzano pressochè tutti i bambini, si
affidano al clero per la prima educazione, s'iniziano in tutti i gradi della
religione. Si diffida dei collegi laici, si amano tuttavia i conventi mutati in
educandati; tutte le Madonne e i Santi miracolosi sono più che mai vivi nella
illusione del popolo, un sottinteso scinde tutte le coscienze: si vuole la
libertà della vita pubblica e si crede ancora nella servitù della vita
spirituale. La scienza, incerta nei metodi, dubbia nei risultati,
contradditoria nelle affermazioni, rimane in alto, retaggio e culto di pochi:
la filosofia è quasi sconosciuta, la letteratura disertata dai campi
dell'ideale per una irreflessiva passione scientifica non è più che pittura di
superficie. La rivoluzione nata e vissuta d'istinto non si è ancora mutata in
riflessione. La maggior parte di coloro che l'hanno sostenuta, morendo la
sconfessano, onde i preti se ne vantano affermando che la sua verità non
resiste in faccia alla morte.
Il sogno esposto da
pochi, accarezzato da quasi tutti è di una conciliazione, che accordando la
coscienza religiosa colla coscienza politica induca quella calma, che altri
secoli hanno conosciuto.
L'ideale ultramondano,
troppo spesso negato dalla rivoluzione, invincibile in fondo a tutte le
coscienze offusca e sminuisce gl'ideali politici già intorbidati da interessi
non sempre nè grandi nè puri: l'uomo non vuole e non vorrà mai rinunciare alla
immortalità religiosa del proprio individuo per nessuna felicità storica
ottenuta da spostamento di classi o migliore assisa di ordini. Uno scetticismo
doloroso costringe quindi le coscienze a diffidare di tutte le forme della
vita. La religione cattolica più antica degli istituti politici che la
combattono, incrollabilmente superba nell'affermazione della propria
immortalità, sovrasta a popoli e a governi, scemando loro colle condanne e
colle ironie la fede già scarsa che hanno in sè stessi.
La rivoluzione non è
nemmeno arrivata alla conquista della propria forma necessaria. Solo la Francia, che l'iniziò prima in Europa, dopo quasi un secolo di tragiche prove, attraverso
sanguinose ecatombi e rovine economiche è giunta finalmente a costituirsi in
repubblica, ma con così debole maggioranza di voti e fiacca compagine di
sentimenti, che i residui monarchici possono ancora atterrirla minacciando o
rallentarle la vita con opposizioni parlamentari, mentre gl'informi detriti
rivoluzionari, che non hanno in essa potuto organizzarsi, l'osteggiano
avvelenando le idee delle quali vive.
In Italia invece la
rivoluzione, determinata nelle migliori coscienze da tutta una lunga serie di
sviluppi storici, s'internò nel problema dell'indipendenza nascondendovi per
qualche tempo indole e principii. Mazzini solo non la smarrì mai di vista e
badò a spiegarla, poco inteso da coloro stessi che lo seguivano, frainteso dai
più che non arrivavano a sbrogliare in sè stessi la contraddizione delle
necessità religiose e politiche, malinteso ipocritamente da molti, che
l'egoismo degl'interessi tendeva a raggruppare intorno alla forma monarchica
parassita della idea rivoluzionaria. La rivoluzione per sciogliere il proprio
problema fondamentale dovette contraddire al proprio sviluppo sottomettendosi
alla monarchia; Mazzini stesso, che nell'entusiasmo del primo giorno di
battaglia aveva ordinato ai propri fedeli di combattere col Re, riconobbe
vecchio che la monarchia di Savoia entrando in Roma e compiendo così l'unità
d'Italia, vi si assicurava un regno di qualche generazione. Questa suprema e
dolorosa confessione del grande apostolo rivoluzionario fu raccolta servilmente
da tutti i valletti della monarchia.
