III.
Il monaco
Egli era in preda ad
un'angoscia infinita. Le notizie, giunte qualche minuto fa al suo orecchio, erano
state così truci. Le aveva avute da un uomo che fuggiva terrorizzato,
schiacciato dal peso di una sciagura infinita.
Quell'uomo era
stramazzato al suolo, estenuato, avanti alla sua casa. Egli lo aveva rialzato,
si era preso cura di lui, gli aveva offerto cibo ed una ciotola di latte.
L'uomo aveva bevuto avidamente il latte; aveva divorato il pane, la carne, e
raccontato all'agricoltore la propria sventura.
Egli era stato pure un
agricoltore assiduo, laborioso. Aveva dissodato il terreno, lo aveva concimato,
seminato, lavorato; lo aveva bagnato coi suoi sudori e costretto a dare quanto
poteva: pane a sè, ai propri figli.
Il suolo, grato per
quelle cure, per quei lavori assidui, non si era rifiutato di mantenere
l'onesto lavoratore ed egli si era trovato bene in quel bell'angolo d'Umbria.
Era stato così felice,
colla moglie sana, robusta, lavoratrice essa pure; un bel pezzo di donna,
capace di guidare i bovi e di governare l'aratro, e che gli aveva donato sette
figli sani, forti, una vera benedizione del cielo, i futuri lavoratori assidui
del suolo. Egli riposava, alle volte, seduto sul supremo gradino della bassa
scala che conduceva all'uscio della sua piccola casa; i bambini lo
attorniavano, e guardava felice i campi, che aveva lavorato, le sue mandrie, che
ritornavano dal pascolo, i suoi bovi aratori, e lo sguardo spaziava lontano,
fino all'estremo lembo del suo possesso, e più lontano ancora, fino ad un
bianco mucchio di casolari, dai quali usciva una fabbrica maggiore, la chiesa,
l'abitazione di Dio sulla terra.
Era così felice d'essere
agricoltore, di possedere la sua terra; amava tanto i suoi campi, la sua casa,
la sua Umbria, la sua Italia, questa terra, che gli aveva dato la vita e della
quale egli si sentiva figlio, rampollo e parte; fibra del corpo amoroso di lei,
ed era grato a Dio, che lo aveva voluto figlio d'Italia, agricoltore assiduo,
che gli aveva dato una patria, una famiglia, la sua fede.
Ed ora tutto era
perduto. La moglie assassinata, i figli morti o prigionieri, la sua casa
incendiata, le sue mandrie rapite o scannate; scannati i bovi, bruciate le
messi, devastati i campi, ed egli povero, fuggiasco, orbato della patria, della
famiglia, dei suoi cari, costretto a fuggire.
- Come? - lo aveva
richiesto l'ospite.
Dal nord, dal di là
delle Alpi, erano calate barbare schiere, le quali rinnovavano tutti gli orrori
delle antiche invasioni. Egli faceva, tremante, alcuni nomi, che aveva udito
con spavento dai genitori, dagli avi: Genserico, i Vandali, Odoacre, Teodorico,
che era piombato tra le fiamme del vulcano Stromboli, Attila, flagel di Dio! Ma
i barbari novelli, superavano tutti in malizia atroce. Erano goti, guidato da
Totila, a devastare l'Italia.
- Maledetti! - dissero i
due lavoratori del suolo, - Che venite a cercare nelle nostre terre? Lasciateci
in pace! Abbiamo diritto alla patria, alla famiglia, al lavoro!
Un pugno di questi
barbari aveva assalito la sua casa; egli si era messo alla difesa, ma era stato
atterrato. Lo avevano creduto morto ma non lo era; e quando rinvenne vide la
casa in fiamme; in fiamme le biade e le messi biondeggianti, mature; vide il
cadavere di sua moglie; vide i morti pastori; uno, ferito, gli disse, che i
suoi figli erano stati, parte uccisi e parte fatti schiavi; vide il lontano
villaggio: ardeva; ardeva la casa del Signore. Una paura pazza lo incolse; un
infinito timore; e si allontanò a gran corsa, fuggendo, spaventato, dal teatro
di quelle sventure, dalla sua casa in fiamme, dal cadavere della moglie che
aveva sepolto in fretta e furia, per salvare la vita e poi.... e poi.... Già.
