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PREAMBOLO
I.
Il salotto era molto elegante.
Nel caminetto ardevano le legna e crepitavano allegramente. Su di un piccolo
tavolo era collocata una bottiglia sturata con due bicchieri riempiti di vino
ed un servizio da fumo. Al tavolo sedevano due uomini, l'uno beatamente
sprofondato in una gigantesca sedia a bracciuoli, che ne celava quasi tutta la
persona, l'altro seduto a cavalcioni di una sedia di cuoio, colle braccia
incrociate sul davanzale.
Quei due uomini erano
del tutto dissimili tra di loro, come diverso era il modo, nel quale stavano
seduti.
Il primo era un uomo di
mezza età, alto, slanciato, magro, con un volto molto espressivo, sbarbato e ad
eccezione di un paia di piccolissimi mustacchi neri, che aveva tollerato sul
labbro superiore. Qualche raro filo d'argento tra quelli. L'occhio grigio era
freddo; come una di quelle antiche lame di Damasco, così grigie, così fredde,
eppure così taglienti, che formano la delizia dei collezionisti e ti fendono i
macigni. Le labbra erano lunghe, pallidissime; bella la dentatura di neve, un
po' canina. I capelli molto corti, a spazzola, leggermente brizzolati; le mani
fine, aristocratiche, con unghie lunghe, a mandorla, ben curate. Aveva
indossata un'ampia veste da camera, di seta azzurra, coperta di certi fiori
strani, di certe figure umane più strane ancora, con cappelli a cono ed
ombrellini fantastici, e tra fiori e mandarini si arrampicavano certi animali,
che non hanno mai figurato nella natura e che erano dovuti alla pazza fantasia
di qualche ricamatore cinese, perchè quella veste da camera singolare, era
stata certo importata dal regno della coda.
L'altro era molto più
giovane, tra i venti ed i trent'anni, vestito, con affettata noncuranza, a
nero, con una gigantesca cravatta nera, annodata al collo; il suo volto era
sbarbato, magro, dalle guancie infossate, dagli zigomi sporgenti, e con certe
chiazze rosse, che si accentuavano quando egli s'infervorava nel discorso.
L'occhio bello, di un nero carico, si accendeva allora di certe luci strane; le
labbra un po' tumide, erano pallidissime; la dentatura pessima; le unghie non
coltivate; i capelli arruffati, spettenati.
All'esterno dei due
uomini corrispondeva anche il loro modo di parlare. L'uomo dalla veste da
camera cinese era breve, conciso, imperioso, autoritario; sembrava avvezzo a
comandare. I pensieri gli uscivano dal cervello e poi dalle labbra, sotto forme
di sentenze brevi, concise; egli era un uomo che aveva un'opinione propria non
solo, ma era persuaso, che quella fosse la sola opinione giusta e perciò da
seguirsi, e la voleva imporre a tutti. L'altro invece balzava col suo dire di
palo in frasca; si agitava per ogni inezia; s'infervorava, diventava tragico,
ed allora le chiazze rosse andavano accentuandosi, l'occhio prendeva strani
bagliori, egli agitava le mani, muoveva le dita, stringeva il pugno, si
dimenava....
- Ripeto: La vita del
sogno è qualche cosa di stranamente misterioso. L'anima è allora sciolta dai
lacci del tempo e misura gli eventi in un altro modo. Vive alle volte una vita di
mesi e mesi ed anzi di anni ed anni in uno spazio infinitesimale di tempo, in
mezzo secondo, in un secondo. Dal che si deduce, che la vita dell'anima è del
tutto diversa da quella del corpo. La vita del corpo si misura da aurora a
tramonto e da tramonto ad aurora, a giorni, a mesi, ad anni, e quella
dell'anima invece.... e s'interruppe bruscamente.
L'altro rise. Il suo
riso era così beffardo.
- Non continui? domandò.
- Mi manca il termine.
- Od il concetto. Pazzo!
L'uomo non ha anima. È un animale rapace, sentenziò l'uomo dagli occhi grigi.
Le chiazze sul volto
dell'altro si accentuarono.
- La ho. La sento!
esclamò con persuasione.
- Ed allora fatti frate!
L'altro fece un gesto di
scherno.
