X.
La battaglia di Pavia
richiamò sulla scena politica Macchiavelli.
Clemente VII, che gli
aveva commesso le Storie, era succeduto ad Adriano VI sul trono di Leone
X, del quale era stato segretario così accorto e stimato che pareva, secondo il
giudizio del Guicciardini, piuttosto guidare il papa che servirlo. La politica
era allora intricatissima per opera del papato, che mirando alla propria
ricostituzione si mutava di guelfo in ghibellino, tenendo dalla Francia e
dall'imperatore, imbrogliando sè medesimo colle pretese dinastiche dei varii
papi, ma in fondo seguendo la politica che la sua Storia e il suo istinto
gl'imponevano.
Macchiavelli in quel
giuoco non aveva compreso nulla. Pieno di tutti gli istinti del risorgimento,
che tendeva alla costituzione delle nazionalità esaurendo le forme feudali
colla unità delle monarchie e dell'impero, fuorviato dal sogno di un'Italia libera,
non intese la posizione che le faceva la grande contesa della Francia
coll'impero e del papato con ambedue. Nè guelfo nè ghibellino non penetrò entro
la logica di nessuno dei due partiti. Il movimento del Savonarola, insurrezione
guelfa contro il pontefice aiutata dai sentimenti repubblicani del Comune e dal
nuovo spirito religioso latente in tutti gli spiriti non gl'inspira che una
lettera mezzo satirica, nella quale Savonarola è un furbo impostore che tira a
comandare. La seconda calata francese di Luigi XII, che annulla per sempre
tutte le speranze del risorgimento italiano mutando Milano e Napoli in una
parentesi di forze straniere che soffocano l'Italia, non gl'ispira un lamento,
non gli svela il secreto della politica italiana: più tardi nel 1502 a Rouen parlando col cardinale d'Amboise, primo ministro di Luigi XII, per impegnarlo ad
estendersi in Italia combattendo il papa, consiglia di piantarvi colonie in
Lombardia tramutandone gli abitanti: consiglio di storia antica e di odiosa
impossibilità politica. Anche questa volta non s'avvede che il movimento guelfo
è favorevole alla Francia, la quale deve secondarlo per poter conquistare. Col
permesso di Luigi XII i Borgia opprimono i feudatari della Chiesa per
costituirsi uno stato; Machiavelli inviato da Firenze presso il Valentino, lo
vede all'opera, s'entusiasma d'ammirazione, dimentica l'impossibilità della sua
impresa che alla morte di Alessandro VI doveva urtare nella politica
impersonale del papato, inverte la propria posizione di legato fiorentino per
proporre alla Signoria di aiutare il Valentino in una conquista che già la
minaccia. E quando Giulio II detronizza, imprigiona Cesare Borgia, Macchiavelli
non comprendendo che la Chiesa trionfa sola fra gli Stati italiani del
risorgimento attribuisce la catastrofe del duca alla fortuna.
Giulio II prosegue la
politica del papato e dei Borgia risuscitando tutti i vecchi diritti della
Chiesa; e Macchiavelli non vede in lui che un prete prepotente ed armato, che
ogni principe italiano potrebbe rattenere e che il signor Baglioni ha fatto
male a non pugnalare immortalandosi. Giulio II stringe la lega di Cambray e
prostra Venezia per strapparle l'esarcato di Ravenna; avutolo, si volta con
Venezia contro la Francia per conquistare Ferrara, Parma e Piacenza: mutatosi
in ghibellino favorisce i Medici contro i guelfi a Firenze, gli Sforza contro i
guelfi a Milano e ingannando tutti, forse sè stesso, urla: fuori i barbari!
Macchiavelli non prevede
il ritorno dei Medici come non aveva previsto il trionfo di Giulio II in quella
politica prettamente papale. Salito al pontificato Leone X, il primo consiglio
ch'egli dà in una lettera al Vettori è di richiamare Luigi XII alla conquista
di Milano, ricadendo così fra le due occupazioni spagnuola a Napoli e francese
a Milano distruggendo tutta l'opera di Giulio II; e questo per premunirsi
contro il pericolo immaginario di una conquista svizzera. Non suppone nemmeno
che Leone X debba seguire la politica del suo antecessore complicandola colle
aspirazioni regali della propria casa.