Voleva ricercare i propri figli, senza avere però speranza di ritrovarli, di
riscattarli.
- Resta presso di me, lo
invitò l'ospite.
- No, no! Fuggi tu pure!
Vieni con me! Prendi teco i tuoi cari. Fuggiamo! Essi mi sono alle calcagna! Vieni;
andiamo! La salvezza è nella fuga! Vieni! Mettiamo in salvo la vita! Non sai
quanto sono brutti, orridi, crudeli! Vieni, andiamo! - insistè il fuggiasco, in
preda ad un orgasmo indicibile.
L'altro cercò di
calmarlo ma non riuscì. L'impressione, lasciata da quegli orribili eventi
sull'animo del lavoratore assiduo dei campi era stata troppo atroce. Non potè,
non volle rimanere. Essa dava ali ai suoi piedi; lo aveva reso irrequieto; non
gli dava pace; novello Asvero, l'impressione prodotta dalla casa in fiamme e
dalla moglie uccisa; il grande eccidio di quanto gli era più caro al mondo, lo
spronavano a correre, a fuggire; non gli dava pace; lo rendeva errante,
ramingo, senza patria.
E l'altro rimase solo,
sulla soglia della sua casa, pensando.
II.
Rimane a lungo solo, sul
limitare della casa e contempla i campi pingui, i lunghi filari di alberi
fruttiferi, le viti, maritate ai gelsi, i pioppi altissimi; osserva le messi
bionde e mature al taglio; osserva quella terra buona, umile, ubbidiente; la sua
madre e la sua nutrice, la quale, lavorata con amore, offre centuplice frutto.
È quella la terra dei
suoi avi; là lavorò il nonno, là il padre, là egli apprese amore al lavoro,
alla vita all'aperto, alla piena luce del sole; i fratelli si erano dipartiti;
uno era partito al servizio delle armi, l'altro andato ad abitare in città, del
terzo non si sapeva nulla: Uno strano fanciullo, così diverso dal babbo e dai
fratelli; un fanciullo dagli occhi grandi, profondi come il mare, neri come la
notte; un'anima serena, pia, chiusa, che porgeva ascolto alle voci misteriose
dei venti, del lago, dei torrenti, dei fiori: i fiori gli sembravano piccoli
campanelli, simili alle squille di argento che i fanciulli agitavano in chiesa
per annunziare che il sacrifizio stava per incominciare; e quelle squille lo
chiamavano lontano, lontano; in altre terre, in altre regioni. Egli aveva
seguito il suono misterioso di quelle campane, la voce del vento, il
rumoreggiar dei torrenti, che gli destavano una nostalgia grande di una patria
lontana, della sua vera patria, che non era ancora la patria celeste; che si
trovava sulla terra; dove, ei non lo sapeva; ma si doveva trovare, e dove
avrebbe trovato l'avveramento dei suoi sogni, l'esaudimento dei suoi voti, e
pace, grande pace, quella pace che desiderava, sospirava, anelava; senza della
quale non poteva vivere, e che non trovava, non avrebbe mai trovato a casa,
presso i fratelli; nemmeno presso Cecilia, la bella fanciulla bruna, robusta,
dall'eterno sorriso sulle labbra di corallo, la quale lo seguiva continuamente;
appariva sempre là dove egli si trovava, e gli offriva istintivamente le sue
braccia, ben tornite come fusi e le sue labbra coralline al bacio. I suoi
fratelli gli avevano detto: Ti ama. Non è povera. Ti porterà della terra,
sufficiente per te, per lei, per i figli che avrete. Prendila in moglie. Vedi
come langue di amore di te.
