VIII.
Si è affermato, e il
Villari è uno degli ultimi e più autorevoli in tale opinione, che con
Macchiavelli comincia davvero la scienza politica, tanto meravigliosamente
cresciuta in questo secolo. Se ciò fosse vero la gloria del Macchiavelli
varrebbe quella del Galileo, giacchè le leggi della storia sono più difficili e
non meno importanti di quelle dell'astronomia; ma se il Macchiavelli fu un
osservatore solamente secondo al Guicciardini nello studio dei fatti politici e
diverso in ciò da lui tentò ordinarli nel Principe entro una specie di
sistema, non solo non ebbe nè coscienza nè potenza di una vera costruzione
scientifica, ma le sue stesse osservazioni più spesso psicologiche che sociali
gli riuscirono monche e insufficienti all'argomento.
Il medio-evo aveva avuto
due scuole politiche: l'una guelfa e l'altra ghibellina. San Tomaso ed Egidio
Colonna dominarono nella prima, Dante Alighieri e Marsilio da Padova brillarono
nella seconda. Per San Tomaso la Chiesa era la sola vera unità della vita che
cominciata sulla terra si compieva in cielo: il Papa riassumeva nella propria
autorità questa unità e doveva dirigere la storia verso il fine che la
trascendeva. Per Dante il fondamento della società è nel diritto, che divino
anch'esso, essendo la giustizia voluta da Dio, à nullameno indipendente dalla
religione e costituisce la base dell'impero. L'Imperatore sintetizza in sè
l'Impero come il Papa la Chiesa: debbono armonizzarsi non sovverchiarsi;
entrambi universali ed indiscutibili, non dipendono che da Dio, del quale hanno
in deposito sacro l'autorità e la verità. Malgrado parecchie buone osservazioni
storiche sul mondo romano e le inconscie ma innegabili tendenze alla
emancipazione della società laica dalla ecclesiastica, Dante non ebbe e non
avrebbe voluto avere il concetto dello stato laico, che molti apologisti si
ostinano ancora ad attribuirgli. Il suo dissidio con San Tomaso rimane entro la
cerchia incantata della scolastica, e il suo impero è piuttosto un riflesso che
un avversario della Chiesa.
Con Marsilio da Padova,
che la Germania sembra aver scoperto all'Italia, appare invece e sfolgoreggia
il concetto dello stato moderno. Nel suo Defensor Pacis, il libro più
meraviglioso del medio-evo, la polemica lo porta così alto da volere
addirittura sottomessa la Chiesa allo Stato; quindi esamina i vari ordini
dell'attività umana, determina molte funzioni sociali, separa il potere
esecutivo dal legislativo emancipandosi primo dall'autorità tirannica di
Aristotile. La monarchia di Marsilio è quasi una repubblica rappresentativa
colla sovranità assoluta del popolo: la Chiesa risiedente nella universalità dei credenti e nelle Sacre Scritture non ha alcun potere coercitivo nemmeno
sugli eretici. Se Dante nella sua Monarchia secondo la bella frase di
James Bryce dettò l'epitaffio dell'impero, Marsilio nel Defensor Pacis
scrisse la prefazione della riforma evocando dal futuro lo stato moderno. Certo
egli non poteva dir tutto, nè tutto bene come il Villari vorrebbe, ma nessuno,
il Macchiavelli compreso e venuto tanto tempo dopo, disse di più. Dopo questa
grande vittoria di Marsilio sulla Scolastica, ottenuta con uno sforzo allora
incompreso e oggi ancora quasi incomprensibile9, non vi furono altri
grandi tentativi. Fra l'Impero e la Chiesa non più così compatti avversari,
avendo involontariamente colle loro discordie cooperato alla trasformazione dei
Comuni in piccoli Stati entro i quali l'equilibrio degli sforzi e la
moltitudine delle minime differenze favorivano in fatto la libertà, il grande
dissidio teoretico parve sopito. Quindi l'erudizione dissuggellò il mondo
classico traendone concetti e ragioni politiche prima ignote o trascurate.
L'antico Stato pagano, già rievocato da Dante, abbacinò tutte le menti nel
confronto involontario coi piccoli Stati del tempo; la sua virtù politica
signoreggiò come ideale di grandezza storica la virtù cristiana.
Ma i molti eruditi, che
scrissero allora trattati politici, fecero misture di massime cristiane e
pagane piuttosto per esercitazione rettorica e con intendimenti di sermone che
con vero scopo di battaglia politica o intenzioni di scienza. La quale doveva
tardare ancora troppi secoli a nascere. In quella lotta di minimi Stati, che
inermi e padroneggiati dai condottieri preferivano naturalmente la guerra degli
imbrogli a quella delle armi, era sorta intanto una diplomazia ribalda ed
astuta, nella quale lo studio degli uomini e il conflitto degli interessi
menavano inconsciamente all'esame delle realtà storiche. Ma poichè mancava lo
Stato italiano e la coltura intellettuale non si appoggiava sulla base solida
di una coscienza nazionale, non era possibile trovare le vere leggi sociali e
la media dei singoli interessi, o dalla morale puramente precettiva delta
religione risalire al diritto per determinare di qualche guisa i rapporti
dell'individuo collo Stato. Poi la storia avviluppata in quella molteplice
tragedia di tutte le forme medioevali dissolventisi non mostrava indirizzo; il
Comune era moribondo, lo Stato non nato, la Federazione impossibile, l'unità inconcepibile, l'indipendenza dallo straniero un desiderio
mutevole negli interessi d'ognuno, la libertà libera, secondo la bella frase di
Macchiavelli sugli Svizzeri, un mistero che solo l'unità dello Stato e
l'eguaglianza politica degl'individui potevano rivelare.
Macchiavelli e
Guicciardini capitarono in questo mondo e lo scrutarono.
Se San Tomaso ed Egidio
Colonna avevano formulato nella loro teorica il concetto dell'universale
politico del medio-evo, Macchiavelli e Guicciardini esposero in vari scritti le
idee del particolarismo che era la caratteristica del loro secolo. Nessuno di
loro due fu filosofo, ma cresciuti piuttosto nel disprezzo della filosofia che
il neo-platonismo del Ficino aveva finito di screditare presso gli spiriti
pratici, tendevano alla giurisprudenza senza raggiungerla, come alla migliore
scienza del particolare e alla vivente tradizione di quella Roma nella quale
tutti più o meno cercavano un modello.
