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A Giovanni Papini
Caro Papini,
Lungo il mio
cammino verdeggiavano euforbie fiorite, e io ne frangevo gli steli
per vederne stillare il veleno, bianco come latte. Ma quei fiori
velenosi nutrivano la bella larva embrionale, verde macchiata di
scuro, e una farfalla ne sarebbe nata, un insetto dalle ali colorite
dei più delicati colori...
Tuo
Giuseppe Vannicola
Ricordate nelle Mille e una notte il racconto di quel giovane
che giunge in un'isola governata da un vecchio re? Una sera, il
figlio del re gli fa bere dei vini aromatici; poi lo conduce nella
necropoli dell'isola. Passano fra grandi tombe bianche. Il principe
si ferma davanti a un sepolcreto sontuoso, e dice:
— Fratello!
devo chiederti un grande servizio, e ti prego di non ostacolarmi in
quanto desidero.
Gli mostra quindi un
vaso colmo d'acqua e un sacco di cemento:
— Io scenderò
in questa tomba, — gli dice — e quando sarò
entrato ti prego di murarne l'apertura in modo che nessuno oda più
parlare di me.
Il giovane, il cui
cervello è turbato dal vino, promette.
Allora, appare una
fanciulla velata, coperta di gioielli; il principe solleva una porta
di ferro che s'apre a fior di terra, poi si volge verso la fanciulla:
— Vieni, —
le dice — e fa la tua scelta.
Ella non risponde e
non esita: entra nella tomba e scende, in silenzio, per una scala a
volta. Subito il principe la segue e il giovane, ebbro, lascia
ricadere la porta di ferro, e col cemento, la mura.
L'indomani, ricorda
confusamente l'accaduto e non osa ricomparire dinanzi al vecchio re.
Fugge il palazzo e
va errando nella necropoli, ma tutte le tombe si somigliano ed egli
non ritrova la porta di ferro. Sette giorni e sette notti erra
inutilmente nel cimitero. L'ottavo giorno dispera e torna al palazzo
dove trova il vecchio re in lagrime perché:
— Mio figlio e
mia figlia, — gli dice il re — sono scomparsi da sette
giorni e nessuno sa dire dove sieno.
Il giovane si getta
ai piedi del re e gli confessa la propria colpa. L'uno e l'altro
tornano nella necropoli e cercano la tomba murata. In un istante di
lucidità il giovane la riconosce; svellono la porta di ferro,
scendono la scala, e dopo cinquanta gradini sono arrestati da un fumo
denso che li accieca. Proseguono oltre, e giungono in una vasta sala
illuminata da un lampadario di sette braccia. Il suolo è
cosparso di provviste e di ricchezze adunate per lunghi giorni; e in
fondo alla sala annebbiata, sotto la malcerta luce del lampadario,
vedono un letto basso e lussuoso su cui sono distesi due corpi
abbracciati. E l'orrore soffoca il re e il suo compagno, perché
i due corpi sono fatti neri come legno carbonizzato.
Allora il re si
avvicina e sputa sul cadavere del figlio e lo colpisce con la
pantofola.
— Oh, amico! —
esclama. — Costui era fin dall'infanzia follemente invaghito di
sua sorella. Molte e molte volte gli ho interdetto di vederla e mi
dicevo: «Sono ancora così fanciulli!». Nondimeno,
quando crebbero, il peccato venne fra loro; io potevo appena
crederlo. Lo rinchiusi e lo minacciai delle più gravi minacce,
e i servi e gli eunuchi dicevano: «Guardati da una cosa tanto
orribile che nessuno prima di te ha mai fatto e nessuno farà
mai dopo di te». E io aggiungevo: «Le carovane
spargeranno lontano questo rumore. Non dar loro causa di scandalo o
certamente ti maledirò e ucciderò io stesso».
— Poi li misi
separatamente e rinchiusi mia figlia. Ma la figlia maledetta lo amava
di passione, perché Satana si era impadronito di lei quanto di
lui, e per sua illusione il loro orribile delitto sembrava ad essi
bello. Ora, quando mio figlio vide che li avevo divisi, fece
costruire segretamente questo sotterraneo e vi trasportò
ricchezze e provviste come vedi; e, mentre io ero alla caccia, è
venuto a nascondersi qui con sua sorella, e il giusto giudizio è
disceso su loro e li ha consumati entrambi col fuoco del cielo.
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