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Mario Rapisardi
Lucifero

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  • CANTO SETTIMO.
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CANTO SETTIMO.

 

ARGOMENTO.

 

Storia d'Isolina. - Amore. - Sogno di felicità. - La lettera della madre. - Ultimo commiato. - Lontananza. - La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti. - Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di stesso. - Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia. - Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano. - Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.

 

tu, dolce amor mio, saprai gli affanni

De la bella Isolina? Io, quando i cari

Giorni ripenso, che l'amor ne diede

Tutti sparsi di luce, e la promessa,

Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto;

E il ciel rigido miro, e con le cento

Ali del mio desir navigo il mare,

Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti

Tanti negri fantasmi; un'infinita

Pena, un'angoscia indefinita e nova

S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti

Casi pensando de la pia fanciulla,

Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.

Giovinetta infelice! Un cheto e lieve

Raggio di fuggitivo astro parea

Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era

Negli sguardi e nell'alma; ala odorata

Di vespertino venticello estivo

Somigliavan sue voci, e chiaro e santo

Era l'amor, che le accendea la vita.

Un giovinetto da la lunga chioma,

Esile e mesto e tutto alma negli occhi,

Era il dolce amor suo: povero ed egro

Vaneggiator, che le natíe contrade

E la terra dei suoi padri e le sante

Braccia materne abbandonava; e il nero

Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto,

Empía d'inclite forme illuminate

Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide

La beltà d'Isolina. Era straniera

Agli occhi suoi quella beltà; straniera

Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente

Cosa straniero il suo pensier; ma in core

Da gran tempo sedeagli, ospite ignota,

Quella forma leggiadra; e sentì allora,

Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro

Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi,

Era la patria sua, l'aurea contrada

Dei sogni suoi; non , dove la morte

Sedea su le dilette ossa paterne,

Non , dove, nei suoi lutti racchiusa,

Piangea la madre sua vedova e stanca.

Da quel giorno si amâr. Livide e torte

Lingueggiâr fra le care alme le sozze

Ironie de la plebe; ai giovanili

Passi, intèsta di fior, tese la rete

L'insidïosa ipocrisia; ma grande

Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi

Battezzati nel pianto i primi amplessi.

Scorrazzavano un , come fanciulli,

Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno

Mar di tiepidi raggi e di fragranze

Nuotavano le cose, e tutto fiori

Salìa sui monti il giovinetto aprile.

Dolcemente anelando ella si assise

Sotto il bruno laureto; e lieta in core

Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta

Giovinezza d'amor, con puerile

Malizïoso rampognar severo

Provocava l'amico. - A nulla buono,

Dicea, sei tu; girato ho in un istante

Tutto quanto il viale, e tutti ho colti

I suoi fiori più bei: guarda; - e su l'erbe

Sciorinava il suo bianco grembiuletto

Tutto colmo di fiori. Egli porgea,

Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono,

Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.

Furtivamente fra le foglie e i rami

S'insinua il sole, e di minute e lievi

Agitate da l'aure ombre ricama

Quelle giovani fronti e le diffuse

Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.

- Quanto io devo a l'amore, egli diceva,

Quanto a la tua pietosa anima io deggio,

O mia buona Isolina! Agli occhi miei

Cangiato è il mondo; di mai visti fiori

Mi sorride la terra; una lucente

Indefinita regïon di sogni

Mi si schiude ne l'alma, e la più bella

De le speranze mie m'albeggia in core.

Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi

Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti

Dubbi e fallace illusïon di sensi

Mi sembrava la vita: inutil gioco

Di crudeli potenze, agli occhi occulte,

Ma paventate qual visibil cosa

Da la paura onniveggente. In mano

D'un fiero iddio balzar vidi la terra

Come inutil crepunda; ai sanguinosi

Ludi, a le prede con ferin costume

Correr le schiatte dei mortali; eterno

Gravar su le ribelli anime il piede

La matrigna Natura; e tra le spire

Di velenosi abbracciamenti, oppressa

Da ignoti e strazianti incubi, indarno

Tender la moribonda Arte a le stelle.

Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco

Occhio de l'uomo m'involai; coi morti

Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa

Ebbi così, che i miei giorni infelici

Sol ne la speme de la morte amai.