Perfino il tentativo del
concilio di Pisa contro Giulio II, che in quell'epoca fra Savonarola e Lutero
poteva pure ad un pensatore politico ispirare qualche riflessione, non ne
suggerisce alcuna degna di un grande ingegno al Macchiavelli; il quale rituffato
dalla sua buona sorte nella vita privata, potè scrivendo i Discorsi, il Principe,
le Storie, la Mandragola acquistare nella letteratura quella
gloria che la politica gli contendeva giustamente. Nessuno ha colto con
maggiore profondità e finezza di Giuseppe Ferrari tutti questi errori politici
del Macchiavelli.
La battaglia di Pavia
dando a Carlo V una supremazia incontestata su tutta l'Europa gli subordinava
pure la politica del papato.
Perciò Clemente VII
alleatosi per abbassare la Spagna con Francesco I, dopo la prigionia di questo,
rimase solo contro il vincitore irritato. La posizione era terribile; se i
pericoli della Riforma non avessero costretto papato ed impero ad allearsi,
tutta l'opera di Giulio II andava forse perduta. Il problema politico si
avviluppò allora così stranamente che Guicciardini, la miglior testa del
secolo, vi si sgomentò. Per resistere all'imperatore si pensò ad una Lega
italica contro di lui, aiutata dalla Francia. Clemente VII ne pareva invasato,
tutti aderivano, la Francia prometteva; ma l'uno non si fidava dell'altro,
nessuno aveva fede in nessuno, tutti trattando fra loro della Lega, per tenersi
aperta una porta, ne avvisarono Carlo V. Quindi ebbe luogo la congiura rimasta
nella storia col nome del Moroni, che ne fu il mestatore e che consisteva
nell'offrire14 al Marchese di Pescara la corona di Napoli e il grado di
generalissimo della Lega. Il Moroni, finissimo diplomatico meglio che grande
politico, non ne conchiuse altro che perdervi provvisoriamente la libertà per
opera dello stesso Marchese di Pescara, che glie la ridonò morendo. Congiura e
lega concepiti come espedienti finirono naturalmente in un aborto.
Il Guicciardini allora
Presidente della Romagna coll'incarico di pacificarla, fra le cure del nuovo
difficilissimo governo, nel quale mostrò le più eminenti qualità politiche, non
solo non perdeva di vista gli avvenimenti, ma preveduto mirabilmente l'esito
della battaglia di Pavia, ne aveva anticipatamente dedotte tutte le conseguenze
con tanta singolare nettezza di visione da far prendere i proprii giudizi per
profezie.
A lui venne mandato dal
papa il Macchiavelli, che recatosi a Roma per ottenere qualche altro sussidio
alle storie s'era fatto riprendere dalla smania di azione politica e dalla
vecchia utopia della Ordinanza. Sognava già di sollevare il popolo e di
lanciarlo armato ed invincibile contro gli eserciti di Carlo V. Il Guicciardini
naturalmente ne sorrise: opporre Giovanni dalle Bande Nere con un esercito
raccogliticcio, e come raccoglierlo? a Carlo V; un condottiero al padrone della
Spagna, dell'Impero, delle Fiandre, di Milano, di Napoli, dell'America,
vincitore esasperato della Francia, ecco quanto seppe concepire l'ingegno
politico del Macchiavelli. Così discutendo col Guicciardini sulla prigionia di
Francesco I, egli sostenne che Carlo V o non l'avrebbe liberato mai, o che
Francesco I, sarebbe poi stato fedele alla propria parola e avrebbe rinunziato
al ducato di Milano: Guicciardini affermava precisamente il contrario, e la
storia gli dette prontamente ragione.