E da Roma s'inspirò la
maggior opera politica del Macchiavelli.
Ritiratosi, per evitare
forse nuovi sospetti, nell'anno 1513 alla sua piccola villa in Percussina e
disperato dell'aspettarvi sempre un ufficio non mai promessogli, si pose con
più ardore allo studio. La politica che aveva amato come una donna, e dalla
quale era stato respinto, lo perseguitava ancora con fantasmi e problemi. Non
essendo mai stato abbastanza forte per dominarla imponendole le proprie idee,
gli si acuiva ora naturalmente il desiderio di penetrare il segreto delle sue,
scoprendo i reconditi motori delle sue così strane mutazioni e come si
sviluppassero le sue forme; perchè si vincessero l'una l'altra con perpetua
vicenda, in qual modo gli uomini cangiassero entro di esse e sopratutto come vi
si potessero mantenere. Era come una rivincita della sua passione, l'estremo
sforzo di un amante che cacciato dalla bella la decompone analizzandola e si
rialza vittorioso dell'averla finalmente capita. Comprendere non è forse più
che volere? Il pensiero non è sempre maggiore dell'azione?
Il fondo artistico della
sua natura fermentava. Tutte le osservazioni e le esperienze di quei quindici
anni d'esercizio politico gli si risvegliarono10. tumultuando nel
pensiero. Era una ressa nella quale nessun fatto andava perduto, nessuna idea
restava nascosta. Una luce bianca e fredda gli rischiarava la memoria, come il
sole fa a certi giorni limpidi d'inverno quando la terra è tutta coperta di
neve. Pensiero, anima, tutto gli si assorbiva nella memoria. Firenze col suo
interessante esperimento del nuovo governo mediceo, e l'Italia stessa con tutta
la sua tragedia di dolori e di pericoli, non esistevano più; in lui la
curiosità del grande problema politico soffocava persino lo spasimo della
sconfitta. Non gl'importava più nulla di essere un vinto. Voleva scoprire e
sapere. Non era un filosofo e non si alzava troppo smarrendosi nell'astrazione,
come più tardi doveva fare Vico cercando le massime leggi della storia; la sua
era l'astrazione artistica che non oltrepassa la psicologia e non dissecca mai
i fatti che analizza e non dissolve mai le forme che scruta.
Studiava la stessa
politica, che aveva vissuto, fatta solamente di passioni, di bisogni, di idee
individuali. Tutto quanto trascendeva l'individuo rimaneva inutile
all'individuo stesso ed al problema. La vita era una realtà. Lo Stato non
essendo composto che di individui, questi dovevano fatalmente contenere il
secreto della sua vita, giacchè ogni società è basata sulla natura dell'uomo
che pensa, sente, opera unicamente per sè. I più forti s'impongono, i più
deboli subiscono. Ma come possono i forti imporsi? Studiando come e perchè i
deboli subiscano.
Così la storia diventa
un immenso dramma di cui la sola unità è nelle scene. Le parti non essendovi
prestabilite, ogni attore può impossessarsi di quella che più gli talenta,
salvo ad averne la forza. Una fantasmagoria sanguinosa si apre dinanzi al pensiero,
ma così incessante ed immensa che il cuore non può sopportarla se non
concentrandosi in qualcuno de' suoi quadri, mentre l'intelletto, cercando il
nodo che stringe scena a scena, spia già quella che finisce per indovinare la
fine di un'altra che incomincia.
È come un'altra visione
ariostea trasportata dal sogno della cavalleria medioevale alla storia del
mondo. I vari gruppi delle scene e dei personaggi vi rappresentano gl'imperi e
le repubbliche dell'antichità. Le decorazioni contigue rimangono nullameno
distinte, formando ciascuna un mondo a parte. Ma in questo caleidoscopio, che
pare così vario e nullameno è così uniforme, ancora un'altra somiglianza con
quello dell'Ariosto, giacchè la scena che vi si eseguisce è sempre politica ed
è sempre un uomo che vuol comandare ad un altro che non vuol obbedire, solo
l'eroismo di chi vince o di chi perde, tanto più bello se di un capitano che si
sacrifichi per il proprio esercito o di un re che muoia per il proprio popolo,
può apprendere all'intelletto qualche entusiasmo. L'eroismo allora sale oltre
la virtù, la morte si complica di un olocausto che esaltando l'esercito o il
popolo pel quale è compito gli assicura nuove vittorie. Ecco lo stato creato
dall'eroismo del tiranno e mantenuto dalla sua grand'anima.
Ma veniamo ai Discorsi
e al Principe.
Alcuni critici hanno
voluto crederle due opere senza relazione, ma l'esame più superficiale di esse
persuade subito che i Discorsi furono la preparazione, dalla quale si
formò il Principe, per quanto premuto da un esterno bisogno, questo
uscisse prima di quelli. I Discorsi non sono un trattato e non hanno
costruzione scientifica: di essa il Macchiavelli non ha la più piccola
preoccupazione. Dovevano essere nel suo pensiero un commento a Tito Livio, ma
non gli riuscirono che divagazioni sparse di riflessioni, interrotte da
raffronti, da quadri storici, da mezze biografie. Nessuna critica presiede al
commento; Macchiavelli accetta il racconto di Tito Livio come verità accertata
e indiscutibile. Sono divisi in tre libri, il primo dei quali discute come si
fondino e si ordinino gli Stati, il secondo come s'ingrandiscano e si
conquistino, il terzo come crescano e decadino. La distribuzione della materia
è confusa, il richiamo da un libro all'altro, e l'inversione dello sviluppo
quasi continua.
Il futuro storico
fiorentino nel grande storico romano, attraverso la pompa magnifica dello
stile, non cerca il critico o il filosofo, ma l'espositore: tutto è uguale per
lui, il racconto di una magia e quello di una battaglia. La favola della
fondazione di Roma non lo mette in sospetto, la simbolica delle prime forme
giuridiche e politiche non nasconde nulla per lui quasi contemporaneo del
Sigonio, che stava per aprire all'erudizione la grande via della critica.
Macchiavelli non è nè un erudito nè un giurista. Il segreto della storia romana
starà per lui nella vicenda delle guerre, nel gioco meccanico del governo.