Nullameno, la monarchia
non potè diventarne più forte. Anzitutto la mancanza di principio nella sua
forma le toglieva di potersi davvero impadronire di una qualunque corrente di
vita. Uccisa come principio dalla grande rivoluzione francese colla
proclamazione della sovranità popolare, non è rimasta dopo nei paesi, i quali
accolsero l'elettorato politico sulla base del diritto individuale, che un
fatto storico giustificato dallo squilibrio di coltura e di sentimento nelle
classi dello Stato. Le più colte si mostrarono in gran parte favorevoli alla
monarchia, nella quale potevano più facilmente imperare e difendere i privilegi
sopravvissuti al naufragio della grande rivoluzione: le più incolte, dominate
dall'antica servilità ed esasperate nel nuovo orgoglio sovrano quotidianamente
deluso dalla loro stessa incapacità, soggiacquero alla monarchia accarezzando
in sè stesse piuttosto la sua negazione, come sfrenamento da ogni legge che
l'avvento di una vera democrazia, nella quale la legge pura di ogni influenza
di ordini fosse espressione della più astratta giustizia.
Ma nella monarchia
costretta a scimiottare persino le forme più basse della democrazia,
sopravvivevano i ricordi e gli orgogli del vero tempo monarchico, quando il re
solo era la legge e intorno a lui e con lui i feudatarii mutati in cortigiani
spadroneggiavano. Il clero più alto di principii e più largo di sistema era
allora servo e signore, manipolando, urgendo, sfruttando monarchia, feudalismo
e popolo. Papato ed impero avevano potuto ferirsi vicendevolmente, ma lo stesso
principio faceva la loro vita e doveva riunirli, quando un altro sorgendo a
combattere minacciasse di relegarli dalla storia.
Carlo Alberto il primo
re, che attraverso troppe miserabili contraddizioni parlava di un'Italia
sognandone la conquista, pieno ancora la fantasia delle forme medioevali e più
savoiardo che italiano, si componeva, come un cavaliero della leggenda, un
nuovo scudo e vi scriveva in francese - J'attends mon bel astre.
Dei tempi nuovi, della
nuova coscienza creata dal diritto elettorale, neppure il più lontano sospetto:
lo statuto largito come generosa concessione di monarca, invece che stabilito
come diritto fondamentale; terrore e odio verso i rivoluzionari, che parlavano
solo dell'Italia; pregiudizi religiosi, inflessibili vanità aristocratiche,
superbie intrattabili di chi si crede nato d'altro sangue che il comune e si
stima eroe acconsentendo nella rivoluzione, la quale invece è un dovere.
Ma la monarchia, che
s'accorgeva di essere senza principio, non poteva non diffidare della
rivoluzione, accarezzandola per giovarsi delle sue forze.
Il clero, riuscito fino
allora ad inimicare democrazia e principato, vedendoli riuniti momentaneamente
sotto la pressione del doppio problema dell'indipendenza e della unità
italiana, si chiarì nemico per difendere il proprio minimo Stato di Roma,
mentre la nuova monarchia invece seguitava con lui l'abitudine degli antichi
sorrisi.
La guerra coll'Austria
scoppiò. L'Italia si riunì con processo fortunato, sebbene troppo spesso
umiliante, e al clero vennero ritolti la maggior parte dei possessi e dei
privilegi. Roma stessa, abbandonata da Napoleone III nella caduta del secondo
impero, si mutò da capitale cattolica in capitale italiana. Quindi colla legge
delle Guarentigie, che il Parlamento dovette votare, appena insediato a Roma,
per calmare le apprensioni del mondo cattolico sulla libertà del papa, e che fu
la legge forse più abile e profonda del periodo legislativo oggi ancora in
corso, ricominciarono i tentativi di conciliazione non più fra Chiesa e Stato,
ma fra Papato e Monarchia. Pio IX, spirito meschino immiserito dalla vecchiaia
e dai disastri, li accolse coll'acrimonia del vinto, cui uno sbaglio del
vincitore presenta il destro di un rimbecco: ma Pio IX e Vittorio Emanuele
morirono e Umberto I e Leone XIII si trovarono di faccia.
Se Vittorio Emanuele
entrando in Roma nel 1870 aveva, nella sua fiacca coscienza di cattolico,
sentito il bisogno di scrivere una lettera quasi di scusa al Papa, rincarando
sulla vilezza dei ministri che si confessavano spinti su Roma dal popolo,
scambiando così per finezza diplomatica la loro insufficenza in uno dei più
grandi momenti della storia universale, Umberto I nell'assumere il regno,
riaffermò contro il papa Roma intangibile degli Italiani. Questa salda
sicurezza di contegno gli valse subito le simpatie della nazione.