Macchiavelli partì
desolato da Faenza, giacchè l'assicurazione datagli dal Guicciardini, che la Romagna, guerriera d'istinti, era meno che atta per le proprie divisioni di guelfi e
ghibellini a dare un esercito, recideva l'ultima ala al suo ultimo sogno. A
Firenze si distrasse ancora occupandosi della rappresentazione delle proprie
commedie, tenne corrispondenza col Guicciardini, e tanto fece che fallito il
disegno dell'Ordinanza e l'altro su Giovanni dalle Bande Nere, ottenne di
essere cancelliere e procuratore della commissione nominata dal Consiglio dei
Cento per la fortificazione delle mura. Ma anche questa volta, sebbene
l'aiutasse Pietro Navarro, il primo ingegnere militare d'allora, la sua
febbrile attività non potè vincere il disaccordo degl'ingegneri, nè ottenere
danari all'opera. Era destinato che Firenze non riuscirebbe a difendersi se non
nell'entusiasmo della libertà e sotto lo scudiscio della disperazione, e che un
ingegnere ben altrimenti grande del Macchiavelli, Michelangelo Buonarotti,
fortificherebbe le sue mura.
I tempi ingrossavano,
Carlo V per impadronirsi dell'Italia doveva inoltrarsi coll'esercito, ma
difettava di danaro: Francesco I uscito di prigione contro le supposizioni del
Macchiavelli armava; il cardinale Colonna, nimicissimo di Clemente VII, alla
testa di 800 cavalieri e di 3000 fanti irrompeva nella città eterna per
imprigionarvi il papa, che potè a stento riparare in Castel S. Angelo, e
furioso della fallita impresa saccheggiava chiese e palazzi cardinalizi. Il
papa scese a patti, il cardinale abbandonato da Carlo V si ritirò a Grotta
Ferrata, chiamandosi tradito. Intanto i soldati di Clemente fuggivano sotto
Siena, Frundesberg nel Tirolo alla testa dei lanzichenecchi giurava di venire a
Roma per impiccarvi il papa, e il Guicciardini luogotenente generale pontificio
non riusciva a persuadere il duca d'Urbino, generale di Clemente VII, a più
risoluta azione in tanto frangente. Il papa irresoluto non si decideva nè alla
pace nè alla guerra.
Macchiavelli andò due volte
al campo della Lega per conto della Signoria, e ne tornò sconfortato: tutto
andava a rifascio. Firenze esposta ai primi colpi poteva essere da un giorno
all'altro presa e saccheggiata. Intanto gli imperiali comandati dal Borbone,
congiuntisi ai lanzichenecchi avanzavano su Bologna: il duca di Ferrara, il
grande artigliere d'allora, sempre minacciato dalla politica assorbente del
papato li spalleggiava. Firenze abbandonata dal papa, che trattava
coll'imperatore, mandava di nuovo Macchiavelli al Guicciardini; il quale non
riuscendo a smovere il duca d'Urbino dal proposito timido o traditore di non
attaccare gl'imperiali, promise di accorrere al primo pericolo della patria
colle genti del papa, anche malgrado la volontà del duca generale. Ma
gl'imperiali presero tumultuando la via di Roma. Allora il papa concluse una
tregua col Lannoy, vicerè di Napoli, impegnandosi a reintegrare i Colonna e a
ritirare le armi dal Napoletano, lasciando il reame a Carlo V, Milano allo
Sforza e pagando 60000 ducati al Borbone, il quale si sarebbe ritirato. Il
popolo romano indignato si ribellò: il Borbone, che aveva ordini secreti di
procedere, dichiarò insufficienti per il suo esercito i 60000 ducati, e passò
il Reno presso Bologna.
Nessuno ci capiva più
nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e ammalato, ritornò a Firenze, nella
quale il terrore di un assalto e lo sdegno contro il cardinale Passerini,
reggente pel papa, erano al colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da
un soldato perchè tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si
dichiararono decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale
Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie medicee
assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla: tutto parve finito
con una promessa di perdono generale e l'elezione di nuova Signoria. Poco dopo
arrivò la notizia del sacco di Roma e del papa prigioniero in Castello: allora
il tumulto mutandosi in vera rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due
pupilli, Ippolito e Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.
