I.
Lo schiavo
L'infinita estensione del
deserto. Un mare di sabbia gialla, profonda, calda, infuocata, dalla quale
escono, simili alle isole nel mare, delle rocce nude, brulle, dalle forme
fantasiose, strane, le quali riflettono i cocenti raggi del sole, aumentano il
calore di altiforno ed accecano quel povero uomo il quale cavalca stanco,
sfinito, sul suo destriero, stanco, sfinito esso pure. Il cavaliere non ne può
più.
È un magnifico esemplare
della razza camita, come essa si è conservata pura nelle regioni settentrionali
dell'Africa; il color della pelle è bruno, come antico rame; i lineamenti del
volto dolci e non sgradevoli; la fronte bassa, l'occhio infossato, gli zigomi
leggermente sporgenti; le grosse, tumide labbra hanno il colore del corallo, i
capelli sono crespi, la persona grande, forte, bella, tutta nervi e muscoli,
una figura regale, un uomo, il quale sembra chiamato al dominio. Ed il vestito
è quello di un uomo che può, di un dominatore. I sandali sono di cuoio
finissimo, rosso; i calzoncini corti di pelle concia, elegantissimi; il petto è
ignudo, ma dalle spalle gli pende un prezioso mantello azzurro, di lana
finissima, orlato di porpora, di vera porpora, preziosa come la imperiale. Ha
anella di oro alle braccia muscolose, ed anella alle dita, mentre il capo è
coperto da un drappo prezioso, multicolore, che gli svolazza dalle spalle. Al
fianco gli pendono una spada romana, corta, dall'impugnatura di ebano ed
avorio, ed un magnifico pugnale.
Il cavallo è di rara
bellezza; uno di quei cavalli grigi, come sono grigie le rocce del deserto, che
gli sceicchi arabi, gl'ismaeliti, allevano nella penisola sinaitica ed al di là
del breve mare, nelle regioni asiatiche, e vengono importati rare volte
nell'Africa; un cavallo prezioso, che sarà stato pagato certo il prezzo di
venti cammelli o di cento asine; un cavallo tutto fuoco, dall'occhio sagace e
dalle narici di corallo.
L'uomo è stanco,
sfinito, non ne può più. Il sudore non ne imperla più la fronte, perchè il suo
corpo è privo di umor; la bocca spalancata è secca ed arida la lingua; è da
trent'ore a cavallo e da venti che non beve; la testa gli arde, i pensieri gli
si confondono; non ne può più. Arrestarsi? Non può; non deve! Avanti a lui è la
vita, perchè può trovare dell'acqua e conservare la libertà. Dietro di lui c'è
una schiavitù, ben peggiore della morte.
Avanti, mio Veloce!
avanti. Egli stimola il fido destriero, lo sprona con certe spine di argento
che ha ai calzari, gli flagella il ventre, gli apre ferite, lo fa sanguinare.
Il cavallo spiega la sua maggior velocità, ma questa è così poca; perchè è
stanco, è tanto stanco. È da una settimana che non riposa; è da due giorni che
non beve; eppoi il nobile destriero non è avvezzo alla vita del deserto, alla
sabbia.
Avanti, Veloce, avanti!
Il cavallo,
spronato2 dalla voce supplichevole del padrone, intende le proprie
forze, tutte; ma non può, non può più, ed il suo passo è così lento, così
lento.
Il cavaliere volta di
quando in quando la testa, fa colla mano disco agli occhi, e fissa il lontano
orizzonte. Non vengono ancora; ma possono venire ogni istante, ed allora.....
Mio dio serpente,
salvami, ed io offrirò in tuo onore dieci bambini appena nati e scannerò dieci
vergini, che non hanno ancora conosciuto lo sposo! esclama, mentre il suo
occhio guarda supplice un piccolo serpente, arrotolato al suo braccio sinistro;
il suo odio, l'onnipotente, il patrono della sua tribù, che la rese sempre
grande, la conservò potente, le concesse sempre grandi trionfi e l'aveva
abbandonata soltanto due giorni innanzi: un dio sanguinario, che chiedeva molte
vittime, bambini innocenti e vergini pure.
Dio serpente! Perchè mi
hai abbandonato?
Sì; lo aveva
abbandonato. Ricordava la sua tribù forte, potente, padrona della grande oasi,
dominatrice delle vie del deserto. Egli ne era il capo temuto. Suo padre gli
aveva lasciato un nome terribile, che tutti paventavano, un'autorità, avanti
alla quale tremavano tutti, un forte esercito di tremila armati, le casse piene
di oro giallo, caldo, più caldo della sabbia del deserto, molti schiavi e molte
schiave.
