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CANTO
SETTIMO.
ARGOMENTO.
Storia
d'Isolina. - Amore. - Sogno di felicità. - La lettera della madre. - Ultimo
commiato. - Lontananza. - La giovinetta abbandona la famiglia e la patria;
muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti. - Sorge dal
sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita,
languisce nell'oblío di sè stesso. - Una voce interiore lo richiama
all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia. - Egli ascende sulle
Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano. - Alla vista delle
aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella
guerra.
Nè
tu, dolce amor mio, saprai gli affanni
De la bella Isolina? Io, quando
i cari
Giorni ripenso, che l'amor
ne diede
Tutti sparsi di luce, e la
promessa,
Che a l'incerto avvenir
m'obbliga il petto;
E il ciel rigido miro, e con
le cento
Ali del mio desir navigo il
mare,
Calar veggio dal ciel,
sorger dai flutti
Tanti negri fantasmi;
un'infinita
Pena, un'angoscia indefinita
e nova
S'apre ne l'ondeggiante
anima, e a' mesti
Casi pensando de la pia
fanciulla,
Tremo nel cor, chiamo il tuo
nome, e piango.
Giovinetta infelice! Un
cheto e lieve
Raggio di fuggitivo astro
parea
Nei passi suoi; fior di
dolcezza ell'era
Negli sguardi e nell'alma;
ala odorata
Di vespertino venticello
estivo
Somigliavan sue voci, e
chiaro e santo
Era l'amor, che le accendea
la vita.
Un giovinetto da la lunga
chioma,
Esile e mesto e tutto alma
negli occhi,
Era il dolce amor suo:
povero ed egro
Vaneggiator, che le natíe
contrade
E la terra dei suoi padri e
le sante
Braccia materne abbandonava;
e il nero
Vuoto d'amor, che gli
s'apría nel petto,
Empía d'inclite forme
illuminate
Da la fiamma de l'Arte. Un
giorno, ei vide
La beltà d'Isolina. Era
straniera
Agli occhi suoi quella
beltà; straniera
Quella terra a' suoi passi;
a ogni vivente
Cosa straniero il suo
pensier; ma in core
Da gran tempo sedeagli,
ospite ignota,
Quella forma leggiadra; e
sentì allora,
Ch'ivi, da canto a lei,
sotto quel caro
Sguardo di ciel, che le
vivea negli occhi,
Era la patria sua, l'aurea
contrada
Dei sogni suoi; non là, dove
la morte
Sedea su le dilette ossa
paterne,
Non là, dove, nei suoi lutti
racchiusa,
Piangea la madre sua vedova
e stanca.
Da quel giorno si amâr.
Livide e torte
Lingueggiâr fra le care alme
le sozze
Ironie de la plebe; ai
giovanili
Passi, intèsta di fior, tese
la rete
L'insidïosa ipocrisia; ma
grande
Crebbe amor dai perigli, e
fûr più saldi
Battezzati nel pianto i
primi amplessi.
Scorrazzavano
un dì, come fanciulli,
Per le aiuole fiorite. Entro
a un sereno
Mar di tiepidi raggi e di
fragranze
Nuotavano le cose, e tutto
fiori
Salìa sui monti il
giovinetto aprile.
Dolcemente anelando ella si
assise
Sotto il bruno laureto; e
lieta in core
Di tanto Sol, di tanti fior,
di tanta
Giovinezza d'amor, con
puerile
Malizïoso rampognar severo
Provocava l'amico. - A nulla
buono,
Dicea, sei tu; girato ho in
un istante
Tutto quanto il viale, e
tutti ho colti
I suoi fiori più bei:
guarda; - e su l'erbe
Sciorinava il suo bianco
grembiuletto
Tutto colmo di fiori. Egli
porgea,
Sorridendo, la bocca, e, a
nulla buono,
Dicea, son io fuor che a
rubarti i baci.
