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Ugo Mioni
I sogni dell'anarchico

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  • II.   Cesare
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II.

 

Cesare

 

 

 

I.

 

Egli si destò, sul suo letto di porpora, e aprì gli occhi. Un sudore freddo, gelido, gl'imperlava la fronte. Girò gli occhi e guardò smarrito attorno a .

L'ampia stanza, dalle pareti di marmo prezioso, ornate di grandi scudi di bronzo e di oro, era innondata di una luce tepida, che usciva da due grandi lampade d'oro, nutrite di olii aromatici, presso le quali vegliava un bellissimo schiavo greco. Il pavimento di marmo era celato da soffici tappeti, ed in mezzo alla stanza sorgeva il basso letto di argento e di oro, su quattro piedi, simili a gigantesche zampe di leone; soffici materassi e magnifiche coltri di porpora ornavano il letto, sul quale egli aveva posato le pingui membra.

- Ho sognato! mormorò. Ho sognato! Gli dei immortali siano ringraziati.

Il sogno era stato terribile davvero. Aveva sognato di essere stato libero principe africano; di aver lottato per la libertà della sua tribù; di essere stato battuto, vinto, catturato, reso schiavo e costretto a lottare nel circo, a venir gettato in pasto alle fiere assieme agli incendiari di Roma.

Già. Gli incendiari! Un brutto sorriso errò sulle sue tumide labbra. I cristiani avevano dato Roma alle fiamme. Certamente, certamente......

Quel terribile sogno. Ed aveva durato così a lungo; egli aveva vissuto molti mesi, anzi anni nello stato obbrobrioso di schiavitù, condannato alla morte; ed invece il sogno aveva durato.....

- Puer! Che ora fa?

Il giovane schiavo bello balzò in piedi, guardò l'orologio ad acqua e si prostrò a terra.

È la quarta vigilia della notte, divino Apollo, rispose.

La quarta vigilia. L'alba non era ancora spuntata sul cielo. Egli si era coricato, che la terza vigilia stava per finire. Aveva dormito brevissimo tempo. Eppure un simile sogno.

- Gli immortali ne tengano lontano ogni sventuroso significato, mormorò e tese la destra verso il cielo. Era il Pontefice Massimo che supplicava gli dei, era Apollo, l'immortale, che invocava gl'immortali. Già. Egli era un dio, era lo stesso Apollo. Glielo avevano dichiarato in Grecia le mille volte. Non era egli forse il signore del dolce canto? Non lo avevano supplicato gli ambasciatori greci ginocchioni di deliziare le loro orecchie col suo canto? Non aveva egli destato l'applauso infinito della folla delirante, ed era ritornato dalla Grecia a Roma con un bottino, quale nessuno prima di lui aveva fatto, un bottino, col quale offuscava la fama e la gloria di Mario e di Silla7, di Scipione e di Cesare; migliaia di corone d'oro e di alloro, guadagnate nelle gare, dopo di aver superato tutti i rivali colla potenza del suo genio immortale? Egli era grande come imperatore; il più grande tra i Cesari, ma più, assai più grande per il suo canto: Apollo, Apollo, il divino Apollo!

Perciò aveva incendiato lui, cioè no, i cristiani, la eterna città; essa non doveva portare più il nome di quel meschino che fu Romolo, ma il suo. Doveva chiamarsi, d'ora innanzi, Neronia, la sua città.

Pensò alla casa di oro che si era fatta costruire e dove abitava. Giove grande, ti ho superato! Neppure gl'immortali, sull'Olimpo, avevano un'abitazione, che potesse gareggiare colla sua!

Si sentiva stanco, sfinito dell'orgia del giorno innanzi. Aveva durato una notte, ed un giorno ed alcune ore della notte; fino alla terza vigilia. L'aveva allestita per ricordare i suoi grandi trionfi nella Grecia.

La festa era stata degna di lui. Quale profusione dei cibi più rari; quanto lusso; e quei regali! Egli aveva donato ad ogni ospite la tavola di argento incrostata di verde malachite, la sedia di argento, il vasellame d'oro, gli schiavi che lo avevano servito, il fanciullo che gli aveva versato il vino nella coppa ed una bella schiava di Oriente, dalla pelle candida come l'alabastro e dalle leggere tinte rosee nelle guancie di velluto. Egli stesso aveva scelto quelle bellissime schiave tra le molte, che possedeva e la sua scelta era stata felice, perchè egli s'intendeva di bellezza femminile. Ne era il più profondo conoscitore.

Eppoi.... eppoi.... Ricordava i cibi rari, la musica, i canti.... tutti avevano applaudito ai celebri cantanti, che egli aveva fatto venire dalla Grecia lontana. Avevano applaudito, perchè non avevano udito lui, il sommo Apollo.