Egli aveva stretto con
mano forte le redini del governo ed avido di dominare sul deserto, di essere
padrone delle grandi vie, che conducono al suo interno, per poter taglieggiare
a piacimento le carovane ed imporre loro le tasse che voleva; per diventare il padrone
del paese, aveva dato battaglia ad una tribù finittima e che gli era rivale,
l'aveva debellata ed era stato senza misericordia coi vinti. Chi gli era caduto
vivo nelle mani era stato macellato o fatto schiavo e conservato ad una sorte
più terribile della morte.
Quanto sangue sparso
allora! Egli fremeva della barbara Gioia3 al pensiero di quell'eccidio,
e gli sembrava di veder scorrere ancora ai suoi piedi, sulla sabbia del
deserto, un ruscello di sangue umano, rosso; gli pareva di allungare il braccio
colla mano, piegata a mo' di scodella, di attingere quel liquore rosso, caldo,
e di portarlo alle labbra. Spegnere la propria sete col sangue dei morti
nemici! Dimenticò per un'istante la propria sete, il suo sfinimento, e si rizzò
fiero, maestoso, sul suo cavallo.
Io! Il principe
Ramsette! Ma poi ricadde nell'antica prostrazione; la persona si curvò ed egli
dovette con ambo le braccia afferrare il collo del fido cavallo e stringersi a
quello, per non stramazzare al suolo.
La sua ultima vittoria,
perchè i vinti avevano implorato l'aiuto dei potenti ed odiati romani, ed il
proconsole aveva avocato a sè la causa ed osato citare lui, un principe, lui,
Ramsette, al proprio tribunale.
Aveva risposto: Un
libero principe non può venir giudicato da nessuno! ed aveva invitato il
proconsole al proprio tribunale.
Aveva armato la sua
tribù. Sperava di vincere. I suoi erano uomini liberi; i romani schiavi. Un
uomo libero vale per cento, per mille schiavi e ne sbaraglia una legione. Eppoi
egli si lusingava, che tutte le altre tribù si sarebbero unite a lui, le
libere, per conservare la propria libertà, le soggiogate, per scuotere il
durissimo giogo.
Ma le sue speranze non
si erano avverate. Molti Io temevano, molti lo odiavano, molti lo volevano
veder umiliato; la sua umiliazione premeva loro assai più della loro libertà.
Non vedevano il loro vero nemico nel proconsole romano, che li teneva domi, li
soggiogava alla dominatrice del mondo; vedevano piuttosto in lui un rivale
pericoloso, che andava umiliato. Nessuno lo aiutò; uno o l'altro favorì anzi i
romani. Si venne alla lotta, ed egli fu vinto. Le centurie romane, bene armate
di bronzo, furono insensibili alle leggere frecce; i suoi invece non poterono
resistere al loro impeto; molti fuggirono; molti vennero mietuti dalle loro
spade, molti furono trapassati dalle loro lancie. Dall'alto del suo destriere
egli aveva diretto la pugna e cercato d'infiammare i suoi e di condurli al
trionfo; ma quando aveva visto sbaragliati i suoi uomini, prima invincibili,
da4 un pugno di nemici, inferiori di numero; quando gli avversari si
erano lanciati contro di lui; quando aveva udito la voce del centurione
gridare: "Mille sesterzi a chi lo piglia vivo", un terribile spavento
lo aveva incolto. Morto sì, ma schiavo mai. Aveva dato di sprone al suo cavallo
ed incominciato quella fuga pazza, da parte sua, quell'inseguimento pazzo da
parte loro.
Fuggire? Dove? Alla sua
oasi, per condurre colà il nemico; per dargli in preda le donne, i fanciulli,
il suo oro? Mai! Si lusingava, che il nemico non avesse trovato la via
dell'oasi, non si fosse spinto fin là, a predare, sgozzare ed incendiare; si
lusingava di poterlo allontanare in un'altra direzione. E perciò fuggì
all'impazzata, nel deserto, senza una meta, avido solo di mettere una immensa
distanza tra sè ed il nemico; di mettere in salvo la propria vita; di non
cadere nelle mani di quell'avversario temuto, di non diventare suo schiavo.
Dio serpente! Mi salva,
mi salva!
E continuava la
cavalcata pazza.
Il sole volge
rapidamente al tramonto. I colli gettano lunghe ombre, strane, e prendono tinte
fiammeggianti; domina, da principio, il giallo, un giallo saturo che diventa
poi arancione e poi rosso fuoco mentre i colli ardono; sembra che un gigantesco
incendio divampi nel deserto; l'orizzonte è in fiamme, ed in mezzo a quelle
fiamme, rossa essa pure, un'enorme brace, si tuffa la gigantesca palla solare.