Questa fu per
Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già repubblicano col Soderini,
quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava il Principe e le Storie,
loro servo fino allora senza prevedere la nuova e suprema rivoluzione
repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua vita, il suo carattere, la mutabilità
delle sue opinioni, tutto lo accusava. Invano oggi il Villari e molti altri
vorrebbero difenderlo ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni
a uno stato nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa
Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere compensato da un
patriottismo immaginoso e immaginario come quello del Macchiavelli, che non
fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse troppe volte e non arrivò a
dargli mai i contorni di una vera utopia. Firenze non era e non poteva essere
l'Italia; l'infedeltà alla repubblica fiorentina non era scusabile con
un'aspirazione a una repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla
giustificava la servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelle Storie,
come nel Principe; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato
di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei tempi, nei quali
fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano ancora a vicenda, la fede
alla propria parte era tuttavia abbastanza sentita in tutti. Macchiavelli servì
fedelmente tutti i padroni, ma non serbò fede a nessun principio. La mollezza
del suo carattere e lo scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore
politico nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani
di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire
tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di vecchio
impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva sempre dato a
tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle crisi dolorose della
patria aveva sempre separato il proprio dal suo interesse. La congiura del Boscoli,
nella quale egli aveva fatto così magra figura, non poteva essere dimenticata:
il rifiuto opposto alla congiura Soderini doveva essere noto.
I duecento fiorini delle
Storie a lui commesse dal Medici e nelle quali i Medici erano falsati ed
elogiati, saranno sembrati a più d'uno di coloro, che si disponevano a morire
per Firenze repubblicana, come il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.
E la coscienza del
proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato dalla nuova commissione per la
difesa delle mura, dimenticato nella nomina del nuovo segretario dei Dieci
della Guerra e che fu certo Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si
era illustrato nel medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più
eloquente del secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non
scrisse su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria.
Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una grande
anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo aveva finalmente colto:
la patria risorta per morire diffidava di lui, non voleva morire con lui.
Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una coscienza di cittadino e di poeta.
Respinto dalle cariche, isolato dalla diffidenza, colpito dai dispregi,
vecchio, povero, solo con se stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua
anima, Macchiavellì avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il
proprio testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che
aspettava la repubblica fiorentina.
Non lo fece, non lo
poteva fare. Egli era una piccola anima in un grande ingegno.
Quando, morta la
repubblica, Buonarotti si trovò costretto a servire i Medici, si nascose per
lungo tempo a tutti nella loro cappella e scolpì sulle loro tombe le più
tragiche figure, che vanti ancora la storia dell'arte: così sfogò il proprio
dolore, e interrogato lo spiegò in una quartina, che Dante invidierebbe e vale
sola tutta l'opera letteraria del Macchiavelli.
Ma Buonarotti era un
genio, e il genio deve avere l'intelletto pari al cuore.
Dopo quest'ultimo
sfregio, sciaguratamente meritato, Macchiavelli ammalò e morì con tutti i
conforti della religione. Fu suprema ipocrisia, suprema indifferenza, che
consente nel costume universale, o una vera conversione? Forse un po' di tutto,
perchè le opinioni del suo ingegno non bastarono forse alla debolezza del suo
carattere nell'ora estrema.
Sepolto in Santa Croce
nella sua cappella gentilizia, non ebbe pompa di funerali nè rimpianto di
popolo. La sua famiglia si estinse presto; la cappella, passata in altre mani,
cadde in tale abbandono che non si potè più indicare il luogo preciso della sua
sepoltura. Quasi tre secoli dopo per opera di lord Cowper, auspice Leopoldo, si
fece la prima grande edizione delle sue opere, e gli si eresse nella stessa
cappella un piccolo monumento, sul quale il dottor Ferroni pose l'ampollosa
iscrizione:
TANTO NOMINI NULLUM PAR
ELOGIUM.
E Dante e Buonarotti e
Galileo, che gli dormono accanto, dottor Ferroni?!
Poichè di ogni uomo, per
quanto grande, una parte muore, quale è dunque nell'opera del Macchiavelli
quella che rimane? I suoi Discorsi hanno davvero fondato la scienza
storica, il suo Principe stabilito la scienza politica, le sue Storie
iniziato il metodo storico? Lo si è affermato molte volte, ma nessuno de' suoi
più ferventi ammiratori è riuscito a provarlo.