Lo avevano supplicato di cantare. Ed egli, finalmente, si era arreso ed aveva cantato, destando, più che entusiasmo, vero delirio. Quali applausi! Degni di lui, del vero Apollo. Lo avevano incoronato cantore massimo; lo avevano adorato come una rivelazione celeste; eppoi l'orgia era continuata. Le più belle fanciulle si erano gettate tra le sue braccia. E Poppea Sabina......... Già... Con Tigellino!

Un sorriso di scherno sfiorò le sue labbra. Con Tigellino! Godesse pure! Egli, l'immortale, fingeva di non vedere, di ignorare. Ma sarebbe venuto il suo giorno! Era venuto per Messalina, sua madre: sarebbe venuto anche per loro. Giove Nerone risparmiava i suoi fulmini; ma guai quando li lanciava! Guai a colui che ne veniva colpito!

Quelle fanciulle, che si erano gettate, pazze di amore, al suo petto! Quanto lo amavano! Era impossibile vederlo e non amarlo, e non gettarsi fra le sue braccia, implorando un amplesso come la maggiore tra le grazie, il più desiderato tra i doni; era impossibile vederlo, e non adorarlo.

Ma egli sentiva una nausea di questi facili amori, che gli venivano offerti, imposti, che non gli costavano nessuna lotta; e le schiere dei nobili, dei patrizi, dei senatori, che strisciavano avanti a lui e l'omaggiavano, gli facevano schifo. Ricordò il detto di Caligola, il divino, che l'aveva preceduto: O, se tutto il popolo romano, avesse una sola testa! Qual voluttà, poterla spiccare dal busto!

Ma poi ricordò. Una volta..... Non la poteva dimenticare quella fanciulla. Non era più bella delle altre, tutt'altro, ma era la prima che non gli si fosse offerta, che non avesse mendicato amore. Gli era venuto un vivo desiderio di possederla, una vera frenesia. Se l'era fatta portare nel palazzo ed aveva voluto farla sua.

Era la prima volta che aveva lottato; che aveva dovuto ricorrere a certe arti di seduzione, che non aveva usato fino allora mai; che aveva cercato di piacerle, di conquistarne il cuore. Lui, Nerone, il divino Apollo, si era abbassato a lei, aveva supplicato affetto, aveva mendicato amore. E lei aveva resistito; non si era arresa; aveva fatto la sorda alle sue promesse, alle sue minacce; aveva osato resistere financo alla violenza. Una cristiana.... un'incendiaria di Roma; perchè i cristiani avevano incendiato l'eterna città.....

In un momento di collera l'aveva condannata a morte; l'aveva fatta uccidere sotto i propri occhi, onde punirla per la sua ritrosia; ne aveva voluto veder scorrere il sangue. Ma quando l'aveva vista morta era montato su tutte le furie; aveva voluto richiamarla in vita; aveva maledetto a se stesso, alla propria potenza, alla propria autorità, perchè l'aveva fatta morire! Perchè era Cesare, era Augusto, era Apollo, era dio, eppure non poteva richiamarla in vita quella bella?

Inveì allora contro chi gli aveva suggerito quella condanna, contro chi non l'aveva impedita, contro il carnefice che aveva ubbidito ai suoi comandi; fece rotolare teste, fece crocifiggere, volle vedere sangue, molto sangue; girò, cieco dall'ira, per le sale della casa d'oro, scannò, ferì, comandò che tutti i cristiani venissero scannati l'indomani senza misericordia, e si gettò a capofitto in braccio alla voluttà; cercò di dimenticare, tra altre braccia, quelle della pudica cristiana; con altri baci, i baci che essa gli aveva rifiutato. Ma tuttora, che ci pensava, sentiva un desiderio infinito di lei, la sola degna di appartenere a lui. Ed egli l'aveva uccisa.

Eppoi ricordò certi cristiani. Ne aveva giudicato due soli; i loro capi: due ebrei. Ma qual differenza tra loro e i senatori, e i patrizi? Quando uno di questi compariva al suo tribunale, si contorceva come un verme e supplicava grazia; nessuna dignità in loro. Quei due ebrei, invece..... Quanta maestà! Sembrava che si ritenessero pari a lui. Volevano ricordargli..... già, che egli non era un sovrano assoluto; che sopra di lui v'era un Dio; che doveva essere giusto e misericordioso, che doveva..... scioccaggini, scioccaggini!