Il rosso cede il luogo
al violetto; sembra che le rocce vestano a mestizia per l'occaso del sole. Il
fuoco si spegne sull'orizzonte, rapidamente; i colli si coprono di gramaglie, e
sul padiglione nero del cielo compariscono numerose stelle.
Il capo prorompe in un
urlo di spavento. In mezzo a quelle stelle è comparso un indice luminoso,
gigantesco, il dito di Dio, che gli minaccia sventura.
"La cometa! L'astro
della mia rovina!" e cade privo di sensi a terra.
II.
Rimane a lungo, molto a
lungo privo di sensi. Il cavallo si è coricato al suo fianco, ed ansa; ha la bocca
aperta; la lingua ne esce penzoloni, inaridita; gli occhi si spengono; la
povera bestia è prossima a morire di stanchezza, d'inedia, di sete.
Il capo si desta. Da
principio non riesce a raccogliere i pensieri; sono così confusi; ma poi vede
sopra di sè il cielo stellato; vede la maestosa luna; vede la cometa. Ma alla
luce lunare l'astro minaccioso ha perduto parte del suo terrore; la sua luce è
sbiadita tanto. Pure ciò non reca conforto al capo. Egli guarda la cometa, con
un infinito spavento. È certo di essere perduto.
- Schiavo mai! freme,
leva il pugnale amico e lo porta alle labbra.
Non paventa la morte: Ha
scannato già molti di sua mano. Suo padre, quando gli ha donato il pugnale gli
ha detto; - Il miglior amico! Esso non permetterà giammai che tu diventi
prigioniero.
Lo avevano assuefatto a
vedere nella prigionia la maggior sventura, il pugnale era là, l'amico fido.
Era deciso! Voleva
cacciarselo nel petto, voleva farla finita. La cometa era là e gli diceva:
Schiavitù o morte! E tutto, tutto: la sua educazione, i suoi fremiti di
libertà, la sua condizione di capo, il suo passato, il presente, i timori per
l'avvenire, tutto, tutto gli diceva: Schiavo mai! Preferisci la morte; mille
volte la morte!
Stava già per cacciarsi
il pugnale nel petto quando il suo sguardo venne a cadere sul cavallo morente.
Lo guardò a lungo e
provò un senso d'infinita mestizia. Gli sembrava di veder morire un amico;
anzi, più che un amico un fratello. Ma poi gli si affacciò alla mente un
pensiero; cercò di cacciarlo, ma invano. Esso gettò subito radici; si abbarbicò
nel suo cervello, gli s'impose. Non era quella la prima volta.... Non
sacrificava nulla.
Il cavallo era
condannato a morire. Avido di bere; reso pazzo dalla sete; desioso di
conservare la vita, per radunare le sparse membra della sua tribù, per
organizzarle, per prepararle alla vendetta, si gettò sul cavallo, gli aprì, col
pugnale, una vena al collo, portò le labbra alla ferita e succhiò il sangue
caldo dell'animale, che si dimenava negli spasimi dell'agonia.
Beveva, beveva! Mio
serpente, sii lodato! Beveva, beveva! Il liquore era denso, caldo, nauseabondo,
dolcignolo. Sangue! Ma egli non ci faceva conto. Non badava alla nausea che
esso gli recava; era un liquido che spegneva la sua sete grande, intensa,
infuocata, che gli faceva ritornare la vita.
Beveva, beveva. Bevette
fin che non ne potè più, e poi si abbandonò sulla carogna del suo cavallo,
incapace di più muoversi, in preda ad un dolore di testa infinito; in preda a
certi tremiti, a certi vomiti spaventosi, che poi cessarono, lasciandogli una
grande sfinitezza e facendolo cadere in un supremo letargo....
Un dolore terribile ai
polsi lo fece rinvenire. Spalancò gli occhi. Il sole era alto ed innondava il
deserto di sua luce gialla, festosa, calda, e a quella luce egli vide attorno a
sè degli uomini sbarbati, nell'odiato costume romano, udì le loro risa di
scherno e si vide strette le mani da pesanti catene. La predizione della cometa
si era avverata. Era prigioniero, era schiavo.
Cercò di spezzare quelle
catene; invano. Volle balzare in piedi, ma era incatenato anche a questi.
Gridò, urlò, si dimenò, ma essi risposero alle sue grida, alle sue proteste, ai
suoi urli, con alte risate di scherno, con parole beffarde. Egli non li
comprendeva. Il loro gergo era così diverso dal latino, che parlavano a
Cartagine e del quale egli aveva appreso alcune parole dal suo precettore. È
buona cosa conoscere anche il gergo degli avversari, per rilevarne le
intenzioni.
