IX.
Il libro dell'Arte della
Guerra deriva come il Principe dai Discorsi e in certo modo ne è il
complemento; il Principe impersonava il sogno di uno Stato nazionale, il libro
sulla milizia era lo studio del miglior mezzo per conquistarlo. Ma questo sogno
non prese mai nella mente del Macchiavelli i contorni più o meno precisi di un
disegno; il Guicciardini, che lo aveva egualmente accarezzato, in una
ammirabile pagina ne dimostrò a sè stesso tutte le impossibilità politiche e
storiche. Così rimase sogno che dopo aver inspirato al Macchiavelli le pagine
più belle andò a morire in un troppo vantato sonetto del Filicaia per risorgere
nei Carmi del Foscolo.
Macchiavelli ammesso
nella brigata dotta ed aristocratica degli Orti Oricellarii, rimasta poi
celebre nella storia, vi contrasse illustri amicizie che gli permisero di
arrivare fino a casa Medici. In quel circolo, nel quale capitavano uomini di
guerra, concepì la forma del suo libro che è un lungo dialogo immaginato tra
Cosimo Rucellai, Zanobi Buondelmonte, Battista della Palla e Luigi Alamanni nel
1516, quando il Colonna ritornò a Firenze dalla guerra finita di Lombardia. La
forma artistica del libro rivela l'indole dello scrittore: le sue idee sono
quelle medesime dei Discorsi e del Principe, le sue illusioni e le sue pretese
quelle stesse contratte occupandosi dell'Ordinanza nell'Assedio di Pisa.
Soldato non era, guerre non aveva mai vedute giacchè l'assedio di Pisa e la
rotta di Prato non meritano tal nome.
Comincia deplorando
l'errore funestissimo che in Italia separando la vita civile dalla militare
aveva creato le compagnie di ventura, ma di questo errore così pieno di
problemi storici invece di cercare la spiegazione, enumera piuttosto le
conseguenze; compito facile ed inutile allora per l'infelice esperienza di
tutti.
Vorrebbe una milizia
nazionale nella quale non si facesse il soldato per mestiere, e con uno dei
soliti paragoni riunisce i tempi di Attendolo Sforza e di Braccio da Montone a
quelli di Cesare e Pompeo: ma entrando presto in materia imita o traduce
addirittura il famoso libro del Vegezio. Non ammette altro modo di guerra che
il romano, ma cercando di rifarne gl'ordini mescola la legione col battaglione
svizzero, riproduzione della falange greca, e le scema così quella mobilità e
capacità ad atteggiarsi prontamente sopra ogni terreno, che rappresentava tutto
il progresso dei romani sui greci. In quel mondo del cinquecento con altri
costumi e diversa coscienza propone il servizio militare per tutti e
l'educazione della gioventù alla romana. A questo punto, siccome uno degli
interlocutori domanda perchè gli antichi ebbero maggiori virtù politiche e
libertà dei moderni, Macchiavelli risponde: perchè erano repubblicani e pagani.
Per lui il cristianesimo è ragione assoluta di decadenza politica; la
differenza della individualità pagana e cristiana gli sfugge ancora. La sua
poca stima della cavalleria e la grande importanza della fanteria sono idee
romane: così pure la battaglia che dispone teoreticamente al terzo libro, nel
quale si ride delle artiglierie. Nel quarto nel quinto e nel sesto ragionando
dei movimenti dell'esercito e del suo alloggiamento, il Macchiavelli che di
guerre non ne aveva vista alcuna, segue sempre l'esempio romano. A proposito
delle pene militari, egli politico che pure avrebbe dovuto conoscere
gl'italiani di allora, propone che a modo dei romani e degli svizzeri siano
date popolarmente: consiglio che parrebbe ridicolo in bocca di ogni altro e che
nella sua riesce addirittura inesplicabile. Finalmente nel settimo libro parla
delle fortificazioni, ma nella sua niuna fede alle artiglierie e nella sua
ignoranza della ingegneria, non arriva nemmeno al punto che la scienza d'allora
aveva toccato: quindi mette in bocca al Colonna il ritratto del capitano ideale
componendoglielo al solito con esempi di storia; e chiude colla inevitabile
invocazione al principe liberatore.
L'opera scientificamente
non ha dunque nè originalità nè valore; è un ritorno agli ordini antichi
piuttosto ispirato da un sistema di idee letterarie e storiche che da vera
conoscenza della materia. Così Macchiavelli studiando il modo e la difficoltà
di comporre un esercito invece di guardare intorno a sè per vedere che
differenza presenterebbero la Romagna, la Toscana, il Reame o Venezia si contenta di tradurre un brano di Vegezio sul soldato ideale: trattando della
educazione guerriera, secondo la sua teoria l'uomo è sempre uguale e un
cittadino del foro romano e un borghese del mercato fiorentino hanno le stesse
attitudini; il cristianesimo, che aveva dieci secoli di guerre non interrotte,
è per lui antimilitare e nullameno non cerca come controbilanciarne
l'influenza; l'Italia non ha coscienza nazionale e tuttavia egli crede
possibile riunirla in un esercito; vi sono armi nuove da fuoco, imperfette che
non pertanto hanno già mutato parte della tattica, e non ne tien conto; non vi
erano più generali italiani di gran nome, le bande stavano per finire, gli
stranieri occupavano più che mezzo il paese, i Comuni più che inermi erano
inetti alle armi, ed egli astrae da tutto. Risuscitare i romani ecco ancora il
suo sogno d'artista; essi avevano coi loro ordini militari conquistato il
mondo, e coi loro ordini militari l'Italia del cinquecento avrebbe riconquistata
sè stessa.
Ma se gl'ordini militari
romani avevano prevalso nel mondo antico era dipeso dalla inferiorità dei
sistemi militari degl'altri popoli incapaci di ordinarsi come i romani per
troppe ragioni d'indole e di civiltà, ragioni che l'Europa del cinquecento non
avrebbe più avuto contro l'Italia. Il ritorno dell'ordine romano imitato
naturalmente da tutti i popoli, lasciando intatte le loro differenze avrebbe
conservato in faccia ad essi l'inferiorità militare dell'Italia.
L'argomento del Macchiavelli,
che gl'italiani nei combattimenti isolati riuscivano spesso superiori agli
stranieri, non provava la maggiore attitudine della nazione d'allora alle armi,
ma piuttosto un effetto delle guerre continue e delle compagnie non mai
congedate, nelle quali i migliori individui potevano raggiungere la perfezione
degli antichi gladiatori romani.
E coll'Arte della Guerra
e colla vita di Castruccio Castracane si chiude il ciclo politico-letterario
del Macchiavelli.
In cotesta vita, che
molti credettero una vera biografia e fu poi chiamata un romanzo, il
Macchiavelli andato a Lucca per affari di certi mercanti fiorentini, sempre
signoreggiato dalle idee e dalla figura del Principe, ripensando ai casi di
Castruccio, il miglior generale del medio evo, ne compose un racconto come
quelli di Diogene Laerzio e di Diodoro Siculo, mescolando il vero
all'immaginario, amalgamandovi in un ammirabile getto le gesta di Agatocle. Nel
racconto breve ma letterariamente perfetto la figura del duca Valentino è
sempre dietro a quella di Castruccio, il quale si muove nullameno con
personalità tanto viva da far credere quel romanzo una vera storia. Gli amici
degl'Orti Oricellarii ammirati del nuovo stile consigliarono il Macchiavelli a
scrivere storie e gli ottennero dallo Studio, cui era capo allora come vescovo pro
tempore il cardinale Medici, la commissione di scrivere quella di Firenze
in due anni con cento fiorini all'anno.
Macchiavelli si accinse
subito agli studi preparatorii, ricusando l'offerta fattagli dal suo antico
padrone Pietro Soderini di andare segretario presso Prospero Colonna con
duecento ducati d'oro di provvisione e le spese. Era questo uno spiraglio che
gli si apriva finalmente sulla politica, nella quale l'illustre capitano era
attore importante; ma il Macchiavelli ancora atterrito dalla congiura del
Boscoli, e sapendo che i Soderini congiuravano coi francesi per cacciare i
Medici, rimase a Firenze nel codazzo del cardinale Giulio, al quale ripropose
il disegno offerto a Leone per il ripristinamento della repubblica. E nemmeno
s'accorse che quegli ben più fino politico di questi, domandando tali disegni a
tutti intendeva di saggiare la pubblica opinione, niente disposto a
largheggiare di libertà con Firenze; chè anzi i più giovani ed ingenui
frequentatori degl'Orti Oricellarii, ai quali le declamazioni del Macchiavelli
avevano scaldato il sangue, avendo congiurato contro il Governo, il cardinale
fu prontissimo a reprimere la rivolta, decapitandone senza pietà due fra essi.