- Studio filosofia.
Appunto perchè ho un'anima sono ateo, sono anticlericale, sono libertario!
esclamò. - Come devo odiare tutti coloro i quali metterebbero in ceppi il mio
corpo, così devo odiare la religione, perchè essa mette i ceppi al mio spirito.
Schiavo di nessuno, nè nell'anima nè nel corpo!
- Già. Ma intanto, mentre
c'è tanto bisogno di chi diffonda le nostre idee, i nostri sani e santi
principi, tu perdi il tuo tempo studiando filosofia, osservò l'altro con
scherno.
- Io lavoro.
- Che cosa fai?
- Parlo! Propagando le
nostre idee.....
- Non abbiamo bisogno di
ciarloni. Vogliamo gente che lavori!
- E tu, che cosa fai?
domandò il più giovane, mentre un grande colpo di tosse ne scuoteva lo scarno
petto.
- Questo, disse l'altro
e, alzatosi, avvicinò un elegante stipo di legno lucidato, dalle grosse borchie
di bronzo giallo, caldo.
Premette una suola ed
aprì una porticina. L'altro vide alcuni ordigni di metallo giallo, piccolini,
rotondi, lucidi.
- Quattro! mormorò.
- Ecco i nostri grandi
argomenti nella lotta per la rivendicazione dei nostri diritti e nella campagna
che meniamo contro ogni tirannide! disse l'uomo dagli occhi grigi e fissò
l'altro in volto. Il suo sguardo gli penetrò attraverso gli occhi fin nel
cuore, procurandogli un disagio grande, un malessere acuto, che invano cercò di
vincere.
- Quando? domandò scuotendosi.
- È inutile che te lo
dica.
- Perchè?
- Non hai coraggio!
disse l'uomo dalla veste cinese con sprezzo.
L'altro si eresse sulla
persona; lo sguardo divenne più strano che mai; le chiazze assunsero una tinta
quasi scarlatta.
- Del vile a me! A me che
ho sacrificato tutto al nostro ideale; che odio con infinito livore ogni
tiranno, il governo, la chiesa, l'aristocrazia, i ricchi, ed anche tutti i papi
del partito socialista! Del vile a me, che ho troncato la mia carriera, che mi
sono logorato la salute, che ho..... esclamò con un fare tragico.
L'altro lo interruppe
con un gesto di disprezzo.
- Meno chiacchiere! Hai
davvero coraggio? gli domandò.
- Sì.
- Quante?
L'altro fece un gesto di
terrore.
- Io?
- Se non sei vile.
- Non lo sono.
- Vuoi?
- Sì.
- Quante?
- Una.
- E vada per una.
Domani!
- Il giorno di Natale!
esclamò l'altro, scuotendosi.
Un sorriso di scherno
errò sulle pallide labbra del primo.
- Il Natale t'impone?
domandò.
- Certi ricordi.....
- Di antiche debolezze,
delle quali dobbiamo vergognarci, Io una e tu una. Dove vuoi? Nella chiesa,
durante la Messa, o tra la folla che passeggia?
- Tra la folla. E tu?
- Io in chiesa. Resta
stanotte presso di me. Ordinerò dal trattore la cena per due. Potrai dormire
nel gabinetto, e domani usciremo assieme.
- Dispensami stasera.
Verrò domattina per tempo, disse l'altro imbarazzato.
Il più anziano gli diede
un'occhiata di scherno.
- Vuoi santificare la
notte di Natale? domandò.
- Ho promesso di
passarla con mia sorella e coi suoi figli, rispose imbarazzato.
- Non dovevi accettare.
- Non potevo dire di no.
- Hanno invitato anche
me al cenone, alla allegria dell'albero di Natale. Infami ricordi della più
infame tra le tirannidi, la clericale! Non ho accettato! Non andare neppure tu.
Rimani con me. Una cenetta e poi......
- Ho accettato.
Novello sorriso di
scherno.
- Vile!
- Non potevo dire di no.
Ma domattina sarò qua alle otto e ti proverò che ho coraggio.
L'altro rise.
- Ti attendo. Ma la tua venuta
non proverà la tesi. Avrai audacia ma non coraggio. Chi ha coraggio la rompe
con tutto; anche con certe pratiche care, con certe credenze.
