I
Questo racconto
fiabesco mi ricorda un fratello e una sorella incontrati sul lago di
Como, fra le varie avventure che dalla Francia, dall'Inghilterra,
dalla Russia, vanno a cercare in quelle rive una poetica cornice di
elegante e profumata indulgenza.
La sorella aveva
della grazia, e i contorni si accordavano secondo il rapporto voluto
per evocare la parola di bellezza. Quando camminava, aveva l'aria
d'essere avviluppata e portata da un soffio di mistero che scherzava
nei suoi capelli biondi come il vento solleva e anima i fiocchi
cadenti dei viburni lungo le siepi, d'ottobre.
Ma un esteta freddo
avrebbe dichiarato che qualcosa rompeva quell'armonia proveniente
certo da una famiglia aristocratica, e l'insieme del viso veramente
aveva dell'equivoco.
L'equivoco! Questo
solo avevano di comune quei due fratelli; un non so quale aroma
turbatore che sfuggiva dall'uno e dall'altra e l'includeva entrambi
nella curva delle passioni disonorate.
Io non conoscevo di
loro che il nome indicato sul registro dell'hôtel: «X e
sorella»; e quel che lasciavano intravedere, con una libertà
quasi ostentata, non mi attraeva estremamente; era troppo conforme al
manuale.
A questo punto della
nostra civiltà certi costumi azzardati non hanno più
nulla di misterioso; sono metafore rare che non turbano se non quegli
spiriti semplici incapaci di deviare i sentimenti come si deviano le
acque dal loro corso per guidarle a traverso la sterilità
delle lande.
Molte volte, per il
solo piacere di rendermi conto, ho seguito, nelle loro evoluzioni
psichiche, dei soggetti interessanti. Soprattutto donne; ma,
ingannate da un'attenzione di motivo non indovinabile, le donne ne
suppongono volentieri un altro, più frequente, e si mettono
subito a schermagliare con lo scrutatore sviandolo nelle fatue
divagazioni del flirt.
Ora, ciascuna di
quelle psicologie mi ha convinto che qualunque peccato è
sempre mediocre, un atto incompleto, limitato dalla sua stessa
natura. Contrario all'idea divina, s'arresta a mezza strada della
contradizione, perché l'assoluto nel male è
impossibile, sia pure a concepirsi.
Dunque, senza
giudicare, immaginavo, dubitavo, sognavo.
In un embrione di
romanzo, avvolgevo quei due fratelli nella dubbia nebbia sollevata
dentro di me e li chiudevo in una tomba sulla cui porta alcune
lettere d'oro dicevano: Letteratura.
Forse il sole
bruciava a piombo sulle vasche della vita... Ma essi avevano per loro
una camera chiusa dove l'ombra era così profonda che non
potevano distinguere le cifre delle ore, e il tempo più non
esisteva. Simile a un infermo che sapendo prossima la morte non cura
scendere più nemmeno in giardino, il loro spirito era assopito
in quel silenzio e in quell'ombra; e quando alfine supponevano scesa
la sera era per vedere le stelle dire alla luna: Ave.
Come una parola
improvvisa all'orecchio, la voce di Baudelaire apriva per loro le tre
dimensioni d'un mondo misterioso. Un rimpianto immenso, un ricordo
informe e violento, il male d'un esilio che rianimava in fondo al
cuore l'immagine di belle patrie perdute, ed evocava col suo
incantesimo la resurrezione di quanto non era stato mai: «Laggiù
tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà.
Guarda sui canali dormire quei navigli dall'umore vagabondo; è
per soddisfare il tuo minimo desiderio che vengono dall'estremità
del mondo. I soli al tramonto rivestono i campi, i canali, la città
intiera, di giacinto e d'oro; il mondo s'addormenta in una calda
luce. Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e
voluttà».
La voce cantava
«come il vento delle spiagge, fantasma gemente, venuto non si
sa da dove, che accarezza l'orecchio e al tempo stesso l'impaura».