Furtivamente fra le foglie e
i rami
S'insinua il sole, e di
minute e lievi
Agitate da l'aure ombre
ricama
Quelle giovani fronti e le
diffuse
Vesti di lei, che in mezzo
ai fior si asside.
- Quanto
io devo a l'amore, egli diceva,
Quanto a la tua pietosa
anima io deggio,
O mia buona Isolina! Agli
occhi miei
Cangiato è il mondo; di mai
visti fiori
Mi sorride la terra; una
lucente
Indefinita regïon di sogni
Mi si schiude ne l'alma, e
la più bella
De le speranze mie
m'albeggia in core.
Altr'uom son fatto. Ombre
funeste e gravi
Tedî, e incessante fluttuär
d'ignoti
Dubbi e fallace illusïon di
sensi
Mi sembrava la vita: inutil
gioco
Di crudeli potenze, agli
occhi occulte,
Ma paventate qual visibil
cosa
Da la paura onniveggente. In
mano
D'un fiero iddio balzar vidi
la terra
Come inutil crepunda; ai
sanguinosi
Ludi, a le prede con ferin
costume
Correr le schiatte dei
mortali; eterno
Gravar su le ribelli anime
il piede
La matrigna Natura; e tra le
spire
Di velenosi abbracciamenti,
oppressa
Da ignoti e strazianti
incubi, indarno
Tender la moribonda Arte a
le stelle.
Rider dovea, ma forse
piansi. Al bieco
Occhio de l'uomo m'involai;
coi morti
Vissi, e vaghezza d'ogni
morta cosa
Ebbi così, che i miei giorni
infelici
Sol ne la speme de la morte
amai.
Qual or mi sia, nè il so;
stupito io guardo
D'intorno a me, dentro al
mio cor, nè trovo
Me stesso in me: caro
portento è questo
Ch'io sol devo a l'amor! -
Ne le tremanti
Mani, in tal dir, chiudea
quella leggiadra
Picciola testa d'angeletta,
e lunghe
Lunghe carezze le facea coi
baci.
Dei còlti fiori ella
scegliea fra tanto
I più freschi, e i più
belli; e mormorando
Un'allegra canzon de le sue
valli,
Li girava in ghirlanda, e
col securo
Volo de la ridente anima il
giorno
De le sue nozze precorrea.
- Di freschi
Fiori odorosi, io vo' la mia
corona
In quel giorno beato: a par
di questa
Tesserla io vo' di zàgare
fragranti,
Che a me son tanto care, e
simbol sono
Del nostro amor: te ne
rammenti? il primo
Foglio che mi scrivesti un
conteneva
Di quei teneri fiorì. Oh!
come allora
Sarem felici! Andran confusi
e tristi
I cattivi del mondo, e i
nostri amplessi
Saran da Dio santificati. È
amara
Cosa, me 'l credi, il
mormorar del mondo
Fra due cori che s'amano:
somiglia
Sibilo di serpente in mezzo
al canto
Melodïoso di felici augelli;
Grido somiglia di sinistro
augello,
Che rompa a sera l'armonia
d'un primo
Giuramento d'amor. No, no;
non voglio,
Che bieca, oscura intorno a
noi si aggiri
La maledica turba, e ne sia
d'uopo
Velar di mal sofferte ombre
il sorriso
De l'amor nostro
immensurato: io voglio,
Che testimòni a la letizia
nostra
Sieno gli uomini e Dio;
ch'arda di amore
Tutto il creato insieme a
noi. Deh! affretta,
Giorgio, affretta quel dì!
Non mi rincresce
Lasciar per te queste mie
valli; il caro
Mio letticciòl, dove ho
sognato e pianto
Tante volte fanciulla; i
gelsomini,
Ch'ombran la mia finestra, e
la gaggía,
Sai? la gaggía de l'orticel
materno,
Ch'or principia a fiorir;
non mi dà pena,
Che dir? non penso pur, che
lasciar deggio
La mia povera mamma: io son
cattiva,
Non è ver? ma per te! -
Gonfî di pianto
Gli occhi altrove volgea;
sfogliava i fiori
Con inqueta mestizia, e
riprendea
Poi con tremula voce:
- Io, sai? non voglio
Viver lontan da la tua
mamma: un solo
Tetto ne accoglierà; seder
mi è caro
A la mensa dei tuoi; guardar
le stelle
Da le finestre de la tua
stanzetta;
L'aure spirar che tu
spirasti; assisa
Presso l'immagin del tuo
caro estinto
Di te parlar con la tua
mamma; seco
Portar la croce, e consolar
d'alcuna
Speme di gioia il suo lungo
dolore.
