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Il racconto
L'orologio a pendola
battè le sei.
Il dormiente tirò un
profondo respiro, aprì gli occhi, girò attorno lo sguardo smarrito e chiese a
sè stesso:
- Dove sono?
Attorno a lui tenebre
fitte; comprese però di trovarsi sul suo letto buono, nella sua stanza.
- Un sogno! - mormorò. -
Ho sognato.
Godette un istante che
quello fosse stato un sogno, ma poi continuò:
- Peccato che non fu che
un sogno. Sarei morto la morte dell'eroe.
Dell'eroe?
Ma il suo passato
anarchico, le convinzioni politiche, le sue antiche persuasioni? No, non
sarebbe morto da eroe ma piuttosto da pazzo, da seduttore o da sedotto; certo
da uomo che non aveva recato vantaggio ma grave danno all'umanità.
Meglio, molto meglio
essere ancora in vita.
Volle allargare il
braccio per chiudere la conduttura elettrica e per fare luce nella stanza. Era
sempre molto mattiniero; ma poi pensò:
- È l'ultimo giorno
della mia vita. Vale la pena alzarsi e mettersi allo studio, al lavoro? Studiare?
Che cosa e per chi? E lavorare? Aveva scritto il suo testamento politico; aveva
disposto di ogni suo avere; aveva già confezionato le bombe e quel giorno,
gettandole, avrebbe recato il maggior servizio alla patria, all'umanità. Voleva
godere, per qualche istante ancora, le dolcezze del letto.
Vere dolcezze, che
gustava di nuovo, dopo anni, proprio oggi, nel giorno del suo eroismo e forse
della sua morte. Già, della sua morte, perchè egli ha da gettare le bombe; le
getterà in chiesa e, se ben ci pensa, le getterà in modo da venir sconvolto
anche lui dalla rovina e da morire assieme alle sue vittime. Il partito
anarchico locale ha bisogno di un martire ed egli sarà questo martire. Il suo
ricordo servirà agli altri di sprone alla propaganda anarchica, li persuaderà
d'imitarne l'esempio, di fare la rivoluzione sociale; e poi egli non vuole dare
a questo maledetto governo borghese il gusto di catturarlo e di condannarlo.
Temeva che i giudici lo avessero dichiarato irresponsabile oppure avessero
chiesto una perizia medica; che lo avessero sottoposto a lunghi esami
minuziosi, a misurazioni di cranio, a studi del suo angolo facciale, delle
protuberanze del suo cervello e lo avessero umiliato così negli occhi delle
masse. Temeva che gli avessero dato qualche anno soltanto di carcere. La
prigione non basta alle masse; esse vogliono la morte dell'eroe per onorarlo.
Silvio Pellico si sarebbe assicurato maggior fama se lo avessero impiccato,
invece di mandarlo allo Spielberg. Non avrebbe scritto Le Mie Prigioni,
ma l'Italia lo avrebbe venerato qual martire, mentre oggi lo dimentica.
Già. Morire nel lancio
della bomba, in chiesa, assieme ai preti, che avrebbe ammazzato all'altare, ai
preti, ciurmatori, imbroglioni, falsi, bugiardi, correi sempre e causa prima di
spesso di tutto il male che colpisce il mondo, e dei fedeli, così sciocchi o
cattivi da lasciarsi sedurre dai preti.
Dura lezione, ma una
lezione necessaria: avrebbe reso attenti i preti a non abusare del luogo santo;
a non servirsi della religione, impasto d'infinite bugie, per tenere il popolo
schiavo, supinamente schiavo dei ricchi: li avrebbe resi attenti, che neppure
la chiesa concedeva loro sicurezza; che l'idea anarchica sa penetrare financo
nel tempio e non si arresta neppure davanti all'altare; e i devoti avrebbero
incominciato ad evitare le chiese, ora che queste offrivano loro simili doni.
Le campane invitavano i
fedeli alla chiesa. Ce n'erano tante Messe il giorno di Natale. I parroci non
avevano bisogno di andar a mendicare una Messa di qua, di là, per completare
l'orario; e le campane suonavano, ed invitavano i fedeli ad accorrere alla
Messa, perchè era nato Gesù.
Il suono delle campane
gli diede più che mai sui nervi.
- Maledette campane - esclamò
- e pensò con una gioia feroce al frutto di quel suono. I preti facevano
suonare le campane per attirare i fedeli alle loro rappresentazioni sceniche,
alle loro fatiche particolari di quella giornata, ed i fedeli ne ascoltavano la
voce sonora. Quella voce doveva diventare però loro fatale. Quella mattina,
alle dieci, nella cattedrale......
Le campane suonano,
suonano, perchè è Natale.
Natale! Il mondo è
ancora sì sciocco di festeggiare il Natale, ed anche Narciso Rossi, ier sera,
si era lasciato sedurre da questo ricordo.
Narciso Rossi! Sarebbe
venuto quella mattina, come aveva promesso, a prendere le due bombe? Non lo
dubitava, abbenchè fosse sempre possibile che si fosse lasciato sedurre dalla
poesia del Natale, Oh questa Chiesa cattolica! Egli sentiva di odiarla. A venti
secoli dalla sua fondazione; antica come era; combattuta da tutte le menti più
elette; dimostrata falsa nelle sue dottrine e perniciosa nei suoi effetti, essa
suscitava tuttavia un fascino, che egli non si sapeva spiegare, ed al quale
soccombevano molti. Le sue dottrine bugiarde; il suo simbolismo ridicolo,
trovano ancora degli ammiratori, persone che le accettano e seguono, in pieno
secolo ventesimo.