Dedicando questi Discorsi al Buondelmonti, dice di mettersi per una via
non battuta da alcuno; ma questa originalità consiste per lui nell'insegnare
l'imitazione degli antichi anche nella politica, mentre era già usata nella
giurisprudenza, nella medicina e nell'arte. Per progredire retrocede, anzi il
progresso per lui non esiste. La sua base essendo la psicologia nella quale l'uomo
risulta sempre uguale a sè stesso, il progresso è impossibile. Non esamina la
civiltà delle varie epoche, non ne interroga le religioni, le arti, il diritto,
l'economia: per lui la storia è già perfetta come si trova in Tito Livio e gli
basterà per risolvere i problemi che si propone o gli vengono a mano a mano
suggeriti dalla lettura e dai ricordi.
Così l'origine, lo
sviluppo, la morte d'uno Stato non può essere che quella d'un Governo, nel
quale i mutamenti riusciranno inesplicabili separati dalla ragione della vita
sociale. Per Macchiavelli l'anima di un popolo non esiste, nel Governo solo che
lo regge sta il segreto della sua vitalità: se il Governo non decadesse, il
popolo sarebbe immortale.
Il concetto scientifico
informatore di questi Discorsi, così evidente per il Villari che
nullameno ha dimenticato di dichiararlo, non si vede. Se il Macchiavelli avesse
avuto un vero temperamento di scienziato, si sarebbe anzitutto preoccupato
della forma e del metodo del suo libro: se il suo ingegno avesse posseduto
un'idea originale, avrebbe intorno ad esso raggruppati tutti i fatti e li
avrebbe con essa interpretati. Ora l'idea originale gli manca come storico,
critico e politico. Dopo l'immenso monumento della Politica di
Aristotile, nella quale lo Stato è concepito ed esaminato nella molteplice
unità delle sue funzioni, il concetto angusto del Macchiavelli che lo scambia
pel Governo, non è una originalità ma un errore.
L'uomo concepito dal
Macchiavelli, indifferente ad ogni attività che non sia politica o militare,
pensa solo a difendersi o ad aumentare la propria forza, cosicchè la difesa,
mezzo alla vita, ne diventa lo scopo e la formula finale. Macchiavelli non
imita Aristotile, lo ignora o non lo comprende. Questi, fondando il metodo induttivo
nelle scienze naturali e il metodo storico nelle politiche, aveva affermato che
i fenomeni della natura e i fatti della storia andavano egualmente trattati.
Macchiavelli sembra non conoscere questo metodo che Leonardo da Vinci aveva già
usato e Galileo doveva fra poco perfezionare; la sua induzione e la sua
deduzione operano in un cerchio così stretto che i fatti debbono snaturarsi per
capirvi. Il Villari trova ancora un'immensa differenza tra Macchiavelli e
Aristotile, e quindi un merito di originalità nel primo, perchè mentre
Aristotile già in possesso dell'idea concreta dello Stato mette a scopo della
sua Politica la ricerca del migliore fra i governi, il Macchiavelli
dichiara inutile questa ricerca e vuole invece indagare quali essi sieno o
possano essere; ma per questo gli occorrerebbe l'idea dello Stato, e non
avendola nemmeno quale la possedeva Aristotile, non solo tale indagine gli
rimane impossibile, ma lo condurrà a maggiori errori. Aristotile trovò lo Stato
greco quasi immedesimato colla religione e l'emancipò, esaminandolo, come un
fatto naturale e dichiarando l'uomo un essere essenzialmente politico; il
Macchiavelli prescinde anch'egli dalla religione, ma invece di svincolare lo
Stato lo isola, lo amputa, ne fa un meccanismo governativo, che muove sè stesso
senza ricevere e quindi senza poter comunicare ad altri il proprio moto.
La Politica di Aristotile è una
delle tappe più gloriose nella storia del pensiero umano, forse il monumento
più grande delle scienze storiche; i Discorsi del Macchiavelli non
furono e non saranno mai che discorsi di un grande ingegno vagante nella storia
colla penetrazione dell'arte politica e di una varia esperienza personale.
I Discorsi
cominciando dal ragionare delle origini delle varie forme di governo s'appropriano,
traducendolo, tutto un brano del settimo libro delle Storie di Polibio:
le applicazioni che il Macchiavelli ne fa alla storia romana concludono a
questo, che Romolo avrebbe potuto fondare diversamente Roma e diversamente
informarne la storia, ma che i Romani risultarono così da lui costituiti e così
durarono per gli scopi che dovevano realizzare. Secondo Macchiavelli la
religione fu causa precipua della grandezza dei Romani, non per il suo
contenuto, ma per avere conservato buono il costume; così la corruzione della
religione cristiana organizzando la Chiesa a Stato diventò invece la vera
cagione per la quale l'Italia non si potè mai riunire in nazione. E questo è un
doppio errore del Macchiavelli, poichè i Romani furono un popolo pochissimo religioso
e l'Italia non fu mai nazione nemmeno sotto di loro, durante la repubblica
perchè non ancora unificata, nella monarchia perchè spezzata poi in provincie.
Quindi Macchiavelli
arriva presto alla sua teorica prediletta, che suggeritagli dalla politica
vissuta e verificata secondo lui dai racconti di tutte le storie, finisce non
solo per sembrargli giusta, ma decisiva. - Ove si deliberi della salute della
patria non vi è più nè giusto nè ingiusto. - L'uomo di Stato è al di sopra
della morale. Ma questa verità essenziale nello Stato, che retto dalle leggi
storiche non può soggiacere alla moralità delle leggi private, egli l'applica
ai governi e ai tiranni senza accorgersi di scemarne il valore e di mutarne i
risultati nell'applicazione. Poscia le tendenze democratiche gli si
intromettono nel ragionamento guastandolo ancora: fra Catilina e Cesare per lui
la differenza è solamente nel successo. La grandezza di Cesare gli sfugge
perchè uccisore di una repubblica.
Strana contraddizione
nell'autore del Principe che ammirava il Valentino!