Ma poi ricordò che era
principe, e che quegli erano schiavi; che non doveva dare loro spettacolo di
sè; che non doveva destare il loro scherno, le loro risa; che doveva imporre
loro colla sua dignità, e più non si mosse. Finse esternamente la maggior
calma, mentre nel suo cuore si rodeva dalla rabbia e da uno sdegno grande,
immenso, infinito, cocente. Prigioniero, schiavo. Gli diedero da mangiare. Non
rifiutò il cibo, gli diedero da bere; non rifiutò la bevanda. Ma quando gli
dissero di alzarsi si accorse che non aveva più al braccio il serpente adorato.
Girò smarrito Io sguardo, e lo vide a terra, morto, col capo schiacciato. Provò
un dolore indicibile. Il suo idolo venerato; il suo dio! Morto l'idolo della
tribù; questa distrutta, il suo principe prigioniero. Una sventura più atroce
non lo poteva colpire.
Lo condussero
prigioniero a Cartagine.
La terribile marcia
attraverso il deserto, a piedi, legato alla sella di un centurione germanico,
uomo senza cuore, brutale, che spronava il proprio cavallo, per costringere il
prigioniero ad una corsa veloce, sulla sabbia infuocata, su pietre che
bruciavano, attraverso a valli anguste, su rapidi pendii. Gli avevano tolto il
mantello, i calzari, le armi, i braccialetti, tutto; non gli avevano lasciato
che i calzoncini di cuoio. Il piede ignudo sprofondava nella sabbia; le pietre aguzze
gli foravano la pelle; i granellini di sabbia, i piccoli cristalli di quarzo,
penetravano nelle piaghe, nelle ferite, causando un dolore atroce, un intenso
prurito; le ferite si allargavano; il sudore gli colava copioso dalla fronte;
ansava; non ne poteva più: era sfinito e si trascinava con fatica avanti.
Malediva al suo dio serpente che lo aveva abbandonato, ai romani, alla cometa,
a se stesso, che non aveva messo fine alla propria sventura; che aveva avuto il
pugnale e non lo aveva piantato nel proprio cuore, nè messa, così, rapida fine
alla propria vita.
Quella sera la cometa
apparve di nuovo. Essa destò in lui una lieta speranza. Non era apparsa dunque
per lui, per annunziare la sua sventura, chè questa era compiuta. Annunziava la
rovina dei romani? Venisse! Non l'anelava per la propria liberazione, ma perchè
li odiava tanto.
La marcia continua. Non
ne può più, e riceve dal centurione un colpo di sferza sul dorso; il primo
colpo, che sfiora le sue vergini spalle. Urla più che dal dolore dalla rabbia,
dallo sdegno, dall'infinita vergogna; lui, un principe, battuto di verga!
stringe i pugni, vuole gettarsi, colle mani legate, contro l'audace che lo ha
battuto, ma viene ricevuto a colpi di verga, abbondanti.....
Hanno passato il deserto
e sono arrivati su territori fertili, ben coltivati, fittamente abitati, dove
il suo passaggio viene accolto ora da parole di scherno, di beffe, ed ora di
meraviglia, di stupore. Nessuno ha compassione di lui. Egli muore dalla
vergogna nel vedersi meta di quello stupore, di quello scherno, nell'accorgersi
che nessuno lo compiange.
Giunge finalmente a
Cartagine, dove viene trascinato dal proconsole. Ode parole di scherno. Viene
considerato prigioniero di guerra e condannato alla schiavitù imperiale. Verrà
mandato a Roma. Protesta. È africano, è principe. La guerra fu ingiusta; esige
la libertà; si dichiara pronto di venire a patti; di assoggettare la sua tribù
ai romani, di riconoscere l'imperatore, di pagare un annuo tributo. Le sue
parole vengono accolte con un riso di scherno. La sua tribù più non esiste; è
stata annientata; tutti gli uomini sono morti e le donne trascinate sui
mercati; la sua oasi è diventata proprietà del fisco.
Lo conducono allo stabulum,
fra gli schiavi, dove la verga lo costringe all'ubbidienza, al lavoro. Il cibo
è scarso, le piaghe molte, il lavoro faticoso. È incatenato assieme a
prigionieri di guerra, frementi di libertà; a delinquenti, condannati per
volgari delitti, a schiavi, nati tra le catene, che non hanno mai gustato la
libertà, che hanno cambiato di spesso padrone e furono acquistati dallo stato
per venire inviati a Roma.