Ma le encicliche del
papa, i discorsi ministeriali, certe proposte di legge respinte e molte leggi
interpretate a rovescio; opuscoli, libri, doni alle chiese, cortesie al
pontefice, ingegno preclaro di politico quanto minuto e falso letterato: una
prudente risurrezione del vecchio guelfismo, tutto accennò ad una conciliazione
non ben definita sulle idee ma troppo chiara nei sentimenti. Il principato
invocava dal papato le sue armi spirituali a guarrentigia dell'ordine contro le
ignobili anarchie della piazza.
E, bisogna pur
confessarlo, la maggior parte del pubblico vi era favorevole. Ruggero Bonghi ne
scrisse molti articoli sulla Nuova Antologia che furono poco letti e
meno compresi. Ora la conciliazione, apparentemente in preda ad una crisi,
occupa tutti i giornali e nello stesso Parlamento ne fu discusso, e un
deputato, guelfo fanatico, si è dimesso dopo la risposta confusa ma ferma del
Ministero.
Nullameno il problema
della conciliazione rimane forse il maggiore della politica interna
conservandosi grave nella politica estera.
Esso è doppio. In tutti
gli Stati parlamentari, dove il cattolicismo è religione preponderante, la Chiesa difendendosi ostinatamente nei privilegi storici perduti è partito di opposizione,
troppo spesso alleato cogli ultimi radicali per odio implacabile alla libertà e
offrendo nel medesimo tempo ai governi la propria alleanza per conservare
quanto le è rimasto della propria posizione privilegiata. La conciliazione è
allora fra Chiesa e Stato, entrambi basati sopra un principio assoluto: la Chiesa, che arbitra della vita ultramondana vuole signoreggiare la presente per
indirizzarvela: lo Stato, che prima e ultima sintesi della vita umana, pretende
contenerne e rattenerne tutte le forme, sottomettendole al suo diritto
universale entro cui ogni singolo diritto può raggiungere tutti gli sviluppi.
Ma questo dissidio per quanto filosoficamente profondo non è politicamente
molto grave, poichè Chiesa e Stato sotto la minaccia del medesimo disordine
rivoluzionario, possono sempre momentaneamente accordarsi.
Nell'Italia la guerra
fra la Chiesa e lo Stato si complica delle diuturne battaglie fra monarchia e
papato. Se il pontefice del cattolicismo stendendo la propria influenza sopra
'tutto' il mondo a certe epoche vi pretese una suprema sovranità sui popoli e
sui re, politicamente il suo regno era nullameno circoscritto a poche provincie
intorno a Roma. Il pontefice era universale, il papa romano. Le necessità di
tale piccolo regno dominarono sempre la politica dei pontefici, costringendoli
nelle più bizzarre e tragiche contraddizioni.
La loro storia fu
scritta in un immenso capolavoro dal Ranke, ma l'antagonismo religioso e
politico del pontificato col papato non fu nettamente analizzato in nessun
libro, che io conosca. Se il papato nel medio evo aveva sottomesso l'Europa
aiutandovi la civiltà malgrado gli eccessi di ogni genere che gli macchiarono
la vita, doveva ultimamente soccombere per opera della rivoluzione italiana, la
quale svolgendosi monarchicamente gli oppose il Principato. Il papato ucciso
dalla repubblica romana del quarantotto fu seppellito nel settanta dalla monarchia
di Savoia. Sul principio i due alleati, divenuti avversari, ne rimasero come
trasognati; quindi il papato, più antico e più forte, mutando in carcere la
reggia conservata e in catene le guarantigie concessegli, si affermò
prigioniero. Pronto a patteggiare con tutti i governi, non ebbe che una vera
inimicizia: la monarchia italiana.
La sua vecchia abilità
di governo gli scoperse subito le parti deboli del nemico. La monarchia
italiana conteneva la rivoluzione come una coccia o una cuna; ogni giorno che cresceva
al bambino, scemava alla culla, che questi doveva rompere per saggiare le
proprie forze prima di abbandonarla. Tutte le monarchie assorbite da quella dei
Savoia, le avevano legato col regno una pericolosa eredità di odii e di
difetti, mentre la rivoluzione, conquistandole mezza Italia, le aveva troppo
scemata la gloria delle battaglie e la legittimità dei trionfi. Il popolo
italiano nella sua massa più inerte era meglio cattolico che monarchico, nella
sua minoranza più attiva rivoluzionario anzichè liberale; le classi,
conservatrici per egoismo di censo e di nome, che avevano abbandonati i vecchi
signori pel nuovo solamente per paura della rivoluzione, non resisterebbero
intorno al re di Piemonte mutato in re d'Italia, quando quella, acquistata la coscienza
di sè medesima e imparate nella opposizione le arti del governo, piglierebbe la
rivincita del cinquantanove.