- Non credo. Odio. Ma mi
hanno invitato. Non è una festa religiosa ma di famiglia.
- Che ha però le proprie
radici in quella fede cattolica, che noi dobbiamo sradicare dal mondo. Finchè
noi avremo la debolezza di solennizzare il Natale, magari soltanto con una
scorpacciata, proveremo la nostra dipendenza da quelle idee, concorreremo a
tenerle vive e faremo del nostro, acciocchè resti sempre desto il ricordo del
fanciullo di Nazaret e di quello che esso significa.
- Non dovrei andare?
- No.
Il giovane esitò un
istante.
- Ho promesso, disse.
- Vile!
- Eppoi sarà l'ultima
cena in famiglia, mormorò.
L'altro rise di nuovo
con scherno.
- Per me sarà domani
probabilmente l'ultima aurora, mormorò, mentre i suoi occhi grigi contemplavano
quasi con amore le quattro bombe a mano, che egli aveva allineate nell'armadio,
sopra un palchetto,
- Anche per me!
- Per te? Tu credi nell'anima
ed in una vita avvenire.
- Nella mia
reincarnazione! esclamò il giovane, mentre il suo sguardo divenne luminoso.
Esso brillava allora del fuoco sinistro e pure non antipatico del fanatismo. Il
fanatico ha almeno un ideale; l'indifferente, l'apatico ne va privo.
Per me domani tutto sarà
finito, mormorò l'altro.
Il giovane non gli
rispose. La proposta dell'amico gli era venuta troppo inattesa. L'aveva
accettata. Non se ne pentiva. Doveva dimostrare che non era vile, eppoi era
davvero ora d'incominciare. Le parole non bastavano più. Bisognava passare ai
fatti.
Pure il pensiero che
domani.... domani.... gli creava un grande malessere, contro del quale non
giovava richiamarsi al pensiero l'immortalità e la reincarnazione dello
spirito. Certo; egli sarebbe ritornato sulla terra sott'altra forma ma collo
stesso principio vivificatore. Pure la vita era bella; quella sera specialmente
tutto lo invitava a vivere, a godere, ed invece domani.... domani.... Cercò di
cacciare quei foschi pensieri. Aveva deciso! Era suo dovere! Perchè
rattristarsi quella sera colla previsione del domani? Gli sarebbe forse
riuscito di salvare la vita; di scappare inosservato nell'infinito panico. Pure
bramava di allontanarsi da quell'uomo, il cui sguardo era sì freddo; che era sì
terribilmente logico nelle sue delusioni; vicino al quale si sentiva tanto a
disagio.
Gli tese la mano.
- A domani! disse.
Vuotò il bicchiere, uscì
di stanza e dalla casa e passò sulla via fredda, coperta di neve indurita, che
scricchiolava sotto i suoi passi.
II.
- Vile! mormorò Giovanni
Giunti quando l'amico fu uscito.
Egli disprezzava tutti
questi uomini dalle mezze misure, che non la sapevano rompere a pieno col
passato, che non sapevano farla finita colla loro antica esistenza; e quanto maggiore
era l'eroismo che essi mostravano nelle cose grandi, tanto maggiore era il suo
disprezzo, se essi non sapevano sacrificare certe cose da nulla.
La vigilia del Natale.
La osservavano molti,
molti, anche indifferenti, anche miscredenti. Le famiglie si radunavano per il
cenone; accendevano l'albero del Natale; attendevano la mezzanotte, andavano
forse in chiesa e passavano l'indomani in letizia: il pranzo di famiglia, forse
la visita a qualche presepio; le campane suonavano, sostava il lavoro, le fabbriche
erano chiuse, la gente girava per le vie colla letizia sul volto; dovunque
entusiasmo, dovunque allegria, perchè era Natale, era Natale.
Maledetto il Natale!
Molti non ci pensavano alla nascita del Cristo; non intendevano di solennizzare
una festa cristiana; ma pure festeggiavano il Natale, e davano così una
speciale impronta a quella giornata; il forestiero che fosse arrivato in quel
giorno nella città avrebbe detto: Il sentimento religioso deve essere ancora
fortemente radicato in questo popolo, chè oggi tutti celebrano il Natale. Eppoi
perchè solennizzare una data così indifferente; la problematica nascita di quel
Gesù, del quale non si sapeva neppure se fosse esistito? Ma anche se davvero
visse, perchè tante feste per la nascita di un fanciullo ebreo, e di un ebreo
per giunta, del quale la superstizione si era impossessato, per celebrare le
sue orgie?