Bisognava farla finita
col cristianesimo; faceva duopo distruggere questo errore micidiale, che aveva
recato tanto danno all'Italia ed all'umanità.
Ma mentre è arrivato a
questo punto nella sua meditazione, ricorda i sogni della notte passata.
Che notte, che notte!
Non la dimenticherà mai più!
Ha vissuto, in un paio di
ore, molti anni di vita, in varie epoche della storia d'Italia. Era stato
principe africano, schiavo, condannato al Circo, e Nerone; agricoltore,
lavoratore del dolce suolo natio, rivoluzionario comunardo.
Ricordava i sogni con
una spaventosa chiarezza. Avevano durato pochi minuti cadauno14;
l'orologio era là ad attestarlo; si era coricato la vigilia di Natale ad ora
tarda, ed allora erano le prime ore del Natale stesso. Eppure egli ricordava
quella serie di lunghi fatti; la fuga nel deserto, la cattura, la marcia, gli
anni di schiavitù, la traversata del mare, i mesi passati come Cesare e come
agricoltore. Quelli erano stati mesi e mesi di una vita fittizia, nel sonno, ma
pure mesi e non istanti. Aveva fatto viaggi, per pensare soltanto ai quali si
richiede molto del tempo.
Come mai una vita di
mesi ed anzi di anni può venir ristretta nel breve spazio di pochi minuti?
Lo aveva chiesto a
molti, ma nessuno aveva saputo dargli risposta. La vita del sogno è così
misteriosa.
Ricorda la spiegazione
datagli la sera innanzi da Narciso Rossi.
- La vita del sogno è
qualche cosa di straordinario. L'anima vive allora, di spesso, mesi ed anni in
un solo minuto secondo. Questo mi prova, che la sua vita è del tutto diversa da
quella del corpo e che perciò misura il tempo in un modo diverso. Nella vita
del corpo esso si misura da aurora a tramonto, a giorni, mesi, ed anni;
nell'altra vita invece...
Una spiegazione che non
spiegava nulla, perchè per spiegare un mistero ricorreva ad un altro mistero;
per spiegare come nel sogno un evento lunghissimo non richieda che pochi
secondi di tempo ricorreva ad un mistero, ancora più difficile a venir
compreso; ricorreva ad un'anima spirituale ed immortale, diversa dal corpo e da
lui così distinta, da poter vivere senza di lui, ciò che è un assurdo.
L'anima? Mai! Ed allora?
Proruppe in una risata
breve, di scherno. Egli era pazzo, davvero pazzo! Distava di qualche ora dalla
morte e si occupava della vita del sogno e di alta psicologia. Stava per
piombare nel nulla e strologava su problemi, la cui soluzione era priva di un
vantaggio pratico. Quale utile ne avrebbero avuto le masse dalla sua soluzione?
Quale vantaggio l'anarchia?
Ma i suoi sogni?
Cercò di dimenticarli ma
nol potè. Aveva sognato cose strane. Ma le poteva dire false? Non era forse
vero quanto aveva sognato; non era la storia, la maestra della vita, là ad
insegnare un tanto? La Chiesa,
l'odiata Chiesa cattolica...
Non volle continuare. La
conclusione era troppo spaventosa; non voleva, non poteva, non doveva
ammettere, che la Chiesa
cattolica...
Eppure...
Cercò di distrarre il
pensiero; d'immaginare il tempio, pieno di fedeli, che circondavano l'altare,
dove il prete celebra. Egli è passato tra la folla; chissà? lo crederanno pure
un devoto e qualche beatella piangerà lagrime di commozione e loderà Dio che
lui, un uomo, si trova nel tempio, ascolta la Messa e crede; prega e crede in questo secolo
ventesimo, dove la fede e la preghiera sembravano diventate un privilegio delle
donne, che il sesso forte abbandona loro incontrastato. Avessero saputo quelle
beate ciò che egli stringeva al suo petto; che cosa sarebbe volato di lì a
qualche istante nella chiesa.
Sorrise con scherno. I
credenti asseriscono che Gesù è Dio e Figlio di Dio, onnisciente ed
onnipotente, e che diventa presente nell'Ostia. Ma se davvero è là presente,
come va, che non ignori ciò che egli porta sul petto, e se lo sa, perchè non lo
impedisce? Col far scoppiare la bomba in chiesa egli prova che Dio non esiste,
oppure, se esiste, nulla sa e nulla può; neppure difendere i suoi fedeli, i
suoi ministri, la sua chiesa, sè stesso.
Questo pensiero dura un
solo istante, chè poi la sua mente torna ad occuparsi dei suoi sogni. Cerca di
distrarsi di nuovo. Come mai gli sono venuti quei sogni? V'è chi sostiene che
il sogno è causato da qualche grande sensazione del giorno innanzi, oppure
dallo stato fisico dell'individuo; ma egli non aveva mai pensato alle
benemerenze della Chiesa, nelle quali non credeva, ed era da anni, che non
pensava nè a Cartagine nè a Nerone o a Napoleone, a Filippo II, alla storia
d'Italia, e fisicamente si sentiva così bene; digeriva bene; mangiava bene;
beveva bene; non sentiva nessun malessere. Donde dunque quei sogni?