Avrebbe perdonato se si fossero piegati avanti a lui. Era questo che voleva da loro; che riconoscessero la sua autorità, che lo adorassero. Gli premeva piegare quei due capi superbi. Non è gioia vedere milioni di umili, di vili, strisciare ai propri piedi; la voluttà sta nel costringere un superbo a piegare il capo lui pure. Si erano rifiutati. Li aveva condannati a morte: l'uno alla croce e l'altro alla spada.

Non rimpiangeva quelle condanne. Rimpiangere un morto; lui; Nerone? Mai! Eppure sarebbe stato meglio, molto meglio, se quei due uomini si fossero piegati. La loro adorazione gli avrebbe recato maggior gaudio che gli umili omaggi di Roma tutta. Piegare capi superbi, ecco la maggior voluttà. Peccato che questi capi non esistevano; che tutti si piegavano, senza attendere neppure la più piccola pressione, il menomo segno....

Valeva la pena di vivere? Che cosa gli poteva offrire ancora la vita. Era sazio di tutto: di guadi e di amori... Ma il suo canto, il suo canto divino! Poteva egli privare il mondo di tanta delizia? Come il mondo sarebbe sì triste se il sole si spegnesse, così l'umanità non poteva vivere senza il suo canto. Se egli non avesse cantato si sarebbe otturata la maggior sorgente di vera gioia, di puro giubilo, di lieto entusiasmo. Che cosa sarebbe stato il mondo senza il suo canto?

Voleva cantare e godere.

Ma quel sogno? Non ci volle più pensare. Sbadigliò e chiuse di nuovo gli occhi al sonno.

 

 

 

II.

 

Si destò quando lo volle Giove suo padre. Accorsero servi ad indossargli la tonaca di porpora, a gettargli sulle spalle il manto imperiale, a cingergli il capo della corona di alloro, che si era guadagnata nella Grecia.

Uscì di stanza. Passò tra una schiera di senatori, i quali si curvavano profondamente; non degnò nessuno di uno sguardo; gli schiavi favoriti gli imbandirono la colazione; mangiò molto, bevè molto, assistì a danze lascive, a giochi pazzi, di gladiatori che si ammazzavano sotto i suoi occhi; gli portarono immensi vasi di cristallo, nei quali morivano le triglie più belle, cangiando i più rari riflessi metallici delle loro squame, ma non trovò piacere. Era uno dei giorni consacrati alla celebrazione dei suoi trionfi in Grecia. Il senato gli aveva decretato tante feste, che un anno non sarebbe bastato a compierle, onde un senatore aveva osato proporre, si lasciasse qualche giorno anche al popolo, per le sue faccende. L'audace aveva pagato colla propria testa l'inopportuna proposta.

Nel circo vi erano i giochi. Non vi volle andare. Era sazio di vedere scorrere sangue umano. Volle vedere le corone d'oro che aveva portato dalla Grecia. Erano milleottocento, di grande valore. Le maggiori decorazioni, i premi più rari, dei quali disponeva la patria del bello. Neppure la vista di quelle corone lo appagò. Non gli sembravano un premio adeguato al suo canto.

Ricordò il viaggio in Grecia, preceduto, seguito da migliaia di citaredi, colla lira in mano e da un esercito di commedianti e di mimi. Ricordò l'inno solenne, che aveva cantato per salutare la riva greca; ricordò i giochi olimpici ed istmici e gli altri giochi, che la Grecia celebrava nel corso di decenni, condensati in pochi mesi per onorare lui. Fu dovunque, cantò dovunque. I più celebri cantanti e citaredi del mondo greco erano accorsi per vincerlo; facevano sforzi infiniti per non venir vinti da lui, ma egli li superava facilmente; essi dovevano dichiararsi vinti, ed il popolo delirava e decretava a lui ghirlande, corone e premi. Colse ad Olimpia novanta premi, cento ai giochi istmici; mai tanta profusione di corone e di lauri, mai tanto plauso. Fu dovunque, eccezione fatta di Atene, dove sorgeva il tempio delle Furie vendicatrici del parricidio, ed a Sparta, perchè odiava Licurgo ed i suoi rigori. Fu a Delfo ma non ebbe dall'oracolo la risposta che gli premeva, onde inveì contro il santuario, asportò 500 statue, che perdette per mare, e si era proposto di distruggere il santuario e di scannare i sacerdoti. Non era egli forse Apollo, il padrone del santuario?

Ricordò Corinto. Voleva tagliare l'istmo e precedette tutti nel lavoro. Lavorava con una zappa d'oro. Ricordò i suoi amori e la coppa del piacere vuotata fino alla nausea.

Sì, fino alla nausea. Tutto gli recava nausea. Sospirava onori sempre nuovi, piaceri sempre più intensi, gaudi sempre più raffinati.... Abbandonò adirato le sue corone. Milleottocento; ne meritava centinaia di migliaia. Corone e lauri. Questi erano stati già tributati ad altri mortali, ed egli non era un mortale, un dio, ma qualche cosa di più di un uomo e di un dio. Era il primo degli dei, il creatore dell'universo, il signore del canto.....