Il Natale? Bisognava
toglierlo dal calendario. Il 25 dicembre doveva diventare giorno lavorativo, ed
in quel giorno venir dato al popolo un altro giorno festivo; p. e. il Natale
dell'anarchia. La data era indovinata. Attorno al Natale nasce il sole, il
quale incomincia la sua ascesa e festeggia il suo trionfo sopra le tenebre. E
non trionfa anche il sole dell'anarchia sulle tenebre dell'autoritarismo ieratico,
civile e militare?
Odiava le feste
dell'anno ecclesiastico. Esse concorrevano a perpetuare l'errore. Chiesa e
feste religiose, ecco le due cose, che andavano cancellate, per rendere laica
la società.
Domani.
Il popolo si ostinava a
celebrare ancora il Natale; le autorità vi aderivano vilmente e, quello che era
peggio, molti che la pensavano come lui bruciavano il loro incenso alla
superstiziosa costumanza. Ebbene. Non avevano da lamentarsi, se verrebbero
coinvolti, domani, nella giusta punizione, nella grande vendetta.
Nemesi! Vendetta! Egli
era il vendicatore! Voleva lanciare la bomba. Era quella l'ultima conseguenza
della sua evoluzione.
Una evoluzione
magnifica, perchè egli si vantava grande pensatore; una rapida evoluzione da
ragazzo credente, da socio di un circolo cattolico all'anarchia.
Era stato pieno di fede
e di entusiasmo per il cristianesimo. Ma a scuola gli avevano aperto gli occhi;
là aveva compreso che il cattolicismo, ed in genere tutte le religioni, sono un
grande cancro, che logora la vita dell'umanità. La storia, maestra della vita,
gli aveva insegnato, che la Chiesa fu sempre funesta alle nazioni, il maggior
puntello del trono, la grande fautrice della tirannide più atroce, e che tutto
il male nel mondo viene soltanto da lei.
Comprese. La Chiesa è
come un palcoscenico. Sulla scena gli attori recitano la parte dei grandi eroi,
degli uomini disinteressati, spremono le lagrime e destano entusiasmo. Dietro
le scene invece sono di spesso volgari, il rifiuto della società. Tali i Papi,
i vescovi, il clero, nessuno eccettuato.
La filosofia, la fisica,
la teologia gli avevano dimostrato che Dio non esiste, la materia è eterna e
colla morte tutto è finito. L'uomo è un animale, infelice da secoli, perchè lo
hanno privato di quell'unica dote che lo distingue dagli altri animali, il suo
amore smisurato alla libertà.
Sognò libertà; rottura
di tutti i ceppi, di tutti i vincoli e perciò anarchia.
Nessuno doveva
comandare, nessuno stare soggetto: esclusa la formazione di qualsiasi
associazione, perchè l'associazione suppone statuti, suppone un presidente e
perciò limitazione di libertà; non più leggi, non più consigli, non più Chiesa,
non più stato, nulla, nulla. Uomo libero, conservati libero; difendi la tua
libertà. Oppressi del mondo intero scuotetevi, organizzatevi, alla difesa del
comune ideale!
Il pensiero, che
bisognava rompere ogni ceppo lo ossessionò. Passò tra gli anarchici estremi e
fu estremo tra di loro. Non condivideva le idee dei più. Essi volevano
propagandarle colla parola, colla stampa, coi giornali. Egli non trovava questi
mezzi sufficienti; voleva che si passasse alle vie di fatto, alle bombe, al
pugnale, alla rivoluzione. Bisognava spazzare chi la pensava diversamente;
mettere rapida fine all'attuale società, imporre alle masse neghittose e vili,
la libertà. Che importa se in tal modo sarebbe scorso sangue? I veramente
grandi non hanno mai indietreggiato avanti al sangue e sacrificato tutto e
tutti alle loro opinioni. Che importa se molti sarebbero morti? La morte genera
la vita. Che importa se in tal modo avrebbe dovuto imporre le proprie vedute a
chi non la pensava come lui? Chi non la pensava a modo suo non era degno di
vivere; era un microbo dannoso alla società e doveva venire perciò soppresso.