Ma egli le volse
sdegnoso il capo e partì in cerca della patria lontana, del paese dei suoi
sospiri. Il sorriso si spense allora sulle labbra di Cecilia; eppoi essa pure
sparve. Nessuno seppe dove si fosse recata. Alcuni dicevano, che essa era corsa
dietro il fanciullo, senza del quale non poteva vivere; altri, che era andata a
seppellire la sua giovinezza presso le donne vestite di bianco, che Scolastica
aveva incominciato ad unire nell'amore allo sposo Gesù e nell'esercizio della
carità più fiorita.
Anche la sorella era
passata a marito, ed egli era rimasto solo, il padrone di quel terreno; il capo
di una famiglia discreta di pastori e di agricoltori, antichi schiavi, che non
portavano di schiavi nè il nome nè gli oneri, Nessuno li aveva mai manomessi;
vivevano su quella gleba, anche a loro cara, e formavano col padrone, una sola
famiglia, uniti dagli stessi interessi, dallo stesso amore verso la bruna
terra, verso le mandrie, verso i bovi pazienti, verso quanto c'era di bello, di
pingue, di ricco in quella tenuta.
Qualche giorno ancora,
eppoi, a raccolto terminato, egli avrebbe condotto sulla sua casa la nuova
padrona, che vi avrebbe portato l'allegria del suo sorriso, la robustezza del
suo braccio, le proprie energie, qualche po' di terra, ed una pentola ricolma
di monete di oro, perchè egli aveva cercato nella sua futura moglie, la donna
sana, la quale gli avrebbe dato sanissimi figli, la lavoratrice assidua e anche
qualche po' di terra e di oro.
Era così lieto al
pensiero che quel bel pezzo d'Italia era suo; che presto, presto, avrebbe una
forte compagna al fianco.
L'Italia. Egli l'amava
tanto, tanto! Non ne sapeva la storia; ne ignorava i fasti gloriosi, non ne
conosceva i confini; non sapeva neppure il nome dei popoli che in essa
abitavano; non gli avvenimenti politici degli ultimi giorni. Per lui l'Italia
era quel pezzo di terra che egli lavorava; che aveva là, avanti agli occhi, che
dominava collo sguardo; la terra sua, che gli dava da vivere, che rispondeva
affettuosa alle sue fatiche ed al suo assiduo lavoro, e le terre vicine, i
vicini campi, ed italiani erano quanti conosceva: i suoi vicini, coloro che
egli vedeva alla domenica in chiesa o sulla piazza del villaggio, sotto il bel
tiglio; e questa Italia, questi italiani, egli sentiva di amare tanto, tanto.
Ora i barbari volevano
bruciare le sue biade, le sue messi bionde, scannare i suoi manzi, rubare le
sue agnella, incendiare la sua casa e distruggere tutto, tutto. Con qual
diritto?
Tutto il suo interno si
ribellava alla loro avanzata: sentiva di odiarli, questi grandi nemici d'Italia
e degli italiani, di odiarli con tutte le proprie forze; eppure essi
avanzavano. Lo aveva detto il fuggiasco.
Che fare? Fuggire?
Abbandonare la sua casa, i suoi campi, le sue mandrie? Mai! Doveva dunque
rimanere e lottare, alla difesa di quel suolo santo, benedetto?
Ma che è quel bagliore
lontano, rosso; che è quel fumo che là si alza al cielo? In quella direzione
sono ì campi di un suo amico, sono le case di lui, le abitazioni dei suoi
compagni di lavoro, i suoi granai grandi, ampi, ricchi. Quelle case ardono? Chi
ha dato loro fuoco? I barbari!
Sente un fremito
infinito; un immenso timore per la sua sorte, per le sue campagne, per le sue
messi, per le sue mandrie; uno sdegno indicibile che altri, stranieri, abbiamo
diritto di profanare, in tal modo, l'Italia, la sua Italia, di calpestarla, di
rovinarla, d'impoverirla, di maltrattare gli italiani, di derubarli, di renderli
schiavi, di ucciderli. Allo sdegno si sposa la brama della difesa e della
vendetta. Vuole difendere le proprie terre dai barbari; vuole punirli per il
male che fanno; vuole vendicare l'onta che hanno recato, che recano all'Italia.