Il Macchiavelli, nel quale il cardinale Giulio aveva fiutato la natura
puramente letteraria incapace d'azione malgrado i grandi discorsi, non ne fu
nemmeno disturbato, mentre dal canto suo non si mosse a favore degli amici
proscritti.
Il suo patriottismo che
doveva essere tanto decantato si scoperse anche questa volta di puro intelletto
senza cuore e senza carattere. L'antico segretario di Pietro Soderini contro i
Medici non volle seguirlo nella congiura da lui e dal fratello cardinale
tramata a favore di Firenze, per non perdere coll'incipiente protezione dei
Medici la provvisione delle Storie e la calma necessaria alla sua vita di
letterato. Impiegato e cliente subalterno, la fede della quale si vanta così
spesso nelle lettere, non è che troppo spesso docilità e poltroneria. Forse la
viltà dei tempi lo scusa, quantunque anche allora vi fosse chi sentiva
altamente e sapeva arrischiare la vita per idee, nelle quali Macchiavelli con
artistica sincerità non realizzava che la bellezza incomparabile del proprio
stile.
Quando il Macchiavelli
si pose alle Storie, dice benissimo il Villari, v'erano in Firenze due scuole
di storici, quella del Villani nella quale proseguivano annalisti e diaristi, e
l'altra degli eruditi con alla testa Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini non
molti anni addietro segretari entrambi della Repubblica. Spregiatori della
cronaca, pur nella forma rispettandone la divisione per anni, costoro avevano
mirato alla dignità classica solamente trasformando ogni minima scaramuccia in
battaglia e vestendo tutti i personaggi alla romana. Quindi in essi non critica
degli avvenimenti, non ritratti, non aneddoti che mostrino il carattere dei
tempi: l'aggruppamento dei fatti, determinato sempre da ragioni letterarie e
decorative, finisce quasi ad annullarli. Nullameno questo esercizio rettorico
della storia aveva inconsciamente condotto gli eruditi nel dilatarsi del campo
storico verso la critica filosofica e filologica.
Flavio Biondo infatti
v'era già entrato stampandovi un'orma di leone, ma scrivendo egli pure in
latino per dispregio della lingua volgare. V'erano quindi storie di materia
italiana piuttostochè storie italiane.
Al tempo del
Macchiavelli, però, col nobilitarsi della lingua italiana e lo studio profondo
che della politica aveva necessariamente iniziato la diplomazia di tutti i
Governi, era cresciuto in tutti il desiderio di una storia che dettata nella
lingua corrente e basata sulla realtà dei fatti ne fosse insieme specchio e
spiegazione. Il Guicciardini giovanissimo, che del proprio secolo era senza
forse colui che meglio doveva esprimerne il carattere e comprenderne i bisogni,
aveva già scritto una Storia Fiorentina, rimasta inedita sino quasi ai
nostri giorni, nella quale preludendo maestrevolmente alla sua futura grande Storia
d'Italia, forzava primo il passaggio dalla cronaca alla storia. Chiaro, più
elegante nello stile che non dovesse poi esserlo in seguito, con un giudizio
già maturo in tutti i fatti e un'esperienza precoce di tutti gli uomini,
sebbene non avesse allora che ventisett'anni e non fosse per anco entrato nelle
pubbliche pratiche, analizzava già l'avvicendarsi dei partiti, metteva a nudo i
caratteri, determinava le passioni degli avvenimenti. Imparziale coi Medici
ammirava Savonarola, ricercava i documenti originali, esponeva le leggi, citava
persino le frasi testuali delle ambascerie. Certo a lui pure sfuggiva la parte
impersonale degli avvenimenti, troppo violentemente tirato dalle forti qualità
della sua natura realista e politica; ma questo difetto in lui comune col
Macchiavelli e col secolo, non era come nel suo rivale peggiorato dalle licenze
di una fantasia teorizzante sui fatti e contro i fatti. Guicciardini
aristocratico potè in seguito lasciarsi cogliere dalla passione della forma che
era allora l'aristocrazia della letteratura, e mal sicuro nel gusto falsare il
proprio giovane stile nell'imitazione ciceroniana; ma politico e storico nato
non si curò mai di poesia, non scrisse come il Macchiavelli Commedie e
Decennali fra quella ressa di tragedie che componevano allora la politica, non
divagò dietro pretensiose e false teorie come nei Discorsi, non ebbe mai il
sogno fantasmagorico del Principe, non si atteggiò a capitano precettore di
guerra, non eccitò a libertà per poi abbandonarla timidamente in faccia al
pericolo, non mendicò impieghi, non predicò la necessità della furberia; ma
profondamente furbo, privo di coscienza come il suo secolo, coperse eminenti
cariche, si rivelò uomo di gran Governo e non fu veramente vinto che vecchio da
Cosimo II, politico ben altrimenti terribile del cardinale Giulio che aveva
potuto così facilmente giocare il Macchiavelli colla proposta delle Riforme,
accettando poi da lui con scettica indifferenza la dedica delle Storie piene di
odio contro il papato e di riserbo cortigiano per Casa Medici.
Nel Proemio alle Storie
il Macchiavelli annuncia subito il pensiero che lo dirige e sul quale baserà il
proprio edificio: se l'Aretino e il Poggio «duoi eccellentissimi storici» non
avevano parlato che di guerre esterne, tacendo delle civili discordie, delle
intrinseche inimicizie, e dei loro effetti, egli intendeva riparare all'errore
«perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano quanto quella che
dimostra le cagioni degli odii e delle divisioni, massime in una città come
Firenze, in cui le divisioni furono per nome infinite; portarono esigli, morti,
devastazioni e pur non poterono impedire la prosperità della Repubblica; anzi
pareva che l'aumentassero.»
Il principio e
l'intenzione delle Storie è dunque quello medesimo dei Discorsi, del Principe e
dell'Arte della Guerra: una lezione di politica data agli uomini di Stato, una
verificazione delle teoriche che Macchiavelli ha stabilito nelle opere
precedenti. Guai ai fatti che le contraddiranno! L'artista politico non è
mutato ma sta per ingrandirsi: il campo che gli si apre davanti è così vasto
che il suo ingegno vi si può dare carriera, l'innegabile originalità del suo
proposito storico nel quale Guicciardini lo ha preceduto senza che egli lo
sappia, non gli viene da una meditazione filosofica della storia, ma dalle
tendenze del suo spirito e di tutta la sua vita. I grandissimi modelli antichi,
Tacito e Livio, non sono più presenti al suo pensiero e non gli compariranno
che ad intervalli per suggerirgli qualche forma di stile o disegno di orazione:
fiorentino, i suoi autori sono i cronisti che l'hanno preceduto. L'Introduzione
generale che premette alle Storie, falsa nelle proporzioni architettoniche come
vestibolo enorme di piccolissima casa, non sarà che un esercizio artistico, un
ritardo volontario intorno a qualche massima o a qualche personaggio, una
imitazione ed un plagio di Flavio Biondo e di Leonardo Aretino.
Il Villari costretto a
notarvi la poca o nessuna originalità così nella erudizione come
nell'ordinamento dei fatti, vi si ripiega giustamente sul merito letterario.
Una figura però vi campeggia troppo simile al duca Valentino nel Principe e
come questi salvatore d'Italia, Teodorico re degli Ostrogoti. La solita
esaltazione riprende il Macchiavelli che, pur copiando dal Biondo, per idealizzare
il proprio ritratto tralascia quanto gli nuoce e svisa addirittura fatti
importanti, come l'espulsione di ogni italiano o romano dall'esercito decretata
da Teodorico.