Come reazione al
medioevale concetto mistico della vita i suoi Discorsi non sono che una
negazione; all'ipotesi della legge divina Macchiavelli sostituisce come verità
suprema la realtà effimera del fenomeno. La sua teoria è quindi più angusta e
più falsa della precedente. La sua storia non ha perciò altra legge che la
gravità di un fatto, il quale ne sposta o ne schiaccia un altro. La sua
legislazione prescinde dal diritto, il suo Principe è la soppressione di
ogni governo nella unificazione personale di tutti i poteri. La sola idea che
in esso valga è la negazione della moralità privata nell'azione storica ma
negazione impotente che non si converte in affermazione trovando quale possa
essere la moralità della storia. Macchiavelli non sente che l'umanità non può
essere diversa dall'uomo; se l'individuo ha una morale, l'umanità deve averne
un'altra, e ambedue sono egualmente vere. Il loro antagonismo apparente nella
vita dovrà conciliarsi nella storia.
Macchiavelli sacrificò
egli le proprie teorie all'ideale della patria? La sua utopia, se pure può
chiamarsi così, fu in lui coscienza di filosofo o di uomo? Come coscienza
filosofica sarebbe stata sistematica, come coscienza umana sarebbe stata
operosa; Macchiavelli la contradisse in tutte le opere e la dimenticò sempre
nell'azione. Una utopia e un disegno, la sua fu un'aspirazione. Desiderare uno
stato nazionale non è concepirlo; concepirlo allora sarebbe stato trovare una
combinazione inattuabile ma organica, nella quale tutti gli Stati di allora o
si fondessero o si confederassero in un corpo, mettendo in questo corpo una
coscienza, tracciando una legislazione, coordinando le varietà nell'unità, le
differenze nelle funzioni, le funzioni nei poteri. Macchiavelli espresse
l'aspirazione che era in tutti gli spiriti colti di allora, potè
appassionarvisi meditando o fantasticando, ma non passò mai dal sogno al
disegno, dal disegno allo studio dei mezzi.
Le sue Storie non
afferrarono nè il concetto del medio-evo nè quello del rinascimento. Il
medio-evo per raccontarlo bisognava intenderlo, e Macchiavelli lo sopprime. Il
medio-evo è il mondo delle invasioni sul mondo romano, col cristianesimo sul
paganesimo, colla scolastica sopra Aristotile, col papato sopra la chiesa,
coll'impero sopra la feudalità, colla nuova individualità sopra l'antica, con
un'altra unità nella storia, un altro principio e un altro fine in entrambe. Il
mondo antico ebbe la città, il mondo nuovo ha il comune: il mondo antico si
basava sulla servitù, il mondo nuovo sulla libertà; in questo l'uguaglianza
spirituale preparava tutte le altre, in quello le differenze storiche
distrussero tutte le forme nelle quali si erano realizzate. Il mondo barbaro si
riunisce nelle invasioni, il mondo cristiano nelle crociate. Macchiavelli, che
cita una volta sola Dante, non sospettò il medio-evo. Le sue Storie sono una
successione di drammi, nei quali la politica è al tempo stesso anima e
decorazione.
Il risorgimento è un
fiore che spunta sopra un albero che muore.
Il mondo di S. Tommaso e
di Dante, di Gregorio VII e di Barbarossa, delle crociate e delle invasioni,
della fede e delle barbarie, dei santi e dei vassalli, dei signori e dei
comuni, dell'imperatore e del papa scompare; l'uomo moderno libero nella
coscienza, nella vita e nella storia s'inoltra. Tutto rovina intorno a lui;
Copernico gli dà il cielo, Colombo l'America, Lutero la libertà, Guttemberg la
cultura universale colla stampa, Cesalpino il moto nel sangue, frate Bacone
l'uguaglianza militare colla polvere, gli artisti il senso della vita, gli
eruditi i secreti della tradizione, gli scienziati la padronanza della natura,
i filosofi la sovranità del pensiero. Nel risorgimento la prima tendenza politica
è la nazionalità, conseguenza della individualità: si costituiscono i regni
sulla base delle razze, nell'orbita del possesso storico. Per arrivare
all'unità bisogna quindi passare per l'unificazione, che avrà un processo
dispotico. Ecco la necessità che uccide i comuni. Il dispotismo per sopprimere
tutti gli antagonismi deve divorare tutte le Signorie: la sua livellazione
produrrà l'eguaglianza, e la sua pressione fortificherà la coscienza. L'Italia,
che ha troppe e troppo antiche differenze, non potrà costituirsi in uno Stato
solo: le piccole Signorie si fonderanno in reami e ducati; lo straniero è
necessario a quest'opera. La contesa fra papato ed impero è esaurita, il papato
dovrà battersi colla Riforma, più tardi unito ad essa contro la scienza.