Queste le analisi e le
speranze del Vaticano. I suoi giornali ripresero quindi la guerra recandovi una
superbia d'ironia, alla quale i conservatori non seppero opporre un'uguale
superbia di regno. La codardia delle frasi diplomatiche usate dal Ministero
andando a Roma dopo Sedan, la lettera umile ed umiliante di Vittorio Emanuele
al papa, che rigettava sulla rivoluzione la conquista di Roma, diedero ragione
al Vaticano. Il suo nemico aveva coscienza della propria debolezza; temere
d'essere vinto è sempre stata la meta di ogni sconfitta.
Intanto il pontefice,
libero dalle angustie del piccolo regno perduto, cresceva nella estimazione
dell'Europa: l'Inghilterra l'invocava contro gl'Irlandesi e Leone XIII,
ripetendo l'infamia di Gregorio XVI contro i polacchi, colpiva i ribelli
cattolici che ricusavano di morire di fame sotto la tirannia degli inglesi
protestanti; Bismark circuito in Parlamento dai dissidenti cattolici cessava la
persecuzione del Culturkampf accettando il papa arbitro nella questione delle
Caroline, e spaventato dalla nuova floridezza francese ricomprava da lui un
voto del proprio Parlamento per la ricostituzione dell'esercito vincitore a
Sedan: lo Czar, tremante sotto l'eroismo dei nichilisti morenti a migliaia come
i primi cristiani, si rivolgeva a Roma come al più vecchio focolare di
autorità: la Spagna, scaduta a una vedova di re, riconfermata regina da un
Parlamento che non ha ancora acquistata la coscienza di sè medesimo, si
rifugiava sotto la protezione del papa ancora arbitro delle coscienze
cattoliche ovunque istintivamente ostili alla rivoluzione.
La monarchia italiana si
volse quindi al Vaticano affettando l'orgoglio rivoluzionario, che in fondo non
ebbe mai e fu spesso costretta a simulare. I suoi più ardenti partigiani
accumularono proposte su proposte negli scritti per saggiare il terreno prima
di presentarle in Parlamento; Ruggero Bonghi al solito fu il più forte campione
del nuovo compromesso, ma il suo ingegno sempre più largo che vasto, e troppo
spesso uso a scambiare la bassezza per la profondità, fallì anche questa volta.
Il fondo delle sue, come di tutte le altre proposte, era di rendere al
pontefice qualche cosa dell'antico papato, ricostituendolo parzialmente in modo
da permettere alla Santa Sede di uscire dalla sua ostilità verso la monarchia.
La conciliazione fra
Chiesa e Stato, cioè l'accordo della libertà politica colla autorità religiosa,
la composizione dell'ideale storico coll'ideale divino potrà essere più o meno
difficile o lontana, ma l'aspirarvi e il tentarla è sentimento di ogni alta
coscienza; la conciliazione fra il papato e la monarchia, fra un morente ed un
morto per combattere la vita, rappresenterebbe la più profonda negazione d'ogni
coscienza civile. La monarchia deve attingere la legittimità del proprio tempo
nei servigi continui resi alla nazione e che una forma repubblicana più alta e
quindi corrispondente a uno stadio più avanzato di civiltà o non potrebbe
rendere, o peggio ancora renderebbe impossibili. Alleandosi invece al suo
eterno nemico nella speranza che le induca nel vecchio organismo quella
immortalità del proprio principio religioso che egli stesso non potè
assimilarsi, commetterebbe la maggiore e la più ignobile delle colpe.
Le monarchie
plebiscitarie e rivoluzionarie come l'italiana debbono saper vivere e morire
della propria rivoluzione; forme incomplete della repubblica, la loro gloria
più vera e la possibilità di maggiore durata stanno nel rendere la repubblica
meno necessaria col più generoso e regolare servizio di ogni libertà.