Prosegue quindi ad
esaminare la condotta dell'uomo di Stato, quando governi un popolo
universalmente corrotto e intenda mutare la forma del governo passando dalla
tirannia alla libertà o viceversa; e i suoi consigli e le sue osservazioni sono
sempre della stessa maniera: atterrire o corrompere. Il governo dello Stato si
muta in governo delle passioni o dei vizi dei governati. Talvolta le sue frasi
sono terse ed acute come un pugnale, ma l'argomentazione non gli si consolida;
la causa della mancanza di nazionalità dell'Italia è sempre per lui la
corruzione, alla quale non vede altra speranza o rimedio che la tirannia di un
grand'uomo. Coglie a volo il guasto prodotto dalla putrefazione del feudalismo
nella vita italiana e scorgendone immune Venezia crede che ciò dipenda solo
dalla diversa forma della sua aristocrazia.
Quando si tratti di
fondare un Regno, secondo lui bisogna disfare e rifare tutto, abbattere città e
fabbricarne, tramutare da provincia a provincia i popoli come praticava Filippo
di Macedonia: mai vie di mezzo. Per governare una città sottomessa vi sono tre
soli modi: ammazzare i capi dei tumulti, rimuoverli, far fare loro la pace:
l'ultimo è il più pericoloso, il primo il più sicuro. Questa è la sua scienza
politica buona in tutti i secoli e con tutti i popoli. Quando la forza non
basti, bisogna aiutarla colla frode, che da sola può vincere spesso mentre la
forza da sola non vince mai; ma qui pare lo colga qualche scrupolo e cerca di
spiegare il significato di questa frode, diminuendo il valore di quanto aveva
prima affermato. Il capitolo delle congiure è uno dei più belli perchè
schiettamente psicologico: quindi ritorna al problema della fondazione o
dell'ampliamento dello Stato, affermando pessimo quello tenuto dalle
repubbliche del medioevo che imponevano una servitù peggiore di quella stessa
delle monarchie. Ma questa profonda osservazione, già fatta dal Guicciardini,
non gli si slarga e non gli rivela la necessità che condannava tutte le
repubbliche di allora, alle quali invece propone tre vie d'ampliare lo Stato:
imitare gli Svizzeri e gli Etruschi, i Romani, gli Spartani e gli Ateniesi.
Ottimo dei tre il modo romano.
Al principio del terzo
libro si ferma per dire che i governi e le istituzioni per vivere lungamente
debbano essere ordinati così da poterli spesso richiamare ai loro principî;
frase mal capita e peggio combattuta da Gino Capponi, e di poco valore giacchè
è ancora un accenno all'ipotesi iniziale del grand'uomo che fonda
profeticamente lo Stato per la storia avvenire, e peggio ancora perchè
misconosce una volta di più l'azione fatale della vita dello Stato sul governo.
Ma il richiamo al principio informatore dello Stato il Macchiavelli lo afferma
più facile sul popolo che sopra un principe, facendo così contro tutti e con
accento e entusiasmo democratico l'apoteosi del popolo, nel quale solo
riconosce la capacità di mantenere le leggi, che il principe è più atto a
dettare. In varî altri capitoli sparsi per l'opera si occupa già della milizia
stabilendo le idee, che svilupperà poi nell'Arte della Guerra, e condannando
anzitutto le compagnie di ventura, peste e rovina d'Italia; ma non si propone e
non si spiega il problema della loro esistenza. Ha una fede illimitata nella
costituzione e nella bontà delle milizie cittadine malgrado le crudeli e
quotidiane smentite dei fatti, che provavano l'impossibilità di costituirle e
la loro nullaggine in faccia alle bande di ventura: disprezza assolutamente le
armi da fuoco e le fortezze che dovevano di lì a poco creare la nuova tattica e
la nuova strategìa.
Da questa preparazione
uscì il Principe: questi fu la figura, i Discorsi rimasero il
fondo del quadro.
Evidentemente la cosa
non poteva andare diversa nello spirito del Macchiavelli. Quelle scorrerie
attraverso la storia di Tito Livio prodotte dalla sua passione per la politica
del tempo nella quale era stato battuto, dovevano conchiudere a un'impresa. La
sua critica senza metodo scientifico non era che una riflessione circoscritta
nei fatti storici e animata dai loro sentimenti. Macchiavelli osservatore
artistico della politica e da essa trascinato a diventarvi attore subalterno
aveva dovuto naturalmente prendere la propria facoltà di osservare per la
potenza di agire, e battuto duramente nella lotta invece di ricredersi
rientrando in sè stesso, alzare piuttosto la propria singolare capacità di
analisi fino alle pretese di farne una scienza. Ma di questa non aveva nè il
temperamento nè la conoscenza dei limiti nè la coscienza del metodo.
Quei Discorsi
così slegati, soliloquio più atto a persuadere sè stesso che a convincere gli
altri, non potevano bastare all'energia del suo spirito: bisognava condensarli
in un sistema o in una figura. Macchiavelli era artista e scrisse il Principe.
Un personaggio fra i molti conosciuti nella pratica del suo ufficio gli si era
imposto tiranneggiandolo e lo tiranneggiava ancora - il duca Valentino, eroe e
genio di quella politica, della quale egli credendo di essere il maestro doveva
restare il letterato. Il duca Valentino era l'uomo più complesso del suo
secolo, e teneva alla Chiesa e al Principato, alla milizia e alla aristocrazia,
alla politica e alle battaglie. Ultimo nella storia dei piccoli principi
medioevali, slargava l'ambizione fino al sogno d'un Regno italico, riflesso dei
grandi Stati nazionali che si costituivano allora in Europa, sulla coscienza
italiana. Il Valentino aveva sentito il bisogno di schiacciare e di dissolvere
le ultime forme feudali attaccando Principati e Comuni, disciplinando colla
propria forza, che diventava quasi virtù, tutte le loro forze disgregate.
La sua figura ritta
dinanzi allo spirito del Macchiavelli illuminava le sue osservazioni,
coordinando le riflessioni confuse che gli si sarebbero forse imbrogliate nella
meditazione. Il Valentino aveva la chiarezza dell'azione; era il sistema fatto
uomo, il secolo individualizzato.