Questo è il mio sogno,
questo sol; m'illude
Forse l'amor? Tanto sperar mi
è dato? -
Giunse un
foglio in quel punto:
- Unico mio,
Dal mio letto di spine,
ov'egra e stanca
Di più lungo soffrir
trascino i giorni
De la mia vedovanza, io ti
sospiro,
Io ti cerco dovunque, e le
deserte
Braccia protendo, e non ti
trovo, e piango.
Dove sei, dove sei, che più
non torni
A questo petto abbandonato,
a queste
Case del padre tuo, che, di
te prive,
Orbe son d'ogni luce, e
fredde e mute
Sembran solo aspettar la
morte mia?
Dove sei, figlio mio, che
più non odo
La voce tua; che più non
torni a sera
A sedermi da canto, a dirmi
i cari
Sogni del tuo pensiero e i
tenebrosi
Dubbi e l'ambasce d'un
sorgente affetto?
Tutto, figlio, così, tutto
oblïasti
L'affetto mio? Del genitor
non serbi
Memoria alcuna? Ah! così
poca e breve
Ala di tempo, e così nova
terra
Covre quei suoi diletti
occhi, che calde
Son le ceneri ancora, e, se
tu il chiami,
Risponderà. Deh! così mesta
e sola
Soffrir puoi tu, che da te
lungi io cada?
Così dunque morire, anzi
ch'io muoia,
Deve la mia speranza ultima,
e al piede
Mirar deggio spezzato in un
sol punto
L'estremo idolo mio? Già non
fûr queste
Le tue promesse; e non cotal
conforto
Da tanto amor m'impromettea!
Lontano
Dai piangenti occhi miei,
fatto straniero
Al materno cordoglio, il
fior tu libi
De le gioie del mondo; io
bacio i cari
Abiti tuoi; sfoglio i tuoi
libri; il tuo
Letto, come solea,
sprimaccio a sera
Con materno costume; al
picciol desco
La tua seggiola appongo; al
consueto
Uscio origliando, a tarda
ora, il tuo passo
Scricchiar da lungi
inutilmente aspetto;
E forse allor che tu beato
in braccio
Dei tuoi rosei fantasmi erri
i sognati
Campi de l'Arte, ed a l'amor
sorridi
D'ogni umano conforto
abbandonata
La madre tua ti benedice, e
muore! -
Pallide e
mute si guardâr negli occhi
Quelle due fulminate anime.
Ei sorse
Freddo, anelante,
scompigliato; al petto
Strinse l'amica: la baciò su
'l fronte
Mal frenando i singhiozzi, e
una parola
Mormorò fra le labbra; ella
il comprese;
E, gittandogli al collo ambe
le braccia,
In lagrime proruppe, e cor
non ebbe
Di contendere il figlio a
una morente.
Ei partì
con la notte. A la finestra
Ella balzò; tenne il respir;
fra l'ombre
Perdersi udì i suoi passi; a
l'aure tese
L'anima tutta; aspettò
ancor; le parve,
Che pentito ei tornasse; a
una lontana
Voce tremò, chiamollo a
nome; e quando
Stendersi agli occhi suoi
squallido e freddo
Vide il bianco viale, a la
notturna
Brezza ondeggiar con murmure
indistinto
Le due file d'acacie, e a la
sinistra
Luna uggiolar sentì a la
lunga i cani,
Sul freddo letticciòl, come
perduta
Cosa, piombò; ne le deserte
coltri
Si serrò paürosa, e pianse e
pianse.