Ma presto il
Macchiavelli arriva all'altro concetto determinante le sue Storie, la facilità
colla quale l'Italia avrebbe potuto riunirsi in nazione se i papi non
l'avessero invincibilmente mantenuta divisa per rabbia di regno. E qui è il
Villari che si riscalda ammirando il coraggio di questa affermazione in un
libro ordinato dal papa, e la sincerità dell'uomo che poi tutto il mondo doveva
ostinatamente negare: ma poco dopo confessa egli medesimo che eroismo non vi fu
mentre Clemente VII non mostrò nemmeno meravigliarsi della cosa, così i tempi
erano scettici e scarso il sentimento religioso nel Vaticano. Senonchè il
concetto del Macchiavelli per essere diventato popolare quando il patriottismo
dovette per riunire l'Italia osteggiare il papato, non è storicamente meno
falso. L'Italia non fu mai nazione. I Romani la conquistarono senza fonderla
con sè medesimi nella repubblica; durante la monarchia fu pareggiata alle altre
provincie conservando in sè stessa tutte le differenze che l'animavano. La
civiltà romana divenuta troppo presto universale coll'assorbimento della
civiltà greca, non potè attendere la fioritura italiana e non ebbe quindi nè
arte nè scienza nè filosofia nè religione veramente originale; la sua grandezza
derivò dalla giurisprudenza e dalla politica. Poi nel franare dell'impero i
barbari ruinando sull'Italia vi portarono e vi produssero altre differenze.
Rotta l'unità romana, l'unità cristiana anche più universale ed astratta non
poteva riunire l'Italia. La lotta ricominciò fra la Chiesa e l'Impero: quella malgrado tutte le proprie contraddizioni era per la libertà,
l'Impero per la tirannia; l'infallibile istinto storico fece guelfo il popolo e
ghibellina l'aristocrazia feudale. Il Macchiavelli lo nota ma non arriva a
comprendere neppure confusamente la vera posizione e l'azione storica del
papato nel medio evo. Il suo pregiudizio irreligioso lo trascina, la sua
inettitudine alla filosofia e alla critica lo paralizza. Egli che considerava
il popolo senz'anima come cera in mano al Principe legislatore, non poteva
nemmeno sospettare che la nazionalità derivasse dalla unità delle coscienze
individuali. Così gli sfuggono tutti gli elementi spirituali del cristianesimo,
del quale si ostina a non vedere che gli eccessi penitenziari e le mostruosità
rituali. Per lui le crociate, il più gran fatto del medio evo, che iniziava
tutto l'avvenire, è opera di Urbano II, il quale odiato a Roma ripara in
Francia e vi predica contro gl'infedeli: le sole conseguenze di esso sono la
fondazione dei due ordini di cavalieri, Templari e Gerosolimitani, e poche
conquiste in Oriente. Nella grande contesa fra papato ed impero non vede
Gregorio VII, figura gigantesca di cui l'ombra potè per un momento coprire
tutto l'impero, mentre in ogni avvenimento scorge poi sempre una causa
personale. Considera la religione solamente nella forma della Chiesa, la
civiltà nell'azione di un Governo, l'uno e l'altra più volentieri ancora
riassunte in personaggi politici. Sfiora la lotta dei Comuni col Barbarossa,
tace dell'immenso sviluppo dato da Federico II alla civiltà del mezzogiorno,
nomina appena i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le
vicende del Reame di Napoli per non perseguitare che i pontefici e i capitani
di ventura, fermandosi solo ai fatti che aiutano le sue teorie dei Discorsi e
del Principe.
Questa l'Introduzione
generale tanto vantata dai suoi apologisti; la quale se si prescinda dal merito
letterario troppo in essa ancora disuguale quantunque a certi punti
singolarissimo, non contiene nessun'idea, non inizia nessun metodo che possa
attribuire al Macchiavelli un grande posto fra gli storici.
Il secondo, terzo e
quarto libro abbracciano la storia di Firenze dalla sua fondazione sino al
trionfo dei Medici, ma dell'origine del Comune dice appena poche parole per
saltare subito alla tragedia di Buondelmonte nel 1215, dalla quale crede
erroneamente derivare la divisione della città in Guelfi e Ghibellini. Il
Villani da cui copia condensando con ammirabile potenza letteraria, e Ricordano
Malaspina avevano pur narrato prima del triste caso una serie di guerre fra il
Comune fiorentino e i baroni del contado, che vinti e costretti a vivere nella
città vi avevano portato colla ferocia dei costumi la crudeltà di un odio di
razza. Il Macchiavelli, tratto dal suo bisogno di mettere sempre una causa
drammaticamente personale ad ogni avvenimento politico, muove dal caso del
Buondelmonti, ma più acuto del Villani che andava smarrendo il filo della
grande contesa, s'accorge subito che dietro i Guelfi e i Ghibellini non stanno
solo l'Impero e la Chiesa, bensì la feudalità e il popolo: l'una rappresentante
la razza dei vincitori sovrappostasi alle genti latine nell'invasione, l'altro
ancora in gran parte latino malgrado la mistura del sangue e nemico
inconciliabile della feudalità per la tradizione del suo passato e la necessità
del suo futuro. Ma anche qui il Macchiavelli non arriva ad abbracciare tutto il
problema, giacchè non cerca nemmeno di cogliere i veri rapporti della feudalità
italiana coll'Impero e le sue affinità colla vita italiana, e fuorviato
dall'odio alla Chiesa travisa l'opera del papato, del quale l'alleanza col
popolo diventa un assurdo inesplicabile.
Inesatto nelle date,
poco scrupoloso dei fatti, sospinto dalla passione politica verso le epoche che
maggiormente si presteranno alle considerazioni e alle teoriche che lo
signoreggiano, analizza distrattamente la Costituzione del Primo Popolo, oblia la Costituzione precedente dei Consoli e la Costituzione del Potestà: quindi narra rapidamente il ritorno dei Ghibellini, l'ingrossare
continuo dei Guelfi, il mal ripiego della politica ghibellina per ottenere il
favore del popolo aiutando la costituzione13 delle arti Maggiori e
Minori, il magistrato dei Priori che affretta la rovina dei nobili, gli
Ordinamenti di Giano della Bella che la compiono. Così prostrati i Ghibellini,
sorgono i Guelfi che si dividono in Bianchi e Neri per suddividersi ancora
vinti i Bianchi in Grandi e Popolani; la contesa fra l'aristocrazia e la
democrazia muta nome e terreno conchiudendosi egualmente colla vittoria del
popolo.
Ma se il Macchiavelli
vede un certo nesso logico in queste discordie, non ne afferra bene l'idea e
non ne sbroglia gli aggruppamenti che per lui hanno sempre come causa prima una
scena drammatica. Poscia narrato dì Corso Donati e delle guerre con Uguccione
della Faggiola e Castruccio Castracani come di avvenimenti casuali, entra
nell'episodio del Duca d'Atene con sì calda eloquenza che dimenticando ogni
proporzione nel quadro aggiunge episodi, inventa discorsi, s'allunga in
considerazioni, drammatizza ogni circostanza per conchiudere alla terribilità
dell'eccidio con una descrizione non meno terribile. In questo secondo libro,
come nota egregiamente il Villari, sta il secreto della storia di Firenze; però
se il Macchiavelli lo avverte a quando a quando e qualche piccola parte ne
scopre, non è men vero che in lui come nei cronisti dai quali copia, le
passioni, il valore e la fortuna sono sempre la ragione unica degli
avvenimenti: l'idea dei quali risulta nel suo racconto piuttosto dal modo col
quale il suo istinto artistico signoreggiato dalla loro seria logica li
coordina, che non sorga in lui da vera coscienza filosofica di storico.
La letteratura storica è
già nata preparando in sè stessa la storia; alla prima è bastato il letterato,
alla seconda occorrerà l'uomo.