La fantasia del
Macchiavelli, così facile ad accendersi pel fuoco dell'interna passione,
s'infiammò: in poco tempo come sotto gli occhi del duca interruppe i Discorsi
e scrisse il Principe. Nemmeno questo è un trattato, ma una biografia di
lui, spesso sottintesa, frequentemente raccontata a brani, richiamata con
esempi, narrata e costrutta con osservazioni e massime riassunte dalla sua
opera e dalla sua vita. Lo stile di una trasparenza di cristallo è squillante e
tagliente. I due sogni di Macchiavelli, il grand'uomo e il grande Stato si
fondono nel Principe, ma egli vi coopera, ne è la mente che spiega l'opera
fatale del temperamento. Il duca Valentino è l'inconscio, Macchiavelli la coscienza.
Nessun dubbio lo turba, è sicuro di sè stesso: agisce nella realtà; il
cinquecento era così. Ma egli e il duca sono sulla soglia di un mondo futuro,
alla vigilia di costituire l'Italia: il duca Valentino ne sarà il nuovo Cesare,
più fortunato dell'antico costretto ad uccidere la repubblica romana; quanto a
Macchiavelli non vi è nome cui paragonarlo nella storia e resterà Macchiavelli.
La gloria splende di già.
Nei Discorsi il
suo ingegno non sempre sicuro divagava richiamato ogni istante alla realtà della
storia presente; nel Principe la realtà lo fortifica fino a renderlo
invincibile e a fargli quasi dimenticare la storia antica. Guicciardini aveva
potuto contestargli trionfalmente le sue osservazioni sui romani e sui greci,
ma nell'analisi di quel mondo moderno, nelle affermazioni tratte dalla vita del
duca Valentino e di tutti coloro che gli avevano somigliato, nessuno lo
contraddirà. Il suo Principe è il duca Valentino ingigantito, trasfigurato da
tutti i principi italiani vissuti nella politica, della quale questi era stato
la maggiore figura.
L'arte non ha moralità
propria, poichè deve entro sè stessa lasciar libera la manifestazione di quella
dei fatti raffigurati; così il Principe non ha morale. Macchiavelli inconscio e
sereno come tutti i grandi artisti muove la propria figura nelle massime e
colle massime dell'ambiente nel quale gli si è presentata.
Il libro è piccino e
compatto come un getto. Originale sino a non essere paragonabile a nessun altro
anteriore e posteriore, ha tutto il fuoco e l'improvvisazione inconsapevole di
un capolavoro. Il Principe è un ritratto in cui ogni massima è un lineamento:
il cinquecento politico posa davanti al suo pittore. Macchiavelli senza saperlo
lotta con Leonardo, con Raffaello e con Tiziano, i tre grandi ritrattisti
d'allora, e il realismo della sua ideale figura è più sicuro che non nei
ritratti del duca di Ferrara, della Gioconda e di Leone X. L'entusiasmo di una
idealità trascendente sostiene il nuovo pittore e gli comunica nell'opera
quella magica poesia, che tutti i grandi pittori di quel tempo avevano. La
figura del suo Principe terribilmente sinistra, impassibile e serena, ha sulla
fronte i vapori luminosi di un sogno - costituire uno Stato nazionale, rifare
l'Italia. -
Questo desiderio vago di
tutte le coscienze d'allora, acuito dalle sofferenze della politica interna e
dal risveglio della coltura classica, diventa in Macchiavelli passione. Artista
della politica, porta la propria anima in una politica che fatalmente non
poteva avere coscienza: pare la fusione dell'assurdo e invece è la fusione
della vita. Il suo libro che dovrà essere tanto discusso non è discutibile
perchè i ritratti non si discutono; prendetelo per un trattato e non varrà che
ben poco e non sarà più intelligibile.
Così fu preso.
Certo il Macchiavelli
intendeva di fare un trattato o di riunire un codice, e qui sta la grande
contraddizione della sua natura, l'inconscio della sua arte. Petrarca
disprezzava i propri sonetti e si stimava un epico: Macchiavelli si crede prima
un politico, poi uno scienziato della politica e non ne è che l'artista.
L'ammirabile chiaroveggenza, la sicurezza d'analisi sugli uomini non gli hanno
giovato nella pratica. L'arte invece è una seconda vista: può fallare un
individuo, ma coglie il tipo e ricostruendolo nella idealità di un ritratto
sorpassa coloro che meglio avevano conosciuto e trattato l'uomo reale. Balzac
il più grande psicologo dei tempi moderni, il più fino pittore di tutte le
furfanterie sociali, fu sempre vittima di tutti i furfanti. Quella insufficienza
del Macchiavelli nell'azione che gli faceva spesso sbagliare gli uomini e le
cose così ben maneggiate dal Guicciardini, è adesso abbondantemente compensata
dall'inimitabile rilievo, col quale disegna i caratteri del suo secolo e
trascendendolo nelle tendenze e nei sogni lo inizia al futuro.
La prosa non esisteva
ancora e Macchiavelli la crea e la perfeziona nel medesimo tempo; ma il
miracolo è così grande che passa inosservato. La coscienza nazionale mancava ed
egli nel Principe le offre il quadro di sè stessa insinuandole nelle più intime
latebre il ferro rovente della nazionalità. È un sogno! non importa: il sogno è
la prima forma dei fatti storici e ne rimane l'ultima.
Il Principe non
si può analizzarlo, bisogna leggerlo; per decomporlo come molti hanno fatto,
bisogna crederlo un trattato secondo l'illusione del Macchiavelli, e allora non
è più che una congerie di massime monche, tronche, superficiali ed immorali!
Come trattato, benchè più serrato nelle parti e solido nella struttura, ha
tutti i difetti dei Discorsi; come opera scientifica è senza metodo.
Siamo ancora alla confusione fra Governo e Stato, all'oblìo di tutte le
attività sociali, al concetto del popolo senz'anima collettiva: nessuna vera
intuizione dei tempi moderni, nessun profondo esame dello stato d'Italia, non
un accenno alla Riforma tedesca, alla scoperta d'America, a quella di
Copernico, della stampa, della polvere. Col formulario del Principe non
solo non si fonda uno Stato italiano, ma non si governa nessuno Stato; colla
pretesa di massime capaci per tutti i casi non se ne risolve alcuno. Nel
Principe il processo è sempre quello di un piccolo tiranno esercitato da
congiure di trivio o di palazzo, intento a conquistare qualche terra vicina,
pronto ad ogni efferatezza per vincere e per vivere. Il fondo di esso è la
barbarie feudale, il suo ambiente il feudalismo in dissoluzione fra i Comuni,
Roma e l'Impero.