Toccò
Giorgio il natío lido; anelando
Le vie percorse; a le
paterne case
Volò; ma fredda era la
soglia; al vento
Sbattean le imposte
abbandonate, e nera
Regina per li vuoti anditi,
avvolta
Ne le vesti materne, iva la Morte.
Ei l'abbracciò; dei cari
abiti ignude
Mostrò le scricchiolanti
ossa del petto
Quella fatal. Dov'è mia
madre? ei disse,
Balzando indietro
inorridito. Immota
Ella il mirò; da le profonde
occhiaie
Balenò un fatuo lume; armò
le vôte
Mandibole d'un fiero urlo, e
rispose:
- La madre tua, tu
l'uccidesti! Assisa
Ne la bianca sua fossa ella
ti aspetta! -
Grido non diè, non diè
gemito o pianto
Lo sventurato, e ne le
grandi e fredde
Braccia gittossi di colei,
che sola
Di sue vedove case avea
l'impero.
Gravi fra
tanto, angoscïosi, eterni
D'Isolina sul cor passano i
giorni;
Passan sovra al suo cor
gl'inganni alati
Del suo tempo felice, e più
s'infosca
Co'l cader d'ogni dì la sua
speranza.
Dov'ei n'andò? Perchè non
torna ai dolci
Nidi de l'amor suo? Ne le
materne
Braccia obliò le sue
promesse? In preda
D'improvviso dolor s'agita,
o il freddo
Calcolo sul gentile animo
scende,
E a men umile preda il cor
gli adesca?
Ella dubbia così: facil
maestra
La lontananza è di sospetti,
e fabro
Di torture il silenzio. Ai
consüeti
Lochi si adduce; il solito
viale
Percorre; ne la memore
stanzetta,
Presso il camin, di fronte
al caro specchio
Spïator di lor baci, a l'ora
usata,
Tutti i giorni si asside; e
poi che inganna
Lungamente così l'ore
infelici,
E tutta sola, abbandonata,
incerta
Ne l'oscuro avvenir l'anima
affisa,
Co'l cor serrato indi si
toglie, e al primo
Detto, che a consolarla
alcun le porga,
Rompe in lagrime amare, e
altrui s'invola.
Sinistramente
al suo pallido volto
Irridevan le amiche; e la
ben mesta
Anima cruccïando ivan co'l
vezzo
Di maligni sussurri.
- Un venturiero
Era al certo colui! -
- Povera stolta!
Già toccar le parea gli
astri co'l dito! -
- Altro! Prostrate e pallide
al suo piede
Bice e Laura vedea! -
- Cinta d'alloro,
Come le anguille, in groppa
al suo poeta
Credea varcar l'eternità! -
- Ma il remo
Dice a l'onda che passa: io
ti saluto!
E l'ape dice al fior: verrò
tra poco! -
- E l'ingenua sposina
aspetta ancora
L'asin che voli, e l'amor
suo che torni! -
Tanto dolor
la povera Isolina
Onta cotal più non sostenne:
ai cari
Tetti involossi; abbandonò
nel pianto
La materna dolcezza; e, le
notturne
Ombre spregiando e le natíe
paure,
La dolente sua vita al mar
commise.
O il mar pietoso, il crudo
mar! Dei suoi
Freddi baci l'avvinse;
addormentolla
Nei letti suoi, pria che
donarla al novo
Ferreo dolor, che l'attendea
sul lido.
Su la
fossa di lei, presso a la sponda
Or Lucifero siede. Alta
d'intorno
Spazia la notte; silenziosa
e poca
Tremula su le grigie acque
la luna;
Ei grandeggia fra l'ombre;
occulte voci
Mormora il labbro suo: rupe
il diresti,
Che, di fosco chiaror
lambita ai fianchi,
Spinga ai venti la cresta, e
di confuso
Scroscio risuoni al
dirocciar d'un rio.