Ma più, assai più
dell'origine dei sogni, lo interessava il loro contenuto; cercava di smentirlo;
di convincersi, che quelle erano le pazze fantasie di una mente esaltata; ma
non riusciva.
Non volle occuparsi più
a lungo di quei sogni; ne temeva l'influenza. Chiuse la corrente elettrica; la
stanza venne inondata di luce; balzò dal letto abbenchè facesse freddo, perchè
non aveva la stufa ed il fuoco del caminetto, la sua specialità, era spento da
ore, e si gettò nei suoi panni. Ma mentre si vestiva lo perseguitava il ricordo
dei suoi sogni. Voleva smentirli. Diceva a sè stesso: Non sono veri! La Chiesa è stata sempre la
maggior nemica dell'Italia ed anzi del genere umano. Ma una voce interna
rispondeva:
- Tu menti, sapendo di
mentire. Non è vero! non è vero!
Per fugare quei pensieri
tuffò la testa nell'acqua diaccia della bacinella, ma neppure il freddo li
cacciò.
Passò all'armadio, lo
aprì e guardò le quattro bombe di bronzo lucido, bel giallo come l'oro caldo.
Provò da principio un immenso piacere alla vista di quei terribili gingilli. Li
aveva fatti lui; erano sue fatture; opera sua; egli li aveva saldati, li aveva
costruiti con tanta pazienza, li aveva lucidati con amore; non dovevano essere
soltanto micidiali ma anche belli; li aveva riempiti colla dinamite.... Fu, per
un istante, fiero di questi lavori. Ed a dire che essi contenevano la morte di
decine di persone; che sarebbero stati la grande voce dell'anarchia; un monito
severissimo alla Chiesa, alla borghesia, al putridume strozzinesco, i quali
avviliscono l'umanità.
Allungò il braccio, quasi
per accarezzare quelle bombe micidiali, e specialmente una, la più elegante, a
forma d'ovo, che egli aveva destinata per se stesso, che avrebbe lanciata in
chiesa, avanti all'altare, per punire...
Chi?
.... per vendicare..
Chi?
Ed i suoi sogni gli si
affacciavano imperiosi e gli dicevano:
- Mentitore! Inganni te
stesso sapendo di essere nell'inganno. La Chiesa non è stata mai la nemica del popolo ne
d'Italia, ma anzi tutelò sempre i diritti del popolo ed insorse a difendere
l'Italia; s'interpose tra lei ed i barbari; e se l'Italia è tuttora faro di
civiltà, lo si deve a lei!
- No, non è vero! -
gridò angoscioso. - Tutto il male venne al mondo dall'altare, il maggior
puntello del trono, che lo sostiene da canto suo.
Tutto il male viene
dalla Chiesa e perciò...
Non potè continuare.
Aveva fatto da ragazzo
il proponimento di non fare mai contro la luce. Non voleva respingere mai una
verità riconosciuta, nè abbracciare mai un evidente errore. E nel momento
stesso, nel quale la dottrina più cara, l'assioma più gradito, la teoria più
desiderata gli sarebbe apparso errore l'avrebbe tosto abbandonato, perchè per
lui la verità era superiore a tutto.
Quando poi era andato a
militare nelle file dell'anarchia, aveva detto a tutti i suoi aderenti di
questo suo proposito; lo sapevano tutti, che egli era passato alle file
anarchiche per persuasione; erano fieri di averlo compagno e lo additavano agli
altri partiti, come una grande prova della bontà del loro sistema.
- Se non fosse convinto,
che l'anarchia è il miglior sistema e contiene la verità, non militerebbe nelle
nostre file - dicevano.
Ed ora una voce lo
rimproverava:
- Tu fai contro la luce.
- Pah! Per un sogno! per
un sogno sciocco!
Chiuse l'armadio e
consultò l'orologio. Le sette erano passate di poco. L'amico Narciso sarebbe
venuto attorno le otto. Aveva tempo di prendere un caffè.
Passò alla finestra e
aprì le invetriate, per poter spalancare le persiane. Una raffica di vento
freddo entrò nella stanza. Di fuori il buio era ancora perfetto; il cielo
gravido di nubi; il lastrico coperto di un alto strato di neve candida; le vie
deserte. Per il momento non nevicava.
Chiuse rapidamente la
finestra, cacciò una berretta di pelle in capo, tirò su il collare del
pastrano, cacciò nelle tasche le mani inguantate, uscì dal suo piccolo
appartamento, scese le scale e passò sulla via.
Il pensiero: tu scendi
per l'ultima volta queste scale, gli sembrò così strano; lo fece trasalire.
Pensò: Non potrei
lanciare ora la bomba e approfittare della confusione, che avverrà, per svignarmela?
Era per lo meno probabile che avrebbe messo al sicuro la propria vita. Ma poi
cacciò questo pensiero. Non voleva sembrare vile; non voleva che si fosse detto
l'indomani: la bomba venne lanciata da uno dei nostri soliti avversari, gente
vile, capace di commettere il delitto, ma incapace di sopportarne le
conseguenze15.
Giunse sulla via e
l'attraversò. Era deserta.
Chi mai esce a quell'ora
il giorno di Natale?
Il freddo era cane; la
neve, dura, scricchiolava sotto i suoi piedi, che imprimevano in quella orme
profonde. Giunse alla piccola piazza, dove c'era un caffè.