Col terzo libro, che va
dal 1353 al 1414 e al quale il Macchiavelli premette, e seguitò poi nel
costume, una specie d'introduzione filosofica richiamando una teoria dei
Discorsi, comincia lo studio della decadenza della repubblica e il conseguente
sorgere dei Medici. Gli autori prediletti sono questa volta Marchionne di Coppo
Stefani e Gino Capponi, ma su questo nuovo terreno meglio adatto all'indole sua
il Macchiavelli procede più cauto e forte. Il paragone fra Roma e Firenze, che
apre il libro, è al solito così forzato che il Villari stesso ne conviene,
mentre dalla profondità delle susseguenti osservazioni nelle quali molti si
sono perduti ammirando non sfolgora nessuna idea. Il racconto si costringe
tutto nella contesa fra gli Albizzi ed i Medici. La posizione dei primi vi è
assai bene studiata, ma non appena entra in scena Salvestro dei Medici
favorendo le arti Minori contro le Maggiori e sollevando destramente il tumulto
dei Ciompi, per profittare poi solo della rovina degli Albizzi nella reazione
succeduta naturalmente al tumulto col simultaneo abbassamento delle arti
Maggiori e della plebe, si direbbe che un'inconscia antipatia scoppi tra il
fine politico borghese e il terribile politico del Principe. La presenza del
Valentino turba ancora lo spirito del Macchiavelli al punto di fargli idealizzare
la mediocre figura di Michele di Lando, docile strumento in mano di Salvestro,
e di non lasciargli comprendere tutto il merito della politica di quest'ultimo
così abile e paziente e sicura che nelle Storie Fiorentine non se ne era ancora
e forse non se ne vide più l'esempio. Gl'istinti democratici trassero il
Macchiavelli a trasfigurare Michele di Lando, come la politica di semplice
intrigo, senz'armi e senza gloria troppo diversa da quella conquistatrice del
Valentino, gli dispiacquero in Salvestro. Oramai nel Macchiavelli la teorica
politica e la forma drammatica si erano talmente fuse che a lui stesso non
riusciva più di separarle. D'altronde la sua avversione ai Medici, dai quali
colla cacciata dalla Signoria e le conseguenti miserie aveva pur ricevuto
quattro o sei tratti di corda, malgrado i riguardi dovuti per quell'ultima
commissione di scrivere le Storie, traspare dal libro. Così nel quarto pel
quale si giova moltissimo delle Storie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti
altrettanto false nella forma che vere nei fatti, riprendendo l'analisi della
contesa fra gli Albizzi e i Medici sembra non volersi accorgere della politica
di Giovanni Medici, non meno fina di quella di Salvestro e velata anche da
maggior bonomia. Quindi alla sua morte gli fa tenere ai figli Cosimo e Lorenzo
un discorso privo di senso per dissuaderli in nome della virtù dall'aspirare al
principato; e morto, gli fa un insolito e volgare elogio di uomo caritatevole
quanto prudente. Discorso ed elogio sono presi dal Cavalcanti. Se non che
l'averli solo corretti nella forma e il ricusarsi a studiare veramente la
politica di Casa Medici, mentre nella Introduzione generale si era fermato
troppo a lungo per le proporzioni del libro ad esaminare quella analoga di
Matteo Visconti contro i Della Torre, mostra fin troppo che la paura dei nuovi
padroni gli toglie il coraggio della sincerità storica.
Quell'eroismo che al
Villari era sembrato di vedere nel Macchiavelli fieramente avverso alla Chiesa
scrivendo per commissione di un papa, scompare trattandosi di narrare come Casa
Medici rovinasse la repubblica impadronendosene con mirabile costanza di buone
e pessime maniere. Il lirismo repubblicano del Macchiavelli ammutolisce: la sua
fierezza di pensatore e di scrittore si ammansa, e ritorna l'uomo della
congiura del Boscoli, il letterato di Clemente VII che non osava più
parteggiare contro di lui pei Soderini in favore della repubblica. Nè con
questo intendo rimbrottare aspramente il Macchiavelli di non essere stato un
eroe, ma solamente di ribattere quegli apologisti che tirano a mostrarlo troppo
maggiore nell'ingegno e nel carattere che veramente non fosse. Nel racconto
della lotta suprema fra Rinaldo degli Albizzi e Cosimo de' Medici si scoprono
nel giudizio del Macchiavelli una falsità e una costrizione insolita; fa di
Cosimo il ritratto più umano, non vuole affermare la sua mira costante al
principato, vede nell'ipocrisia della sua condotta una virtù piuttosto che un
mezzo per raggiungerlo, s'intenerisce quasi per la sua prigionia all'Alberghettino
e pel suo confino in Padova, non ha una frase per la repubblica morente, non
ammira nemmeno l'altera risposta dell'Albizzi, nella quale sono pure, ed egli
stesso forse ve le mise, parecchie delle sue frasi favorite.
Il periodo di Casa
Medici così importante nella storia fiorentina è dunque in certo modo evitato
dal Macchiavelli che non solo scansa di giudicarlo, ma vi si rattiene da quelle
considerazioni che false storicamente la più parte, rivelano l'animo suo e
qualche volta accennano a veri tentativi di critica filosofica.
Nei libri seguenti che
costituiscono l'ultima parte delle Storie, il disordine della composizione e il
cortigiano riserbo in faccia all'opera dei Medici degenerano in menzogna. Dopo
aver accennato col solito disprezzo alle due scuole braccesca e sforzesca, che
allora dividevano le guerre italiane sotto gli ordini dei due più grandi
capitani del secolo, Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, ed avere assai
malamente raccontate le loro imprese nello Stato della chiesa, viene al ritorno
trionfale di Cosimo e vi si imbroglia descrivendone le circostanze. Il suo odio
democratico trapela dalla sua prudenza di letterato cortigiano, mentre la
passione dell'analisi politica gli viene soffocata dalla paura di uomo povero
alla mercede dell'ultimo papa dei Medici. Poi divaga in altre guerre italiane.
Valendosi dei Commentari di Neri Capponi, descrive il gran torneo militare fra
Niccolò Piccinino al soldo del duca di Milano e Francesco Sforza generale della
Lega, e neppure qui l'odio ai capitani di ventura abbandona il romanziere di
Castruccio Castracani, che non s'accorge d'avere davanti due soldati, ai quali
solo i migliori dell'antichità sono paragonabili. Almeno Francesco Sforza nel
mutarsi di venturiero in capitano sembrerebbe a prima vista dovesse sedurre la
sua immaginazione; senonchè il Machiavelli dimentica a questo punto tutta la
sua ammirazione pel Valentino, politicamente un imitatore dello Sforza, per
abbandonarsi ai propri istinti democratici, denigrando in questi l'uccisore
della repubblica ambrosiana. Eppure Francesco Sforza accarezzava nel forte
pensiero il sogno di farsi re d'Italia, che altri forti prima di lui avevano
ripetuto. Nel 1240 è Ezzelino da Romano che si vanta di voler fare in Italia
più che Carlo Magno, e muore prigioniero; Mastino II della Scala ottant'anni
dopo conquista tutte le terre di Ezzelino collo stesso proposito, e fallisce.
Castruccio Castracani militarmente maggiore d'entrambi soccombe del pari, poi
Ladislao re di Napoli, poi i Visconti i Medici i Borgia, ogni condottiero, ogni
trionfatore, re e papi, tutti sono tormentati dal sogno di un regno italico
infrangendo il patto medioevale fra papato ed impero, e nessuno vi riesce.
L'acciecamento del
Macchiavelli contro i capitani di ventura è tale che dopo aver messo in
ridicolo le loro battaglie affermando che nessuno vi morisse, nega perfino
l'ingegno politico dello Sforza. Ritornando nel VII Libro a Cosimo dei Medici,
il quale aveva pur condotto Firenze con meno valore al medesimo punto che lo
Sforza Milano, muta ancora linguaggio: attenua i mali del nuovo governo o li
attribuisce a malvagità di partigiani che Cosimo vecchio non riesce a frenare;
e quando Cosimo muore si ferma a fargli l'elogio. Non una parola di biasimo,
non un accento di dolore per la morta libertà di Firenze: accennando alla
protezione da lui concessa alle lettere e alle arti, non trova nè modo nè tempo
di analizzare quell'epoca unica nella storia del mondo. Poi le sue
contraddizioni aumentano ancora. Dopo avere attribuito arbitrariamente l'assassinio
di Niccolò Piccinino ad un complotto tra Francesco Sforza e Ferrante d'Aragona,
raccontando della congiura tramata contro Piero dei Medici, uomo meno che
mediocre, ne travisa romanzescamente le circostanze per fare di lui un grande
personaggio. Il medesimo ripete nell'altra congiura del Nardi e del Nerone a
Prato contro Lorenzo e Giuliano, inventando l'episodio della voluta
impiccagione del Potestà alla finestra del Palazzo e il suo discorso per
liberarsene e la seguíta liberazione colla sconfitta dei ribelli. È strano
l'oblìo non solo di ogni verità storica ma persino di ogni possibilità
drammatica nei discorsi, che il Macchiavelli inventa tratto tratto secondo le
bizzarrie dell'immaginazione per ì personaggi delle sue Storie. La congiura
scoppiata contro Galeazzo Visconti duca di Milano è invece narrata con molta
efficacia, quasi preparazione a quella dei Pazzi contro Lorenzo e Giuliano, che
occupa buona parte del Libro VIII, ed è forse letterariamente il miglior brano
delle Storie. Le quali si chiudono colla morte e l'elogio di Lorenzo, di cui
non osa riconoscere la tirannìa e non comprende intera nè la grandezza
artistica nè quella politica. Il Guicciardini invece nella Storia Fiorentina
scritta a ventisette anni lo giudica tiranno amabile nei modi, inferiore a
Cosimo nella politica, governante col sospetto e premuovendo la corruzione.