Scuro e immoto così pende
l'Eroe
Su la zolla pietosa. Amor,
che preda
Fa di giovani vite, e ne la
cara
Lucida vita de le cose
alberga,
D'ansie superbe e di grandi
ale instrutto,
Dominar l'ombre ama talor;
vïaggia
Oltre la vita; e, di regnar
mal pago
Quanto al raggio del Sol
vegeta o pensa,
Scende ne l'urne a
interrogar la morte.
Tremò allor su le care ossa
la luce
D'un'azzurra fiammella:
incerta e lieve
Lambisce il suol, palpita a
l'aura, ondeggia,
Color muta e sembianza, e
ambisce al cielo.
Come al sole d'april, da le
materne
Lucide foglie in vago giro
inteste,
La candida magnolia alza il
bocciòlo,
Così dal grembo de la fatua
luce
Una bianca si svolge aërea
forma,
A cui brune e diffuse erran
le chiome,
E diffusi per l'aure i rosei
veli
Dïafani a la luce. Il
Pellegrino
Ravvisò la sua morta.
- Oh! così lievi
Son dunque i sonni tuoi,
bella Isolina,
Docil così, buona così è la
morte,
Ch'anco una volta agli occhi
miei ti assente?
Bianco e freddo amor mio,
parla: ti muove
La prece mia? pietà ti
tragge a questa,
Che lasciasti anzi tempo,
aere vitale? -
Tremava ella, e tacea;
languide intorno
Volgea le luci pe'l deserto
lido,
Come chi chieda ai
circostanti oggetti
Una persona lungamente
attesa,
E tutta in quel disío
l'anima intenda.
- Oh! che chiedi a le mute
ombre, che chiedi
Ai sordi astri, o fanciulla?
Aprica e morta
È questa piaggia, e non ha
fronda o fiore;
Crudo e vorace è il mar:
vecchio omicida
Ei s'accovaccia ne la calma;
infiora
D'albe spume gli abissi;
ignudi e belli
Manda intorno a danzar silfi
e sirene,
Che funesta han la voce;
alita un cheto
Sopor sovra le sue vittime;
e quando
Più sicure esse van sognando
il lido,
Sbuca fuor dagli agguati
orrido, e caccia
Su le rotte acque a gavazzar
la morte.
Oh! che chiedi a la terra,
al mar che chiedi,
Sconsolata fanciulla? Ha
stelle e fiori,
Stelle e fiori ha il cor
mio! Se amor tu chiedi,
Vieni, il cor mio ti dò;
vieni, e saranno
Pe'l tuo morbido crin tutti
i miei fiori,
Pe'l tuo picciolo cor tutte
le stelle! -
Tremava ella, e tacea.
Pallida e mesta
Cadea la luna; impallidía la
bella
Sospirosa al partir; tendea
le braccia
Egli, e gemea:
- Deh! non fuggir, t'arresta!
Son de l'amor, son tue
l'albe dei cieli;
Tue son le perle del mattin;
tue sono
L'armonie di quest'aure; è
tua la vita!
Vieni, vieni con me, vivi, e
trïonfa
Dentro un raggio di Sol,
dentro i diffusi
Regni del mio pensier! Da le
voraci
Onde non io le tue candide
membra,
Non io la tua beltà tolsi
agli abissi,
Perchè deserta, in peregrina
stanza,
Ospite de le fredde ombre ti
aggiri;
Nè alfin la morte al voto
mio t'arrese,
Perchè al tornar de la
dïurna luce
La negra terra ad abitar tu
scenda.
No, non fuggir! Nè il suol,
nè il mar, nè il cielo,
Nè la morte ti avrà: l'amor
ti spira
Vita più bella, ed a l'amor
vivrai! -
Dicea, come piangesse, e
facea forza
Di caldi amplessi e di
sospiri al fato.
S'alza fra tanto il sole; ed
ei su'l petto
L'aure fugaci e il suo
dolore abbraccia.
- Sorgi
dal tuo dolor; cingi la veste
Degli ardimenti tuoi; di
cose e d'opre
Non di futili sogni amor si
pasce.