Parlò ed agitò in questo senso, ma non venne compreso che da pochi. I più erano
anarchici per sport o magari per convinzione, ma non ritenevano venuto ancora
il momento opportuno. L'anarchia si era legata al carro della massoneria e
doveva seguire perciò ciecamente il verde vessillo. E la massoneria, guidata
essa pure dall'alta finanza internazionale giudaica, non riteneva opportuno di
procedere. Sarebbe stata la sua rovina. Un po' di anarchismo stava bene per
tener domi i capi dello stato, per incutere un po' di spavento alle autorità;
ma ne quid nimis.
Giovanni Giunti non
trovò ascolto; ma non venne neppur espulso dal partito. Era un elemento
pericoloso, focoso, il quale, in omaggio all'anarchia, non voleva seguire
nessuno nè ubbidire a nessuno; voleva procedere colla violenza; ma era una tempra
focosa, che entusiasmava, pronto a qualunque sacrificio. Molto ricco,
profondeva il danaro a piene mani, per sostenere i vari periodici, per la
diffusione di stampati sovversivi, per la propaganda; aiutava i consenzienti
poveri, era disposto a qualsiasi lavoro, a qualsiasi fatica, e quanto maggiore
il pericolo tanto più volentieri lo affrontava. Non faceva alcun conto della
propria esistenza.
Era ricco. Suo padre non
aveva voluto altri figli, pago del suo primo ed unico, per concentrare nelle
mani di lui tutte le dovizie della sua casa commerciale di primo rango, ed
averlo continuatore della propria ditta, accumulatore di ricchezze sempre
maggiori.
Il figlio non solo non
seguì le idee paterne ma le ostacolò con energia. Il padre ne vide spaventato
la discesa; l'ascrisse all'educazione religiosa datagli dalla madre. Questa
morì di crepacuore al vedere il figlio ateo ed anarchico, all'udirlo parlare di
bombe e di pugnali, ed al notare in lui un odio particolarmente intenso e
fanatico contro il pensiero cristiano e la Chiesa, un odio tanto più
inesplicabile quanto più grande era stata la sua antica fede. Il padre aveva
deciso di diseredare il figlio e di farlo dichiarare discolo, per potergli
negare financo la legittima; ma non arrivò a farlo. Uomo dal collo corto,
collerico, sanguigno, autoritario; carattere dominatore, che voleva tenere
tutti soggetti e non ammetteva neppur possibile un pensiero, diverso dal suo,
si adirò una volta col figlio al segno, da venir colpito da paralisi.
Visse ancora qualche
settimana, paralizzato, schizzando, coll'unico occhio che poteva muovere, fuoco
contro il figlio; voleva parlare, ma non riusciva; mostrava di voler scrivere,
ma la matita non disegnava che ghirigori senza senso. Morì, disperato di non
poter manifestare la propria volontà. Giovanni ne fu l'erede. Liquidò subito
l'azienda; si ridusse ad un appartamento piccolo ma elegante, dove viveva solo,
e fu lieto di aver molto danaro, per poter spendere molto per la propaganda
anarchica.
Metodisti, avventisti,
valdesi cercarono di avvicinarlo; volevano sfruttare il suo odio contro la
Chiesa; speravano di averlo alleato; ma vennero respinti. Egli non odiava
soltanto il cattolicismo ma ogni specie di religione, perchè tutte dicevano
abuso di libertà e servaggio di coscienza; perchè tutte cercavano di asservire
lo spirito dell'uomo, favorivano la tirannide, puntellavano l'autorità,
benedivano il pugnale; odiava la Chiesa cattolica sopra tutte, perchè la più
potente, la meglio organizzata, la più logica, una Chiesa, la quale esercita
tuttora sulle coscienze un fascino che egli non sapeva spiegare, ma che doveva
constatare e ne aumentava l'odio. Quanto più agguerrito il nemico tanto
maggiore l'avversione che gli si deve portare.
Passarono gli anni.