I cortigiani della
monarchia savoiarda non hanno ancora ben compreso questa necessità, che re
Umberto ha pur mostrato di sentire in parecchie circostanze della sua ancor
giovane vita politica.
Ma se la monarchia si
volse istintivamente al Vaticano, questi addolcendo i termini dell'antico
linguaggio tentò con suprema abilità di adescarla; il suo disegno era semplice
quanto tremendo. Se la monarchia consentiva ad un accordo, che restituisse al
pontificato qualche forma politica del papato distrutto, e giovandosi della sua
influenza sul Parlamento riusciva a farla passare in una legge dello Stato, la
monarchia separandosi dall'anima nazionale si contrapponeva alla rivoluzione.
In questo caso era subitamente, irreparabilmente perduta. Se il pontificato,
come organo magno del cattolicismo proseguendo la conquista religiosa del mondo
è più o meno in collisione con tutti i governi; il papato sopravvissuto nel suo
spirito non ha più che un ideale, la distruzione della monarchia, che lo ha
sostituito.
Ma intanto il
pontificato, sicuro di non perire che colla propria religione, si dispone a
riordinarla per prepararsi alla grande battaglia, che la democrazia gli darà
nel giorno stesso del proprio trionfo. Allora il pensiero storico e il pensiero
divino, urtandosi, creeranno la più bella epopea del pensiero umano.
Leone XIII forte della
nuova unità monarchica cementata dall'ultimo dogma della infallibilità, che gli
permette un più rapido e sicuro maneggio di tutte le forze, ha gettato il primo
grido di guerra per riconquistare storia e filosofia: e gli bisogna
riorganizzare le scuole rifondendone gli statuti, reintegrandone i programmi.
Gli ordini monastici necessari a tutte le religioni non funzionano quasi più.
Il monachismo ha due principii. L'uno passivo, e crea ospedali per tutti i
vinti della vita che vogliono fuggirla senza perderla, per tutti i malati che
inetti a vivere nella storia si rifugiano nell'astrazione divina e non
comunicano più coll'umanità che mediante la preghiera; talvolta questi ammalati
si mutano in infermieri e guariscono ritornando all'azione colla carità.
L'altro principio è attivo e crea caserme, nelle quali vengono ad arruolarsi e
ad armarsi le legioni necessarie alla conquista del mondo. Naturalmente, questi
due tipi fondamentali del monachismo si sminuzzano in molte fisonomie, ma in
ognuna di esse l'asceta e l'apostolo sono sempre riconoscibili. Oggi il
cattolicismo ha un immenso esercito di preti e di frati diviso come i moderni
in due grandi classi, la milizia stabile e la milizia mobile; i preti
accantonati nelle parrocchie si battono troppo poco, i frati distaccati nei
conventi si battono male, e perfino le armi dotte dei collegi e dei seminari
smentiscono l'antica fama e si coprono di ridicolo sostenendo qualche attacco
contro lo stato maggiore del laicato.
Leone XIII ha sentita ed
espressa con vera eloquenza questa miseria intellettuale della sua milizia.
L'Italia, che
rinnovandosi nella rivoluzione trovò i preti ostili ma impreparati, e quindi
impotenti, deve attendersi a nuova e più difficile guerra, dalla quale se non
uscirà più sana e più grande, sarà inevitabilmente fiaccata. Nella guerra del
pensiero i vinti hanno sempre torto e pèrdono il diritto alla vita.
Ma la guerra
complicandosi appunto delle ultime rappresaglie monarchiche colle impazienti
esplosioni rivoluzionarie non sarà forse senza molto sangue, e forse a questo
pensava Don Giovanni moribondo riassumendo la propria nobile vita di patriota
in un'ultima angoscia di carità italiana.
Ebbene, che importa? La
guerra è una forma inevitabile della lotta per la vita, e il sangue sarà sempre
la migliore delle rugiade per le grandi idee.
Alla guerra...! e guai
al vinto, perchè la verità è invincibile.