Fra gli schiavi vi sono
parecchi suoi antichi sudditi, catturati nella battaglia o nella sua oasi e
parecchi suoi antichi schiavi, lieti quest'ultimi che il loro antico padrone
sia pure schiavo. Egli è stato sempre un padrone molto crudele; non ha mai
avuto compassione di loro; non può chiedere, che essi abbiano ora compassione
di lui.
III.
L'immensa estensione del
mare. La trireme, mossa da cento robuste braccia che muovono il remo, vola
sulla tranquilla superficie del Mediterraneo, il gran mare, il bacino della
civiltà. Vola, ma non trasporta passeggieri, lieti di fare il bel tragitto;
felici di andare verso l'Italia, bramosi di vedere Roma, la grande ammaliatrice
del mondo; ma trasporta una schiera di infelici, i quali vengono inviati a duro
lavoro, ad un trattamento disumano; che hanno da aspettarsi, in Italia, a Roma,
una crudeltà maggiore ancora di quella che hanno dovuto soffrire sul suolo
africano.
La disciplina di bordo è
draconiana. Gli schiavi sono troppo numerosi. Potrebbero accordarsi coi
galeotti e tentare un colpo di mano. Perciò i soldati sono di una severità
eccessiva. Tutti portano le catene da mane a sera; i più riottosi non possono
abbandonare la stiva nè uscire sopra coperta e là, nel corpo della nave, devono
respirare l'aria mefitica ed i più ammorbanti fetori. Il cibo è scarso; la
frusta fende continuamente l'aria e cade sulle loro povere spalle.
Tra i più riottosi
Ramsette. Egli si trova là, incatenato alla parete, nell'angolo più buio della
stiva, col corpo coperto di piaghe, sulle quali nidificano le mosche; si
contorce dalla rabbia, dallo sdegno, freme, spuma, urla, grida. È un
prigioniero indocile, il quale si è opposto all'imbarco, ha osato aizzare gli
altri prigionieri, ha tentato, quando gli hanno permesso di salire sulla tolda,
di gettarsi in mare; ha detto ai suoi compagni: "Gettiamoci nelle acque.
Meglio morire che condurre vita di schiavitù"; ha resistito ai soldati; si
è lanciato contro di loro coi pugni chiusi e ne ha atterrato due; uno anzi lo
ha conciato male. I carcerieri lo laceravano allora colle loro verghe e lo
avrebbero finito, se il centurione non si fosse intromesso. "È un prigioniero
prezioso; un antico principe. Che dirà Nerone se glie lo consegneremo con
troppe piaghe sul dorso?"
Avevano finito di
batterlo, ma lo avevano trascinato nell'angolo più buio della stiva; lo avevano
assicurato ad un forte anello di ferro, caricato di doppie, di triple catene;
non gli portavano più nè da mangiare nè da bere; ed egli sentiva gli orrori
della fame e più ancora gli stimoli della sete.
Un vento forte flagella
il mare; si sollevano altissime onde, dalle creste candide di schiuma, e la nave
danza su quelle. Gli schiavi vengono cacciati tutti nella stiva ed accatastati
colà; la bodola viene chiusa; essi si trovano al buio; incapaci di reggersi su
quel suolo che danza sotto i loro piedi, che si alza, che scende, essi vengono
sbattuti di qua e di là, perdono l'equilibrio, rotolano gli uni sugli altri,
formando certi acervi, certi agglomeramenti di carne umana; e poi viene il
terribile mal di mare, che non conoscono neppur di nome e sembra loro presagio
di morte vicina; odono sul loro capo il calpestio dei marinari che corrono,
urlano, bestemmiano; dei soldati, che imprecano al servizio di mare, a quel
viaggio, ed invocano o maledicono gli immortali, e il rumore delle onde, che
flagellano i fianchi della nave, il sibilo del vento, che passa tra i cordami e
le sartie.
Ramsette urla pur lui,
bestemmia, grida, aizza i compagni: Se la nave resiste alla procella, mettete
fine alla vostra esistenza. Il mare vi attende; stende a voi ancora le braccia.
Gettatevi tra quelle!
Nessuno rispondeva alle
sue parole. Erano schiavi, ma pure amavano la vita e rifuggivano istintivamente
dalla morte. La vita rappresentava sempre una grande speranza, la speranza
della libertà, la morte invece? No, no! Non morire! Vivere sempre, sempre;
anche tra le catene! Vivere, magari sorretti soltanto5 dalla speranza
della vendetta.......
Ed egli, al vedere che
nessuno lo abbadava, dava in smanie maggiori.
Un vecchio schiavo lo
avvicinò; un povero vecchio, ricurvo sotto il peso degli anni. Veniva mandato a
Roma per morire nel circo, perchè egli, un rettore ben noto a Cartagine per la
sua eloquenza e sapienza, era stato scoperto consenziente agli incendiari di
Roma.