Voleva piegare al proprio culto volontà ribelli, orgogliose.

Questi cristiani! I soli che non si piegavano al suo cospetto; i soli, coi quali valeva la pena di lottare, il cui omaggio valeva la pena di ambire. Sognò cristiani da umiliare.

- Ce ne sono nelle carceri?

- Sì, divino.

- Vengano.

- Quanti?

- Tutti.

Vennero: molti. Un brillante senatore, sua moglie, nobili patrizi, candide donzelle, fanciulli, operai dalle mani incallite, poveri schiavi. Egli li guardò con disprezzo.

- Incendiari!

Nessuno rispose.

Il loro silenzio gli diede sui nervi. Li sapeva innocenti e voleva che si confessassero rei od almeno si scolpassero.

- In ginocchio avanti a me, ad Apollo, al vostro dio! Adoratemi!

Un vecchio tremante; una rovina umana; un povero scheletro scoperto di gialla pelle; i digiuni avevano sfibrato il corpo di Lino, rispose:

- Cesare. La vita per te ed il sangue alla tua difesa. Non hai mai avuto sudditi più fedeli di noi. Ma non possiamo adorare che il solo Dio che ci creò ed il suo Cristo che ci redense.

I cortigiani volevano costringere i cristiani colla forza a piegare le ginocchia avanti al nuovo nume, ma Nerone il proibì.

Promise. Le sue promesse non smossero quei prodi; minacciò; annunziò la sua grandezza; toccò la sua cetra e cantò. Se il canto di Orfeo aveva ammansato le fiere, il suo doveva ammansare i cristiani.

Ma il suo canto non compì il prodigio, ed egli ne fu adiratissimo; più adirato del loro rifiuto di adorarlo. Essi lo umiliavano avanti a tutti, ne volevano distruggere la fama e la gloria, col provare, che quanto era riuscito a Orfeo non riusciva a lui. Montò sulle furie. Bisognava piegarli.

Cantò ancora, molto, molto. La sua voce non era bella; la sua scuola poverissima. Il canto straziava le orecchie dei cortigiani, che se ne mostravano però deliziati e lo proclamavano dio e Apollo novello.

Alle sue insistenze il vecchio rispondeva in nome di tutti:

- Mai!

Montò su tutte le furie. Volle vedere sangue. Comandò torture; torturò di sua mano. Voleva, doveva piegare quei ribelli. Gli avrebbe fatto più piacere l'adorazione di uno di loro che di mille senatori curvi ai suoi piedi.

Invano.

Allora li condannò ad ardere quella sera, fiaccole viventi.....

Nessun rimprovero, nessuna protesta uscì da quelle labbra. I martiri chinarono il capo.

- Così sia!

La loro rassegnazione gli sembrò stupida e ne aumentò lo sdegno; tanta forza d'animo nel resistere ai suoi comandi, tanta stupida remissività davanti alla condanna.

O questi cristiani!

Malcontento di stesso girò infuriato per il palazzo. Ammazzò con una pedata nel ventre una fanciulla, che aveva amato ieri e che gli si era fatta incontro col sorriso sulle labbra; condannò a morte Pitagora, spudorato liberto, che aveva sposato pubblicamente a Corinto, vestendolo da imperatrice, per profanare, con quella infame parodia, i riti sacri matrimoniali; girò quella sera vestito da Apollo, in lettiga, tra le fiaccole ardenti, non pago dei crucirati delle sue vittime: ne avrebbe preferito l'adulazione. Chiese l'indomani adorazione dal senato e la ebbe; fu al Circo, acclamato dalla folla Apollo e padre degli dei; vide sangue, molto sangue, e non ne fu pago; ideò novelle costruzioni; la casa d'oro doveva arrivare fino al mare; sognò immensi giardini, fiumi navigabili, laghi artificiali, sporgenze di terreno ricche di alberi, sognò.... ma niente lo appagava.

Diede banchetti senza fine; invitò migliaia di patrizi, di senatori; allestì orgie infami; commise delitti nefandi, per appagare la propria sete di gaudio; si adirò con Poppea Sabina che portava sotto il petto il suo figlio e con un calcio la uccise; la fece poi imbalsamare, proclamare dea, e bruciare in onore di lei tanti incensi, quanti l'Arabia produce in un anno.

Ma non trovava l'ebrezza che sognava; il gaudio che sospirava. Dovunque gli si presentava la nausea.

Ed allora decise di recarsi a Napoli.

 

 

 

III.