L'avvenire dell'Italia è
tutto in una guerra, che rendendole i confini naturali cementi all'interno
colla tragedia di pericoli mortali l'unità del sentimento nazionale. Troppe
sono ancora le differenze di storia e d'interessi che ci separano, e troppo
profondamente radicate negli animi, perchè gli sforzi della vita ordinaria
possano sperare di svellerle. Se gli adepti delle antiche piccole corti
soppresse sono quasi scomparsi, quelli fra loro che per tradizione
aristocratica di famiglia o pregiudizi di educazione ricusano ancora la libera
unità della patria riparano fra le coorti del clero, che mutato capitano e
riordinato con migliore disciplina, si prepara a ritentare la battaglia, appena
una guerra dello straniero impegni tutte le forze d'Italia alla frontiera.
Bisogna vigilare nello
studio e rinvigorirsi nella passione superba dell'avvenire.
Ai troppo prudenti
cortigiani, che lusingano l'egoismo dinastico consigliandogli alleanze con
imperi, i quali diversi da noi per indole di popoli e di periodi storici
osteggiano ora tutte le libertà, bisogna ricordare che la monarchia italiana
fuse l'antica gloria di Emanuele Filiberto colla maggiore odierna gloria di
Giuseppe Garibaldi, e che il conte di Cavour profondamente pratico come Guicciardini,
talvolta largo e generoso quanto Macchiavelli, si mescolò nell'opera a Mazzini;
ai clericali invece, che ebbri della sfida temeraria lanciata da Leone XIII
alla critica storica rivantano i beneficii del papato all'Italia, e simulando
passione di patria mirano a mescersi nei pubblici negozi per rallentare il
progresso, nel quale non possono consentire, basta opporre Don Giovanni Verità,
salvatore di Garibaldi, rimasto prete dopo la sua negazione del papato, morto
prete, e contro il quale non si osò inveire che morto. Don Giovanni più che
tutte le altre grandi vittime del papato ne rivelò le debolezze e smascherò le
ipocrisie.
La sincerità della sua
vita resterà nella coscienza italiana. Già il municipio di Roma con solenne
consiglio gli ha votato un busto sul Pincio, nuovo Panteon delle glorie
italiane. Io non so fra quali grandi uomini sarà posto; forse egli vivo
ignorava il nome de' suoi futuri vicini, come non sospettava la gloria che la
riconoscenza della nazione gli ha tributato. Ma ai visitatori del colle
fiorito, d'onde si scorge tutta Roma e dirimpetto al quale la massa enorme di
San Pietro s'erge nella maestà del proprio orgoglio, e quando il sole tramonta
pare illuminarsi per le vetriate di un incendio di gloria, parrà che la modesta
e rustica figura del prete montanaro sia come erroneamente capitata fra le
grandi fronti marmoree delle migliori teste italiane. Forse egli stesso, se
nell'altra vita come piacque a tutte le religioni infantili supporre e come le
nostre religioni decrepite affermano ancora, si conserva il carattere che fu
l'essenza di questa, sarà stato sorpreso da un senso quasi di modestia
trovandosi in così alta compagnia.
No, no, povero prete! Le
grandezze del cuore valgono quelle dell'ingegno, perchè la vita e la storia
hanno egualmente bisogno di tutti gli eroismi di sentimento e di pensiero. Se
la tua fronte è più bassa di quelle che ti circondano, il cuore che palpitava
sotto la tua tunica di prete era più largo di quello di tutti i tuoi vicini; se
essi giovarono alle scienze, tu assicurasti la risurrezione d'Italia salvandone
il redentore. Fra l'eroe di Nazaret e l'eroe di Nizza tu prete non sentisti
differenza, e fosti solo a non sentirla. Sii tranquillo, la tua gloria è
meritata; i grandi teco allineati sono superbi della tua grandezza, che colma
forse l'unico vuoto nelle loro file. Ma verrà un giorno che l'Italia veramente
una di mente e di cuore, comprendendo finalmente tutte le epoche della propria
vita, riunirà nella propria riconoscenza a gruppi i figli migliori incoronandoli
delle idee per le quali vissero e morirono; e allora un grande monumento verrà
alzato, ben diverso dai troppi che gli si ergono oggi, a Giuseppe Garibaldi,
come al grande iniziatore del terzo periodo italiano; e tu prete, che lo
salvasti, gli sarai accanto, emblema entrambi dell'accordo già conseguito fra
la poesia ideale della religione e la poesia reale della vita.
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