Qual or mi sia, il so; stupito io guardo

D'intorno a me, dentro al mio cor, trovo

Me stesso in me: caro portento è questo

Ch'io sol devo a l'amor! -

Ne le tremanti

Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra

Picciola testa d'angeletta, e lunghe

Lunghe carezze le facea coi baci.

Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto

I più freschi, e i più belli; e mormorando

Un'allegra canzon de le sue valli,

Li girava in ghirlanda, e col securo

Volo de la ridente anima il giorno

De le sue nozze precorrea.

- Di freschi

Fiori odorosi, io vo' la mia corona

In quel giorno beato: a par di questa

Tesserla io vo' di zàgare fragranti,

Che a me son tanto care, e simbol sono

Del nostro amor: te ne rammenti? il primo

Foglio che mi scrivesti un conteneva

Di quei teneri fiorì. Oh! come allora

Sarem felici! Andran confusi e tristi

I cattivi del mondo, e i nostri amplessi

Saran da Dio santificati. È amara

Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo

Fra due cori che s'amano: somiglia

Sibilo di serpente in mezzo al canto

Melodïoso di felici augelli;

Grido somiglia di sinistro augello,

Che rompa a sera l'armonia d'un primo

Giuramento d'amor. No, no; non voglio,

Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri

La maledica turba, e ne sia d'uopo

Velar di mal sofferte ombre il sorriso

De l'amor nostro immensurato: io voglio,

Che testimòni a la letizia nostra

Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore

Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta,

Giorgio, affretta quel ! Non mi rincresce

Lasciar per te queste mie valli; il caro

Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto

Tante volte fanciulla; i gelsomini,

Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía,

Sai? la gaggía de l'orticel materno,

Ch'or principia a fiorir; non mi pena,

Che dir? non penso pur, che lasciar deggio

La mia povera mamma: io son cattiva,

Non è ver? ma per te! -

Gonfî di pianto

Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori

Con inqueta mestizia, e riprendea

Poi con tremula voce:

- Io, sai? non voglio

Viver lontan da la tua mamma: un solo

Tetto ne accoglierà; seder mi è caro

A la mensa dei tuoi; guardar le stelle

Da le finestre de la tua stanzetta;

L'aure spirar che tu spirasti; assisa

Presso l'immagin del tuo caro estinto

Di te parlar con la tua mamma; seco

Portar la croce, e consolar d'alcuna

Speme di gioia il suo lungo dolore.

Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude

Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato? -

Giunse un foglio in quel punto:

- Unico mio,

Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca

Di più lungo soffrir trascino i giorni

De la mia vedovanza, io ti sospiro,

Io ti cerco dovunque, e le deserte

Braccia protendo, e non ti trovo, e piango.

Dove sei, dove sei, che più non torni

A questo petto abbandonato, a queste

Case del padre tuo, che, di te prive,

Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute

Sembran solo aspettar la morte mia?

Dove sei, figlio mio, che più non odo

La voce tua; che più non torni a sera

A sedermi da canto, a dirmi i cari

Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi

Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto?

Tutto, figlio, così, tutto oblïasti

L'affetto mio? Del genitor non serbi

Memoria alcuna? Ah! così poca e breve

Ala di tempo, e così nova terra

Covre quei suoi diletti occhi, che calde

Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami,

Risponderà. Deh! così mesta e sola

Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada?

Così dunque morire, anzi ch'io muoia,

Deve la mia speranza ultima, e al piede

Mirar deggio spezzato in un sol punto

L'estremo idolo mio? Già non fûr queste

Le tue promesse; e non cotal conforto

Da tanto amor m'impromettea! Lontano

Dai piangenti occhi miei, fatto straniero

Al materno cordoglio, il fior tu libi

De le gioie del mondo; io bacio i cari

Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo

Letto, come solea, sprimaccio a sera

Con materno costume; al picciol desco

La tua seggiola appongo; al consueto

Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo

Scricchiar da lungi inutilmente aspetto;

E forse allor che tu beato in braccio

Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati

Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi

D'ogni umano conforto abbandonata

La madre tua ti benedice, e muore! -

Pallide e mute si guardâr negli occhi

Quelle due fulminate anime. Ei sorse

Freddo, anelante, scompigliato; al petto

Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte

Mal frenando i singhiozzi, e una parola

Mormorò fra le labbra; ella il comprese;

E, gittandogli al collo ambe le braccia,

In lagrime proruppe, e cor non ebbe

Di contendere il figlio a una morente.