La scienza della
politica non ha molto da imparare nel Principe di Macchiavelli, la storia del
cinquecento non può farne a meno: il libro rivela il secolo nel quale vi è
posto per ogni meraviglia. Macchiavelli e Ariosto vi si ignorano, Michelangelo
e Raffaello non vi si comprendono: l'uno è l'ultima grand'anima italiana e
assomiglia a Dante, l'altro non somiglia a nessuno, è ingenuo, fa tutto, imita
e trasforma tutti, trova la varietà e la perfezione della bellezza in un secolo
che non sente e non crede più nulla. De' suoi letterati nessuno vivrà tranne i
due che lo sono meno, Macchiavelli e Guicciardini nella prosa: nella poesia i
due meno applauditi, Ariosto e Tasso. Nessuno s'accorge ancora della
rivoluzione già incominciata, Lutero fa sorridere, Venezia non teme
dell'America, Roma di Copernico, i letterati abbominano la stampa, i soldati
non credono alla polvere. Giulio II grida: fuori i barbari, Massimiliano vuole
farsi papa, San Pietro è costrutto colle indulgenze, le statue antiche valgono
più dei santi, il progresso della coscienza storica deriva dal guardare
indietro al mondo romano, le Corti sono accademie di letterati e antri di
assassini, il Vaticano è un teatro di buffoni, la filosofia una rugumazione di
Aristotile divenuto indigeribile, la letteratura una imitazione che solo il
lazzo della satira e la lezia della pedanteria animano. Il Principe di
Macchiavelli, apoteosi del tiranno, codice dell'assassinio, finisce colla più
generosa apostrofe alla libertà rimasta nella letteratura nazionale e con
quattro versi della più eroica fra le canzoni del Petrarca.
Ma appena finita l'opera
quel mirabile accordo della fusione dei contrarii nello spirito dell'artista
finisce, e riappare l'uomo che credendosi sempre un maestro della politica si
muta in subalterno. Quindi Macchiavelli pensa di dedicare il libro a Giuliano
dei Medici, pel quale Leone X stava intrigando un principato. A questo modo
Macchiavelli sperava di poter diventare il Mentore del nuovo Telemaco. Ma
procrastina tanto che Giuliano muore. Allora risolvendo di dedicarlo a Lorenzo
vi antepone una lettera e forse non manda mai nè l'uno nè l'altro, giacchè non
si è mai saputo se Lorenzo accettasse la dedicatoria o prendesse conoscenza
della scrittura.
L'uomo nel Macchiavelli
è sempre al di sotto dello scrittore.
Sebbene il Macchiavelli
avesse nel Principe la più trasparente chiarezza, il libro, appena stampato lui
morto, diede luogo alle più disparate e direi quasi alle più disperate
interpretazioni. Il Mohl ne ha compiuto il migliore elenco fino al 1858, il
Villari lo ha proseguito sino ai nostri giorni, ma finchè visse il
Macchiavelli, le poche copie che girarono manoscritte del libro non destarono
scandalo: le opinioni e le massime del Principe erano quelle medesime del
tempo. Il secolo non aveva una coscienza morale che potesse offendersene,
mentre la sua coscienza storica vi si vedeva mirabilmente ritratta.
Guicciardini, che aveva combattuti i Discorsi non protestò contro il Principe,
Leone X consultò poco dopo Macchiavelli sulla politica generale e sulle
condizioni di Firenze; Clemente VII più tardi gli commise le storie. Nifo di
Sessa, volgare filosofo, tradusse in latino il Principe, alterandolo per
dedicarlo come scrittura propria a Carlo V, finchè il Blado nel 1531, cum
gratia et privilegio, di Clemente VII e d'altri principi, stampò Discorsi e
Principe.
Ma quando Firenze cadde,
dopo l'eroica resistenza, per l'ultima volta sotto i Medici, lo spirito
politico cominciò ad osteggiare il Principe, prendendolo per un codice vero
della tirannide, e l'evidente intenzione consigliatrice e scientifica del
Macchiavelli parve infame. Il secolo cominciava a mutare: la morte politica
aveva messo nell'anima di Firenze qualche reazione di vita morale. Del resto la
pretesa del libro di essere un trattato, la sua stessa forma, la contraddizione
che nello spirito del Macchiavelli l'aveva prodotto, dovevano essere un
problema insolubile fino a quando la critica moderna ricostruendo il
cinquecento e comprendendone il carattere per mezzo della prospettiva e del
raffronto cogli altri secoli, potesse assegnare all'arte ciò che vi si
oppugnava come scienza, spiegando nel Macchiavelli le antitesi della sua natura
amalgamate colle contraddizioni del suo tempo. Certo per la gente volgare, che
divide gli spiriti in categorie, riuscirà piuttosto difficile non riconoscere
nel Macchiavelli che un grande ed incompiuto artista, mentre il titolo e la materia
delle sue opere sembrano tanti argomenti per negarlo; ma la storia è tutta
piena di quest'ingegni che congiungono le più disparate attitudini, di queste
indoli meravigliose che agiscono nelle zone più opposte del pensiero. E poichè
lo spirito è uno e la divisione fra scienza, arte, filosofia, religione è in
gran parte formale, ognuna di esse ha uomini insigni che nella forma dell'una
inconsciamente lavorano la materia dell'altra. Di tutte le classificazioni
degli uomini la migliore resterà sempre quella del temperamento spirituale, che
aiutato dalla interpretazione della loro vita spiegherà meglio di ogn'altra le
loro opere.
Ora il Macchiavelli
nella sua vita fin qui analizzata non fu nè un politico nè uno scienziato: nel
resto che doveva vivere vedremo che non si mutò. Discorsi e Principe non sono
produzioni di un vero spirito scientifico, giacchè in tal caso l'intenzione e
la tessitura mostrerebbero il tentativo logico per stabilire veri principii
generali, le angoscie del metodo, l'impersonalità voluta se non raggiunta
dell'opera. Discorsi e Principe hanno invece caratteri essenzialmente opposti.
La materia loro certo è scientifica, ma la materia non è l'opera, nè la scienza
nè lo scienziato.