Opra incessante è Amor: vita
a l'inerte
Polve non spira ei già, ma
su l'inerte
Polve l'onor d'illustri
fatti accende.
Non vedi tu qual turbine di
guerra
Del provocato Reno agita i
lidi,
E, al suon de le fatali armi
di Brenno,
Tutte d'Europa impallidir le
genti?
Mai viste imprese il Sol
vedrà. Dai campi
Fulminati di Mario, ombre
feroci,
Sorgon Teutoni e Cimbri, e
infiamman l'ire
Dei nepoti d'Arminio. A gran
tenzone
Due glorïosi popoli
prorompono
Come oceàni. Mugola dai
fondi
Tenebrosi la Senna; e da l'inulto
Elba i carri fulminei a le
vegliate
Mura di Faramondo Arminio
avventa.
Sorgi; uom folle è colui che
l'alma e il braccio
Spreca in vôta fatica: a lui
sembianti
Fûr di Dànao le figlie; uom
saggio e forte
L'opra non gitta ad
impossibil cosa! -
Sentì la
voce del suo spirto, e il core
De l'Eroe fiammeggiò come
un'ardente
Voluttà di battaglie. Il
sommo attinse
De l'ondìsone Ardenne, e
quinci e quindi
Le due genti mirò.
Pari a procella,
Che su'l mar piombi, le
Borussie querce
Lascian le congiurate aquile
al cenno
Del germanico Giove:
immenso, orrendo
Mandan lo strido al ciel;
scoton gli allori
Trïonfati in Sadòva; e
un'omicida
Smania di pugne in tutti i
cor si desta.
Quanti dal borëale urto
sospinti
Sovra il campo del mar
rotano i flutti,
Tanti e alteri così levansi
i figli
De la rigida Odèra; e quei
vi sono,
Che fermezza di membra e
d'alma han pari
A l'Ercinia materna alpe, e
l'audace
Sassone, che nel freddo Albi
s'infianca,
E il fedele ai suoi re
Bavaro, onore
Dei Vindelici piani; e
quanta forza
Di strenua gioventù fra la
superba
Vistola e il serpeggiante
Emo si accampa.
Da l'onor di sì forte oste
precinta,
Splendida come Sol, move la
possa
Di Brandeburgo. Rigida e
severa
L'augusta diva del pensier
vien seco:
Prestantissima dea, che da
le fredde
Mute vigilie, onde le cose
indaga,
Vien de l'opre al fragor,
però che vano
Senza l'opre è il pensiero;
i radïosi
Regni abbandona e il puro
ètere, dove
Son l'ignude sostanze, e a
le nebbiose
Noriche selve, ov'ha più
fidi altari,
Accorre, auspice dea; popoli
e prenci
Duci ispira e guerrieri;
inconsuëte
Armi rivela, ordigni nuovi
appresta,
Terre esplora e nemici, e
grande e prima
Sfida la morte, e del
trïonfo è certa.
Udì il
suon di tant'armi, e tremò in core
L'avoltoio d'Asburgo: il
sanguinoso
Occhio, ove l'onta ardea di
due sconfitte,
Rotò; scosse le cionche ali;
ma rotto
Mirando al piè l'antico
scettro e il brando,
A satollar l'ira e la fame,
il rostro
Nel cor de l'adescato Ungaro
infisse.
L'udì la
borëal Dania, feconda
Genitrice di popoli, e ne
l'armi
Tutta si strinse, e balenò.
Nel fermo
Petto una tempestosa ira le
rugge
Contro al superbo assalitor
di genti,
Che, di numero prode e di
cor vile,
La sconfisse nel sangue; i
palpitanti
Visceri le cercò; chiamò la
belva
Dormitante su l'Istro; e su
le offese
Sedi di Sondemburgo, orridi
in vista,
Piombare entrambi, e
s'imbandîr la dape.
Ma nel
cor non tremò, non trasse il brando
A far più salda la ragion
dei forti,
La glorïosa Itala donna.
