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Giuseppe Vannicola
Il veleno

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I

 

Questo racconto fiabesco mi ricorda un fratello e una sorella incontrati sul lago di Como, fra le varie avventure che dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Russia, vanno a cercare in quelle rive una poetica cornice di elegante e profumata indulgenza.

La sorella aveva della grazia, e i contorni si accordavano secondo il rapporto voluto per evocare la parola di bellezza. Quando camminava, aveva l'aria d'essere avviluppata e portata da un soffio di mistero che scherzava nei suoi capelli biondi come il vento solleva e anima i fiocchi cadenti dei viburni lungo le siepi, d'ottobre.

Ma un esteta freddo avrebbe dichiarato che qualcosa rompeva quell'armonia proveniente certo da una famiglia aristocratica, e l'insieme del viso veramente aveva dell'equivoco.

L'equivoco! Questo solo avevano di comune quei due fratelli; un non so quale aroma turbatore che sfuggiva dall'uno e dall'altra e l'includeva entrambi nella curva delle passioni disonorate.

Io non conoscevo di loro che il nome indicato sul registro dell'hôtel: «X e sorella»; e quel che lasciavano intravedere, con una libertà quasi ostentata, non mi attraeva estremamente; era troppo conforme al manuale.

A questo punto della nostra civiltà certi costumi azzardati non hanno più nulla di misterioso; sono metafore rare che non turbano se non quegli spiriti semplici incapaci di deviare i sentimenti come si deviano le acque dal loro corso per guidarle a traverso la sterilità delle lande.

Molte volte, per il solo piacere di rendermi conto, ho seguito, nelle loro evoluzioni psichiche, dei soggetti interessanti. Soprattutto donne; ma, ingannate da un'attenzione di motivo non indovinabile, le donne ne suppongono volentieri un altro, più frequente, e si mettono subito a schermagliare con lo scrutatore sviandolo nelle fatue divagazioni del flirt.

Ora, ciascuna di quelle psicologie mi ha convinto che qualunque peccato è sempre mediocre, un atto incompleto, limitato dalla sua stessa natura. Contrario all'idea divina, s'arresta a mezza strada della contradizione, perché l'assoluto nel male è impossibile, sia pure a concepirsi.

Dunque, senza giudicare, immaginavo, dubitavo, sognavo.

In un embrione di romanzo, avvolgevo quei due fratelli nella dubbia nebbia sollevata dentro di me e li chiudevo in una tomba sulla cui porta alcune lettere d'oro dicevano: Letteratura.

Forse il sole bruciava a piombo sulle vasche della vita... Ma essi avevano per loro una camera chiusa dove l'ombra era così profonda che non potevano distinguere le cifre delle ore, e il tempo più non esisteva. Simile a un infermo che sapendo prossima la morte non cura scendere più nemmeno in giardino, il loro spirito era assopito in quel silenzio e in quell'ombra; e quando alfine supponevano scesa la sera era per vedere le stelle dire alla luna: Ave.

Come una parola improvvisa all'orecchio, la voce di Baudelaire apriva per loro le tre dimensioni d'un mondo misterioso. Un rimpianto immenso, un ricordo informe e violento, il male d'un esilio che rianimava in fondo al cuore l'immagine di belle patrie perdute, ed evocava col suo incantesimo la resurrezione di quanto non era stato mai: «Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà. Guarda sui canali dormire quei navigli dall'umore vagabondo; è per soddisfare il tuo minimo desiderio che vengono dall'estremità del mondo. I soli al tramonto rivestono i campi, i canali, la città intiera, di giacinto e d'oro; il mondo s'addormenta in una calda luce. Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà».

La voce cantava «come il vento delle spiagge, fantasma gemente, venuto non si sa da dove, che accarezza l'orecchio e al tempo stesso l'impaura».

