II
L'indomani fui
liberato. L'imperiale succubo era svanito non lasciando di sé
che una polvere di diamante. L'ironia, protesta mentale e garanzia
sull'eccesso delle emozioni sentimentali, l'ironia mi suggerì
la reazione.
«Un delitto:
Eh, via! La realtà non ha deduzioni così elementari! Io
mi sono forse lasciato ingannare da un'idea. Un'idea è un
orizzonte. Si eleva come una montagna; bisogna guardarla con
serenità. Una montagna! Un albero sulla montagna e che sembra
grande perché è sulla montagna. Un albero lo possiamo
abbracciare. Un albero! Spesso quello che prendiamo per un albero non
è che un tronco che il contadino porterà sulla spalla e
taglierà a colpi di scure e getterà sul fuoco. È
un tronco, un ramo, un virgulto che si spezza per fare un bastone; è
una canna, che i ragazzi strappano tornando di scuola per tagliarla a
foggia di flauto. È una canna, una lunga canna di cicuta...
Oh, signorina! Vi sono scherzi della natura che sembrano davvero
trascendenti. Delle sensazioni residuali vibrano ancora nei nostri
nervi, ed eccoci spaventati da un turbine di foglie morte... Ah!
poveri cuori ossidati che aspirate dietro la verginità di una
nuova impronta, ci cadrete nella forma, pazienza! e godrete della
divorante liquefazione, e le vostre molecole rientreranno nella
matrice, e altre monete della divinità continueranno nello
spazio, la vostra circolazione interrotta, — altre monete
eternamente simili!».
In tal modo,
ironiche driadi, le mie morenti immaginazioni, scherzavano. Moriuntur
ridendo.
Ma dietro la
rutilanza dell'atmosfera logica, vidi brillare gli sguardi ardenti di
un invisibile spettro, due occhi fascinatori, incitatori e imperiosi.
Li riconobbi: erano i due occhi della Letteratura. Ah! sì, la
riconoscevo. Era un'amica di adolescenza. Era ingegnosa: molte volte
m'aveva soffiato nell'orecchio le parole magiche e solenni della
Chimera alla Sfinge: Cerco nuovi profumi, fiori più larghi,
piaceri non provati... Adesso mormorava il grido soffocato d'Amleto:
Orribile! orribile! orribile!.
Una soddisfazione
d'autore mi rianimò: «Ebbene, sia: ne farò della
letteratura. Trasporterò gli arabeschi delle mie fantasmagorie
in un racconto strettamente basato sull'esaltazione di ieri, e quei
due vuoteranno fino all'ultima goccia il calice d'oro di Babilonia.
L'immaginazione delle cose è la loro vera realtà; lo
dice l'autore del De Statu animae. E Hobbes afferma che la
verità consiste nell'espressione e non nella cosa; in
dicto, non in re. Se il fatto mi sfugge, l'espressione mi
appartiene. Quale realtà val mai un foglio di carta, arnia
meravigliosa dove le parole, come api ideali nel loro nido di
cellula, distillano il pensiero?».
Voi mi direte che
passando nel dominio della letteratura la cosa perdeva il suo
carattere perdendo la realtà. Il suo carattere morale, forse,
non già il suo carattere psicologico. Se non come effetto
pratico, come natura ideale rimaneva identica.
Del resto, cosa è
il reale? Possiamo sapere con precisione quali atti compiamo ogni
volta che abbiamo un'idea, che accettiamo un pensiero, che proviamo
un'impressione?
Lo scultore che
concepisce una statua fa un atto buono o cattivo, ma più reale
dell'atto successivo col quale realizza quella statua: la sua idea è
più reale del bronzo e del marmo. Fissando in un racconto di
pura fantasia i paludosi vapori suscitati in me da quelle
circostanze, non era arrestare un istante l'ombra fuggitiva,
realizzare un istante le passanti apparenze? Non era proiettare quel
succubo fuori delle contingenze, al riparo delle deduzioni e delle
negazioni?
La follia simulata
da Amleto, non si realizza in Ofelia? Quanti Werther segreti e che
s'ignoravano non ha ucciso la pistola del Werther di Goethe? Chi può
dire le realtà di cui siamo gli autori?
Ma perché
nascondere il più grave?
I romani avevano un
grido profondo: Panem et Circenses! il pane e i giochi del
circo. Nella sua volontà selvaggia il popolo romano metteva
allo stesso livello, quel che bisogna per vivere e quel che bisogna
per morire, ciò che forma il sangue dell'uomo e ciò che
fa scorrere il sangue dell'uomo: la vita e la morte.
Quel grido è
tipico e rivela la passione d'una voluttà spaventevole. La
voluttà di veder soffrire. Lucrezio, nel celebre:
Suave mari magno...
attribuisce il piacere di veder soffrire al
sentimento della sicurezza personale dello spettatore, sentimento che
si esalta per contrasto quando lo spettatore tranquillo assiste al
pericolo degli altri. Senza dubbio questo contrasto è
essenziale. Ma ve n'è un altro più profondo di quello
fra sicurezza e pericolo; è il contrasto della tortura e della
voluttà.
Ebbene, vi confesso
che mentre scrivevo, io obbedivo a questo genere di voluttà.
Io che per una nativa bontà d'animo non ho mai fatto soffrire
nessuno, (se non per ragioni di analisi, le lagrime essendo sempre un
po' rivelatrici del profumo interiore, dell'essenza inclusa nella
fiala segreta), io esasperavo il grido crudele dei romani fino al
raffinamento, fino al pensiero di leggere il mio racconto ai due
peccaminosi fratelli, innanzi a un ristretto uditorio d'iniziati...
«Li trafiggerò
d'ironia — mi dicevo — mostrerò loro che certe
malattie di distinzione sono pallidi giuochi lunari in un antico
specchio usato; che quello che loro prendono per il destino non è
che un frammento d'antologia.
«Scuoterò
quella polvere d'eternità che l'illusione ha deposto sulle
loro povere ali. Plasmerò la loro eccellente e nobile sostanza
secondo le più trascendenti fantasie. Vedranno quale altra
aureola farebbe alle loro fronti il fogliame intrecciato delle
sanguinanti conseguenze! Vedranno come il piacere acquisterebbe
valore d'attrattiva con un assassinio sulla coscienza, nel deserto,
nel gran deserto senz'acqua e senz'amore, nella caverna profonda e
nera dove si vedono delle ossa di iene morte di fame!».
E mentre li spingevo
in tal modo nel più memorando precipizio dell'Obbrobrio e
dello Spavento, provavo la sensazione iniqua di fustigarli con una
flagellazione degna di Suso, che veniva trovato nella sua cella
svenuto in una pozza di sangue. Nell'amara orgia mentale, vedevo le
corde e i nodi della disciplina stigmatizzare le spalle, i fianchi, i
reni; insanguinare il candore delle carni della sorella; la vedevo,
lei, inginocchiarsi a mani giunte, rilevarsi a braccia tese,
curvarsi, arrovesciare nello spasimo la testa pallida, guardarmi con
due occhi dove il bianco divorava le iridi, implorarmi quando il
flagello tardava a scendere: Ancora! Ancora! e gettarmi le braccia
intorno al collo, e cadere trascinandomi con lei fino in fondo
all'abisso.
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