Il vecchio disse allo
schiavo.
- Ti calma fratello!
Pazienza!
- Mai! Sono principe! La
pazienza è la virtù dello schiavo.
- Di un animo nobile.
Egli, abbandonò, per nostro amore, il suo trono, e non solo volle
spontaneamente, da nessuno costretto e soltanto per eccesso di amore, diventare
schiavo, ma volle morire financo la morte degli schiavi.
- Un pazzo, urlò Ramsette.
- Dio. Il figlio di Dio!
- Il mio dio serpente
non ha saputo difendere nè la mia tribù nè se stesso e venne perciò giustamente
schiacciato da un soldato romano, disse Ramsette con una sghignazzata amara.
- Fratello..... incominciò
l'altro con dolcezza,
- Io, un principe, non
sono il fratello di uno schiavo! urlò Ramsette.
L'altro non si perdette
di pazienza. Gli rimase vicino e cercò di convincerlo della bellezza del
cristianesimo e dell'amore di Gesù, ma invano. Ramsette non voleva accettare la
lieta novella e si ribellava a quella dottrina, che predicava l'amore ed
insegnava il perdono....
Il viaggio fu molto
lungo e doloroso; ma egli non morì; arrivò ad Ostia, venne sbarcato e, caricato
di ceppi, fu condotto a Roma.
IV.
Non degnò di nessuno
sguardo ammirato la dominatrice dell'orbe. Non era sensibile alle sue
magnificenze. Anima di scorridore del deserto, il suo spirito era troppo
assuefatto all'infinita grandezza di quelle lande ed all'elegante bellezza
delle palme, che nelle oasi si agitavano allo zeffiro, per poter ammirare quel
mare di case, quelle vie anguste, sinuose, nelle quali si pigiava la folla;
quei lunghi filari di tombe, di colonne, di statue; tutte cose che vide una
volta sola, nel rapido passaggio verso lo stabulum, la prigione. Vide
soltanto la folla curiosa che lo guardava, e faceva delle osservazioni punto
lusinghiere sulla sua persona ed i molti, che non lo degnavano neppure di uno
sguardo; e se sentiva uno sdegno infinito per i primi, provava una rabbia
ancora maggiore dell'indifferenza degli altri. O questi romani! Sentiva di
odiarli. Poterli schiacciare tutti.
Eccolo nello stabulum,
schiavo in mezzo a molti schiavi: costretto ad un lavoro faticoso, umiliante,
di pulizia dei cortili, di spaccatura di legno, a portare fardelli, sempre
sotto la sferza, pieno di fame, di sete, colla febbre che lo divora, desideroso
di presto finire quella vita.
Chiede di venir
introdotto da Cesare e gli rispondono con parole di scherno; domanda di potergli
esporre le proprie ragioni; di poter affrontare, a testa alta, lui, il capo
temuto e rispettato dei beduini, il capo temuto e potente dei romani, ma gli si
risponde con una risata.
Intanto passano i
giorni, lunghi, monotoni; ed egli altro non vede che le grigie pareti dello stabulum,
dal pavimento coperto di eterne immondezze; respira l'aria afosa, viziata,
pregna di fetore; e non vede che di rado un po' di cielo, quando passa nel
minuscolo cortile, chiuso da alte mura, dove c'è il pozzo, dal quale ha da
attingere l'acqua, mentre nello stabulum stesso regnano le semi tenebre e la
luce non entra che scarsa da una stretta finestra, chiusa da grate di ferro.
Quanti schiavi!..... Là
si parlano tutte le lingue del mondo conosciuto; là ci sono tutti gli strati
sociali; uomini, caduti nella schiavitù per la violenza delle armi e che
primeggiavano nelle loro terre; malfattori, della peggior specie, debitori
incapaci di pagare ed antichi schiavi, i quali avevano perduto la grazia del
padrone ed erano stati regalati o venduti al fisco; schiavi inviati colà dai
paesi più remoti, perchè i proconsoli ed i prefetti, non mandavano alla
capitale del mondo soltanto il tributo di oro e gemme ed il bottino di quadri,
bronzi, colonne e statue, rubate nei templi degli dei e nei palazzi dei ricchi;
non inviavano soltanto copia di cereali, vettovaglie, animali selvaggi o rari
per i giochi nel circo, leoni, pantere, leopardi, elefanti, iene, ma anche il
tributo umano, schiavi molti, per i lavori pubblici, per il circo.