 

Fa il viaggio, con mille vetture; giganteschi carri portano le sue corone, che non vuole abbandonare a Roma, che conduce seco, tanto gli sono care.È un'intiera città che emigra con lui; un esercito di senatori, di patrizi, che lo accompagna; cantanti, numi, gladiatori, liberti, schiavi suoi compagni di ebbrezza; legioni intere di donne, rotte ad ogni vizio.

Ecco il bel mare; ecco le cittadine, che sorgono quali gemme alla sua sponda; ecco il bel Vesuvio, il più bello tra i monti, il più delizioso; ecco Partenope, che esce luminosa dall'onda, e che egli vuole deliziare del suo canto. La folla gli si fa incontro festosa; inneggia ad Apollo; i sacerdoti conducono pingui tori dalle corna dorate, per immolarle al sacro nume. Egli osserva dalla lettiga d'oro con scherno quella folla, che si prostra ai suoi piedi, che lo adora; è troppo assuefatto all'adorazione delle masse, è troppo avvezzo a quelle feste.

S'aggira ammirato nel grande palazzo, sognando novelle feste, novelle orgie, novelli delitti.

I giorni passano lenti, nella nausea suprema di quelle feste, avido cercando sempre novelle emozioni, macchiandosi di colpe sempre più infami, ma che non lo saziano gli procurano la soddisfazione che cerca.

Sempre lo stesso spettacolo: Dorsi che si curvavano avanti a lui; omaggi che non costano lotta, piaceri che non richiedono sacrifizi.

E da Roma giungono notizie di feste date in suo onore e della folla che gli plaude.

Dal terrazzino del suo grande palazzo di Baia egli domina l'infinita distesa del mare, così bello, così tranquillo, e sogna di solcarlo un'altra volta, per andare a deliziare col suo canto altri mondi: l'Egitto, la costa africana, Cartagine; per conquistare quelle terre colla pastosità della sua voce. Guarda, osserva, contempla, ed un pensiero gli frulla per la mente. Valeva la pena d'essere imperatore? Non era meglio render felici le genti col suo canto? Un cortigiano l'avvicina collo spavento sul volto. Nella Gallia celtica è scoppiata la rivoluzione. Giulio Vindice, rampollo degli antichi re di Aquitania e vicepretore di quella provincia, ha fatto sventolare la bandiera della sommossa, ha dichiarato che l'impero non può sopportare più a lungo un tiranno come Nerone, lo ha dichiarato decaduto da trono e marcia contro Roma.

Egli diventa pallido dallo sdegno e sfoga la propria collera sul malaugurato cortigiano, sugli oggetti che lo circondano, su certi vasi preziosi, d'immenso valore, su certi ninnoli, che si trovano sui tavoli di marmo; getta tutto a terra, spezza, frantuma, rovina.

- Egli vuole cingere la corona imperiale? domanda.

- No. L'ha offerta al vecchio senatore Sulpicio Galba, governatore della Spagna.

- A quel vecchio imbecille? Sotto qual titolo? freme il tiranno.

- Perchè congiunto dell'imperatrice Livia.

- Galba ha accettato?

Il cortigiano non lo sa. Novelle collere dell'Augusto.

- Va! Domanda; informati. Galba è condannato a morte. Sicari vadano nelle Spagne per eseguire la condanna. Centomila sesterzi a chi mi porta la sua testa o può provarlo di averlo giustiziato, urla.

Il cortigiano è lieto di poter allontanarsi dalla presenza dell'infuriato signore col pretesto di eseguire gli ordini.

Egli urla, grida, freme. La corona imperiale spetta soltanto a lui, all'erede del divino Augusto, all'immortale Apollo, che si è degnato rivelarsi ai mortali.

Guarda sdegnato Napoli ai suoi piedi; freme al pensiero, che forse nella città v'erano alcuni, parecchi, molti, i quali godevano a quella notizia e simpatizzavano con Sulpicio Galba. Tra questi erano certo anche i cristiani.

Vuole sfogare la propria collera sopra di loro.

- A Napoli ci sono dei cristiani?

Nessuno lo sa.

- Vengano ricercati e trascinati alla mia presenza.

Cerca altri oggetti, sui quali sfogare la propria collera e li trova. Cortigiani vengono cacciati in esilio; schiavi torturati, crocifissi; i delatori lavorano, denunziano, accusano; vengono imbastiti mille processi di lesa maestà e molti innocenti devono pagare il fio per la collera del tiranno.

Alcuni cristiani vengono catturati; pochi, troppo pochi per le sue collere. Egli è adirato contro la polizia e contro i delatori; ne vuole altri, altri ancora. Ma la comunità di Napoli è così piccola.