Era aperto. Attraverso
le lastre, appannate dall'alito di chi si trovava entro, trapelava uno scialbo
bagliore. Pose la mano sul saliscendi, aprì l'uscio ed entrò.
Il caffè era deserto;
non v'era allora anima vivente. Chi mai va alla mattina di Natale, alle sette,
al caffè? A quell'ora i più dormono ancora; e chi non dorme è in chiesa oppur
prende il caffè a casa sua. I pochi frequentatori assidui del caffè nelle prime
ore del mattino, operai ed impiegati, non ci vanno il giorno di Natale. Nessuno
lavorava in questo giorno ed essi potevano custodire perciò un po' più a lungo
le piume.
I camerieri
sbadigliavano annoiati. Uno gli si fa incontro.
- Buon Natale!
Egli non risponde. Gli viene
il prurito di protestare contro il saluto, contro il Natale, contro i gonzi,
che ancora lo festeggiano, ma comprende, che ciò non avrebbe giovato. Ci voleva
la rivoluzione ed il trionfo dell'anarchia, per cancellare ogni traccia di
superstizione.
Si fece portare il suo
solito caffè ed i giornali.
Fu di malumore al
rilevare, che i giornali del mattino non erano usciti, in omaggio alla festa.
- Maledetto Natale! -
mormorò tra sè e sè..
Il cameriere del suo
tavolo gli domandò colla confidenza che concede una lunga conoscenza:
- Ha passato bene la
notte di Natale?
- Ho dormito - fu la
brusca risposta.
- Non è stato invitato a
cena da nessuno; non ha atteso la mezzanotte?
Egli proruppe in una
breve risata di scherno.
- Sono superiore a
queste scioccaggini! Per me il Natale è un giorno come tutti gli altri, e la
notte di Natale ho dormito e sognato, come in tutte le altre notti - rispose.
Il cameriere sorrise.
Sorrideva sempre: Osservò:
- C'è chi ci tiene
moltissimo ai sogni della notte di Natale.
Giovanni Giunti non
rispose ma si occupò del suo caffè. Il cameriere comprese e si allontanò.
Vuotò in fretta la
tazza. Non si sentiva ad agio in quell'ambiente pubblico, allora vuoto, sotto
gli occhi curiosi dei camerieri sfaccendati, i quali lo osservavano come una
rara avis, una bestia strana. Non voleva pascere, colla sua persona,
l'altrui curiosità.
Fece un breve giro per
la città silenziosa, alla luce grigia di un'alba, contrastata dalle dense nubi,
che velavano il cielo, e poi ritornò a casa per attendere Narciso Rossi.
Erano le sette e tre
quarti.
Che cosa aveva da fare;
come ammazzare il tempo fino alle dieci, quando sarebbe andato alla cattedrale,
per gettare la bomba tra i fedeli?
Girò irrequieto su e giù
nella stanza da studio, tormentato dai suoi antichi sogni, il cui ricordo,
strana cosa, non lo abbandonava. Aprì due volte lo stipo e lo rinchiuse. La
vista delle bombe non gli faceva più piacere. Una voce interna lo rimproverava:
- Tu fai contro la luce.
Ed egli sentiva, che la voce non aveva tutti i torti.
L'anarchia?
L'unica tavola di
salvezza.
Gettare la bomba?
Era necessario
In chiesa?
Voleva attendere Narciso
Rossi.
Il tempo passava,
lentamente, molto lentamente, ma pur passava. Passano anche le ore delle
maggiori angoscie, che sembrano interminabili, e quanto più interminabìle
sembrò uno spazio di tempo prima d'incominciarlo o mentre ci si era dentro,
perchè tempo di sofferenze, di dolori, d'ignominia, tanto più breve esso sembra
di poi, quando è terminato, osservato alla serena luce di giorni lontani.
Vennero le otto e un
quarto, la mezza, i tre quarti. Incominciò a diventare impaziente. Avevano pur
deciso di lanciare la bomba quella mattina!
Quanto più attende,
tanto più si concretizza in lui un pensiero, e questo, si è: Attendere.
Attendiamo, che la calma ritorni nel mio spirito.
Non era detto, che si
dovevano lanciare le bombe proprio quella mattina. Non era neppur detto che
dovevano venir lanciate. La direzione del partito, forte a parole e vile a
fatti, aveva anzi deciso che non dovevano venir lanciate, che il loro getto
avrebbe danneggiato la causa piuttosto di favorirla. Voleva dire a Narciso
Rossi:
- Ti tengo legato alla
tua promessa, ma oggi non è ancora venuto il giorno opportuno. È meglio attendere
alquanto e fare i preparativi con maggior calma. Le lancieremo più tardi, in un
giorno di maggior concorso, di gran folla, dopo di aver combinato le cose in
modo da poter fuggire.
L'amico avrebbe
accettato con voluttà la proposta, ed intanto egli avrebbe potuto riflettere;
sciogliere le potenti obiezioni, causate dai terribili sogni; cercare prove per
dimostrare, che la Chiesa
è il maggior nemico dell'umanità
Avrebbe continuato a
vivere, per qualche giorno ancora. La vita non è spiacevole neppur per un
anarchico. L'attuale società è la peggiore che immaginar si possa eppure non la
si abbandona volentieri.
Ma un evento venne a
turbare i suoi calcoli.
Erano le nove, quando
bussarono.