Dà fiato al corno.
Accorrono i suoi dipendenti, i forti lavoratori della terra, i pazienti
pastori. Egli parla loro e diventa eloquente. Dice delle stragi, che i goti
vanno menando; indica loro quelle fiamme lontane, quel fumo acre, denso, che
sale al cielo; li esorta a stare uniti a lui, a lottare; ma non ottiene
l'effetto.
I Goti! Terribile nome,
che evoca antichi, dolorosi ricordi, di una potenza fiera, indomabile, la quale
scende come valanga; che tutto travolge, rovina, distrugge e cui nessuno sa
resistere. Un terribile flagello di Dio.
- A periculo Gothorum
libera nos, Domine, - si pregava nelle chiese. I goti! Ogni resistenza era
vana. Non restava che la fuga!
- Scappiamo, padrone!
Rifugiamoci nella foresta, in certe caverne, che essi non conoscono. Colà
attenderemo, che il flagello sia passato. E salviamo quanto possiamo!
- Vili! Resistiamo;
lottiamo! Difendiamo le nostre terre, pronti a morire per l'Italia! - dice
loro.
Già appariscono i primi
fuggiaschi; gente spaventata, terrorizzata. Raccontano cose terribili dei goti:
uomini truci, crudeli, barbari, senza misericordia. Giganti nel corpo, orribili
nell'esterno, terribili nelle armi, veri demoni incarnati. È impossibile
resistere loro. Bruciano tutto; scannano gli uomini e le mandrie, per il solo
piacere di scannare; rubano e fanno schiavi; non hanno compassione di nessuno.
Hanno ucciso il padrone e catturato i suoi figli. Non resta che di scappare,
per mettere in salvo la vita.
Scappano, scappano.
Invano egli dice loro di arrestarsi, di lottare, di difendersi, di resistere.
Invano li supplica, per amore di quella terra sì buona, che ha diritto alla
difesa, perchè è stata loro madre amorosa e larga di aiuto. Invano promette
loro vittoria.
Essi scappano; ed i suoi
dipendenti; i suoi schiavi secondo la legge; gli assidui agricoltori, i pastori
così pazienti, scappano pure; nessuno resta indietro; lo abbandonano tutti.
Egli resta solo, là,
immobile, nel crepuscolo serotino, nelle tenebre della notte, collo sguardo
fisso verso quelle lontane fiamme rosse, le quali annunziano il grande
incendio; fremente dallo sdegno; pieno di un livore infinito, contro il nemico
che si avanzava borioso, crudele, e contro gl'italiani sì vili; che non
vogliono, che non sanno resistere ed opporsi all'impeto nemico, e mentre
maledice alla boriosa crudeltà dei primi ed all'ignavia degli altri, il suo
ciglio viene inumidito da una lagrima amara sulla sorte d'Italia; del suo amato
suolo natio, in balia del primo venuto, dello straniero, sempre.
III.
Sono venuti. Tutto arde;
le fiamme si alzano altissime e divorano il frutto del suo lavoro, dei suoi
sudori; le sue messi, le sue biade, i suoi granai, la sua casa, tutto, tutto. I
barbari sono là che gridano, urlano, ridono, danzano, bevono il suo vino,
mangiano la carne dei suoi bovi che hanno dichiarato loro proprietà, che hanno
in parte scannato, guastato.
Quanto sono brutti! I
loro corpi sono avviluppati in pelli di orso, di lupo, di capra, il teschio
dell'animale ne ricopre la testa; le loro barbe rosse sono lunghe, fluenti,
lunghi i capelli rossi, spettenati, arruffati, estremamente sudicio il volto.