Che il Macchiavelli
avesse vere attitudini di scienziato sarebbe insensatezza negarlo e furono
appunto quelle che gl'impedirono di svilupparsi grande artista, ma aveva troppe
attitudini artistiche che gli contrastavano l'equilibrio e l'astrazione necessaria
alla scienza. Fra una legazione e l'altra scriveva i Decennali, cronaca sua e
degli avvenimenti in versi mediocri; in ogni ritaglio di tempo tentava un
Capitolo, in prigione nella peggior crisi della sua vita scriveva sonetti,
nell'esilio alla campagna, dalla quale dovevano uscire le sue due opere
maggiori, s'abbandonava a una corrispondenza la più artistica del secolo per la
forma dei racconti e delle cose. Le sue qualità politiche essendo le più
duramente negate dai fatti e dalla poca stima dei contemporanei, egli vi
condensa tutto lo sforzo dell'ingegno; crea uno stile, una lingua, ammonticchia
ritratti, osservazioni, formule, apostrofi, ironie, eloquenze; sa essere breve
come Tacito, largo come Livio, mentre l'istinto realista della sua natura e la sua
poca educazione classica in quella necessità di vivere nella vita politica lo
rendono il letterato più vivo e moderno del tempo. Ma appunto perchè troppo
fuso col proprio secolo, che i secoli immediatamente posteriori non
comprenderanno animati di un'altra coscienza, Macchiavelli e il Principe
vengono mal giudicati. La ribalderia di questo diventa ribalderia di quello; il
problema morale che per Macchiavelli nell'opera non esisteva, ne rimane il
solo, gl'altri essendo tutti dileguati coll'ambiente che li aveva prodotti.
Se Macchiavelli avesse
veramente fatto opera di scienza, il problema morale nel Principe avrebbe
esistito anche per lui; egli doveva distinguere la moralità pubblica dalla
privata, quella della storia da quella della vita, e poichè quest'ultima non
può farne a meno e la politica è parte di essa, cercare quale potesse essere la
sua morale. Il Principe in un vero trattato scientifico non avrebbe potuto
avere la personalità assorbente che ha nell'opera del Macchiavelli, quella
unità che in lui fa sparire potere legislativo ed esecutivo, polizia e
diplomazia, diritto, guerra, tutto. Nel fuoco della sua creazione artistica il
Macchiavelli era così poco scienziato che non se ne accorse nemmeno.
Domandargli se il Principe dovesse essere morale sarebbe stato come domandare a
Cellini se le sue modelle erano oneste. Infatti allora nessuno glielo domandò
fra i tanti amici che lo lessero. Mutati i tempi gl'esuli fiorentini non gli
perdonarono nè i favori nè i consigli dei Medici; i nuovi cortigiani si adontarono
de' suoi sentimenti11 democratici, i protestanti gli rinfacciarono
l'irreligione, il cattolicismo si offese de' suoi attacchi alla chiesa.
Ma la battaglia durata
intorno al Principe, inutile per l'arte e per la scienza, giovò alla morale. A
traverso le infinite stravaganze delle interpretazioni e le bizzarrie delle
accuse e delle difese tutti riconobbero che nella politica vi è fatalmente una
morale. Quale?
Primi all'attacco furono
i gesuiti che fecero bruciare in effigie il Macchiavelli ad Ingolstadt e
ottennero da Paolo V di mettere le sue opere all'indice: Carlo V e Caterina de'
Medici lessero il Principe, Enrico III e Enrico IV si disse lo avessero indosso
quando furono uccisi; Richielieu lo meditò, Sisto V ne fece di sua mano un sunto.
Quindi entrarono in lizza i protestanti, pei quali Macchiavelli, che non s'era
mai occupato della Riforma e non aveva nemmeno presentito il problema della
libertà di coscienza, era diventato l'oracolo del dispotismo. Al Gentillet
troppo superficiale nel criticarlo succede il Bodino quasi profondo, ma Bacone
da Verulamio e Giusto Lipsio lo difendono; il Campanella, bizzarra mistura di
misticismo e di realismo, stravagante sino ai confini del genio ed eroico fino
all'olocausto, lo maledice. Cristina di Svezia, stramba e violenta figlia di un
eroe del quale aveva in parte ereditato l'ingegno, annota di propria mano il
Principe; Federico II di Prussia gli contrappone l'Antimacchiavello
facendo il ritratto del vero e virtuoso sovrano, senz'avere per questo compreso
il ritratto del Macchiavelli; Napoleone I che si trova personalmente nella
condizione del duca Valentino, se si moltiplichi la Romagna per l'Europa, invece lo ammira pur sentendone l'angustia. Prima di Rousseau che nel
Principe vede un tiro giuocato dal Macchiavelli ai tiranni esponendo i
principii fatali della loro condotta, Alberico Gentile aveva già trovata questa
interpretazione, che Foscolo appoggiato sull'Alfieri doveva cantare in versi
immortali: e questa interpretazione, una delle più false, dilaga quando il
patriottismo italiano s'impossessa della figura del Macchiavelli. Poi in
Germania col Bollmann comincia una critica più seria: il Raumer e lo Schlegel
credono di trovare la sorgente degli errori di Macchiavelli nel concetto pagano
che egli aveva dello Stato, ma il Principe così spiegato non è meno impossibile
nel paganesimo che nel cristianesimo.
Ranke, il grande
storico, è il primo a comprendere che il Principe, ispirato dai tempi, senza di
essi diventa inintelligibile: s'accorge che non è un trattato e che il modello
ne fu Cesare Borgia, ma finisce col credere che il Macchiavelli scrivendolo
davvero per Lorenzo dei Medici, nella disperazione di rianimare l'Italia osasse
così propinarle il veleno. E non è vero che il libro fosse scritto per Lorenzo
dei Medici, nè che il Macchiavelli perfettamente conscio e quindi in disaccordo
colle massime del Principe, si buttasse a questo eroismo. Due anni dopo il Leo
notò benissimo che il Principe era più che altro una pittura storica dei tempi,
e limitando a più giuste proporzioni il patriottismo del Macchiavelli il quale
non poteva davvero credere alla immediata costituzione di uno Stato nazionale,
stimò falsamente che il libro, invece di sorgere spontaneamente dal suo
spirito, gli venisse suggerito dal calcolo basso di ottenere un impiego
giustificando i Medici.