- Chi può essere? -
esclamò. La visita gli veniva importuna. Non poteva essere Marcello. Questi
sapeva che c'era il campanello elettrico; non la domestica la quale aveva le
chiavi dell'abitazione, per poter venire quando le sarebbe parso bene. Una
visita la mattina di Natale; in quella mattina così brutta, così piena di vento,
di neve, alle nove?
Andò all'uscio e lo
aperse. Gli si presentò la faccia rossa di un fattorino, dal grosso naso a
peperone, che brillava di una luce rossastra, intensa, e dall'alito, che
puzzava di alcool. Il fattorino aveva fatto già il sacrifizio mattutino a Dio
Bacco. Tra le dita, coperte da un paio di guanti di lana, una volta grigi, ed
ora coperti di sudiciume, egli teneva una lettera.
- È lei il signor
Giunti? - domandò.
- Chi manda?
- È lei o non è lei? -
insistè il fattorino
- Date qui.
- È lei o non è lei? -
ripetè il fattorino, il quale aveva fatto delle libazioni durante tutta la
notte e non sembrava disposto a cedere la lettera senza aver prima risposta a
quella domanda.
- Sì - rispose
l'anarchico, che si era accorto dello stato anormale del fattorino.
- Prenda - rispose
questi soddisfatto, dandogli la lettera.
- Chi manda? - insistè
Giunti da canto suo.
Il fattorino rise.
- Un uomo in calzoni. -
rispose. - Matta idea la sua. Mi diede la lettera qua, sulla strada. Buona idea
la mia di appostarmi il giorno di Natale. Cioè. Non mi era appostato. Ero stato
a Messa Diamine. Ci vado a Natale ed a Pasqua. Non sono mica un cane io. Eppoi
ero andato a bere un bicchierino. Tempo cane, signori. Loro signori non sentono
l'inverno. Hanno una bella abitazione, mangiano bene, bevono meglio, sono ben
vestiti. Ma verrà il giorno, sa! Non sono anarchico io! il ciel mi guardi! Ma
verrà il giorno; deve venire il giorno..! - esclamò il fattorino, e i suoi
piccoli occhi lustri, brillavano di una luce strana, tra il minaccioso e
l'allegro. Egli assaporava già ora le gioie di quel dì, vicino o lontano, ma
che doveva certo venire, nel quale sarebbero state livellate le condizioni
sociali ed egli avrebbe potuto passarsela come i signori, liberi questi di fare
i fattorini se credevano, e magari di mendicare.
Giunti non dimenticò di
essere anarchico. Volle fare un po' di propaganda alle sue persuasioni, e disse
perciò:
- Il giorno è vicino!
Stupore del vecchio.
- Lo dice anche lei? -
domandò.
- Sì.
- Allora si farà tutto a
parte?
- Tutto sarà di tutti.
- Ella, un signore, lo
dice?
- Ne sono convinto ed
anelo, ed anelo il momento.
Il fattorino rise. Il
suo riso era ironico. Il popolo ha un'ironia sublime.
- Se il signore vuole
può affrettare quel momento. Si decida. Io sono disposto di accettare tutto.
Mettiamo in comune la sua abitazione. Sono pronto di entrare subito - disse.
Una leggera nube
velò il volto di Giunti. È questa la solita obiezione che i non anarchici fanno
a chi professa queste dottrine. - Voi siete anche comunardi. Ebbene: Procedete
coll'esempio.
- Lo farò, quando lo
faranno tutti. Per guarire la società è necessario che il capitale sparisca,
che spariscano i superiori, le autorità, le leggi, e che tutto diventi
proprietà di tutti - osservò.
Il fattorino rise.
- Così lo dicono tutti.
E mentre l'uno attende che incomincino gli altri, noi si muore di fame e di
freddo - osservò.
Giunti sentì
nausea di quell'uomo.
- Se spendeste un po'
meglio il vostro danaro; se invece di ricorrere al bicchierino ed ai liquori vi
compraste pane, non avreste da lamentarvi - disse.
Il fattorino rise.
- Non ho bisogno di
lezioni - osservò.
Giunti prese la lettera
e diede al fattorino una lira di mancia. Questi neppure ringraziò. La lira gli
sembrava troppo poca cosa per un uomo, il quale si vantava comunardo e
predicava venuto il tempo della divisione, nel quale tutto doveva diventare
proprietà di tutti.
Giunti rientrò nella sua
stanza calda, ben illuminata.
- Manda Marcello. Cosa
scrive? - disse, osservando la soprascritta.
Gli venne un sospetto.
- Che sia davvero vile?
- domandò a se stesso. Stracciò la busta e lesse le poche righe.
- Vile! - esclamò. -
Davvero vile!
Il biglietto, scritto
colla mano tremante, diceva:
- Non posso! Tanti
innocenti..?
- Tanti, tanti
innocenti! - motteggiò.
Innocenti? No, non erano
innocenti. Erano correi; correi magari senza volerlo, senza saperlo; correi per
l'istruzione sbagliata, ricevuta dai genitori, dagli avi; correi, perchè non
avevano saputo sollevarsi in alto, a più spirabil aere; eppoi tutta la società
era folle, era fiacca; aveva bisogno di una lezione.