L'Italia nel
risorgimento non è conquistata come credette il Macchiavelli; non è lo
straniero che la soggioga, ma italiani che combattono contro italiani. I minimi
governi scompaiono, e siamo allo stato col sovrano e col suddito.
L'Italia allora non era
guerriera ma artistica, commerciale, industriale, erudita; la sua coscienza era
fiorentina, veneziana, milanese, genovese, napoletana, non italiana; il suo
ideale non poteva essere diverso. Solo nell'orbita di un maggiore Stato,
nell'uguaglianza sotto un re potevano fondersi queste diverse coscienze in una
sola. Le ultime passioni d'allora erano medioevali, libertà di comune, odio di
fazione. L'Italia, i cui eserciti si battevano così male, aveva dei partigiani
che si battevano fin troppo bene; tutta piena di eccellenti capitani, aveva dei
venturieri e non una milizia.
Il risorgimento sfuggì
al Macchiavelli. Predilesse la repubblica quando diventava impossibile, credè
al Valentino che era l'ultima espressione del principe fuso col condottiero,
sognò la milizia quando cessava la patria, lo Stato mentre mancava ancora la
nazione, offrì ai Governi futuri la politica dei Governi passati, non s'accorse
che la religione stava per rinnovarsi, il diritto per prodursi, la libertà per
regnare. E il suo regno dovendo essere nella coscienza, la libertà religiosa
era la prima.
Come i suoi Discorsi
sono senza l'idea del progresso, così il suo Principe è senza quella
della morale, e le sue Storie senza l'altra del diritto, e la sua arte
senza passione.
Macchiavelli nel proprio
secolo è uno straniero; se ne ha i vizi, non ne ha le idee e non ne sente le
passioni. Ha l'istinto del nuovo, ma non lo afferra e si avviluppa in
contraddizioni insolubili; chiarissimo nella visione dei fatti, l'intorbida
appena ne cerca la ragione: realista, è un sognatore. Non comprende e nessuno
lo comprende, vuole agire e non può, insegnare e non gli si bada; consiglia il
dispotismo ed è un democratico, adora il proprio comune e vorrebbe una patria
italiana, odia Roma e non si volge verso Lutero: è un artista e non parla mai
d'arte, è un indipendente sempre in cerca d'un padrone, un libero che ignora la
libertà.
Così diventa a sè stesso
e agli altri inesplicabile, ma la sua spiegazione sta nel suo secolo, nel quale
muore tutto il medioevo e nasce il mondo moderno. Egli vi è il vertice di tutte
le contraddizioni, la vittima di tutti gli antagonismi. La sua coscienza era
solo nell'intelletto, la sua infallibilità nell'istinto; vuole l'impossibile e
l'impossibile diventa la verità del futuro; si stima un politico e rimane un
letterato. A Boccaccio, a Petrarca non era succeduto altrimenti; divennero
celebri per le opere cui davano meno importanza, il Canzoniere e il Decamerone.
Del resto questa incoscienza è la caratteristica del tempo. Uno solo, il più
grande fra i grandi d'allora, sente il vuoto e la morte intorno a sè: la sua
anima è tragica, Michelangelo Buonarotti. La diversità delle sue attitudini e
la varietà delle sue opere non lo distraggono come Leonardo, la bellezza non lo
appaga come Raffaello, la ricchezza non lo soddisfa, la gloria non lo consola.
In un secolo dissoluto è casto, in un'epoca irreligiosa sente sopratutto la
religione; ha tutte le fierezze di un cittadino nella dignità dell'uomo. Rimane
scapolo, non lascia figli.
Come Dante, il suo
grande antecessore, sovrasta al medio-evo, Michelangelo domina il risorgimento;
entrambi tragici ma sereni, riassumendo il loro tempo, sono universali.
Il cinquecento, che pare
tutto corruzione, ha pure una grande sanità nel popolo, che Michelangelo
rappresenta: ecco l'avvenire.