Ei partì con la notte. A la finestra

Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre

Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese

L'anima tutta; aspettò ancor; le parve,

Che pentito ei tornasse; a una lontana

Voce tremò, chiamollo a nome; e quando

Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo

Vide il bianco viale, a la notturna

Brezza ondeggiar con murmure indistinto

Le due file d'acacie, e a la sinistra

Luna uggiolar sentì a la lunga i cani,

Sul freddo letticciòl, come perduta

Cosa, piombò; ne le deserte coltri

Si serrò paürosa, e pianse e pianse.

Toccò Giorgio il natío lido; anelando

Le vie percorse; a le paterne case

Volò; ma fredda era la soglia; al vento

Sbattean le imposte abbandonate, e nera

Regina per li vuoti anditi, avvolta

Ne le vesti materne, iva la Morte.

Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude

Mostrò le scricchiolanti ossa del petto

Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse,

Balzando indietro inorridito. Immota

Ella il mirò; da le profonde occhiaie

Balenò un fatuo lume; armò le vôte

Mandibole d'un fiero urlo, e rispose:

- La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa

Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta! -

Grido non diè, non diè gemito o pianto

Lo sventurato, e ne le grandi e fredde

Braccia gittossi di colei, che sola

Di sue vedove case avea l'impero.

Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni

D'Isolina sul cor passano i giorni;

Passan sovra al suo cor gl'inganni alati

Del suo tempo felice, e più s'infosca

Co'l cader d'ogni la sua speranza.

Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci

Nidi de l'amor suo? Ne le materne

Braccia obliò le sue promesse? In preda

D'improvviso dolor s'agita, o il freddo

Calcolo sul gentile animo scende,

E a men umile preda il cor gli adesca?

Ella dubbia così: facil maestra

La lontananza è di sospetti, e fabro

Di torture il silenzio. Ai consüeti

Lochi si adduce; il solito viale

Percorre; ne la memore stanzetta,

Presso il camin, di fronte al caro specchio

Spïator di lor baci, a l'ora usata,

Tutti i giorni si asside; e poi che inganna

Lungamente così l'ore infelici,

E tutta sola, abbandonata, incerta

Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa,

Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo

Detto, che a consolarla alcun le porga,

Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola.

Sinistramente al suo pallido volto

Irridevan le amiche; e la ben mesta

Anima cruccïando ivan co'l vezzo

Di maligni sussurri.

- Un venturiero

Era al certo colui! -

- Povera stolta!

Già toccar le parea gli astri co'l dito! -

- Altro! Prostrate e pallide al suo piede

Bice e Laura vedea! -

- Cinta d'alloro,

Come le anguille, in groppa al suo poeta

Credea varcar l'eternità! -

- Ma il remo

Dice a l'onda che passa: io ti saluto!

E l'ape dice al fior: verrò tra poco! -

- E l'ingenua sposina aspetta ancora

L'asin che voli, e l'amor suo che torni! -

Tanto dolor la povera Isolina

Onta cotal più non sostenne: ai cari

Tetti involossi; abbandonò nel pianto

La materna dolcezza; e, le notturne

Ombre spregiando e le natíe paure,

La dolente sua vita al mar commise.

O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi

Freddi baci l'avvinse; addormentolla

Nei letti suoi, pria che donarla al novo

Ferreo dolor, che l'attendea sul lido.

Su la fossa di lei, presso a la sponda

Or Lucifero siede. Alta d'intorno

Spazia la notte; silenziosa e poca

Tremula su le grigie acque la luna;

Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci

Mormora il labbro suo: rupe il diresti,

Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,

Spinga ai venti la cresta, e di confuso

Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio.

Scuro e immoto così pende l'Eroe

Su la zolla pietosa. Amor, che preda

Fa di giovani vite, e ne la cara

Lucida vita de le cose alberga,

D'ansie superbe e di grandi ale instrutto,

Dominar l'ombre ama talor; vïaggia

Oltre la vita; e, di regnar mal pago

Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,

Scende ne l'urne a interrogar la morte.

Tremò allor su le care ossa la luce

D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve

Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia,

Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.