Innocenti? Non lo erano;
perchè frequentavano la chiesa, i passeggi, perchè facevano sfoggio del loro
lusso, perchè erano borghesi, perchè volevano che sopravvivesse una società
avariata16, perchè volevano conservare le disuguaglianze sociali? Ma
anche se fossero stati innocenti, il mondo è fatto così. La natura non bada nè
agli innocenti nè ai rei; sacrifica quanti occorrono venir sacrificati, per il
raggiungimento dei propri fini; il falcone e l'aquila fanno allo stesso modo
scempio della pacifica gallina e del superbo tacchino, il falcone divora
egualmente il passero, così dannoso, e il rosignolo canoro, e gli uragani
schiantano l'inutile pioppo e la quercia, il melo, il pero, il susino ed altri
alberi, così utili alla vita.
Innocenti? La sua era
opera necessaria e purificatrice; si trattava di ricostruire una società nuova
sulle rovine dell'antica; e questa non volendo crollare da sè andava atterrata.
Non era per colpa sua se nel suo crollo essa avrebbe schiacciato e seppellito
sotto le macerie anche qualche innocente. Egli non voleva che il bene altrui;
non era per colpa sua, se, per ottenere il bene, doveva schiantare coloro che
vi si opponevano.
Narciso Rossi si
rifiutava. Vile! Vile! Già; il Natale; la pazza poesia della sacra notte. Egli
l'aveva passata coi congiunti, alla luce di qualche albero, scioccamente ornato
di fiori e di lumi; aveva udito il canto di inni e canzoni natalizie, e si era
commosso. Vile, vile!
Non pensò, che qualche
minuto prima aveva deciso di non gettare la bomba; di rinunziare, per il
momento, a quell'atto di vendetta sociale; di dire a Narciso, che avrebbe
atteso tempi migliori. Non sentì che rabbia e sdegno per l'antico amico ed
un'avversione grande contro di lui...
Che aveva da fare?
Rimanere fedele alla decisione presa poc'anzi e procrastinare17 il
getto delle bombe?
Ma che ne avrebbe detto
Narciso Rossi?
Lo avrebbe giudicato
egualmente vile; oppure avrebbe pensato che non si poteva fare senza di lui;
che egli, Narciso, era indispensabile?
Avrebbe potuto
rimproverargli la sua colpa?
No.
L'altro gli avrebbe
potuto dire: Perchè rimproveri a me quanto dovresti rimproverare prima a te
stesso? sei forse un bambino, che non osi agire da solo; che dipendi da me nel
tuo operato? se io sono un vile, che mi sono rifiutato di gettare la bomba, lo
sei tu pure. Era proprio necessario che due scoppiassero allo stesso tempo? Non
bastava una sola, la tua?
Potenza dell'orgoglio
umano, di un falso amor proprio, della tema di venir giudicato male! Egli mutò
rapidamente pensiero. Aveva deciso di soprassedere a quel getto; di attendere
un istante più opportuno. La sua prudenza gli aveva suggerito questo. Aveva preso
questa decisione dopo un esame maturo e prudente, ed ora bastò quello scritto,
bastò la tema di venir creduto vile, per fargli mutare pensiero.
- Non avrà il gusto di
rimproverarmi la sua viltà! - disse, e prese la rapida decisione di attuare il
suo progetto e di diventare, quella mattina ancora, assassino e omicida.
La ragione gli diceva:
Attendi, attendi! Ma egli ne faceva tacere con violenza la voce.
La coscienza gli diceva:
Bada che fai contro la luce; ed i suoi sogni si ergevano maestosi, terribili,
avanti a lui e gridavano: Tu agisci male; tu inganni la tua coscienza; la Chiesa non ha mai avversato
la vera libertà, non è nemica d'Italia.
Il suo falso amor
proprio fece tacere anche questa voce. Non gli riuscì di ridurla al silenzio;
pure la soffocò dicendo a se stesso: Non essere vile!
Prese posto al tavolo e
scrisse a Narciso Rossi. Gli scrisse parole molto amare, di grande rimprovero
per la sua viltà senza nome.
Vile, che non sai
mantenere una promessa!
Vile, che non sai
sacrificarti per un ideale!
Vile, che paventi le
conseguenze di un'azione, che riconosci doverosa e giusta!
Vile, vile! Ora e sempre
vile!
Sii maledetto, da chi va
a morire per il suo ideale; va a morire solo, perchè ti rifiuti; va a morire colla
certezza, che il suo sacrifizio non porterà lo isperato frutto, perchè tu gli
neghi la tua cooperazione!
Vile! Disonore del
partito; sii maledetto!
Chiuse la lettera in una
busta, vergò la soprascritta e l'abbandonò sul tavolo.
Dopo la sua morte l'avrebbero
trovata e pubblicata.
Ne era lieto. Avrebbe
procurato così a Narciso Rossi la maggior onta. I veri anarchici avrebbero
disprezzato il traditore, e gli altri, i partiti dell'ordine, i borghesi,
avrebbero lodato il giovane onesto, che si era rifiutato di commettere un
delitto di lanciare una bomba, di macchiarsi di tanta colpa; e le lodi,
l'approvazione delle autorità e dei circoli borghesi, già avrebbero recato
un'onta ancora maggiore del biasimo dei suoi antichi consenzienti.
Narciso Rossi era spacciato.
Non gli rimaneva che il suicidio.
Sogghignò a questo
pensiero. Consultò l'orologio. Erano le nove e mezzo. Doveva spicciarsi se
voleva arrivare nella cattedrale a tempo.
Aprì l'armadio, levò la
bomba sua, l'accarezzò, la baciò e la celò sul petto, sopra il cuore. Indossò
il mantello di uscita, tirò alto il collare, cacciò la beretta fin sugli occhi
e uscì di stanza.