Il primo saggio compiuto
sul Macchiavelli fu quello del Macaulay, che pubblicato nella Rivista di
Edimburgo suscitò entusiasmi. Scrittore splendido e fine il Macaulay era
nullameno troppo poco filosofo per l'argomento: buon giudice letterario esagerò
affermando la Mandragola un capolavoro shakspeariano e giudicò invece assai
bene la superiorità dello stile del Macchiavelli su quello del Montesquieu;
descrisse il carattere italiano, come usavano e usano ancora gli stranieri, per
conchiudere che la corruzione del popolo italiano e del Macchiavelli era la
chiave dell'enigma del Principe. Secondo il Macaulay le massime generali sono
senza valore e il solo merito di quelle del Macchiavelli sta nell'essere più
applicabili delle altre; ma via di questo passo non si accorse di annullare
l'opera che intendeva spiegare e con essa tutta l'importanza delle scienze
morali. Il Gervinus in largo e minuto studio storico anatomizzò invece tutte le
opere del Macchiavelli, per ripetere nella spiegazione del Principe quello già
detto dal Ranke, illustrando col proprio patriottismo germanico il supposto
eroico patriottismo del Macchiavelli. Lo Zambelli nelle sue Considerazioni del
Principe sembra riprendere con maggiore sicurezza la tesi del Macaulay,
provando contro di lui la corruzione europea pari se non maggiore di quella
dell'Italia, ma poi tira a scemare l'odiosità del Valentino colla solita
necessità pratica e collo scopo patriottico, spiegando come il Macchiavelli, morto
il Valentino, disperato del proprio sogno tornasse a fantasticare la
repubblica. E repubblicano lo dipinse il Guerrazzi nell'Asino e nel primo
capitolo dell'Assedio di Firenze mettendogli in bocca un discorso che il
Macchiavelli per primo non avrebbe compreso. Il Desanctis critico più famoso
che forte, nella sua storia della letteratura italiana girò per un lungo
capitolo intorno al Macchiavelli e al Guicciardini senza intendere nè la natura
artistica del primo nè quella politica del secondo, divagando in inutili
teoremi morali e in confuse riflessioni storiche. Con ben altro ingegno il
conte di Cavour alla prima lettura delle opere postume del Guicciardini lo
giudicò sicuramente per vero politico contro e al disopra del Macchiavelli, del
quale però non ha lasciato verun giudizio scritto.
Solo fra tutti Giuseppe
Ferrari in un ammirabile opuscolo che il Villari non si è nemmeno degnato di
citare nel suo lungo catalogo sui giudizi dati del Macchiavelli, quantunque
valga per lo meno i tre volumi da lui consacrati al Segretario fiorentino,
coglie con stupenda ed irresistibile critica tutti gli errori del Macchiavelli
come legislatore storico politico e l'influenza su lui del secolo; ma
trascurando il lato artistico della sua natura, è costretto a scemargli troppo
l'ingegno nelle molte insufficienze storiche e legislative; mentre, spaventato
quasi dal risultato della propria critica e seguendo la trascendenza del
proprio pensiero filosofico, cerca poi di provare come da quegli errori
derivassero tutte le verità della scienza politica moderna, ricostruendo in una
visione profetica il Macchiavelli distrutto da una analisi troppo
chiaroveggente.
Ma fra tutte queste più
o meno illustri opinioni inconciliabili, la figura del Macchiavelli resterà
sempre un enigma finchè si voglia crederlo un filosofo che fonda un sistema: le
sue innegabili qualità di scienziato disperse, impedite dal suo temperamento
artistico non potranno mai in lui riunirsi per giustificare la sua stessa
pretesa alla scienza. La sua opera esprime la contraddizione della sua vita,
entrambe quella dei tempi. Così all'indomani dell'aver voluto consigliare
Lorenzo dei Medici col Principe senza nemmeno conoscerlo o se fosse almeno uomo
da comprendere il consiglio, interrogato sul governo di Firenze da Leone X,
seguendo la propria natura democratica gli suggeriva di ristabilire la
repubblica: consiglio ridicolo dato a Leone X che l'aveva uccisa, assurdo ed
impraticabile nella condizione dei tempi. Il Guicciardini invece consigliò ai
Medici gli espedienti e i modi che convenivano al loro problema.
Ma questa contraddizione
nel Macchiavelli non è disperato patriottismo, bensì urto di facoltà spirituali
e di tendenze che in lui non arrivavano ad armonizzarsi. Così nella vita fu
volgarmente buono e non commise ribalderie: natura piuttosto arida, scarsa di
sentimenti e quindi ironica, non si macchiò nè di danaro nè di sangue:
ammiratore del Valentino e consigliere a tutti delle sue maniere non avrebbe
poi avuto il coraggio di servirlo. Dimandare dunque se Macchiavelli fu onesto o
disonesto, è supporlo un filosofo che stabilisce un sistema: invece artista,
colpito dalla fatalità assassina della politica di allora, vi ragionò sopra
descrivendola senza oltrepassarla,
Il vero problema della
morale nella politica Macchiavelli nè vide nè poteva vedere mancandogli la
visione sintetica di tutte le forme dello Stato; sentì solamente che la piccola
morale privata non era quella della storia di nessun tempo, e non scorgendone
altra in essa non pensò a cercarla. La storia gli parve ripetizione dei
medesimi fatti prodotti dalle medesime passioni. La filosofia della storia
rappresentata nella Bibbia colla elezione del popolo ebreo, quella schizzata da
Zenone o da Sant'Agostino nella Città di Dio non potevano piacere a lui irreligioso
e realista, incapace di sollevarsi tanto sopra ai fatti da vederli sparire in
una idea; il cristianesimo che pure metteva un disegno nella vita, egli
cinquecentista non l'intendeva, la critica non era ancora formata, l'erudizione
non aveva che cominciato il proprio lavoro. Il quadro era angusto ma il suo
sguardo non riuscì a sfondarlo, quindi osservazioni e conclusioni tutto gli
riuscì falso.
Ma l'arte vera più
confacente alla sua natura lo riprese. Quindi12 lo vedremo dopo un
libro sull'arte della guerra, ultima illusione della sua capacità di Governo,
scrivere molte commedie, un romanzo politico, una storia, una novella, una
satira, un dialogo sulla lingua, molti capitoli, alcuni canti carnascialeschi;
ritornare un momento sulla scena politica per prendervi qualche abbaglio e
morire.
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