Potevano essi
discernere di quali sentimenti li farebbe alfine complici
l'ascoltazione di quella voce evocatrice e d'una così
straordinaria soavità? Ma era troppo tardi per sfuggire. Le
più grandi passioni s'erano insinuate in loro, così
grandi e vaste e complete fino a divenire contradittorie. Era tutta
l'anima loro con la violenza non supposta degli amori diversi che
quella magica voce faceva ad essi stessi sensibile. Desolato ardore
nato dalle acque funebri nascoste nel profondo nel cuore, e che a
poco a poco si sollevava come per disfarsi del peso di tutte le
tenebre, anelando come un pensiero cercato tutta la vita e che si fa
sempre più prossimo, come i battiti sempre più urgenti
della memoria, e come la liberazione di scoprire alfine, tenebrosa,
infinita, carica di morte e di gioia, la parola tanto anelata.
Psicologie malate,
senza dubbio, poiché mi interessavano. Il normale non può
essere percepito, non potendo essere differenziato.
Come distinguere
dall'ottavo il nono suono della mezzanotte? Dei dodici, solo il primo
e l'ultimo sono dissimili, perché o preceduti o seguiti dal
silenzio.
Ma se quei due erano
un po' malati, non ero io un po' colpevole, forse, d'addolcire di
romanzo l'urto iniziale che si provava da quella loro sfrontata
indipendenza?
Le incantazioni dei
libri avevano però messo in me un fermento così forte
che era un veleno. Sebbene io fossi molto diverso, socievole, aperto
a tutte le impressioni, nondimeno non ero fatto per calmare i miei
pensieri. E una circostanza si aggiunse alle disposizioni del mio
spirito, evocando in me le più singolari sensazioni. Intorno
ai due insottomessi s'accese il nimbo tragico che isola certi
individui dall'umanità per farne il modello di qualche
esaltazione.
Fu nell'ombrata
solitudine del parco, in un viale che l'autunno già cospargeva
di foglie morte. Essi erano seduti sotto gli alberi annosi. Non mi
vedevano. Non parlavano.
Un po' nervosa, la
sorella si levò in piedi movendo verso la luce. La veste parve
metterle attorno ai fianchi un fremito di corolle aperte. Il vento
passò, agitando le foglie secche. Un grande ramo basso si
piegò col rumore delle sete gualcite. Una foglia, alcune
foglie, come gocce di pioggia, caddero in un lento fruscìo.
— Mi seguono!
Mi perseguitano! — gridò lei presa nel turbine che
voleva invano fuggire.
E trascinata, come
una foglia, nel volo circolare delle foglie, ricadde, smarrita e
tremante vicino al fratello, gridando sempre:
— Mi
perseguitano, le foglie, le foglie morte!
«Un delitto,
forse?» mi chiesi io sorpreso da quella crisi improvvisa.
L'interrogazione
incosciente mi fece trasalire.
«L'equivoco!
ma è la causa, è la causa!».
L'idea si levava
come da un sedile, camminava, mi si avvicinava, io ne subii la
stretta e il bacio, vissi con lei tutta la sera. Nuda e fredda,
tenace e muta, l'idea si distese vicino a me, sul mio letto d'uomo
solo, vegliando sui miei pensieri.
L'equivoca luce che
s'accusava nel viso della sorella, era il segno d'elezione, la prova
ch'ella era donna fino alla virtualità criminale, fino alla
passione.
Ucciso, ella ha
ucciso! L'oblazione d'una vita umana è il concime del loro
orribile piacere. Una vita umana sta sotterrata ai loro piedi sotto
le radici dell'albero maledetto, e i frutti nati da quella perversa
vegetazione, sono le loro ostie sacrileghe. I loro esseri dimenticano
l'onnipotenza degli spiriti inferni, si elevano, ascendono, lungo i
mistici gradi nel clima dei calvari gridando alla vita: Il nostro
regno non è di questo mondo. Ah! la desolata e tragica e
sontuosa e tenebrosa perdizione che li avvince contro le leggi,
circondati dai vaporanti miasmi della morte, soli come in un'isola
sul punto di sommergere nel flutto ineluttabile d'un oceano oscuro!
La triste sensuabilità di lui che bacia le mani della sorella,
quelle mani che dettero la morte, e s'illanguidisce all'incanto di
bere un infernale etere e mormora nelle labbra la sequenza
dell'Orazione cattiva. «Que tes mains soient
benies, car elles sont impures! / Elles ont des péchés
secrets à toutes les jointures; / Lys d'épouvante,
leurs ongles blancs font penser, sous la lampe, / A des hosties
volées dans l'ombre blanche, sous la Lampe, / Et l'opale
prisonnière qui se meurt à ton doigt, / C'est le
dernier soupir de Jésus sur la croix».
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