Assisa
Su la sponda regal d'Arno,
secura
Ne la fortezza sua, le genti
e l'opre
E la fugace ora propizia e
il fato
Sagacemente interroga;
compone
Le impronte ire dei figli;
obliga al giogo
Del suo voler le avverse
anime; affrena
L'empia licenza popolar;
flagella
L'ambigua turba, che nel
dubbio annida;
Spregia il frollo garrir dei
suoi tribuni,
Cui legge è l'ira e sola
patria il ventre;
E, men d'acciar che di
giustizia armata,
Sul petto al vil Giudeo
pianta il suo trono.
Dentro la
cerchia de le mura antiche
Non si contenne il valor
Franco. Al grido
Del vandalico orgoglio, ai
provocati
Campi volò, primo volò, nè
volle
Misurar l'armi e interrogar
la sorte.
Aquila, che dal curvo etere
mira
Disertar su la negra alpe i
suoi nidi,
Gli accorti agguati e le
fulminee canne
Del cacciator non sa: piomba
da l'alto
Con terribile strido, e
pugna, e muore.
- Dove
corri, o fatale aquila, al lampo
Del glorïoso tricolor
vessillo
Lucifero gridò; figli de
l'armi,
Dove correte voi? Grido di
oppressi
Non vi chiamò, non amor
patrio accese
Tanto vampo di guerra:
inclita e grande
Sovra il trono del mondo
alto si asside
La patria vostra, e sol co'l
nome impera.
Chi snudò prima il brando?
Il fier consiglio
Da che labbro partì? Chi le
secure
Aure turbò di tanta pace, e
immerse
In un mar di perigli il
luminoso
Trono di Lui, ch'à di
saggezza il vanto?
Fu la malnata Idra del
vulgo, il destro
Livor dei vili. Abito
assunse e volto
Di libertà; con tumida
parola
Provocò le dormenti ire;
commosse
Con sonante lusinga il cor
dei forti;
Piaggiò con prostituta arte
l'oscena
Turba armata di lingua e di
cor nuda;
Ma dentro a la bugiarda alma
un'obliqua
Ambizïon fea nido, e sotto
al manto
Involava a mortal guardo il
venduto
Stilo di Ravagliacco e il
cor di Giuda.
Così strisciando
tortuösamente
A l'aureo cocchio
arrampicossi, dove
Sedea, temuto Automedonte,
il senno
Del fatal Bonaparte. Ei nei
dorati
Mòrsi reggea l'intempestiva
foga
Dei volanti cavalli, e parea
Febo
Portatore del giorno. A lui
da canto
Quella furia si assise; un
sopor lieve
Gli suäse ne l'alma; oscurò
il lume
Dei veggenti consigli;
ond'ei le forti
Redini rallentò su le
spumanti
Briglie dei corridori. Un
urlo mise
L'empia gorgòne; in piè
balzò; disperse
Co'l freddo soffio le
veglianti cure,
Che custodían con cento
occhi al governo,
E da l'altezza dei lucenti
alberghi
Per la lubrica china i fieri
alipedi
Abbandonò. T'arresta, empia
e mentita
Furia! E tu, se alcun raggio
anco ti avanza
De l'antica virtù, se t'arde
ancora
L'onor di Francia e la tua
gloria i polsi,
Sorgi, e tuona il tuo nume,
o sir dei pronti
Accorgimenti e de le pronte
spade!
Sorgi; a la furibonda idra
le cento
Creste conculca; e a quella
rea, che il freno
Con falsi nomi a l'oprar tuo
contende,
La man caccia su'l volto, e
la sbugiarda!
Ahi! che al vento io
favello! Armi, armi, grida
Dal mar britanno a la regal
Pirene
Ogni gente, ogni petto;
orrido io sento
Il fragor de la pugna; e
quando a mille
Divora i prodi la fulminea
morte
Su le ripe contese, una
linguarda
Turba su le fraterne ossa
s'impanca,
E al vinto insulta, e al
vincitor si arrende! -
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