Come al sole d'april, da le materne

Lucide foglie in vago giro inteste,

La candida magnolia alza il bocciòlo,

Così dal grembo de la fatua luce

Una bianca si svolge aërea forma,

A cui brune e diffuse erran le chiome,

E diffusi per l'aure i rosei veli

Dïafani a la luce. Il Pellegrino

Ravvisò la sua morta.

- Oh! così lievi

Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,

Docil così, buona così è la morte,

Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente?

Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove

La prece mia? pietà ti tragge a questa,

Che lasciasti anzi tempo, aere vitale? -

Tremava ella, e tacea; languide intorno

Volgea le luci pe'l deserto lido,

Come chi chieda ai circostanti oggetti

Una persona lungamente attesa,

E tutta in quel disío l'anima intenda.

- Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi

Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta

È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;

Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida

Ei s'accovaccia ne la calma; infiora

D'albe spume gli abissi; ignudi e belli

Manda intorno a danzar silfi e sirene,

Che funesta han la voce; alita un cheto

Sopor sovra le sue vittime; e quando

Più sicure esse van sognando il lido,

Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia

Su le rotte acque a gavazzar la morte.

Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi,

Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,

Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,

Vieni, il cor mio ti ; vieni, e saranno

Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori,

Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle! -

Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta

Cadea la luna; impallidía la bella

Sospirosa al partir; tendea le braccia

Egli, e gemea:

- Deh! non fuggir, t'arresta!

Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli;

Tue son le perle del mattin; tue sono

L'armonie di quest'aure; è tua la vita!

Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa

Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi

Regni del mio pensier! Da le voraci

Onde non io le tue candide membra,

Non io la tua beltà tolsi agli abissi,

Perchè deserta, in peregrina stanza,

Ospite de le fredde ombre ti aggiri;

alfin la morte al voto mio t'arrese,

Perchè al tornar de la dïurna luce

La negra terra ad abitar tu scenda.

No, non fuggir! il suol, il mar, il cielo,

la morte ti avrà: l'amor ti spira

Vita più bella, ed a l'amor vivrai! -

Dicea, come piangesse, e facea forza

Di caldi amplessi e di sospiri al fato.

S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto

L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia.

- Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste

Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre

Non di futili sogni amor si pasce.

Opra incessante è Amor: vita a l'inerte

Polve non spira ei già, ma su l'inerte

Polve l'onor d'illustri fatti accende.

Non vedi tu qual turbine di guerra

Del provocato Reno agita i lidi,

E, al suon de le fatali armi di Brenno,

Tutte d'Europa impallidir le genti?

Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi

Fulminati di Mario, ombre feroci,

Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire

Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone

Due glorïosi popoli prorompono

Come oceàni. Mugola dai fondi

Tenebrosi la Senna; e da l'inulto

Elba i carri fulminei a le vegliate

Mura di Faramondo Arminio avventa.

Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio

Spreca in vôta fatica: a lui sembianti

Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte

L'opra non gitta ad impossibil cosa! -

Sentì la voce del suo spirto, e il core

De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente

Voluttà di battaglie. Il sommo attinse

De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi

Le due genti mirò.

Pari a procella,

Che su'l mar piombi, le Borussie querce

Lascian le congiurate aquile al cenno

Del germanico Giove: immenso, orrendo

Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori

Trïonfati in Sadòva; e un'omicida

Smania di pugne in tutti i cor si desta.

Quanti dal borëale urto sospinti

Sovra il campo del mar rotano i flutti,

Tanti e alteri così levansi i figli

De la rigida Odèra; e quei vi sono,

Che fermezza di membra e d'alma han pari

A l'Ercinia materna alpe, e l'audace

Sassone, che nel freddo Albi s'infianca,

E il fedele ai suoi re Bavaro, onore

Dei Vindelici piani; e quanta forza

Di strenua gioventù fra la superba

Vistola e il serpeggiante Emo si accampa.

Da l'onor di sì forte oste precinta,

Splendida come Sol, move la possa

Di Brandeburgo. Rigida e severa

L'augusta diva del pensier vien seco:

Prestantissima dea, che da le fredde

Mute vigilie, onde le cose indaga,

Vien de l'opre al fragor, però che vano

Senza l'opre è il pensiero; i radïosi

Regni abbandona e il puro ètere, dove

Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose

Noriche selve, ov'ha più fidi altari,

Accorre, auspice dea; popoli e prenci

Duci ispira e guerrieri; inconsuëte

Armi rivela, ordigni nuovi appresta,

Terre esplora e nemici, e grande e prima

Sfida la morte, e del trïonfo è certa.