Chiuse l'uscio della
propria abitazione.
L'abbandonava per
sempre.
Chi ci sarebbe andato ad
abitare? Che se ne curava? Di chi sarebbero stati i suoi mobili? Che
gl'importava? Aveva lasciato erede universale Gianni Carpi, il solo onesto fra
gli anarchici; il solo veramente povero ed audace tra di loro, coll'incarico di
usare dell'asse ereditario soltanto per scopi di partito, per diffondere l'anarchia.
Gianni Carpi avrebbe
fatto un buon uso di quel danaro e del ricavato dei mobili; non avrebbe tenuto
nulla per sè. Egli non dubitava della di lui onestà...
Giunse sulla via.
Nevicava di nuovo, ed il vento impetuoso gli sbatteva la neve sul volto
accecandolo quasi. Doveva procedere con grande cautela per non scivolare. Una
caduta sarebbe stata disastrosissima; avrebbe causato lo scoppio della bomba,
ed era questo che egli voleva impedire. Sacrificare la vita, sì, ma con
costrutto. Abbenchè il tempo fosse brutto c'era della gente sulla via. Vide
delle faccie allegre. La grande festa del Natale aveva riempito gli animi di
letizia. Gente andava a fare certi piccoli acquisti nelle pasticcerie, i soli
ambienti aperti nella sacra giornata; andavano a fare delle visite, andavano in
chiesa.
Quei volti allegri gli
davano sui nervi. Sentiva di odiare gli uomini; provava una grande nausea.
Eterni malcontenti, protestavano continuamente contro la Chiesa, contro
l'autorità, contro ogni sorta di tirannide; e bastava che la Chiesa, ricordando
antiche favole, offrisse loro un giorno un po' diverso dagli altri, per far
loro dimenticare il passato e renderli scioccamente, stupidamente felici.
Valeva la pena sacrificarsi per simile gente: valeva la pena morire per loro?
Portò la mano al petto,
alla bomba. Che avrebbe giovato il suo getto? Avrebbe esso scosso le coscienze
e destato le masse; quello sarebbe stato il primo segno di una grande
rivoluzione sociale, oppure?... Già; il suo eroico attentato sarebbe passato
forse inosservato. Le masse non erano ancora mature.
Doveva attendere?
Oh, se non fosse stata
quella infame lettera di Narciso Rossi. Ma ora non poteva assolutamente
desistere. Nessuno doveva neppur lontanamente sospettare che egli fosse vile.
Giunse alla cattedrale.
Le campane suonavano allegramente. Il Vescovo faceva il suo ingresso nella
chiesa illuminata a festa e piena, zeppa di una folla festante.
Il vescovo! Uno degli
oppressori delle masse.Quanto l'odiava! Non lo aveva veduto ancora mai; ora lo vedeva
per la prima volta: un povero vecchio, dal volto di asceta, con un sorriso
buono, paterno, sulle labbra, che procedeva ricurvo, schiacciato dal peso degli
anni e dalle cure, dalle brighe, dalle fatiche del suo ministero; un vecchio
buono, tanto diverso dall'immagine che egli si era formata di lui.
Si cacciò tra la folla.
L'organo cominciò a
suonare e la Messa ebbe principio.
Vide i volti atteggiati
a grande letizia. Comprese che quella giornata rappresentava per l'umanità un
grande punto di riposo: era quello un giorno, nel quale il povero dimenticava
per un istante le proprie miserie; l'operaio riposava dal lavoro snervante; il
ricco scendeva al povero e ne comprendeva, per un istante, le miserie; un
giorno di pace, di letizia per tutti.
Doveva egli turbare la
serenità di quel giorno? Doveva portare la desolazione, la morte, in quel luogo
di pace?
Oh, i suoi sogni! La
Chiesa ha fatto sempre quanto stava nelle sue forze per il bene dell'umanità.
Non era lei responsabile dei danni che le classi povere ed umili risentivano,
nè dell'abuso di libertà nelle classi dirigenti, o dello squilibrio sociale.
Certo. La religione
aveva fatto il suo tempo. Ma perchè non lasciarla morire in pace; perchè voler
punire nella Chiesa gli altrui delitti?
Cercò di allontanare il
ricordo dei suoi sogni.
La Chiesa è stata sempre
il puntello dei troni; essa ha benedetto la guerra e sanzionato ogni sorta di
ingiustizie sociali. Eppoi non poteva tollerare la taccia di vile.
La Messa ha
incominciato.
Il venerando veglio è
salito all'altare e lo avvolge in profumi che escono dal ricolmo incensiere.
Chi ha da colpire? Dove
ha da lanciare la bomba? Nel presbitero? Ha da colpire il vescovo, i canonici,
oppure la ha da lanciare in mezzo alla folla che ora?
Il vescovo è ritornato
al suo trono.
Gloria in excelsis Deo!
Già! Dio! Dio! Non si
pensa che al nume trascendentale e crudele, che risiede in cielo e non si cura
nè si è mai curato dei propri figli, chiede da loro gloria e non dà loro in
cambio nulla.
Il coro canta giulivo: Gloria,
gloria in excelsis Deo!
Sono voci di fanciulli
che scendono dall'alto della cantoria nella chiesa, accompagnate dal suono
grave dell'organo e da alcuni violini, sapientemente toccati.
Le voci erano così
dolci, così soavi, così carezzevoli. Sembrava udire il canto degli angeli nella
notte di Natale.