Potevano essi discernere di quali sentimenti li farebbe alfine complici l'ascoltazione di quella voce evocatrice e d'una così straordinaria soavità? Ma era troppo tardi per sfuggire. Le più grandi passioni s'erano insinuate in loro, così grandi e vaste e complete fino a divenire contradittorie. Era tutta l'anima loro con la violenza non supposta degli amori diversi che quella magica voce faceva ad essi stessi sensibile. Desolato ardore nato dalle acque funebri nascoste nel profondo nel cuore, e che a poco a poco si sollevava come per disfarsi del peso di tutte le tenebre, anelando come un pensiero cercato tutta la vita e che si fa sempre più prossimo, come i battiti sempre più urgenti della memoria, e come la liberazione di scoprire alfine, tenebrosa, infinita, carica di morte e di gioia, la parola tanto anelata.

 

Psicologie malate, senza dubbio, poiché mi interessavano. Il normale non può essere percepito, non potendo essere differenziato.

Come distinguere dall'ottavo il nono suono della mezzanotte? Dei dodici, solo il primo e l'ultimo sono dissimili, perché o preceduti o seguiti dal silenzio.

Ma se quei due erano un po' malati, non ero io un po' colpevole, forse, d'addolcire di romanzo l'urto iniziale che si provava da quella loro sfrontata indipendenza?

Le incantazioni dei libri avevano però messo in me un fermento così forte che era un veleno. Sebbene io fossi molto diverso, socievole, aperto a tutte le impressioni, nondimeno non ero fatto per calmare i miei pensieri. E una circostanza si aggiunse alle disposizioni del mio spirito, evocando in me le più singolari sensazioni. Intorno ai due insottomessi s'accese il nimbo tragico che isola certi individui dall'umanità per farne il modello di qualche esaltazione.

Fu nell'ombrata solitudine del parco, in un viale che l'autunno già cospargeva di foglie morte. Essi erano seduti sotto gli alberi annosi. Non mi vedevano. Non parlavano.

Un po' nervosa, la sorella si levò in piedi movendo verso la luce. La veste parve metterle attorno ai fianchi un fremito di corolle aperte. Il vento passò, agitando le foglie secche. Un grande ramo basso si piegò col rumore delle sete gualcite. Una foglia, alcune foglie, come gocce di pioggia, caddero in un lento fruscìo.

— Mi seguono! Mi perseguitano! — gridò lei presa nel turbine che voleva invano fuggire.

E trascinata, come una foglia, nel volo circolare delle foglie, ricadde, smarrita e tremante vicino al fratello, gridando sempre:

— Mi perseguitano, le foglie, le foglie morte!

«Un delitto, forse?» mi chiesi io sorpreso da quella crisi improvvisa.

L'interrogazione incosciente mi fece trasalire.

«L'equivoco! ma è la causa, è la causa!».

L'idea si levava come da un sedile, camminava, mi si avvicinava, io ne subii la stretta e il bacio, vissi con lei tutta la sera. Nuda e fredda, tenace e muta, l'idea si distese vicino a me, sul mio letto d'uomo solo, vegliando sui miei pensieri.

L'equivoca luce che s'accusava nel viso della sorella, era il segno d'elezione, la prova ch'ella era donna fino alla virtualità criminale, fino alla passione.

Ucciso, ella ha ucciso! L'oblazione d'una vita umana è il concime del loro orribile piacere. Una vita umana sta sotterrata ai loro piedi sotto le radici dell'albero maledetto, e i frutti nati da quella perversa vegetazione, sono le loro ostie sacrileghe. I loro esseri dimenticano l'onnipotenza degli spiriti inferni, si elevano, ascendono, lungo i mistici gradi nel clima dei calvari gridando alla vita: Il nostro regno non è di questo mondo. Ah! la desolata e tragica e sontuosa e tenebrosa perdizione che li avvince contro le leggi, circondati dai vaporanti miasmi della morte, soli come in un'isola sul punto di sommergere nel flutto ineluttabile d'un oceano oscuro! La triste sensuabilità di lui che bacia le mani della sorella, quelle mani che dettero la morte, e s'illanguidisce all'incanto di bere un infernale etere e mormora nelle labbra la sequenza dell'Orazione cattiva. «Que tes mains soient benies, car elles sont impures! / Elles ont des péchés secrets à toutes les jointures; / Lys d'épouvante, leurs ongles blancs font penser, sous la lampe, / A des hosties volées dans l'ombre blanche, sous la Lampe, / Et l'opale prisonnière qui se meurt à ton doigt, / C'est le dernier soupir de Jésus sur la croix».




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