Egli era in mezzo a
quegli schiavi, che maledivano il loro rio destino, auspicavano la rovina di
Roma, un novello incendio che l'avesse distrutta tutta nè si fosse arrestato
avanti a nessun quartiere, e che coi palazzi e coi templi, avesse incenerito
anche Nerone e tutto quel popolo borioso, sanguinario, dominatore, avido di
sangue e di morte.
Fra tutti quei
malcontenti si aggiravano alcuni prigionieri, catturati di fresco, accusati di
appiccato incendio, condannati a comparire nei prossimi giochi nel circo ed a servire
colà di pasto alle fiere; prigionieri in buona parte di alto lignaggio, di
nobilissime famiglie.
Gl'incendiari di Roma!
Gli schiavi guardavano ammirati quegli audaci, che avevano osato appiccare
l'incendio alla capitale del mondo e Ramsette si fece loro giulivo incontro,
tese loro le mani incatenate e inneggiò agli audaci. Quelli sì erano uomini.
Aver osato mettere l'accetta alla radice, e dare fuoco alla città!
O l'odio, l'odio grande
che essi dovevano portare a Roma! Averla incendiata!
Qual delusione invece!
Quella gente si protestava innocente; insegnava che bisognava rispettare Cesare
anche se era Nerone; che si doveva ubbidire alle autorità e sottostare anche a
ingiuste sentenze; insegnava la pazienza, la compassione, la rassegnazione, la
misericordia, il perdono. Erano così simili al vecchio che lo aveva avvicinato
nella nave.....
Sentì nausea di loro,
del loro atteggiamento, delle loro parole; una nausea tanto più grande quanto
erano più intense le sue aspettative e maggiore la delusione provata. Ne
invidiò la rassegnazione, ma l'ascrisse a stupidaggine; ne invidiò la calma, ma
la ritenne indegna di un uomo; non volle ascoltare le loro parole: fece il
sordo alle loro dottrine; li respinse da sè. Adorare un Dio fatto schiavo e
morto la morte degli schiavi, che insegna la pazienza e domanda rassegnazione?
Mai.
Ogni giorno coloro che
dirigevano i giochi pubblici venivano nello stabulum, e sceglievano tra gli
schiavi quelli, che dovevano venir esposti alla plebe: fiaccole viventi, da
illuminare le orgie di Nerone; povere vittime, da essere crocifisse; da venir
offerte, vestite di pelli di agnello, in pasto alle fiere; costrette ad
uccidersi a vicenda, adoperate in terribili riproduzioni realistiche di antichi
miti... Alcuni uscivano colpiti, schiacciati, frementi, maledicendo alla loro
sorte, imprecando a Roma ed a Cesare; altri calmi, rassegnati, col sorriso
sulle labbra, quasi andassero incontro alle nozze più liete, ad un festino:
quegli imbecilli, che avevano bruciato Roma, ed ora si vergognavano del loro
eroismo, e lo sconfessavano, abbenchè sapessero che in tal modo non
risparmiavano la vita. Sciocchi! perchè non andavano alla morte, fieri del loro
operato, menando vanto di aver bruciato Roma e gridando in faccia al tiranno:
"Siamo stati noi!".
Altri occupavano i
posti, resi vacanti dalle vittime.
Venne il momento nel
quale scelsero lui pure; lui, il principe, il libero capo di un libero popolo.
Lui, dato in pasto alle fiere! Lui, dover appagare l'avida curiosità di quel
Cesare che tanto odiava, di quel popolo che aborriva!
Nessuno6 si curò
delle sue proteste. Volle opporsi. La sferza lo domò; lo unirono ad altri
schiavi, e lo trascinarono di notte, sulle vie addormentate, al Circo.
Vicino a lui camminava
un incendiario di Roma. Questo gli mostrava la sua compassione, gli rivolgeva
dolci domande, cercava di confortarlo; gli parlò del cielo, di Dio, del suo
amore infinito, lo esortò alla rassegnazione. Egli gli sputò in faccia, cercò
di colpirlo col gomito, coi pugni chiusi, colle catene pesanti, lo ingiuriò,
gli diede del vile.
Giunsero al circo di
legno, grande, costruito ieri; lo fecero scendere in un corridoio sotterraneo,
cieco, e gli offersero il pasto della morte: alcuni mangiarono; altri
rifiutarono. Egli pure. Non avrebbe potuto inghiottire un boccone.
Perchè non si era dato
la morte là, nel deserto, a fianco del suo cavallo; perchè aveva allora
prolungato la sua triste esistenza?
Passò del tempo eppoi
udì un sordo vociare.
Il circo si riempie!
Spicciatevi! comandò la voce del custode di quei corridoi sotterranei.