Vuole che i prigionieri facciano i nomi dei loro compagni di delitto, ma essi si rifiutano. Non sono delinquenti,

- Cesare. Adoriamo Dio e rispettiamo la tua persona. Non hai sudditi più tranquilli e fedeli di noi. Vuoi dormire sicuro, specialmente ora, che alcuni si ribellano a te? Circondati di una guardia di corpo, formata di soli cristiani. Noi ti difenderemo col nostro corpo, col nostro sangue; ci lasceremo ammazzare tutti alla tua difesa.

Queste parole ne aumentarono le collere. Le ritenne sarcasmo. Eppoi, anche se questo fosse vero, avrebbe rinunziato al trono piuttosto di affidare la propria difesa ai cristiani. Che si curava lui dell'impero; che del trono; che del benessere dei popoli soggetti. Una cosa gli premeva, una sola aveva vero valore: Che lo riconoscessero quale Apollo, quale uno degl'immortali, e i cristiani gli rifiutavano adorazione.

- I nomi dei vostri complici!

Vennero messi alla tortura. Non fecero i delatori; non si macchiarono di tanta infamia.

Vennero condannati alla più terribile tra le morti.

Il comune di Napoli gli aveva decretato molti onori, ed egli volava da festa a festa; nei templi, dove gli si offrivano sacrifizi, nei teatri, per assistere a pantomine e recite, nell'anfiteatro, nel circo, dove gladiatori, fatti venire espressamente da Roma, lo salutavano, condannati a morire; dove si faceva grande spreco di vittime umane, dove cristiani venivano dati in preda ai leoni. Egli andava a quelle feste, per soffocare i suoi timori, per dimenticare il pericolo, e, supplicato dalla plebe, cantava, cantava.

Lo applaudono, ed egli è lieto di quegli applausi, e di nuovo pensa a rinunziare al trono ed a dedicarsi soltanto al canto.

Il cielo ritorna sereno. Virginio Rufo, semplice cavaliere ma uomo stimato, legato dell'Alta Germania, ha dichiarato guerra a Giulio Vindice e muove contro di lui alla tutela dell'impero.

Nerone ne è lieto. Un generale fedele. Ricompenserà la sua fedeltà. Lo farà trionfare a Roma e poi,... Portava sempre con una boccetta di cristallo, quasi piena di un liquore incolore, che Lomita gli aveva preparato. Una goccia di quel liquore versato in un calice di vino generoso avrebbe piantato nel cuore di Virginio Rufo il germe della morte.

Nessuno gli deve contrastare la gloria; egli solo ha da venir ammirato nell'impero. Guai a chi vuole emergere!

Feste si succedono a feste. Virginio Rufo vince Giulio Vindice il quale suicide.

Novelle feste per celebrare la morte dell'audace.

Ma il cielo si offusca di nuovo. Un cortigiano, il solo che ha coraggio, osa avvicinarlo e comunicargli la triste novella. Virginio Rufo lo ha dichiarato decaduto dall'impero.

- Egli aspira al trono? chiese fremendo.

- No, gli venne offerta la porpora dall'esercito vittorioso ma egli l'ha rifiutata.

- Galba?

- Neppure. Virginio Rufo marcia verso Roma. Vuole che l'impero si conceda soltanto per voto di senato.

- Il senato! Il mio senato! Mi è fedele! Mi confermerà. Non sono io forse Apollo? esclama rassicurato. Non è possibile, che i senatori, che lo avevano ricolmato di tanti onori; lo avevano dichiarato il migliore tra i Cesari e l'amore e la delizia del genere umano; avevano dichiarata Roma felice sotto tanto principe, non lo avessero supplicato di rimanere in carica. Doveva accettare la riconferma o non era forse meglio?..... d'imperatori v'era dovizia, ma di cantanti, di citaredi suoi pari non ve n'era nessuno. È facile cosa governare un impero8, difficile invece cantare come cantava lui. Egli era grande, non perchè imperatore ma perchè citaredo; la sua vera gloria era dovuta alla sua gola, al suo canto armonioso, che innamorava e rapiva tutti i cuori. Non doveva forse rinunziare al trono per andar a conquistare il mondo intero, Alessandro novello, Orfeo redivivo, colla sua voce, col suo canto? A Roma, a Roma; nella Roma fedele, dal senato, che non poteva vivere senza di lui.

Vuole abbandonare Napoli per mettere al sicuro le sue corone, i suoi istrumenti musicali, i suoi mimi, le sue danzatrici, le sue cortigiane. Le fa vestire da amazzoni, affida loro se stesso, la sua gloria, la sua voce, il suo canto.

Promette all'esercito, al popolo, frumento; ve n'era tanta scarsità. Navi verranno dall'Egitto; ve ne sarà per tutti.