Tutto questo è da lui scritto colla massima calma, senza amore alla libertà o
rispetto pei Medici.
I due grandi storici del
secolo s'incontrano l'ultima volta per dissentire come quasi sempre. Il
confronto dei loro ingegni e delle loro opere è così facile che nessuno ha
potuto evitarlo e nullameno fino a ieri nessuno ha saputo ben precisare le loro
vere nature. Macchiavelli parve grande e diventò popolare per la profondità
dell'ingegno politico: il suo cognome si mutò in nome a significare con
terribile complessità tutto quanto la scienza, l'arte, la natura, la società
possano in un uomo solo condensare di valore politico. Guicciardini nelle
scuole e nella coltura comune non era che un letterato cinquecentista, dalla
frase italiana entro un periodo ciceroniano, e quindi un classico. Macchiavelli
era il pensatore e Guicciardini lo scrittore, l'uno il filosofo l'altro
l'artista, quegli l'uomo di stato questi il letterato; la verità invece è nel
contrario.
Le ultime opere inedite
del Guicciardini e i migliori recenti studi sul Macchiavelli cominciarono ad
invertire i giudizii. Il grande politico, il grande storico è Guicciardini,
l'artista il letterato lo scrittore è Macchiavelli. Le sue Storie Fiorentine
non s'alzano troppo come metodo e concetto sulle cronache donde sono tratte,
non iniziano critica, non hanno principio filosofico, non intendimenti elevati.
Tutti i difetti e i pregi artistici del Macchiavelli vi si accoppiano con
troppo maggiore prevalenza dei primi. La materia vi è mal distribuita, non
sicuri i fatti, non sinceri i giudizii, non ben tratte le conseguenze. Il loro
disegno è così angusto che nulla vi cape: la vita vi si compone di battaglie
consciamente falsate la più parte e di congiure drammaticamente e spesso
falsamente narrate. Il periodo dei Medici vi è condotto in modo da non capirvi
nulla. Un urto continuo d'istinti democratici, di teoriche tiranniche, di
pregiudizi militari, di romanzesche invenzioni, di concioni e di scene vi
disordina gli avvenimenti che riassunti sempre nelle persone e nella forma
politica vi diventano incomprensibili. Il vanto di correggere l'Aretino ed il
Poggio coll'analizzare le cagioni intime e cittadine dei mutamenti nei governi
non è certo realizzato; che se qualche volta lo sembri è piuttosto fortuito
incontro o fuggevole accenno che proposito di sistema.
Invano i suoi ammiratori
per resistere al paragone col Guicciardini hanno voluto sostenere che
l'ampiezza del campo è nel Macchiavelli tanto maggiore, questi arrivando dalla
decadenza dell'impero romano fino a Lorenzo il Magnifico e quegli da Lorenzo
sino alla morte di Clemente VII; mentre nell'uno la lunghezza del periodo
storico è piuttosto nel tempo che nelle Storie composte di pochi brani
arbitrariamente staccati e tra loro cuciti con scarsi avvenimenti allineati e
narrati a capriccio; e nella Storia d'Italia dell'altro se più breve il periodo
è ben più vasto il campo. Gli avvenimenti sono simultanei, il loro aggruppamento
più difficile, più complessa la loro logica, più molteplici le conseguenze.
Mentre il Macchiavelli può sbrigliare e sbriglia la propria fantasia in
episodii immaginarii o si attarda sui fatti che gli piacciono, s'abbandona a
teoriche, cede ad antipatie, tace per riserbo, chiude gl'occhi per paura; il
Guicciardini coll'impassibilità, che l'altro consigliò sempre e non ebbe mai,
ripensa la propria vita nella propria epoca e ne vede l'ordine, lo riproduce,
lo analizza. Diplomatico di prima forza, intimo dei più grandi personaggi, per
lui non ci sono secreti: senza opinioni morali e senza sogni patriottici vede
subito nei fatti il loro significato immediato; conosce l'Europa quanto
l'Italia; non ama nessuno, non ammira che sè stesso. Di questo difetto, rimproveratogli
accortamente dal Ranke, trionfa però facilmente. Il proposito politico che nel
Macchiavelli risulta da troppo eterogenea congerie di qualità filosofiche,
scientifiche e artistiche è in lui espressione di una natura non d'altro capace
e di null'altro occupata. Politico prima che storico non scrisse che quando non
potè più agire. Ma nell'azione era riuscito altrettanto bene che male il
Macchiavelli. La sua superiorità nella politica si ripete nello studio della
medesima. Se le Storie del Macchiavelli non avessero l'insuperabile pregio
dello stile e non fossero tutte piene di bellezze letterarie non sarebbero così
lette, e come hanno giovato meno delle cronache alla ricostruzione delle epoche
narratevi e non molto più di esse alla scoperta dell'idea e del metodo storico,
così non avrebbero avuto maggiore fortuna. La Storia del Guicciardini malgrado la pesantezza dello stile e la falsità del gusto letterario è rimasta il più gran
passo fatto nelle scienze storiche dopo i romani. Nessuno dei maggiori storici
antichi avrebbe potuto seguire con sì infallibile penetrazione e con tanta
profonda sagacia la politica di quel tempo unico nella storia del mondo, che
aveva tutte le corruzioni di una decadenza nelle fermentazioni di un
rinascimento.
Solo un italiano in
Europa poteva esserne capace e fra tanti italiani egualmente culti nessuno era
meglio adatto di un fiorentino. I Veneziani non ebbero che uomini di governo e
ambasciatori: la loro repubblica compatta e sicura disciplinava troppo presto e
troppo fortemente gl'ingegni per lasciar loro la libertà necessaria allo
storico; Firenze teatro ai maggiori mutamenti, primissima sede della gran
contesa guelfa e ghibellina, centro dei migliori ingegni, e che condannata ad
esaurire la vita di comune prima delle sue grandi rivali aveva anche minore
coscienza politica, era meglio atta a produrre lo storico italiano. Ma città
dell'arte accanto allo storico mise l'artista della storia: il critico ne
nasceva già a Modena, il filosofo ne nascerebbe fra non molto a Napoli; Sarpi
doveva esserne il primo combattente, Giannone il primo martire.
Ma il momento del
Macchiavelli e del Guicciardini rappresentanti nella Politica e nella Storia la
mancanza di coscienza passò presto. E quando colla Riforma cominciò a formarsi
l'uomo morale e il cattolicismo si riformò e le scienze mutarono il concetto
della natura e il mondo non fu più l'Europa e la stampa centuplicò le idee e
alle tragedie cinquecentiste della passione successero i drammi del pensiero
ricostituendo la spiritualità e l'intimità della vita, il Davila e il
Bentivoglio assistenti colla impassibilità del Machiavelli alle stragi di
Fiandra, o giudicanti colla neutralità del Guicciardini le infamie dei re
francesi o spagnuoli, parvero abbominevoli e lo furono. La Politica era già costretta ad avere una coscienza come il popolo e la Storia a riunirle in sè stessa.
Ma fra tutti questi
lavori di letteratura storico-politica il Macchiavelli non perdè la passione
dell'arte vera. In ogni ritaglio di tempo andò riprovandosi in varii generi,
dalla commedia alla satira, dai canti carnascialeschi alla novella. In nessuno
riuscì a sorpassare la mediocrità, se si eccettui la Mandragola, commedia intorno la quale si urtarono in ogni tempo i più disparati giudizii e
per la quale oggi i giornali iniziano un'impresa di esumazione.
La contesa sul teatro
italiano è ormai troppo vecchia e sciaguratamente troppo risoluta contro di
esso perchè convenga ancora risuscitarla: l'Italia non ebbe e non avrà quindi
teatro nazionale. Le ragioni di questo difetto bisogna cercarle nella storia
dalla quale si rileva la sua natura. Nella civiltà romana non vi fu arte
veramente originale e nazionale. Popolo destinato nel disegno della storia del
mondo a stringervi la prima unità, i romani non vi recano quindi che le qualità
militari e politiche necessarie allo scopo: nessuna poesia ha cullato di canti
la loro infanzia e non hanno epopea; la loro religione e i loro Dei sono
l'espressione del più volgare antropomorfismo: la loro anima è arida, ma il
loro senno è sicuro quanto il loro coraggio. Hanno la casa e il governo.