Entrarono dei gladiatori, degli schiavi, strapparono ad alcuni schiavi le vesti
e passarono alla loro flagellazione, che precedeva il supplizio di croce; la
pelle e la carne veniva strappata a brandelli dai loro corpi. Erano gl'incendiari
di Roma. Essi non si lamentavano; guardavano sereni nello spazio; qualcuno anzi
sorrideva, come se provasse una grande gioia, se gustasse una dolcezza
infinita. Eppoi li condussero alla crocifissione, alla morte.
Anche ad altri vennero
tolte le antiche vesti e vennero indossate delle nuove; furono incoronati di
fiori, mentre altri ancora venivano avviluppati in pelli di agnello, di pecora,
e magari di cani, di leopardi. Essi urlavano, protestavano, si dimenavano,
imploravano grazia, paventavano la morte, ma venivano allontanati. Non tutti
piangevano però. Molti tacevano, pregavano; essi erano gl'incendiari di Roma!
Qua un giovinetto si
acconciava alla meglio le vesti, per coprir l'ignudo petto; là un altro
s'inginocchiava avanti ad un vecchio e lo supplicava: Mi benedici!
Christiani
ad leones!
Questo urlo terribile,
di una folla briaca di sangue, penetrava nel corridoio e giungeva alle orecchie
di Ramsette e degli altri. Era la folla romana, la dominatrice del mondo, la
plebe imperiale, che chiedeva sangue e voleva vittime. Altre vittime ed altre
ancora andavano a pascerne la morbosa crudeltà. Nerone largheggiava di vittime.
Cristiani e non cristiani, alle volte divisi, tal'altra confusi, venivano
cacciati nel circo. Si distinguevano soltanto del loro atteggiamento di fronte
alla morte..... Venne la volta di lui; gli tolgono le catene; vuole gettarsi
sui suoi carcerieri, ma la sferza di un gigantesco decurione lo tiene domo;
eppoi una voce gli dice: mostrati eroe, fa vedere a Roma come l'Africa sa
morire!
Già. Vuole far vedere a
questa plebe, che egli sa morire. Morire sì, ma piegarsi avanti a quel popolo,
lui, mai, mai! Chiedere grazia, mai, mai!
Eccolo vestito da
cacciatore; gli danno la breve spada e la refe.
- Coraggio! Chissà?
Forse? Puoi vincere; puoi uccidere la fiera tu; il popolo è volubile; ti farà
forse grazia.
Implorare grazia? Dai
romani, Mai! Giustizia sì, ma grazia, no, no; mai! In eterno!
- A te!
Lo conducono all'uscio; questo
si apre, ed egli vede sorpreso, colpito, meravigliato, l'infinita estensione
del circo, la gigantesca elisse, dalle innumerevoli gradinate di legno, sulle
quali si agita una folla mai ferma, che brulica, grida, si contorce, batte le
mani, chiede morte, sangue, vuole vedere morti, molti morti.
Vede la loggia
imperiale; vede Nerone, pingue, miope, dagli occhi lippi, che si contorce dalle
risa: un volto volgare, sul quale lo stravizio ha impresso le sue orme; vede i
crocefissi, che si contorcono fra gli spasimi dell'agonia; vede fiere che si
avvicinano in piccoli, eleganti balzi alle vittime, avide di sbranarle; vede
corpi umani nell'arena, mutilati, sbranati; fiuta l'acre odore del sangue, e
sopra il suo capo si estende l'azzurra volta del cielo, così bella, così bella,
quasi così bella come nel suo deserto. Sente una nostalgia infinita della sua
Africa, del suo deserto, della sua patria lontana; un dolore infinito di morire
in terra straniera.
Lo spingono sulla
sabbia.
In quel momento una
pantera ha raggiunto un giovanetto biancovestito, che se ne stava inginocchiato
in mezzo al circo, colle braccia tese a modo di croce, e col bell'occhio
elevato verso il cielo; un fanciullo, che aspetta estatico, giulivo la morte.
La fiera lo addenta al
collo. Egli ode lo scricchiolare delle ossa.
- Gesù! esclama il
fanciullo, e poi cade a terra.
Egli è giunto in mezzo
al circo; si mette sulla difesa; brandisce la breve spada; vuole lottare col
leone che lo avvicina, lo guarda coi suoi occhi astuti, si flagella colla coda
i fianchi, lo osserva, quasi coll'aria di un buongustaio, preda sicura.
La folla plaude
all'audace, che vuole lottare contro il leone; ma in quel momento egli ricorda,
che è capo, che è principe. Non vuole servire da spettacolo a quella folla.
Getta via la spada e la rete. Urli di rabbia da parte della folla; il leone lo
ha raggiunto; gli caccia i denti nella gola, le ugne nelle carni calde, calde,
palpitanti.....
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