Canta l'arrivo delle navi cariche di pane.

Il suo canto è onnipotente! Ecco navi spuntare sul lontano orizzonte; sono desse, sono desse. Il suo canto, il suo divin canto le ha attirate.

Fa annunziare all'esercito, al popolo, che le navi stanno per entrare nel porto; che si farà una grande distribuzione di frumento; ve ne sarà per tutti.

Le navi entrano, ma sono cariche di sabbia d'Egitto, da cospargere il teatro, dove gladiatori e lottatori hanno da presentarsi alla folla.

 

 

 

IV.

 

Egli infuria nelle sale del suo palazzo. Nessuno osa avvicinarlo, tanto è adirato.

La folla infuria essa pure. La delusione è stata troppo grande. Inveiscono contro di lui, e le loro imprecazioni arrivano al suo orecchio e lo fanno fremere: Matricida! Matricida!

Già. Egli ha fatto uccidere sua madre; ma questo era un suo diritto. Chi può proibire ad Apollo, al padrone del mondo, di fare quanto più gli piace e di ammazzare chi vuole?

Hanno atterrato le sue statue nelle piazze e sul foro e negano soccorso alle sue truppe.

- I miei pretoriani!

Vuole mettersi alla loro testa, marciare contro la folla e decimarla.

I pretoriani lo hanno abbandonato.

- Le amazzoni!

- Sono fuggite. Sono andate a cercare altri protettori. Anche i mimi lo hanno abbandonato.

Schiavi, liberti, cortigiani saccheggiano il palazzo. Gli portano via tutto; financo le coperte del letto e la fiala preziosa, che Lomita gli aveva preparato. Vuole difendere le sue corone di alloro. È solo. Non riesce. I suoi strumenti musicali; la sua cetra. Anche questi gli vengono tolti. Nessuno ne ascolta i comandi, le proteste, le suppliche; si ride del suo pianto; egli viene schernito, beffeggiato od ignorato. Un sovrano decaduto.

Quanto soffre! Pazzi pensieri gli passano per la mente: vuole recarsi nelle Gallie, incontro all'esercito ribelle. Domerà i soldati col suo canto; s'inginocchierà avanti a loro e piangerà. Le sue lagrime li commuoveranno, il suo canto li renderà propizi. Ma poi cambia pensiero. Vuole rifugiarsi dai Parti e riconquistare col loro aiuto il trono; si recherà a Roma, salirà la tribuna e commuoverà il popolo, coll'eloquenza appresa da Seneca. Manda messi da Virgilio Rufo. È disposto di rinunziare al trono, purchè gli lascino la prefettura d'Egitto. Manda messi a Roma. Lo lascino in vita, l'Apollo novello. Non ne sa che fare del trono. Se lo tengano. Anela glorie maggiori.

Quanto soffre! Oh questa ingrata plebe! Avesse l'umanità una testa sola, per spiccarla dal busto, con un taglio solo! Solo il re del canto, il dio Apollo, ha diritto alla vita!

Nessuno si cura di lui; trova a stento uno schiavo che gli prepara un boccone. Il palazzo svaligiato è deserto, ma la folla non è contenta della sua umiliazione; ne chiede il sangue. Chi lo difenderà?

Oh queste umiliazioni, queste ingiurie, questa solitudine! Lo accascia tanto.

Un uomo, vestito poveramente, entra nel palazzo e lo avvicina.

- Cesare. Un pugno di fedeli è deciso di salvarti.

Di fedeli? Vi erano adunque ancora degli uomini che gli erano rimasti fedeli? Tutti lo avevano abbandonato.

Respira.

- Salvatemi!

Promette loro ricchezze, cariche, condividerà con loro il dominio del mondo, purchè lo salvino.

Sono decisi di salvarlo. Verranno a prenderlo, di notte, con una lettiga; lo porteranno in una villa romita, dove se ne starà nascosto, finchè la procella si sarà calmata. Non possono conservargli il trono; non sta nella loro potestà. Gli vogliono conservare almeno la vita.

Egli paventa un tranello.

- Non temere. Noi ti difenderemo col nostro sangue. Andremo volentieri per te alla morte, lieti di morire per te, è la risposta.

Gli viene un sospetto.

- Chi siete?

L'uomo non risponde.

- Mi volete salvare, perchè adorate in me l'Apollo vivente, perchè siete entusiasmati della mia voce, del mio canto?

- Perchè il nostro Dio ci ha imposto di esserti fedeli e di dare per te anche il sangue.

- Cristiani? chiede, fremendo dallo sdegno.

- Cristiani!