La generazione che sta
per sorgere avrà tutta la coscienza che manca a quella che tramonta;
Campanella, Telesio, Bruno, Tasso, Sarpi, Galileo, filosofi, scienziati,
storici, poeti, tutti diventeranno martiri nella coscienza e per la coscienza.
Tragedia e carnevale sono finiti, comincia il dramma. La vita diventa una
conquista del mondo interiore ed esteriore. La Mandragola e il Principe non si capiscono più; alla delicatezza della forma è
succeduta quella del sentimento.
L'indagine si sostituisce
alla ipotesi, la prova alla autorità; il papato, che aveva accettato la dedica
dei libri di Copernico e di Macchiavelli, processa Galileo, pugnala Sarpi,
imprigiona Campanella, brucia Bruno. Le corti respingono Tasso, il grande poeta
che muta l'eroe classico e il cavaliere romanzesco nel gentiluomo moderno.
Ma nessuno di questi
grandi scrittori, nemmeno il Galileo, supera il Macchiavelli nella prosa. Quasi
sempre più fluido, spesso più limpido del Macchiavelli non ne ha l'eloquenza,
il rilievo, la sicurezza dei moti bruschi ed improvvisi. La prosa del
segretario fiorentino considerata nel suo tempo è un miracolo di potenza e di
originalità. Non vi si sentono influssi latini nè contorsioni scolastiche,
tutto vi è vero, tutto vi è fuso; ha la bellezza greca alla quale non occorre
la grazia e che ignora gli ornamenti. Pensiero e parola, frase e periodo, tutto
è colato in un solo getto: l'argomento, che vi si svolge, l'avviluppa, la
conduce seco, l'anima e n'è animato. Il colore viene alle parole dalle cose, la
sonorità vi è ritmata sul sentimento senza che una volontà straniera o un gusto
posteriore l'àlteri per abbellirla.
Macchiavelli, che non
era un letterato nel senso attribuito allora a questa parola, e che credendosi
un politico non scriveva per scrivere ma per esprimere il proprio pensiero reso
lucido dall'evidenza della percezione artistica e dalla sicurezza di una
dialettica che nessun dubbio filosofico inceppava, trova senza cercarla, come
doveva fatalmente accadere, la prosa italiana. Se fosse stato più artista,
forse non avrebbe saputo sottrarsi al gusto dell'epoca; se fosse stato un
filosofo o un vero politico, le difficoltà della materia gli avrebbero
disturbata l'armonia della forma. L'entusiasmo col quale si obliava nelle
proprie teorie e la passione che metteva nei fatti loro favorevoli, erano la
sua coscienza e la sua verità di scrittore, giacchè senza l'una e senza l'altra
non si può esserlo.
Macchiavelli si è
contradetto spesso, ma non ha mentito mai a sè medesimo; nessuno fu meno
macchiavellico di lui.
La sua prosa è uno
specchio, il quale riflette tutto il suo pensiero con tale nettezza che a
nessuno può venir in testa di credere che fra quella e questo l'ipocrisia abbia
calato i proprii veli.
Che se questa gloria di
aver fondato e perfezionato nel medesimo tempo la prosa italiana paresse troppo
scarsa agli ammiratori del Macchiavelli, la gloria di Dante fondatore della
poesia non dovrebbe sembrar loro molto maggiore, giacchè fra prosa e poesia la
differenza non è poi grande quanto il volgo immagina, essendo entrambe
egualmente necessarie alla vita del pensiero nazionale. E alla prosa solo
Macchiavelli deve la popolarità delle sue sentenze, che luoghi comuni al suo
tempo la coscienza non potè poi ratificare e nullameno lette una volta non uscirono
più dalla memoria nemmeno di coloro che le respingevano dall'intelletto. Questa
immortalità della bellezza se non vale quella della verità, non è seconda a
nessun'altra, e Macchiavelli smentito dalla storia, abbattuto dalla scienza,
misurato dalla critica, non più temuto o vagheggiato dalla coscienza moderna,
può rimaner calmo nella sicurezza dalla propria gloria, poichè fino a quando in
Italia si pensi e si scriva la mente di tutti ricorrerà involontariamente alle
sue opere, invidiandone quella bellezza d'espressione, nella quale sola il
pensiero trova la coscienza di sè medesimo e l'immortalità.
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