Le loro armi sono gigantesche: Lancie, alabarde, bastoni ferrati. Non hanno
compassione di nessuno; ammazzano colla stessa indifferenza un agnello ed un
fanciullo, una donna, un vecchio. Guai a chi si oppone loro, guai a chi non
ubbidisce, guai ai prigionieri che non ritengono atti a venir trascinati in
dura prigionia, per lavori servili oppure per il mercato! Li uccidono tra i
dolori più raffinati, le torture più scelte, perchè sono lieti di poter
torturare, scannare, uccidere.
Egli ha voluto opporsi
loro; ma tre, quattro, cinque, dieci si sono gettati sopra di lui, lo hanno
atterrato, legato e trascinato dal loro capo, e questi ha decretato che rimanga
in vita; è forte, è robusto, sarà un buono schiavo. Viene caricato di ceppi e
buttato là, tra altri schiavi italiani, che i barbari hanno fatto, e che gli
raccontano gli orrori della loro cattura e della loro marcia attraverso la
patria; dei patimenti della schiavitù; della frusta che cadde continuamente
sulle loro spalle; degli orrori che hanno veduto; di scene raccapriccianti, cui
hanno assistito. I barbari non pensano che a rovinare, a devastare, a
distruggere. Attraversano le lande più floride, lasciando dietro di sè un
deserto. Hanno visto case distrutte, messi in fiamme, animali scannati per il
piacere dii scannare, eccidi senza numero. Egli ascolta fremente e poi deve
assistere all'incendio della sua casa, della sua messe, alla devastazione delle
sue terre. Si dimena dall'indomito e pure impotente sdegno; freme, digrigna i
denti, urla, si dibatte, fa sforzi sovrumani per spezzare le catene, che lo
tengono stretto, per gettarsi sugli avversar!, sui nemici...... invano,
invano......
Perchè non è fuggito?
Perchè non ha salvato la vita, per vendicare la patria?
Passa una notte
d'inferno, e alla mattina la sferza lo costringe ad alzarsi e a mettersi in
cammino. La sferza! Non è caduta ancora mai sulle sue libere spalle; oggi
invece; oggi....
Vorrebbe resistere;
vorrebbe opporsi; vorrebbe destare la rabbia dei suoi novelli padroni e
ricevere il colpo di grazia. Meglio, assai meglio morto che schiavo; ma un
compagno di sventura gli dice:
Non ti ribellare. Vivi!
Dio lo vuole! Eppoi finchè vedremo il sole possiamo sperare.
Sperare? No; non aveva più
nulla da sperare. E Dio? Perchè Dio tollerava simili eccidi? Perchè non
insorgeva alla difesa d'Italia?
Eppure non vuole morire.
Chissà? È sempre possibile che gli riesca la fuga, la vendetta.
Ubbidisce. Viene onusto
di bottino e marcia, marcia, coi suoi catturatori.
Oh la marcia terribile,
attraverso l'Umbria così ricca, così bella, così serena, così tranquilla, così
melanconica: una terra tutta propria, che ha un'intonazione tutta speciale,
così diversa dal rimanente d'Italia. Egli sente quel non so che di sacro, di
singolare, di indefinibile, di speciale che ha l'Umbria; sente che essa è una
terra privilegiata; ma allora quel privilegio speciale non le giova; anzi
sembra che i goti infurino più che mai in quella terra. Dietro di loro è il
deserto, e quanto si oppone al loro passaggio diventa deserto.
Case bruciate; la
popolazione passata a fil di spada, scannata, uccisa tra indicibili dolori, tra
infiniti tormenti, o menata schiava.
Giunsero alla casa dove
abitava la sua sposa diletta. Maledice a se stesso che non l'ha resa attenta al
grave pericolo, che non ha cercato di metterla in salvo. Anche quella casa
viene bruciata, ed egli deve vedere la sua sposa tra le braccia dei goti, in
uno stato più terribile della morte.
Egli agita allora le
braccia incatenate verso il cielo e maledice all'Eterno che ha abbandonato
l'Italia e permette la rovina di questa terra!
IV.9
Ma chi sono quei due
uomini che si fanno imperterriti avanti, nulla temendo?
