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Giuseppe Vannicola
Il veleno

IntraText CT - Lettura del testo

  • II
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II

 

L'indomani fui liberato. L'imperiale succubo era svanito non lasciando di sé che una polvere di diamante. L'ironia, protesta mentale e garanzia sull'eccesso delle emozioni sentimentali, l'ironia mi suggerì la reazione.

«Un delitto: Eh, via! La realtà non ha deduzioni così elementari! Io mi sono forse lasciato ingannare da un'idea. Un'idea è un orizzonte. Si eleva come una montagna; bisogna guardarla con serenità. Una montagna! Un albero sulla montagna e che sembra grande perché è sulla montagna. Un albero lo possiamo abbracciare. Un albero! Spesso quello che prendiamo per un albero non è che un tronco che il contadino porterà sulla spalla e taglierà a colpi di scure e getterà sul fuoco. È un tronco, un ramo, un virgulto che si spezza per fare un bastone; è una canna, che i ragazzi strappano tornando di scuola per tagliarla a foggia di flauto. È una canna, una lunga canna di cicuta... Oh, signorina! Vi sono scherzi della natura che sembrano davvero trascendenti. Delle sensazioni residuali vibrano ancora nei nostri nervi, ed eccoci spaventati da un turbine di foglie morte... Ah! poveri cuori ossidati che aspirate dietro la verginità di una nuova impronta, ci cadrete nella forma, pazienza! e godrete della divorante liquefazione, e le vostre molecole rientreranno nella matrice, e altre monete della divinità continueranno nello spazio, la vostra circolazione interrotta, — altre monete eternamente simili!».

In tal modo, ironiche driadi, le mie morenti immaginazioni, scherzavano. Moriuntur ridendo.

Ma dietro la rutilanza dell'atmosfera logica, vidi brillare gli sguardi ardenti di un invisibile spettro, due occhi fascinatori, incitatori e imperiosi. Li riconobbi: erano i due occhi della Letteratura. Ah! sì, la riconoscevo. Era un'amica di adolescenza. Era ingegnosa: molte volte m'aveva soffiato nell'orecchio le parole magiche e solenni della Chimera alla Sfinge: Cerco nuovi profumi, fiori più larghi, piaceri non provati... Adesso mormorava il grido soffocato d'Amleto: Orribile! orribile! orribile!.

Una soddisfazione d'autore mi rianimò: «Ebbene, sia: ne farò della letteratura. Trasporterò gli arabeschi delle mie fantasmagorie in un racconto strettamente basato sull'esaltazione di ieri, e quei due vuoteranno fino all'ultima goccia il calice d'oro di Babilonia. L'immaginazione delle cose è la loro vera realtà; lo dice l'autore del De Statu animae. E Hobbes afferma che la verità consiste nell'espressione e non nella cosa; in dicto, non in re. Se il fatto mi sfugge, l'espressione mi appartiene. Quale realtà val mai un foglio di carta, arnia meravigliosa dove le parole, come api ideali nel loro nido di cellula, distillano il pensiero?».

 

Voi mi direte che passando nel dominio della letteratura la cosa perdeva il suo carattere perdendo la realtà. Il suo carattere morale, forse, non già il suo carattere psicologico. Se non come effetto pratico, come natura ideale rimaneva identica.

Del resto, cosa è il reale? Possiamo sapere con precisione quali atti compiamo ogni volta che abbiamo un'idea, che accettiamo un pensiero, che proviamo un'impressione?

Lo scultore che concepisce una statua fa un atto buono o cattivo, ma più reale dell'atto successivo col quale realizza quella statua: la sua idea è più reale del bronzo e del marmo. Fissando in un racconto di pura fantasia i paludosi vapori suscitati in me da quelle circostanze, non era arrestare un istante l'ombra fuggitiva, realizzare un istante le passanti apparenze? Non era proiettare quel succubo fuori delle contingenze, al riparo delle deduzioni e delle negazioni?

La follia simulata da Amleto, non si realizza in Ofelia? Quanti Werther segreti e che s'ignoravano non ha ucciso la pistola del Werther di Goethe? Chi può dire le realtà di cui siamo gli autori?

Ma perché nascondere il più grave?

I romani avevano un grido profondo: Panem et Circenses! il pane e i giochi del circo. Nella sua volontà selvaggia il popolo romano metteva allo stesso livello, quel che bisogna per vivere e quel che bisogna per morire, ciò che forma il sangue dell'uomo e ciò che fa scorrere il sangue dell'uomo: la vita e la morte.

Quel grido è tipico e rivela la passione d'una voluttà spaventevole. La voluttà di veder soffrire. Lucrezio, nel celebre:

Suave mari magno...

attribuisce il piacere di veder soffrire al sentimento della sicurezza personale dello spettatore, sentimento che si esalta per contrasto quando lo spettatore tranquillo assiste al pericolo degli altri. Senza dubbio questo contrasto è essenziale. Ma ve n'è un altro più profondo di quello fra sicurezza e pericolo; è il contrasto della tortura e della voluttà.

Ebbene, vi confesso che mentre scrivevo, io obbedivo a questo genere di voluttà. Io che per una nativa bontà d'animo non ho mai fatto soffrire nessuno, (se non per ragioni di analisi, le lagrime essendo sempre un po' rivelatrici del profumo interiore, dell'essenza inclusa nella fiala segreta), io esasperavo il grido crudele dei romani fino al raffinamento, fino al pensiero di leggere il mio racconto ai due peccaminosi fratelli, innanzi a un ristretto uditorio d'iniziati...

«Li trafiggerò d'ironia — mi dicevomostrerò loro che certe malattie di distinzione sono pallidi giuochi lunari in un antico specchio usato; che quello che loro prendono per il destino non è che un frammento d'antologia.

«Scuoterò quella polvere d'eternità che l'illusione ha deposto sulle loro povere ali. Plasmerò la loro eccellente e nobile sostanza secondo le più trascendenti fantasie. Vedranno quale altra aureola farebbe alle loro fronti il fogliame intrecciato delle sanguinanti conseguenze! Vedranno come il piacere acquisterebbe valore d'attrattiva con un assassinio sulla coscienza, nel deserto, nel gran deserto senz'acqua e senz'amore, nella caverna profonda e nera dove si vedono delle ossa di iene morte di fame!».

E mentre li spingevo in tal modo nel più memorando precipizio dell'Obbrobrio e dello Spavento, provavo la sensazione iniqua di fustigarli con una flagellazione degna di Suso, che veniva trovato nella sua cella svenuto in una pozza di sangue. Nell'amara orgia mentale, vedevo le corde e i nodi della disciplina stigmatizzare le spalle, i fianchi, i reni; insanguinare il candore delle carni della sorella; la vedevo, lei, inginocchiarsi a mani giunte, rilevarsi a braccia tese, curvarsi, arrovesciare nello spasimo la testa pallida, guardarmi con due occhi dove il bianco divorava le iridi, implorarmi quando il flagello tardava a scendere: Ancora! Ancora! e gettarmi le braccia intorno al collo, e cadere trascinandomi con lei fino in fondo all'abisso.




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