Fuori imperversa la
bufera; il vento scuote le gigantesche invetriate multicolori, attraverso le
quali giunge scarsa la luce scialba di quella mattina; nel suo cuore
imperversavano pure le bufere, ed intanto i fanciulli cantavano il loro Gloria
in excelsis Deo!
Subentra un coro di
uomini forte, solenne.
Et in terra pax....
Egli ride ironicamente.
Pace! Quale menzogna!
Dal giorno della nascita del bambino ebreo ad oggi si ripete la bugiarda
promessa. In terra pax! Ma quando mai venne pace alla terra?
Il coro continua:
Hominibus bonae voluntatìs.
Queste parole sono una
rivelazione.
Pace agli uomini di buon
volere!
Ed il mondo non vuole la
pace! A chi si deve ascrivere la mancanza di pace?
Non ode altro.
Non è per la colpa della
Chiesa e del Nume, se pure esso esiste, che la pace non regna sul mondo, ma per
la mala volontà degli uomini.
Gli angeli annunziarono
la pace. Non crede che furono gli angeli, ma l'annunzio fu dato. Si promise la
pace ma si chiese in cambio buon volere Qual meraviglia, se gli uomini non
avendo offerto la loro buona volontà non abbiano avuto la sospirata pace?
La pace? Poteva egli
portare al mondo la vera pace, fondata su di una forte, ben sentita e ben
radicata anarchia, se gli uomini non erano di buon volere?
A che cosa avrebbe
giovato il gettito della bomba se gli uomini, ed i più bisognosi, i più reietti
in modo speciale, facevano brutto viso all'anarchia e si rifiutavano di
occuparsi della loro misera sorte e di cercare i remedi opportuni al loro male
ed a quello della società?
Doveva gettare la bomba?
Non in chiesa.
Dunque sulla via; in
qualche ritrovo di ricchi, di gaudenti, al caffè, in teatro?
Con qual profitto?
Urgeva qualche cosa di
ben più importante. Bisognava organizzare le file anarchiche e fare la
propaganda al vangelo dell'anarchia. Un libro anarchico, diffuso in migliaia di
esemplari, avrebbe giovato assai di più di cento bombe.
Non doveva dunque
lanciarla?
Narciso Rossi che cosa
avrebbe detto? Lo avrebbe schernito, avrebbe raccontato a tutti la sua viltà,
perchè egli, l'idealista, si era rifiutato di aiutarlo, per disciplina di
partito, per stare agli ordini dei superiori, mentre l'altro, il ribelle,
l'audace, non aveva trovato il coraggio necessario. Da vero bambino aveva
bisogno di un compagno, e da solo non sapeva, non poteva fare nulla... Sentì
uno sdegno infinito contro Narciso Rossi e la brama di punirlo. Voleva
affrontarlo, giungere a lui, costringerlo ad uscire in sua compagnia, menarlo
in qualche ritrovo e allora lanciare la bomba, per compromettere lui pure, per
unirlo alle altre vittime e per fargli subire la morte del traditore.
Non ne poteva più in
chiesa. Si fece largo tra la folla, giunse all'uscio e passò sulla via.
Il vento soffiava più
forte che mai; la neve scendeva fitta; i passanti procedevano frettolosi;
nessuno si curava dell'uomo, che portava sul petto la morte.
Un grido, un urlo. Una
fanciulla è scivolata; fa degli sforzi immensi per tenersi in piedi ed urla
dalla paura, dallo spavento di dover stramazzare al suolo, a rischio di
rompersi le gambe e le braccia.
Egli le è vicino; ad un
passo di distanza. Corre da lei per aiutarla. Essa getta disperata le braccia
al suo collo, per sostenersi a lui: una fanciulla modesta, poveramente vestita.
Dal collo le pende una medaglina della Madonna.
Povera fanciulla; la sua
esile persona cozza col suo maschio petto sul quale riposa la bomba. Un rombo
terribile, spaventoso, e sul suolo candido di neve giacciono due cadaveri
insanguinati, sfracellati, orrendamente mutilati, sui quali scende fitta, fitta
la neve, coprendo tutti e due, l'assassino e l'assassinata, di un candido
mantello.
Candido per l'umile
vergine, che era stata quella mattina alla Comunione ed ora si recava con un
incarico della madre inferma dalla zia. Candido anche per lui, l'assassino, che
era colpevole al cospetto degli uomini,
Lo era anche al cospetto
di Dio?
La grazia aveva
picchiato al suo cuore più volte, e specialmente quella notte nel sonno; ed
egli le aveva fatto il sordo. Ma quante volte disprezziamo la grazia, perchè
non la conosciamo, perchè ci hanno insegnato a non farne conto, perchè ci hanno
educato male?
Quante volte tutta la
colpa non l'abbiamo noi, ma essa è di coloro che ci hanno educato,
dell'ambiente, di quel libro, che fu galeotto come chi lo scrisse?
Dio solo conosce tutto:
l'ambiente nel quale ci troviamo e le cause del nostro traviamento.
Non dobbiamo perciò
disperare della salvezza spirituale di nessuno e pregare per tutti.
Perchè, se è grande la
giustizia di Dio, ben maggiore ne è la misericordia.
Quando noi abbiamo da
agire riflettiamo alla sua giustizia; quando abbiamo da giudicare pensiamo agli
abissi della sua misericordia infinita.
FINE.
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