Siccome la fatalità li spinge sul mondo vi marciano e lo conquistano. La loro
originalità è la politica e creano lo Stato: la loro filosofia è la
giurisprudenza e stabiliscono la giustizia, la loro astrazione è la personalità
dell'individuo e dello Stato. A contatto coi greci dei quali debbono
assimilarsi e spandere le idee, la grandezza intellettuale di questi li
soggioga di buon'ora; prima ancora che possano fiorire i loro scarsi germi
naturali l'imitazione li schiaccia o li inaridisce. Poi la loro vita nel lungo
periodo della conquista è troppo piena d'azione, troppo riassunta nella sola
azione politica, perchè vi sia posto per le arti; gl'Italioti sottomessi da
loro perdono la libertà, la prosperità, la coscienza necessarie alle arti. Essi
invece incapaci di sentirne la spiritualità le ammirano come lusso o
decorazione di vittorie colla cupidigia rozza del soldato. Come cittadini
invece le spregiano considerandole appannaggio di popoli deboli e corrotti.
Le feste e i
divertimenti romani erano militari: il teatro che vi cominciò tardi fu di gusto
plebeo, quasi degradante, autore e attore erano schiavi dei meno apprezzati.
Solo coll'invasione della coltura greca, il teatro crebbe d'importanza perdendo
ogni speranza di originalità. Poichè ogni arte ha d'uopo di libertà individuale
e d'una certa compiacenza della vita, quando la civiltà romana vi sostituì
invece la coscienza del proprio ferreo dovere politico, l'arte s'arrestò. Nel
migliore e più vero periodo repubblicano mancò quindi la letteratura. Solamente
allo sparire della civiltà nazionale sotto le molteplici tendenze
ellenico-cosmopolite, la letteratura comparve a Roma manifestandosi grecamente
in opposizione collo spirito nazionale; ma le esigenze della scuola vi
sopraffecero gl'impulsi della natura, mentre l'imitazione anticipando sulla
creazione atteggiava scuole e teatro antiromanamente e rivoluzionariamente. I
primi autori romani sono greci come Livio Andronico, greche anch'esse di
soggetto e di forma le prime produzioni, commedie non tragedie. Il teatro era
quindi null'altro che un divertimento popolare, nel quale mancavano la
coscienza e lo spirito. E poichè il teatro greco era in decadenza, l'imitazione
romana fu la corruzione di una corruzione, con questo di aggravante che la
grossolanità romana doveva gualcire quanto la decadenza greca aveva avvizzito.
Filemone di Soli e
Menandro posano da modelli; Nevio, Plauto, Terenzio per non citare che i
migliori sono i copisti. Nevio è il più originale, Plauto ha maggior vena,
Terenzio miglior sentimento nella forma. Dopo di loro la commedia decade
ancora: nè il sentimento nazionale, nè il costume politico, nè il carattere
romano, nè l'epoca storica la consentivano. La scuola che generò e educò tutte
le arti romane produsse più tardi la tragedia sullo stampo di Euripide, poeta
decadente, dal quale gl'imitatori latini nullameno rimasero infinitamente
lontani.
Dai romani bisogna
venire al rinascimento per trovare ancora la commedia. Sopravvissuta nel popolo
fra le atellane, mummificata nella tradizione letteraria ricomparve nelle sacre
rappresentazioni per uscire poi dalle chiese e, ricoprendosi colle maschere che
sintetizzavano la giovialità e il carattere speciale del popolo, riprendere il
corso delle proprie rappresentazioni col nome di commedie dell'arte. Una
coscienza nazionale e popolare che avesse bisogno di essa per rappresentare a
sè medesima le proprie passioni, una società che volesse riprodursi col doppio
senso della critica e dell'arte non v'era; l'individualità italiana forse
troppo mista, senz'altra tradizione che il cosmopolitismo, scarsa nella fede
religiosa, scema nella coscienza politica, colla vita troppo concentrata e
contrastata da non potervisi mai affermare in una forma precisa, non potè ottenere
in sè medesima la libertà e la condensazione necessaria alla commedia.
Rappresentarsi significa ripensare, risentire sè medesimo nella individualità
singola e collettiva con tanta forza e con tale chiarezza di visione da
diventare sdoppiandosi in certo modo il creatore di sè stesso. L'individualità
italiana non ebbe questa forza. Il teatro moderno doveva sorgere in
Inghilterra, dalla nazione nella quale l'individualismo era il carattere più
spiccato della vita e della storia, riassumendo tutte le sue potenze
spirituali. Cosi l'Inghilterra non ebbe epica e non avrà mai nè filosofia nè
musica. La potenza della sua obiettività così necessaria al teatro la rende
inferiore nelle facoltà più alte come la filosofia, che è l'astrazione del
pensiero, e la musica suprema impersonalità del sentimento.
La formazione del teatro
italiano ebbe dunque due massimi ostacoli; il popolo era troppo basso nella
vita, i letterati troppo fuori di essa. Quindi gli eruditi preferirono Terenzio
miglior letterato a Plauto maggior artista. Si cominciò a tradurre e a
rappresentare, le accademie pullularono. A Ferrara dove il romanzo cavalleresco
amalgamandosi coll'erudizione classica trovò la sua vera forma, dalla mistura
di Plauto e Terenzio con pochi elementi nazionali nacque la commedia italiana.
D'entrambi fu padre il maggior poeta del secolo Lodovico Ariosto.
Ma se nel Bibbiena, nel
Lasca, nel Berni il Decamerone riverberava una certa vita licenziosa e
buffonesca da potere qualche volta simulare la vita comica, nelle commedie
dell'Ariosto vissuto sempre fuori di tale ambiente in un mondo tutto pieno di
erudizione, l'imitazione classica soffoca ogni spontaneità esaurendo l'azione
in un puro gioco meccanico. Basti per esempio paragonare il suo Negromante col
prete di Varlungo o col frate Cipolla del Boccaccio. La sua Cassaria che fece
urlare al miracolo e i Suppositi sono rifazioni di Terenzio e di Plauto;
migliore assai la Scolastica di contenuto e più agile nella forma, e nullameno
pittura di superficie, rappresentazione incosciente di gente senza coscienza.
La Calandria che oscurò la fama
dell'Ariosto, ricopiata dai Menecmi di Plauto non vi aggiunse di proprio che
l'oscenità negli equivoci entro una forma esteriormente nuova, con un dialogo
abbastanza vivo di frase per quanto strascicato nella forma. La sua maggiore
originalità nella storia è rimasta la qualità e il grado del suo autore, prima
segretario di Leone X poi cardinale di Bibbiena. Dopo di essa la Mandragola del Macchiavelli doveva restare il tipo vero, l'ultimo e unico progresso di quel
teatro.
Intorno a questa
commedia oggi ancora fioccano critiche acerbe ed elogi passionati. Alcuni
sostenendola come sola gloria del teatro nazionale portano nella sua difesa
tutto l'accanimento di un patriottismo agli estremi, altri la denunciano come
opera immorale che basterebbe da sola a disonorare l'epoca nella quale fu
prodotta e applaudita. Infatti recitata, come tutti sanno, al Vaticano fra un
pubblico di cardinali e di dame vi ottenne le più festose accoglienze. Ma tutto
ciò non è critica.
Il Macchiavelli s'era
già provato prima della Mandragola, che doveva restare la sua migliore opera
d'arte, in altra commedia, le Maschere, andata poscia perduta, imitandovi da
lungi le Nuvole del gran padre Aristofane.
L'azione della
Mandragola che par suggerita da un fatto avvenuto a Firenze, ha luogo nel 1504
ma fu scritta nel 1512 ai giorni meno lieti del Macchiavelli: questa
circostanza rivela sempre più l'animo dell'autore, che poteva consolarsi di un
insuccesso politico con una commedia. Infatti così accenna nel prologo.
Il fatto si racconta in
due parole.
Callimaco giovane
fiorentino, vissuto vent'anni a Parigi, sentendovi celebrare la bellezza e la
virtù di Lucrezia moglie di Nicia Calfucci è ritornato a Firenze per vederla, e
si è innamorato. Non può avvicinare Lucrezia, la sa onesta. Il marito vecchio
scemo si danna di non averne figliuoli. Mezzano di questo amore entra un tal
Ligurio, scroccone ammesso in casa Calfucci, al quale Callimaco promette danari
se riesca a procurargli l'amore di Lucrezia. Il mezzo è questo. Callimaco si
finge medico possessore di una ricetta, bevendo la quale Lucrezia resterà
incinta, ma l'uomo che l'avvicinerà la prima volta ne morrà. Bisogna dunque
persuadere a Lucrezia la pozione e al dottor Nicia di agguantare il primo
gaglioffo che passi per strada a notte presso la casa, di bendarlo,
d'introdurlo nel letto maritale al buio, e prima che spunti il giorno, sempre
bendato, portarlo fuori di casa che non possa mai sapere dove abbia passata la
notte e con quale donna.