L'anarchia era diventata accademica. Qua e là qualche singola alzata di scudi,
dovuta all'energia di stranieri e d'italiani educati all'estero, in America;
qualche sovrano pugnalato; ma non si andava più di là. Gli antichi ideali
svanivano; non si parlava più di bombe, di pugnali, di rivoluzioni.
Il tempo passava; tempo
perduto, secondo lui. Cercò invano di destare le coscienze dei suoi
consenzienti; di spronarli ad un'azione energica. Non riuscì.
Allora decise di agire
da solo, e costruì quattro bombe.
Voleva gettarle,
possibilmente tutte quattro, terribile ammonimento ai tiranni. Non dovevano
illudersi. L'anarchia non era spenta; lo spirito anarchico era tuttora desto in
Italia; ammonimento pure ai consenzienti e sprone ad imitarlo.
Sarebbe morto lui pure.
Ciò non lo turbava. Non faceva nessun conto della propria vita. Non valeva la
pena di vivere, schiavo tra schiavi; e se il sacrifizio della sua vita avrebbe
potuto accelerare alquanto il gran momento della redenzione, era lieto di
farlo.
Forse l'avrebbero
arrestato. In tal caso i giudici avrebbero udito la sua franca parola; uno
scatto fiero e sincero dell'anima italiana, ribelle ad ogni giogo e stanca di
ubbidire a mille tiranni.
La sola scelta del luogo
gli era difficile. Dove lanciare le bombe?
In chiesa? Avrebbe colpito
i tiranni della teocrazia, ma la borghese non si sarebbe scossa. Avrebbero
ascritto il tentativo ad uno sfogo di anticlericalismo. Sulla via? In tal caso
i preti si sarebbero fregate le mani e creduti indisturbati nel luogo santo.
Dove dunque?
Ora aveva trovato una
soluzione. In Chiesa e nella via, purchè Narciso Rossi avesse mantenuto la
promessa. L'avrebbe mantenuta. Era idealista e perciò fedele.
Lo chiamarono al
telefono. Dalla trattoria, donde gli portavano la cena, gli domandavano se la
voleva di grasso o di magro. Era la vigilia del Natale.
- Di grasso! gridò
indispettito, offeso, sdegnato che si osasse anche sol sospettare che egli
poteva fare il magro nella vigilia del Natale.
Coprì d'improperi il
cameriere, che gli portò la cena.
Cenò e bevette qualche
gotto di vino. Durante la cena gli ritornarono alla memoria le parole di
Narciso Rossi, che gli sembravano così paradossali. L'anima non misura gli
spazi del pensiero colla misura del tempo.
L'anima!
L'uomo non ha anima!
La neve aveva ripreso la
sua discesa. Le vie erano deserte. I rari passanti si affrettavano a
raggiungere le loro case. Egli vide le finestre di fronte alle sue illuminate;
vide gli strani bagliori di alberi di Natale, ricchi di candele e di lampadine
elettriche: gli sembrava di udire il riso argentino di bambini e fanciulle, che
danzavano felici attorno all'albergo1, grate al Bambino Gesù per i bei
doni.
Natale.
La gioia di quella
famiglia gli dava sui nervi; lo riempiva di sdegno. Nel Natale ebbe principio
la più terribile tra le tirannidi, la teocratica. Un uomo colto deve maledire
il Natale.
Eppoi udì il suono delle
campane. Erano le ventidue; esse invitavano ai sacri uffici nelle varie chiese.
Quel suono, così solenne
nella notte fredda, piena di neve, ne aumentò lo sdegno.
Maledetto! Ma
domani..... domani...
Vuotò rapidamente un
altro gotto e poi si abbandonò nella sua sedia a bracciuoli e guardò distratto
l'allegro fuoco, che schioppettava nel caminetto: una sua singolarità. Odiava
le stufe. Voleva vedere il fuoco, quel fuoco che avrebbe purgato un giorno
l'umanità.
E mentre guardava quelle
fiamme pensava ai delitti della chiesa, al danno infinito che il cristianesimo
ha recato all'Italia, ad ogni singolo italiano ed anzi ad ogni uomo; ed il suo
odio giganteggiava......
Domani!
Si spogliò rapidamente e
si cacciò sotto le coltri.
Domani!
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