Udì il suon di tant'armi, e tremò in core

L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso

Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte,

Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto

Mirando al piè l'antico scettro e il brando,

A satollar l'ira e la fame, il rostro

Nel cor de l'adescato Ungaro infisse.

L'udì la borëal Dania, feconda

Genitrice di popoli, e ne l'armi

Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo

Petto una tempestosa ira le rugge

Contro al superbo assalitor di genti,

Che, di numero prode e di cor vile,

La sconfisse nel sangue; i palpitanti

Visceri le cercò; chiamò la belva

Dormitante su l'Istro; e su le offese

Sedi di Sondemburgo, orridi in vista,

Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape.

Ma nel cor non tremò, non trasse il brando

A far più salda la ragion dei forti,

La glorïosa Itala donna. Assisa

Su la sponda regal d'Arno, secura

Ne la fortezza sua, le genti e l'opre

E la fugace ora propizia e il fato

Sagacemente interroga; compone

Le impronte ire dei figli; obliga al giogo

Del suo voler le avverse anime; affrena

L'empia licenza popolar; flagella

L'ambigua turba, che nel dubbio annida;

Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni,

Cui legge è l'ira e sola patria il ventre;

E, men d'acciar che di giustizia armata,

Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.

Dentro la cerchia de le mura antiche

Non si contenne il valor Franco. Al grido

Del vandalico orgoglio, ai provocati

Campi volò, primo volò, volle

Misurar l'armi e interrogar la sorte.

Aquila, che dal curvo etere mira

Disertar su la negra alpe i suoi nidi,

Gli accorti agguati e le fulminee canne

Del cacciator non sa: piomba da l'alto

Con terribile strido, e pugna, e muore.

- Dove corri, o fatale aquila, al lampo

Del glorïoso tricolor vessillo

Lucifero gridò; figli de l'armi,

Dove correte voi? Grido di oppressi

Non vi chiamò, non amor patrio accese

Tanto vampo di guerra: inclita e grande

Sovra il trono del mondo alto si asside

La patria vostra, e sol co'l nome impera.

Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio

Da che labbro partì? Chi le secure

Aure turbò di tanta pace, e immerse

In un mar di perigli il luminoso

Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto?

Fu la malnata Idra del vulgo, il destro

Livor dei vili. Abito assunse e volto

Di libertà; con tumida parola

Provocò le dormenti ire; commosse

Con sonante lusinga il cor dei forti;

Piaggiò con prostituta arte l'oscena

Turba armata di lingua e di cor nuda;

Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua

Ambizïon fea nido, e sotto al manto

Involava a mortal guardo il venduto

Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.

Così strisciando tortuösamente

A l'aureo cocchio arrampicossi, dove

Sedea, temuto Automedonte, il senno

Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati

Mòrsi reggea l'intempestiva foga

Dei volanti cavalli, e parea Febo

Portatore del giorno. A lui da canto

Quella furia si assise; un sopor lieve

Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume

Dei veggenti consigli; ond'ei le forti

Redini rallentò su le spumanti

Briglie dei corridori. Un urlo mise

L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse

Co'l freddo soffio le veglianti cure,

Che custodían con cento occhi al governo,

E da l'altezza dei lucenti alberghi

Per la lubrica china i fieri alipedi

Abbandonò. T'arresta, empia e mentita

Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza

De l'antica virtù, se t'arde ancora

L'onor di Francia e la tua gloria i polsi,

Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti

Accorgimenti e de le pronte spade!

Sorgi; a la furibonda idra le cento

Creste conculca; e a quella rea, che il freno

Con falsi nomi a l'oprar tuo contende,

La man caccia su'l volto, e la sbugiarda!

Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida

Dal mar britanno a la regal Pirene

Ogni gente, ogni petto; orrido io sento

Il fragor de la pugna; e quando a mille

Divora i prodi la fulminea morte

Su le ripe contese, una linguarda

Turba su le fraterne ossa s'impanca,

E al vinto insulta, e al vincitor si arrende! -

 

 

 




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