L'uomo non può continuare. Il pugnale del sovrano lo ha trafitto nel petto. È caduto morto al suolo.

Freme al vedere quel morto. È adirato seco stesso che ha ucciso quell'uomo. Chissà?.... Forse?..... Ora avrà anche i cristiani contro di , ed i cristiani sono grandi fattucchieri, che vorranno vendicare su di lui tutto il sangue che egli ha sparso. Deve fuggire.

Un cortigiano gli suggerisce:

- Apriti le vene.

È il solo, che gli è rimasto fedele.

Il suicidio! Mai! Non può privare il mondo del suo canto. La fuga! Si getta ai piedi del cortigiano.

- Salvami!

Poi cambia pensiero. - Uccidimi! lo supplica.

Nessuno osa farlo, si teme.

- Suicidati!

Non ha coraggio. Fugge sopra un povero ronzino, seguito da quattro servi; uno solo gli è fedele, gli altri lo seguono costretti.

Un servo fedele; un fenice - Chi sei? Perchè non mi abbandoni tu pure?

Il servo, il povero schiavo, gli parla; cerca di sollevarne lo spirito, di destare in lui fiducia in Dio. Un cristiano! Maledetti cristiani!

Giunge al Tevere. Si vuole gettare nelle sue acque ma non ha coraggio.

- Alla villa di Faone.

È un liberto che ha beneficato, che ha amato, che gli sarà rimasto fedele.

La via è polverosa; il caldo soffocante. I rari passanti guardano con indifferenza il cavaliere, madido di sudore, in groppa al magro ronzino, seguito da quattro schiavi; certo un uomo povero. Ignorano, che egli è il dominatore del mondo.

Lo era. Ora non lo era più.

Sciocco! Perchè non ha rinunziato all'impero? Gli dei gli hanno pur dato il canto!

Giunge da Faone.

- Il senato ti ha deposto; ti ha giudicato. Sei stato dichiarato nemico della patria. Ti hanno condannato alle forche!

Il senato! Quei senatori, che ha tanto beneficato, che ha avuto ai suoi piedi, che lo hanno dichiarato l'amore e la delizia del genere umano, il miglior tra i Cesari. Il senato! Maledetti, maledetti!

È adirato con se stesso, che li ha tollerati in vita, che non li ha fatti scannare tutti, tutti. Eppoi pensa a se stesso. Deposto, condannato alle forche! Gli avessero lasciato almeno l'Egitto!

- Suicidati!

Deve suicidarsi. Le forche. Mai! Ma non sa decidersi.

- Scavatemi la fossa.

Mentre la scavano gira desolato per la villa, per i giardini. Il sudore dell'angoscia gl'imperla la fronte; il cuore gli si stringe come in una morsa; gli si fa scuro avanti agli occhi; si sente tanto infelice. - Un grande artista perisce! esclama.

Soffre, pensando al suo canto, e rumina fughe. Vuole salvare la vita, andare in Grecia, e colà cantare, cantare.

- Suicidati!

- Il mio canto?

- Non suicidarti! Ricorri a Dio. Lo prega; invoca il suo aiuto e ti rassegna alla sua volontà! Quello che vuole il Signore!

È lo schiavo cristiano che gli suggerisce così. Egli si avventa sdegnato contro di lui.

- Maledetto! Mi vuoi vivo acciocchè il senato mi conduca alle forche!

Lo uccide.

E mentre osserva sdegnato quel cadavere, imbrattato di sangue, che giace ai suoi piedi, viene ansante un nunzio.

- Cesare. Vengono!

- Chi?

- I messi del senato per catturarti e condurti alle forche. Odi.

Ode il calpestio dei cavalli. Le forche! Mai! Non può indugiare.

Vuole cacciare il pugnale insanguinato nelle mani del messo.

- Uccidimi! Ti prego, ti scongiuro! Uccidimi! esclama con angoscia di morte. Ha tanta paura della morte. Gli manca il coraggio del suicidio.

- Suicidati!

Il calpestio si fa più vicino. Ecco apparire i soldati a cavallo. Deve, deve!

Un ultimo sguardo al sole, che splende infuocato sul cielo: agli alberi verdi del giardino, La vita è cosi bella, e dover piombare nel regno delle ombre!

Uno sguardo al cadavere ai suoi piedi. Un grande scatto di odio, contro i cristiani. Sono essi la causa della sua sventura. Ogni male viene dai cristiani. Un grande rimpianto. Muore il più grande cantante di ogni tempo.

Vibra il pugnale e se lo caccia nel petto. L'acciaio freddo, freddo, entra lentamente nelle sue carni,... sente brividi di morte...

 


 

 

 





7 Nell'originale "Sulla". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



8 Nell'originale "un'impero". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]





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