Si capisce naturalmente
che quel gaglioffo vorrà essere lo stesso Callimaco. Nicia acconsente presto,
le difficoltà vengono dalla Lucrezia. Allora si mettono in gioco la mamma e il
confessore che la persuadono. Si dispone lo stratagemma il quale riesce, gli
amanti s'intendono, Nicia non intende, e tutti insieme vanno in chiesa a farsi
benedire da frate Tìmoteo che ha procurato l'adulterio.
Questo l'ordito.
L'intenzione e veramente più satirica che comica, la satira ancora più caricatura
che satira. L'amore o meglio l'appetito che Callimaco sente di quella donna non
è vero, la stessa esagerazione di venire da Parigi a quei tempi per vederla e
la prontezza dell'incendio al primo incontro, la fraseologia che Callimaco usa
col mezzano, descrivendogli la propria passione e nella quale non trova né gli
accenti del cuore nè le parole del vizio, lo dimostrano. Callimaco, mal
disegnato, non è nè un innamorato nè un libertino: parla, si muove, si agita,
sembra appassionato e non lo è; l'espediente al quale ricorre, non urta la sua
coscienza d'innamorato e non sorride alla sua depravazione di dissoluto. Egli è
vuoto sotto tutto quell'apparato di azione, freddo con tutto quel calore di
frasi. L'amore è più contradditorio quando domina una coscienza, il vizio vi è
più calmo. Callimaco è un manichino per Macchiavelli che concepisce la propria
commedia come una burla, nella quale il vero e solo personaggio è il burlato. La Mandragola non deriva da Plauto o da Terenzio ma dal Boccaccio: è la sceneggiatura di
una novella.
Nicia è un imbecille,
parente, discendente di Calandrino: Macchiavelli ha presente allo spirito i
migliori tipi boccacceschi, qualche cosa dell'antica ed eterna gaiezza
fiorentina gli scoppietta nell'anima. Il suo Nicia non è un uomo, ma una
caricatura, che egli si diverte a caricare di ridicolo: lo fa ricco perchè
possa essere frodato, dottore per farlo asino, marito per farlo cornuto, quasi
impotente per farlo padre; ma accarezzando troppo questa figura del Nicia la
mano gli si aggreva. Macchiavelli non è Boccaccio, il critico e il dialettico
non sono in lui rattenuti dalla mano dell'artista. Nicia troppo imbecille
arriva all'incoscienza e perde ogni interesse: egli, che non saprà mai la burla
e non sarà mai al caso di scoprirla, le toglie ogni sapore; viene così a
mancare il pericolo che non riesca, il pregio quando sia riuscita. La commedia
non rivela nulla dell'intimità fra Nicia e la moglie, che possa fare vivo
contrasto colle intenzioni di Callimaco: se Nicia è una caricatura, la quale
non ha altra vita se non quella che la burla di cui è oggetto gli comunica,
Lucrezia, che vi fa da scopo, non è che un'ombra. Nella sua posizione di donna
giovane, bella, ricca, maritata a un vecchio scemo che non può nemmeno renderla
madre e la deve tremendamente annoiare coll'assidua presenza e la senile
gelosia, a rovescio di Callimaco che è tutto azione, ella non si muove, non
parla, non sente, non pensa. È come un fantasma: arriva, si ferma, se ne va
dalla scena senza lasciarvi orma e senza avervi fatto nulla. È più che la
passività, siamo all'inanità.
Macchiavelli avrebbe
potuto scegliere fra i molti caratteri femminili per Lucrezia, ma per torsi
d'imbarazzo non gliene ha dato alcuno; persino la femmina è morta in lei è non
risorgerà che in un gesto impaziente all'ultimo atto. La resistenza che ella
oppone alla madre, incaricata nel complotto di persuaderle la pozione, non
erompe nè dalla coscienza nè dal temperamento: è un'altra forma della passività
colla quale Macchiavelli l'ha composta, e Lucrezia resiste meno ancora per
scrupolo che per insegnamento religioso. Ella non ha nè cuore, nè sensi, nè
testa.
La madre, che nella
commedia è del medesimo stampo e della medesima pasta, riesce anche meno
disegnata, senz'altro rilievo che quello attribuitole dalla parte. Non sospetta
della burla, non s'offende dell'espediente come non si era afflitta della
posizione creata alla propria figlia con Nicia. Lucrezia è quindi condotta da
lei al confessore per sottoporgli il caso e accettare la di lui decisione.
Qui riappare il solito
Macchiavelli. Il mediocre imitatore del Boccaccio scompare, la burla
s'interrompe e una figura s'inoltra nella commedia riempiendola. Se Nicia era
la preoccupazione artistica del Macchiavelli, Frà Timoteo ne è il proposito
critico. Il terzo atto, che si apre con un monologo magistrale, ha subito una
scena breve e stupenda. Frà Timoteo cicaleggia con una fante; il dialogo non
potrebbe essere più vero, le due figure più vive. Macchiavelli deve averle
colte nella vita o sorpreso quel dialogo che ripete. La scena rapida è piena di
rivelazioni: i costumi, i tempi, tutto vi è espresso; quella fante è uno
schizzo che farebbe meraviglia ed invidia al Boccaccio, Frà Timoteo una figura
disegnata colla verità dei migliori quattrocentisti.
Ma la fante se ne va
portando seco la maggiore verità della commedia. Timoteo resta e si muta. Nicia
e Ligurio, che arrivano, lo persuadono tosto: il frate non oppone loro nè gli
scrupoli della coscienza, nè i riserbi della furberia. Alla prima parola di
denaro si abbandona; non è uomo, non è frate: pel primo il mercato sarebbe
infame, pel secondo un sacrilegio, per entrambi quella posizione di manutengolo
susciterebbe difficoltà di testa se non di cuore, di avarizia se non di paura.
La prontezza, la schiettezza ribalda del frate, così ben disegnato
nell'apertura dell'atto, non sono umane; non ha un dubbio sulla secretezza dei
due compiici, non ha uno scrupolo sull'obbrobrio dell'azione, non un'incertezza
riguardo alla docilità delle due donne, non una vera passione di avaro che
tremi di commozione in faccia all'oro o qualche altro vizio cui quell'oro sia
necessario. Non mercanteggia, non si accanisce sulla somma, non sdrucciola
sulla lubricità della scena, non si diverte della scempiaggine di Nicia; è
cinico senza l'acredine e la sensualità del cinismo. Perchè acconsente egli?
Pel danaro: e perchè vuole il denaro? Non si capisce. Non ha la passione del
proprio convento, non confessa di avere altri vizi. L'ironia troppo viva delle
frasi, colle quali persuade Lucrezia, è piuttosto del Macchiavelli che sua. Frà
Timoteo in quel lenocinio non si scalda il sangue. Rimasto solo, filosofeggia
secondo il costume del Macchiavelli, ma senza rivelare altri lati del proprio
carattere.
Anche qui il filosofo e
il critico dei Discorsi e del Principe hanno appesantito la mano
dell'artista. Frà Timoteo, per farlo troppo privo di senso morale, è rimasto
del tutto senza coscienza, caricatura non ritratto di frate. L'odioso in lui
toglie il vero. Come frate corrotto ha poca ipocrisia, come uomo ipocrita non
abbastanza corruzione, giacchè le sue azioni non hanno scopo e non conducono
lui a un risultato. Il denaro guadagnato in quell'impresa per lui non soddisfa
alcun bisogno preciso; la gratuità del male ne scema la credibilità e l'importanza.
Macchiavelli ha sfogato
in Frà Timoteo il suo odio e il suo disprezzo per il clero, guastando la
migliore figura della sua migliore commedia.
Se Nicia gli si sciupa
nella esagerazione di una imitazione dal Boccaccio, Frà Timoteo gli si àltera
sotto la penna per le considerazioni che dai Discorsi e dal Principe gli
ritornano alla memoria; invece di compiacersi in lui come ogni artista si
compiace creando, egli si diverte a odiarlo, a renderlo più brutto, facendolo
diventare impossibile. Il critico insiste dove l'artista doveva appena
sfiorare. Per colpire l'istituzione del monachismo sfonda l'uomo nel quale la
raffigura.