Vestono una talare di lana
bianca, che giunge loro al malleolo, e sulla quale scende lo scapolare della
stessa stoffa. Uno ha la barba lunga, di neve, e l'altro è un giovane, dalla
faccia spiritualizzata, dallo sguardo estatico, ispirato; un giovane bello,
infinitamente bello, di una bellezza ieratica. Gli sembra un angelo; uno di
quegli angeli che la mano esperta di un umile pittore aveva dipinto nella
chiesetta, ormai distrutta, del suo villaggio. Quel giovane sembra un santo;
sembra Pancrazio od Oreste; o è forse Tobia, che l'altro, il venerando
vegliardo, guida?
Il volto del giovanetto
gli sembra così noto. Deve averlo veduto altre volte. Ma dove? Lui? No, non può
essere! Eppure è lui, è lui! Romano, fratello mio! Romano! Romano! Egli ha
cercato la patria, il suo fratello amato, e l'ha trovata. Il paese della pace,
il regno della tranquillità serena. Il bel giovane, dal volto di angelo, ode il
grido, volge verso di lui la faccia, lo riconosce, gli addita, coll'indice
della destra il cielo e segue il vecchio.
I goti si sono arrestasi
sorpresi, al vedere la croce astata che il giovane sorregge ed il vecchio che
segue, ed il capo li avvicina.
- Che vuoi vegliardo?
Chi sei? gli domanda in un pessimo latino.
Il vecchio parla. Egli
non ne ode le parole, è troppo lontano. Ma devono essere parole severe, perchè
il goto freme dalla rabbia, minaccia il vecchio, e fa un gesto, quasi lo
volesse scannare; ma l'altro sorride dolcemente e continua a parlare. Parla a
lungo ed addita la croce che il suo compagno sorregge e mostra a tutti: ai nemici
ed ai prigionieri. L'agricoltore vede la croce, bagnata dai raggi caldi del
sole, che sale maestoso sul firmamento, e mai comprese così bene il mistero di
quel sacro legno, l'unica salvezza d'Italia, l'albero santo, dai cui rami
pendette Colui, che allarga le braccia, per stringere tutti al suo petto, in un
solo abbraccio: italiani e goti, vincitori e vinti, per unirli e fonderli
assieme, nel crogiolo del suo cuore, del suo amore infinito.....
Oh la croce, la croce!
La vista del suo Dio crocifisso ne calma lo spavento agitato, porta lenimento
ai suoi dolori ed egli esclama:
- Signore! Come vuoi tu!
Pietà!
Il vecchio parla a
lungo. Il capo dei goti diventa sempre più meditabondo. Finalmente scende da
cavallo, si inchina avanti alla Croce, la bacia e fa un cenno ai suoi uomini.
Essi pure scendono da cavallo, piegano le superbe ginocchia, ed il vecchio
traccia colla grande croce sul loro capo un segno di benedizione.
Il vecchio passa poi dai
prigionieri ed annunzia loro la lieta novella. Il capo dei goti gli ha lato
licenza di riscattarli e di condurli con sè nella vicina abbazia, dove essi
rimarranno e che egli ha promesso di rispettare.
- Coleremo i calici;
daremo loro i vasi sacri, fatti a pezzi. Il Signore non ha bisogno di quei vasi;
egli preferisce abitare nei vostri petti, che sono il suo tempio vivo ed
eletto, non fatto da mano umana ma creato da lui, per la sua gloria, osserva. E
poi dice loro, che i goti hanno promesso di non più bruciare, di non uccidere,
di non fare schiavi; si accontenteranno di prelevare dalla popolazione il
necessario alla vita, nella loro grande marcia verso Roma.
Il giovane monaco
avvicinò l'agricoltore.
- Publio mio! - gli
disse, gettandogli le braccia al collo.
- Romano! Tutto, tutto
perduto!
- Hai perduto beni
terreni. Dio ti darà in cambio beni eterni, fu la dolce risposta.
- La mia casa?
- La rifabbricherai.
- Le mie messi?