Il complotto immaginato
da Ligurio, vacua figura evidentemente staccata dal teatro romano, trionfa: in
una scena abbastanza viva, ma eccessivamente giocosa, Callimaco vestito da
gaglioffo e fingendosi mezzo ubbriaco, si fa sorprendere da Nicia, da Ligurio e
da Frà Timoteo che lo bendano, lo aggirano, lo trascinano sino al letto di
Lucrezia.
La burla è riuscita, ma
non produce alcuna impressione; era troppo facile. Callimaco è un falso
innamorato, Nicia un'imbecille incredibile, Lucrezia un fantasma, la madre
un'ombra, Frà Timoteo una caricatura, Ligurio una maschera: non un uomo o una
donna sono vivi nella commedia, la quale rimane una novella. Come tale, coi
gusti e coi costumi del tempo, sarebbe divertente in una brigata di artisti e
di signori, di gentildonne e di monsignori che non domandano di credere ma di
ridere, non vogliono la verità ma la baia; l'esagerazione e l'inverosimiglianza
in questo caso sono redente dalla arguzia di un motto, dalla scabrosità di una
situazione, dall'arditezza di una proposta. La novella si ode e non si vede.
Per essere ricordata le basta un razzo finale in una risposta, l'oscenità o la
delicatezza di una qualunque soluzione. In una novella non tutti i personaggi
hanno obbligo di essere vivi basta che essa sia tale come racconto per il
divertimento che dà ascoltandola, per l'impressione che lascia ascoltata. Nella
commedia, troppo più alta, non è così. La vita ha da esservi intera e l'azione,
svolgendovisi, deve mostrare il fondo dei caratteri che vi agiscono.
Macchiavelli non lo
sospetta nemmeno. Poichè l'arguzia boccacciesca del suo carattere e l'acredine
satirica del suo spirito avevano bisogno di uno sfogo, scrisse la Mandragola sui modelli d'allora, transigendo fra le novelle del trecento e le commedie
romane, mirando solamente a divertirsi e a divertire. Non volle e non fece
pittura di società. Solo Frà Timoteo lo trasse più lungi che non avrebbe dovuto
andare, irritando tutta la sua irreligione di politico e di uomo; invece di
colpire il frate colla invettiva, Macchiavelli lo deformò colla caricatura. Lo
scopo per lui era egualmente raggiunto.
Ma l'elegante e briosa
agilità dello spirito del Macchiavelli apparisce nel monologo che, trascinato
Callimaco in casa di Nicia e quindi interrotta l'azione contro i vecchi
precetti rettorici, Frà Timoteo pronuncia raccontando argutamente a sè stesso
che cosa faranno quella notte tutti i personaggi di quell'imbroglio. Era
impossibile vincere più bellamente una difficoltà allora invincibile, dicendo
con più graziosa mordacità cose più indicibili.
Al mattino per
tempissimo Callimaco è cacciato dalla casa di Lucrezia, che si alza
assolutamente diversa da come vi si è coricata. Il fantasma, la donna, la
femmina che non pensava, non sentiva, ha mutato di colore e di accento: i suoi
occhi scintillano forse perchè è anche più pallida, le sue maniere sono
brusche, è ancora un po' nervosa. Nicia, che le si accosta tutto ilare, è
respinto da un gesto violento di disprezzo che quasi lo rovescia. Qui
Macchiavelli è davvero grande artista. La ribellione, l'odio al vecchio
rispettato sino allora, che scoppiano improvvisamente, inconsciamente, nel
cuore di Lucrezia e si condensano per l'impossibilità di qualunque altra
espressione in un accento più stridulo delle solite parole, nell'irritazione
irrefrenabile di un gesto, sono uno di quei tratti comici che bastano a
stabilire la natura di un ingegno. In Macchiavelli v'era del grande artista
malgrado che nessuna delle sue opere sia artisticamente grande.
Finalmente arriva
Callimaco, accolto con festa da tutta la famiglia, e si va in chiesa a
ringraziare Dio.
Di questa commedia, che
Macaulay nel suo Saggio su Macchiavelli è stato può dirsi il primo a
circondare di gloria mettendola al di sopra di quelle di Goldoni e uguale quasi
alle migliori di Molière, si dissero le cose più strane. Siccome Macchiavelli
aveva scritto i Discorsi e le Storie, opere gravi, vi si vollero
vedere grandi intenzioni politiche e si affermò che la Mandragola era la commedia di una società della quale il Principe era la tragedia. Bella
frase, null'altro che frase. La Mandragola non è una commedia nel vero
significato di questa parola giacchè vi manca il primissimo elemento dei
caratteri, che la sceneggiatura e il dialogo vivissimo non possono sostituire.
Nata da una novella, rimane novella, malgrado l'abilità della scena: concepita
a burla, arriva alla caricatura senza passare per la satira. Perchè satira
fosse, le occorrerebbe quella coscienza che manca nell'autore e negli attori.
Recentemente Ruggero Bonghi volle vedervi la condizione e il concetto che
allora si aveva della famiglia; ma la società del cinquecento, priva di
coscienza politica e licenziosa di costumi, non arrivava a questa empietà
morale, o almeno le classi medie cui apparteneva il Macchiavelli e che avrebbe
inteso dipingere nella commedia, non erano così. Certamente non vi sono nella Mandragola
intenzioni morali malgrado alcune critiche alte e minutissime nel personaggio
di Frà Timoteo, ma nessun severo o amaro proposito presiedette alla sua
concezione. Essa non è la riflessione d'un grande spirito o l'opera inconscia
del genio che scolpisce sè stesso e il proprio tempo in un'opera d'arte, bensì
uno spasso artistico, di una natura artistica tutta piena di qualità
contradditorie, la quale non trova nulla, non inventa nulla, nè figure, nè
idee, nè forma, ma combina e maneggia con maggiore sicurezza quelle che tutti
usano: Una sola cosa è miracolosa nella Mandragola, il dialogo. Giammai
commedia o racconto nella letteratura italiana lo ebbero tale; Macchiavellì
creatore della prosa ne esaurisce tutti i generi, in tutti egualmente perfetto.
Fu la verità del dialogo che fece sembrar viva la commedia, la vivacità delle
parole che animò i personaggi. Macchiavelli che scriveva come pensava, senza
falsarsi attraverso modelli classici, fece nella propria commedia parlare gli
attori come nella vita; ecco il solo miracolo, e non è dei più piccoli.
Ma l'Italia non poteva e
non doveva avere teatro. Se la Mandragola fosse stata una vera opera d'arte, la
sua vita si sarebbe ripetuta e comunicata ad altre opere; invece rimase sola. I
capolavori solitari sono impossibili e inconcepibili. Così quando Machiavelli
ritentò la prova nella Clizia abbandonando l'ispirazione del Boccaccio per
l'imitazione di Plauto, secondo la tendenza degli eruditi non riuscì che a
peggiorare il proprio modello: nell'Andria si limitò a tradurre assai bene
Terenzio, ma poco forte nel latino, non l'intese sempre sicuramente.
Delle altre opere minori
del Macchiavelli scritte in quegli stessi anni non è il caso di parlare molto.
Nell'Asino d'Oro, inspirato da Apuleio, l'intenzione di satireggiare
Firenze s'impaluda nelle solite considerazioni politiche senza trovare un
accento di vera satira: la forma è inelegante, il verso slombato. Nei Capitoli
il migliore è quello dell'Occasione, il peggiore quello dell'Ambizione, tutti
egualmente inquinati di ragionamenti teoretici; invece i suoi Canti Carnascialeschi
richiamano involontariamente alla memoria quelli di Lorenzo il Magnifico, per
far poi nel confronto ben magra figura. La novella di Belfegor arcidiavolo,
nella quale la solita critica volle vedere una satira di Macchiavelli ai
tormenti ricevuti dalla moglie, buonissima donna che egli amò sempre, è invece
presa dal libro turco dei Quaranta Visiri derivato da fonte araba e questa da
indiana, del quale il Macchiavelli ebbe forse conoscenza, almeno oralmente, per
mezzo dei mercanti fiorentini allora in gran commercio con Costantinopoli.
Macchiavelli stesso aveva colà un nipote; ma la novella non ha che un valore
letterario.
Singolare per acume di
buon senso è il Dialogo sulla lingua, che se non profetizza tutta la scienza
filologica come vorrebbe il Villari, è nullameno la più notevole scrittura di
tale argomento per allora.
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