- Ti è rimasta la terra,
questa buona madre. Essa avrà compassione di te, ti sarà grata del tuo lavoro e
ti produrrà centuplicati frutti.
- Le mie mandrie? - Il
Signore provvederà.
- E la mia donna?
- Sei ammogliato?
- Dovevo prendere moglie
appena messo al sicuro il raccolto.
- Se ti ama ti prenderà
anche povero.
- Non posso più
prenderla.
- È morta?
- I barbari.....e non
potè continuare.
- Dove si trova? chiese
il giovane monaco pieno di compassione.
Il fratello gli indicò
la bella contadina, che guardava confusa il suolo, in uno stato che rasentava
la pazzia.
- Insegna sant'Agostino,
che la vera verginità risiede nel cuore. Gl'impudici abbracci dei barbari non
ne hanno diminuito il candore. Prendila.
- È stata d'altri.
- Ha sofferto ingiuria,
come l'hai sofferta tu, come l'hanno sofferta mille e mille, come l'ha sofferta
questa povera terra, che noi tanto amiamo. Prendila! Il tuo amore le sia di
conforto nelle sue amarezze.
Il fratello non
risponde.
- E tu? domanda
piuttosto.
Il bell'occhio profondo
del giovane brilla d'infinito entusiasmo.
- Sono felice! esclama.
- Hai trovato?
- Quanto cercava. La
terra sospirata dai miei sogni; la patria terrena, che mi fa pregustare le
dolcezze dell'eterna; un padre buono, fratelli dolcissimi, all'ombra della
chiesa, secondo la regola del mio santo padre Benedetto, benedetto davvero, dal
quale venne a me ed al mondo tanta pace, tanta benedizione!
I goti conducono i
prigionieri alla non lontana abbazia.
Un colle, anticamente
selvaggio, ed ora reso fertile dal lavoro di monaci industriosi. Una chiesa
semplice, ma vasta, tutta candore, con un grande coro ed un altare coperto di veli;
attorno a quella alcuni piccoli edifizi: il dormitorio dei monaci, la
biblioteca ricca di volumi, da loro pazientemente copiati, la scuola, la troppo
modesta cucina. E tra quegli edifizî si aggirano parecchi monaci, vestiti di
bianco, provetti alcuni negli anni e quasi cadenti, altri ancora giovani e
quasi fanciulli, ma tutti spiranti la stessa pace di paradiso.
I goti ne sono colpiti.
Chinano rispettosi il capo avanti a tanta pace e non osano venir meno alla
parola data.
L'abbate rompe i vasi
sacri e dà loro quell'oro, quelle gemme. Lo fa senza alcun rimpianto, abbenchè
quei vasi fossero la sua delizia. Ne era tanto fiero. Li aveva fatti fondere
coi gioielli della sua defunta madre, lieto di poter offrire un calice, degno
di ricever il sacrosanto sangue del Signore. Ma avrebbe dato non solo quei
calici, ma tutto se stesso, la propria libertà, la propria vita, per riscattare
anche uno solo di loro.
I goti accettano l'oro e
partono.
I prigionieri vengono assistiti
dai monaci e l'agricoltore comprende, che l'opera di san Benedetto e la grande
salvezza della scienza, dell'arte, della libertà d'Italia; che quei santi
monaci sono i custodi vigili del pensiero cattolico ed italiano; che sicurezza
e libertà non havvi che all'ombra delle loro abbazie. Non sente voglia di
ritornare alla sua terra devastata, ma decide di rimanere all'ombra
dell'abbazia.
Giura, nella Chiesa
bianca, fede incrollabile alla sua sposa, che mai gli sembra così pura e così
degna di amore come ora, che ha sofferto tant'onta; che vuole consolare, col
suo maschio amore, per l'onta subita, ed incomincia a diradare una foresta
abbandonata, a coltivare la fertile terra, a edificare un rustica casa; lieto
di trovarsi anche là in Italia, perchè sa che là, dove si trova anche un solo
italiano, vi è pure l'adorata madre Italia......
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